Il 6 marzo ponti di corpi fra Italia e Francia

Il racconto delle iniziative svoltesi a Clavière, al confine tra la Francia e l’italia, attraverso le parole di Claudio Geymonat e Federica Tourn, di Torino per Moira e di Lisa Ariemma, attivista anti frontiere.Testi raccolti da Maria Teresa Messidoro. Le fotografie sono di Gio Palazzo.

Una registrazione di alcuni interventi si può ascoltare qui https://www.valsusaoggi.it/video-migranti-da-claviere-a-monginevro-la-manifestazione-un-ponte-di-corpi/

 

  1. Il racconto di Federica e Claudio

35 piazze e frontiere unite in tutta Italia e in tutta Europa, da Berlino, a Marsiglia, a Ventimiglia, a Clavière, a Milano, a Triste, a Maljevac, ad Atene, a Roma, a Siracusa, a Palermo, a Catania, a Paestum … per ribadire che emigrare è un diritto e accogliere chi scappa da guerre, miseria e persecuzioni un dovere.  Un successo che va al di là delle aspettative in termini di partecipazione e di rete di relazioni che una simile organizzazione ha creato.

L’idea originaria è merito di Lorena Fornasir e di suo marito Gian Andrea Franchi dell’associazione Linea d’ombra, che opera in Friuli Venezia-Giulia per prestare soccorso alle persone migranti che arrivano in Italia dalla rotta balcanica: unire frontiere e piazze con donne alla testa dei cortei nell’immediata vicinanza dell’8 marzo, in solidarietà con tutte le donne, madri compagne sorelle e figlie, che non hanno più visto tornare i loro uomini e ragazzi, partiti da soli lungo la rotta.

«Questa è l’Europa di cui abbiamo urgente bisogno e questa rete, nata in modo così spontaneo, va consolidata ed estesa per recuperare la parte migliore dei valori fondanti la nostra identità di cittadini europei» dicono gli organizzatori di “Un ponte di corpi”. «In tempo di pandemia ci si organizza anche così pur di esprimere solidarietà ai migranti e a chi viene criminalizzato perché soccorre chi ha bisogno di aiuto per sopravvivere e per avere una vita degna di questo nome».

Mobilitazioni con canti, letture di poesie e del manifesto di Lorena Fornasir, racconti di vita strazianti, denunce e testimonianze partendo da Berlino fino a chiudere alla terza ora e trenta minuti della diretta con il ballo e il coro delle donne ateniesi, accompagnate da una banda balcanica, su un tetto della capitale greca. Significativa la presenza proprio di Lorena Fornasir e Gian Andrea Franchi, insieme a un gruppo di altri attivisti e attiviste, a Maljevac, sul confine croato bosniaco, luogo teatro di alcuni dei più pesanti pestaggi e respingimenti di persone migranti.

Di particolare successo, vista anche la giornata non certo mite e le difficoltà logistiche dovute al luogo e alle regole dettate dalla pandemia è stata la manifestazione di Clavière al confine italo francese, altro snodo del gioco dell’oca cui sono costrette le persone migranti che qui arrivano e sono fermate senza troppi fronzoli dalla polizia di frontiera francese. I famigerati respingimenti. che da anni vengono denunciati sulla frontiera occidentale e che ora sono divenuti oggetto di cronaca anche a Trieste e dintorni, dopo che nel 2020 oltre 1200 persone sono state rispedite illegalmente dalle forze dell’ordine, questa volta italiane in territorio sloveno, per poi da lì finire in poche ore di nuovo in Bosnia, fuori dai confini della fortezza Unione Europea. Nuovo giro, nuova corsa. In marcia da Clavière un nutrito gruppo di manifestanti italiani, fra loro gli attivisti di Torino per Moria e di Carovane Migranti, ha incontrato gli omologhi francesi che hanno marciato verso il colle del Monginevro dove i cortei si sono fusi fra canti, balli e parole di denuncia.

Erano presenti anche la europarlamentare Salima Yenbou e il senatore della regione del Rodano Thomas Dossus, entrambi del partito transalpino dei Verdi e testimoni fin dalla sera precedente delle pesanti pressioni cui sono sottoposti da parte della Gendarmerie francese i volontari impegnati nel prestare soccorso a chi si avventura fra questi monti. Ogni sabato alcuni parlamentari francesi hanno preso l’impegno di presidiare il colle del Monginevro per testimoniare di quello che succede ai confini: «Ho visto con i miei occhi le violenze della polizia contro i solidali – ha detto Yenbou, rivolgendosi direttamente agli uomini delle forze dell’ordine – respingere uomini donne e bambini è una pratica illegale e ingiusta».

Si fermano le persone ma passano le merci, secondo le regole di un capitalismo che non rispetta gli esseri umani e il loro diritto a muoversi per una vita migliore. «Sappiamo bene come si approfitti dell’emergenza pandemica e della paura del diverso per raddoppiare gli effettivi alle frontiere, come se le famiglie che arrivano fin qui, disperate e infreddolite, fossero terroristi o rappresentassero una minaccia per la Francia», hanno aggiunto i solidaires francesi. «Una politica ingiusta e inutile – hanno sottolineato infine italiani e francesi insieme – perché per quante volte i governi respingeranno i migranti, questi torneranno sempre. E noi siamo qui a testimoniare che le frontiere devono essere aperte, come era nel progetto iniziale dell’Unione europea».

 

  1. Le parole di Lisa

 “Non devi mai avere paura di quello che stai facendo quando sei nel giusto” – Rosa Parks

Faccio parte di un gruppo di persone che cerca di assicurarsi che le centinaia di migranti e profughi, che ogni mese cercano di oltrepassare il valico del Monginevro da Clavière in Alta Val di Susa per arrivare in Francia, lo facciano in sicurezza e senza rischi di vita e salute. Non sempre si ha successo quando hai a che fare con chi è già sopravvissuto attraversando deserti, mari e continenti. Il nostro scopo è comunque quello di aver cura di loro nei brevi momenti che le nostre vite s’incrociano.

Ho conosciuto Lorena Fornasir attraverso il film di Daniele Gaglianone, “Dove bisogna stare”. Lorena, curatrice di piedi a Trieste insieme a suo marito, ha scritto il Manifesto del Carrettino Verde che collega la cura di Madre Terra con la negazione dei confini e il corpo delle donne.

Questo legame tra donne, confini e cura si è trasformato in un appello contro le frontiere che bloccano il movimento di persone attraverso la manifestazione “Un ponte di corpi” del 6 marzo, organizzata da un gruppo di donne in tutta Italia, e oltre.

È un momento difficile per manifestare il proprio dissenso: le limitazioni su un diritto fondamentale – la libertà di movimento – è sempre più circoscritto; eppure il 6 marzo, partendo da Clavière, centinaia di persone solidali, che credono nel diritto di muoversi liberamente nel mondo, hanno partecipato in questa manifestazione.

Ho portato tre giovani donne con me: le mie due figlie e una loro amica. Ci siamo munite di autocertificazioni, del permesso per la manifestazione e di farfalle gialle (simbolo dell’iniziativa) fatte di carta.

Negli zaini c’erano panini, ciabatte e una coperta. Tra le premure per eventuali multe in una zona arancione e il tempo umido, freddo e grigio, sarebbe stato facile rinunciare, ma la solidarietà non può attendere tempi migliori. Mentre iniziavamo il tragitto in macchina dalla Bassa Val di Susa, ci siamo dette che questo era il tempo più appropriato pensando alle gelide traversate notturne compiute da uomini, donne e bambini.

Arrivate a Clavière con farfalle gialle attaccate alle giacche, abbiamo proseguito a piedi fino alla chiesetta, dove già si erano formati gruppetti di persone con la polizia che ne faceva da cornice. Abbiamo fatto fatica a riconoscerci tra di noi, tra cappotti, cappelli, sciarpe e mascherine. Eravamo numerosi per quel appuntamento a mezzogiorno, da Torino e provincia, alla Bassa e Alta Valle; donne e uomini e tanti giovani.

Con lo striscione di “Un ponte di corpi” – farfalla gialla, sagome di persone e filo spinato – in prima fila, abbiamo camminato lungo i tre chilometri di strada fino a Monginevro. Eravamo divisi in piccoli gruppi, circondati da mucchi di neve dura di color grigio mischiato a tinte di rosa per la sabbia del Sahara che il vento aveva portato qualche settimana fa.

Giunte al Monginevro, divenuto nuovamente una frontiera all’interno dell’Unione Europea, c’era un folto gruppo di francesi con striscioni fatti in casa e cartelli con scritto: “Per il rispetto dei diritti di esiliate/i alle frontiere”. C’era entusiasmo da parte dei francesi e degli italiani, uniti nonostante lo stereotipo di antagonismo.

Con decine di gendarmes in fila accanto ai manifestanti, organizzatori e partecipanti hanno raccontato, in italiano e francese, storie di respingimenti, di morti e feriti e degli arresti di chi aiuta le persone che attraversano questo passo alpino per arrivare in Francia.

Una banda di giovani musicisti francesi ha accompagnato la manifestazione sulle note di “Bella Ciao” – e conoscevano bene tutte le parole – “This Land is Your Land” e altri inni di solidarietà in un’aria festosa.

Verso le due del pomeriggio, abbiamo messo le nostre coperte sulle spalle e su una piccola montagna di neve sul lato della strada, insieme a delle ciabatte. Il gruppo è stato messo in collegamento in streaming per raccontare questa realtà e le sue storie e cantare. La stessa situazione si stava vivendo nello stesso momento da Catania a Trieste, fino ad Atene in questo simbolico ponte di umanità.

Quel giorno, l’atto di oltrepassare la frontiera in un momento in cui non si potrebbe fare; il manifestare davanti a una fila di gendarmes che normalmente sono protagonisti nei respingimenti, mi hanno fatto pensare all’importanza di gesti come quello di Rosa Parks.

Il primo dicembre del 1955 a Montgomery nell’Alabama, Rosa è salita su un pullman e si è riufiutata di cedere il suo posto a un bianco innescando la scintilla che ha portato alla lotta per i diritti civili in America. Quella semplice decisione, presa da una sarta afroamericana, è diventata un potentissimo atto politico.

Questo 6 marzo, è stato il primo tra le iniziative di solidarietà che seguiranno in difesa delle persone alla ricerca di una vita degna. “Un ponte di corpi”ci ha reso protagonisti, attraverso un atto di ribellione, verso il cambiamento: per i diritti umani, la giustizia e la libertà di movimento. Di questa esperienza al Monginevro, l’amica delle mie figlie ha affermato: “Spero proprio che questo nostro piccolo gesto possa servire a cambiare qualcosa!” È ciò che auspichiamo tutte.

 

Teresa Messidoro

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