SCIOPERO: l’unico GENERALE che ci piace
articoli di Franco Astengo, Bifo (Franco Berardi), Piero Bernocchi, Mario Sommella, Mimmo Teramo, Lorenzo Zamponi. Diversi punti di vista sulla forza del movimento e sul futuro immediato.
Due milioni di persone in piazza in più di 100 città in una giornata straordinaria di sciopero per Gaza, per il popolo palestinese, per la Flotilla
di Piero Bernocchi e Mimmo Teramo (*)
Avevamo accolto con grande entusiasmo e felice sorpresa la mobilitazione di piazza a favore di Gaza, del popolo palestinese e della Flotilla durante lo sciopero del 22 settembre scorso quando, oltre alle partecipazioni dei lavoratori/trici dei vari settori del lavoro dipendente (in primis quelli della Scuola, con una percentuale, che non si raggiungeva da anni, di oltre l’11% di scioperanti), una marea di strutture di movimento e Centri sociali, studenti, giovani e cittadini/e, magari alla loro prima manifestazione, portarono in tante decine di cortei più di 500 mila persone complessive in tutta Italia.
Stamane avevamo qualche timore sulla possibilità di ripetere e magari superare quell’exploit, tenendo conto del “martellamento” da parte di stampa e TV sull’illegittimità (peraltro palesemente falsa) dello sciopero, che avrebbe potuto intimorire o comunque limitare la volontà di scioperare. E invece oggi siamo andati ben oltre la partecipazione del 22 settembre, che già ci sembrò un notevolissimo successo: in piazza oggi, in più di cento città italiane, c’erano almeno tre volte le presenze del 22 settembre, con una cifra complessiva tra il milione e mezzo e i due milioni di presenze. Con la punta massima a Roma, dove i cinque cortei , riunitisi persino a fatica, hanno visto le presenze, distribuite a macchia d’olio su una enorme superfice cittadina, di ben oltre duecentomila persone, se non addirittura vicine alle trecentomila.
Viene da domandarsi se abbia funzionato solo l’ampliarsi delle convocazioni, che stavolta, oltre a Usb e Cub, hanno visto in prima fila la Cgil insieme a COBAS, Adl, Sial e Clap, nonchè l’ulteriore potenziamento della presenza delle strutture di movimento e dei Centri sociali. Ma di sicuro gli ultimi sviluppi della situazione a Gaza, l’arresto e trasferimento nelle carceri israeliane dei militanti della Flotilla e l’incombere del piano Trump per una presunta “pace” in Palestina, hanno contribuito ad un ulteriore ampliamento della mobilitazione. Comunque, con tutta evidenza è scesa in campo con inusitata forza e partecipazione una nuova generazione che, ce lo auguriamo, vorrà essere presente e protagonista anche nei conflitti sociali, economici e lavorativi che ci aspettano, in vista di una Finanziaria ove il governo Meloni tenterà di approfittare della pace sociale, di cui ha potuto godere negli ultimi mesi su tali temi, per imporre altri pesanti provvedimenti antipopolari, ulteriori spese belliche e pesanti restrizioni nella spesa sociale e pubblica.
In vista dei quali conflitti, ci si può chiedere se la Cgil vorrà trarre profitto da quanto successo oggi. E cioè, innanzitutto dalla decisione, che per la prima volta nella loro storia li ha portati a sfidare quella legge 146 anti-sciopero che al tempo della sua formulazione ( nel 1990, allora definita “legge anti-Cobas”) appoggiarono convintamente; e che, soprattutto e sempre per la prima volta in 40 anni di coesistenza con il sindacalismo di base e conflittuale, li ha spinti a concordare un’indizione di sciopero comune con COBAS, Usb e Cub, sanzionata ufficialmente con un invio congiunto delle convocazioni di sciopero e con una conferenza-stampa comune di lancio dello sciopero. All’interrogativo, risponderanno i fatti delle prossime settimane, in vista della indispensabile mobilitazione sindacale, lavorativa e sociale che ci attende nel conflitto con la prossima Finanziaria governativa.
(*) Bernocchi è portavoce della Confederazione COBAS e Teramo responsabile legale
SCIOPERO GENERALE
di Franco Astengo
Mi sia consentito un telegrafico commento per punti alla giornata di sciopero generale e nell’insieme dell’attualità politica:
1) 100 piazze per un milione di persone. Sono queste le cifre fornite da CGIL, USB, CUB e altri organizzatori di una giornata di lotta cui non si partecipava da molto tempo in Italia;
2) Alzi la mano chi fino a qualche giorno fa (diciamo allo sciopero del 22 settembre) avrebbe scommesso sulla CGIL che aderisce a uno sciopero indetto dall’USB e da altre sigle dell’area sindacale anti-capitalista. Sicuramente rimane da valutare la stabilità possibile di questa intesa rispetto alla geografia storica del sindacato italiano: il fatto però rimane e l’esito è stato sicuramente positivo, l’ostilità alla guerra rimane – nella storia – un potente fattore di mobilitazione popolare;
3) Mi permetto una valutazione del tutto personale: l’attrito esistente in questo momento tra il sindacato e la partecipazione popolare verso il governo non si verificava da Luglio ’60. Una contrapposizione di questa durezza e radicalità con un governo così negativo non si ebbe neppure con la lotta per il contratto dei meccanici del ’69, il decreto di San Valentino dell’84, il decreto sulle pensioni di Berlusconi dieci anni dopo, la manifestazione dei tre milioni al Circo Massimo. E’ necessario andare indietro nel tempo, agli scioperi politici degli anni’50 e tener conto che in allora disponevamo della forza della classe operaia, quella forte, stabile, concentrata. Da ricordare di elementi fondanti di analogia con Luglio’60: in allora un governo quello Tambroni appoggiato dall’MSI e coltivante ambizioni gaulliste; oggi governo guidato da una formazione ex-missina che mira a trasformare il Paese in una “democratura” modificando la Costituzione antifascista;
4) Nello stesso tempo c’è stato il gioco delle mozioni a Montecitorio, con la divisione del cosiddetto campo largo, e l’astensione dei soggetti potenzialmente embrionali di uno schieramento di centro-sinistra sul documento della maggioranza. Anche in questo non si può non registrare una distanza rilevante tra le piazze e i cortei e l’atteggiamento parlamentare di PD, AVS e M5S. L’astensione sulla mozione della maggioranza assume, in queste condizioni, una sorta di avallo al Piano Trump e soprattutto di avallo alla subalternità verso gli USA fin qui dimostrata dal governo italiano, non tanto e non solo rispetto alla tragedia palestinese ma nell’insieme delle dinamiche in atto sullo scacchiere internazionale in un allineamento pericoloso sul terreno del taglio del rapporto tra politica e società portato avanti dall’attuale amministrazione della Casa Bianca;
5) Il limite vero dimostrato dalle forze parlamentari italiane del potenziale centro-sinistra è quello strategico e di agire sempre e soltanto in conformità con l’esigenza tattica del momento legato ai sondaggi e all’esito delle varie elezioni regionali. A prescindere dalla generosità degli atti compiuti e delle buone intenzioni come nel caso della presenza dei deputati nazionali ed europei nella Flottila;
6) Urge definire – appunto – un quadro strategico, predisponendosi anche a inevitabili “tagli” nella dimensione dell’alleanza: ricordiamo che l’Ulivo riuscì anche grazie alla desistenza del PRC; mentre l’Unione sostanzialmente fallì e l’Unione assomigliava molto al “Campo Largo” dai centristi-destra del’UDEUR fino ai trotzkisti di Sinistra Critica.
7) Si tratta di decidere se puntare sull’Ulivo (quindi una forza di governo, con leadership riconosciuta e declinazione del progetto in un programma elettorale che punti proprio al governo) o se puntare sul Fronte Popolare attraverso una radicalità adeguata allo stridore delle contraddizioni sociali passando attraverso una lunga marcia all’opposizione e predisponendo una capacità di aggregazione prima di tutto sociale che porti – alla fine – a costruire lo schieramento dell’alternativa. Nel primo caso si potrebbe anche accettare il dato costante nella riduzione della partecipazione elettorale che rimane comunque segnale di fragilità del sistema ricordando che questo in carica non è un governo da “bipolarismo temperato”.
UNA SOLLEVAZIONE ETICA. E ADESSO?
di Franco Berardi (**)
Due milioni di persone sono scese in piazza in cento città italiane per solidarietà con la Flotilla, e per esprimere l’orrore etico che suscitano gli assassini sionisti e il governo italiano complice del genocidio.
Salvini e Meloni capiranno che la prossima volta faranno meglio a starsene zitti, piuttosto che ragliare minacce e insulti.
Ma ora dobbiamo capire cosa significa questa esplosione. E dobbiamo capire come trasformare la forza di questa mobilitazione e in un’offensiva sociale contro il governo fascista e l’arroganza padronale.
Due anni di orrore quotidiano, la quotidiana messa in scena del genocidio hanno prodotto l’effetto di una vera e propria esplosione. Si è trattato certamente di una rivolta etica della generazione che finora abbiamo considerato incapace di mobilitazione politica di massa.
Ma adesso? Come continuare, come trasformare l’energia di queste giornate in un movimento che occupa la vita quotidiana, che si opponendosi all’arroganza del potere?
(**) ripreso dal bellissimo sito IL DISERTORE: https://francoberardi.substack.com/
Armi per l’élite, austerità per il popolo: il vero volto del governo Meloni
di Mario Sommella (***)
Nel cuore della tempesta economica che si avvicina, il governo Meloni si aggrappa al PNRR come a un salvagente, ma intanto rema verso una direzione che rischia di affondare definitivamente l’economia reale italiana: quella dell’austerità rivisitata in salsa sovranista. Un paradosso che si traduce in una redistribuzione al contrario: tagli alla spesa pubblica per la sanità, l’istruzione, il lavoro e i servizi essenziali, mentre si spalancano le casse dello Stato per finanziare riarmo, rendita finanziaria e grandi gruppi industriali.
Senza PNRR: recessione garantita
Il recente Documento Programmatico di Finanza Pubblica (DPFP), approvato dal governo, fotografa con lucidità il futuro prossimo: senza la spinta degli investimenti europei del PNRR, l’Italia sarebbe già destinata alla recessione nel 2026. I 194 miliardi stanziati dall’Europa, da spendere teoricamente entro giugno 2026, rappresentano oltre 5 punti di PIL entro il 2031. Di questi, ben 1,3 punti percentuali di crescita sarebbero imputabili agli investimenti previsti solo per il 2026, a fronte di una stima complessiva di crescita del PIL pari allo 0,7%. In altre parole: senza il PNRR, il Paese non solo non crescerà, ma rischia un crollo.
Un dettaglio sfuggito ai più, ma ben presente nei documenti ufficiali, è che la quasi totalità degli investimenti non potrà essere spesa entro i termini fissati, e il governo lo sa. Per questo motivo, sono già in preparazione “veicoli” finanziari che permetteranno di vincolare le somme ora e spenderle solo dopo il 2026, ammesso che Bruxelles sia d’accordo. Un’operazione di maquillage contabile, che consente alla maggioranza di salvare la faccia e ai tecnocrati di Bruxelles di mantenere formalmente l’illusione della “disciplina fiscale”.
Ma se la spesa pubblica per investimenti è oggi l’unica leva che evita il collasso, perché il governo ha scelto, contemporaneamente, la via della stretta fiscale più dura dal 2011?
Austerità 2.0: il ritorno del peggio
Dal 2025 al 2028, il governo Meloni prevede un consolidamento fiscale da 130 miliardi di euro. Tradotto: lo Stato intende raccogliere tramite tasse e tagli circa 130 miliardi in più di quanto spenderà (interessi esclusi), sottraendo così linfa vitale all’economia reale. Non è un errore tecnico: è una precisa scelta ideologica, fatta nel nome dell’obbedienza al nuovo Patto di Stabilità europeo.
Il saldo primario – cioè la differenza tra entrate e uscite al netto degli interessi sul debito – è tornato positivo dallo 0,9% del PIL nel 2025 all’1,9% nel 2028. Ma questo non servirà a ridurre significativamente il debito pubblico. Storicamente, infatti, sottrarre risorse all’economia porta a un PIL stagnante o decrescente, facendo aumentare in proporzione il peso del debito. L’effetto è noto: crescita rallentata, meno occupazione, tagli lineari ai servizi e incremento delle disuguaglianze.
A guadagnarci sono le rendite, non i cittadini. Le politiche di avanzi primari drenano risorse dai lavoratori e dalle classi medie e popolari – attraverso tagli alla spesa sanitaria, scolastica, sociale – per riversarle nei portafogli degli investitori istituzionali, banche e fondi, molti dei quali nemmeno italiani. È una redistribuzione al contrario, camuffata da “responsabilità di bilancio”.
La sanità al palo, la scuola dimenticata, ma le armi volano
Nell’impianto del DPFP, le voci di spesa più sensibili socialmente – sanità, scuola, welfare – sono destinate a stagnare o a crescere meno del PIL. In particolare, la spesa sanitaria resta inchiodata sotto la media UE e OCSE, nonostante la pandemia abbia dimostrato con violenza la necessità di un servizio pubblico robusto. Gli stipendi pubblici vengono compressi, mentre le prestazioni sociali vengono tenute sotto controllo.
Ma c’è una voce che vola alta: la spesa militare.
Nel silenzio generale, il governo ha annunciato di voler portare le spese per la difesa dal 2 al 2,5% del PIL entro il 2028: un aumento di oltre 22 miliardi in tre anni, che diventeranno 12 miliardi strutturali. E non è finita: l’obiettivo NATO è il 3,5% del PIL entro il 2035, a cui si somma un altro 1,5% destinato alla “sicurezza”. In totale, si prospetta un futuro in cui un euro su cinque della spesa pubblica sarà assorbito da eserciti, armi e apparati di controllo.
Non si tratta solo di numeri: è un progetto di società. Una società in cui lo Stato si disimpegna dalla cura delle persone e investe invece nel controllo, nella repressione, nel riarmo. L’iniziativa pubblica viene così piegata a interessi geopolitici decisi altrove, mentre il cittadino italiano paga le tasse e riceve in cambio liste d’attesa in ospedale, classi sovraffollate e salari da fame.
L’élite incassa, il popolo paga
L’Italia ha già ridotto il rapporto debito/PIL di 20 punti in tre anni grazie alla crescita post-Covid e ai vincoli europei sospesi. Nonostante ciò, invece di consolidare quel risultato attraverso investimenti strutturali in coesione sociale e produttività, il governo ha scelto di assecondare i dogmi dell’austerità, con l’aggiunta tossica del riarmo.
È una scelta profondamente politica. E mentre i grandi gruppi finanziari e industriali – da Leonardo a Fincantieri, passando per le banche che finanziano il debito – vedono i loro profitti garantiti, i cittadini si trovano soli, impoveriti e sempre più insicuri. In nome della “stabilità”, si sta costruendo un Paese ingovernabile: senza prospettive per i giovani, senza tutele per i fragili, senza diritti effettivi per chi lavora e contribuisce.
Eppure, Giorgia Meloni nel 2019 gridava: “Basta austerità!”. Oggi, al governo, ha abbracciato con entusiasmo proprio quel modello fallimentare che diceva di combattere. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: meno scuola, meno sanità, meno welfare. Ma più F-35, più navi da guerra, più spese segrete per la “sicurezza”.
Non c’è bisogno di inventare complotti per descrivere ciò che sta accadendo. Basta leggere i documenti ufficiali del governo. E unirli, finalmente, a una lettura politica e sociale degna di questo nome.
(***) ripreso da «Un blog di Rivoluzionari Ottimisti. Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»: mariosommella.wordpress.com
Una marea contro l’ingiustizia
di Lorenzo Zamponi (****)
Un movimento che vede l’ingiustizia drammatica subita dai palestinesi come una forma estremizzata di quelle che segnano l’intera società. Ora è la principale opposizione al Governo Meloni, che non sembra attrezzato ad affrontare una stagione di conflitto sociale

Una marea infinita. «Non vedevo un corteo del genere da vent’anni». «Forse contro la guerra in Iraq, ma non ne sono sicuro. Forse dagli anni Settanta». Ci si scambia commenti di questo genere, in ogni città italiana, dopo l’incredibile ondata di partecipazione allo sciopero generale del 3 ottobre che ha visto 2 milioni di persone scendere in piazza per Gaza.
I prodromi si erano visti con gli scioperi del 19 e soprattutto del 22 settembre, quando cortei imponenti avevano sfilato in molte città italiane in solidarietà con la Global Sumud Flotilla e la sua missione marittima verso Gaza. L’attacco delle forze armate israeliane alla Flotilla, iniziato intorno alle 19 di mercoledì 1 ottobre, ha provocato reazioni ancora più forti. Sotto lo slogan «Blocchiamo tutto», cortei spontanei di decine di migliaia di persone hanno bloccato strade e stazioni già nella serata di mercoledì in molte città, con picchi enormi di partecipazione a Roma, Milano, Napoli, Bologna, Firenze. L’antipasto della giornata straordinaria del 3 ottobre, quando lo sciopero generale proclamato da Cgil, Usb e altri sindacati di base ha portato in piazza 2 milioni di persone. Non semplici cortei: sono state bloccate strade, stazioni ferroviarie, tangenziali, autostrade, porti, aeroporti, interporti. Uno sciopero vero, con l’obiettivo concreto di bloccare il paese e mettere alle strette il governo Meloni rispetto al genocidio in corso.
Un’ondata di partecipazione di dimensioni, intensità e radicalità con pochi precedenti nella storia recente del paese, che raccoglie il portato di due anni di mobilitazioni per Gaza ma lo proietta su un piano di massa che quelle mobilitazioni non avevano mai conosciuto. E il 4 ottobre si torna in piazza a Roma, per un corteo nazionale convocato da una serie di realtà palestinesi. C’è da riflettere su cosa abbia permesso questo salto di qualità, su come Gaza sia diventata la metafora di tutte le ingiustizie del mondo e la Flotilla quella di ogni atto umano di resistenza e solidarietà. Difficile prevedere il futuro di questo movimento, e sbagliato cercarne una proiezione elettorale. Giorgia Meloni e la sua destra restano saldi alla guida del governo e, se si votasse domani, sarebbero in ottima posizione per ottenere un altro mandato. Qualcosa però scricchiola, nel dominio di una destra che non è mai stata egemone nella società italiana, che ha ottenuto una maggioranza parlamentare solo a causa di un’astensione record e che preferisce galleggiare sull’apatia sociale che affrontare il conflitto.
Un lungo weekend
«Mi sarei aspettata che almeno su una questione che reputavano così importante non avessero indetto uno sciopero generale di venerdì, perché il weekend lungo e la rivoluzione non stanno insieme». L’infelice battuta con cui la presidente del consiglio Giorgia Meloni ha cercato di liquidare come una vacanza lo sciopero generale è stata un gigantesco boomerang, così come il tentativo del ministro dei trasporti Matteo Salvini di impedire lo sciopero per presunta assenza del necessario preavviso.
Non c’è stato nessun «weekend lungo» di ferie, ma un lungo weekend di mobilitazione, popolato di lavoratori e lavoratrici non particolarmente entusiasti di sentirsi insegnare l’uso del diritto di sciopero da chi, come Meloni e Salvini, fa politica di professione da quanto aveva vent’anni. La reazione istantanea di mercoledì sera è stata impressionante, così come la costanza con cui decine di migliaia di persone hanno continuato ad andare in piazza, giorno dopo giorno, dal blocco della Global Sumud Flotilla in poi.
Il movimento per Gaza non è nato mercoledì scorso, e non esisterebbe oggi senza l’impegno di chi l’ha fatto vivere negli ultimi due anni, soprattutto nelle università. Le mobilitazioni di questi giorni segnano un salto di qualità innegabile, che vede un protagonismo inedito di lavoratori e lavoratrici. La spinta dal basso della solidarietà con Gaza ha prodotto convergenze inaspettate: nei giorni scorsi abbiamo sottolineato la novità positiva di uno sciopero generale proclamato congiuntamente dalla Cgil e da molti sindacati di base. In piazza si sono viste altre convergenze. In termini di composizione, con gestioni di piazza condivise tra sindacato e centri sociali, la partecipazione massiccia del vasto mondo della sinistra sociale e politica che si è aggregato in supporto alla Flotilla, e in generale un allargamento visibile del movimento e della sua capacità di accogliere persone esterne ai circuiti militanti. E in termini di forme di lotta, con azione di massa che hanno portato interi cortei, senza fratture, alla violazione esplicita del Dl Sicurezza, bloccando davvero flussi produttivi, commerciali e di traffico. Fa un certo effetto vedere cortei di decine di migliaia di persone bloccare tangenziali, autostrade, stazioni, interporti, nello stesso paese in cui pochi mesi fa si criminalizzavano i blocchi stradali del movimento per il clima. Meloni e Salvini se ne sono accorti in ritardo, probabilmente. La legittimità delle forme di lotta è strettamente legata alla forza morale di un tema e di chi lo sostiene. E cosa può essere più moralmente forte che voler fermare un genocidio in corso?
Generazione Gaza
Per capire l’esplosione delle mobilitazioni di questi giorni non si può non partire dal dato generazionale evidente a chiunque si sia affacciato in piazza: la presenza preponderante di giovani e giovanissimi. Si tratta di una generazione caratterizzata da un livello di istruzione medio più alto delle precedenti e da una familiarità molto più immediata che in passato con ciò che avviene in giro per il mondo e con le chiavi interpretative con cui analizzarlo. E si tratta di una generazione che, per la prima volta nella storia d’Italia, ha una componente molto rilevante di italiani di seconda generazione, a background migrante o comunque di persone che hanno legami biografici, familiari, identitari con il Sud del mondo. Tenere conto della combinazione tra questa nuova composizione e l’accesso immediato a storie e idee è fondamentale se si vuole capire la crescente centralità dell’anticolonialismo nella visione del mondo di questa generazione e in generale il crollo di credibilità di qualsiasi retorica occidentalista.
Il secondo elemento di cui tenere conto riguarda invece le generazioni precedenti, che comunque hanno partecipato in maniera significativa alle piazze di questi giorni, ed è lo storico sentimento filoarabo e in particolare filopalestinese che ha caratterizzato l’Italia per buona parte della storia repubblicana. Fino alla fine del secolo scorso la solidarietà con il popolo palestinese, il riconoscimento dell’ingiustizia storica che subiva e la presenza di legami concreti con quella realtà erano un patrimonio ampiamente condiviso nella politica e nella società italiane. Non solo a sinistra, ma anche, ad esempio, in buona parte del mondo cattolico. Negli ultimi due decenni, in particolare dopo l’inizio della «guerra di civiltà» seguita all’11 settembre 2001, l’élite politica e mediatica ha operato una forzatura enorme nei confronti di questo sentimento, spostando nettamente la posizione dell’Italia verso l’asse Usa-Israele. Ma legami e sentimenti profondi richiedono più di qualche editoriale sui giornali, per essere cambiati. Il rapporto tra questo elemento e il precedente non è stato privo di tensioni e conflitti in questi due anni, come del resto tensioni e conflitti strutturano la stessa società palestinese. Il vecchio internazionalismo e il nuovo anticolonialismo, pur parenti stretti, non parlano sempre la stessa lingua. L’urgenza della situazione, e l’irruzione sulla scena della Flotilla, come vedremo, hanno creato, anche in questo caso, spazi di convergenza.
In terzo luogo, non si possono capire le piazze oceaniche di questi giorni senza tenere conto del fortissimo senso di frustrazione di una parte della popolazione nei confronti dell’inazione del governo Meloni. La tensione tra parti di popolazione che, per le ragioni appena descritte, sentono in maniera fortissima la solidarietà con Gaza e un governo che, ancora più dei partner europei, non ha sostanzialmente mosso un dito sul tema, limitandosi a parole di generico auspicio per la pace e qualche limitato intervento umanitario, è cresciuta per quasi due anni. Una parte della popolazione, in ogni società, e in particolare in epoche di spoliticizzazione diffusa e bassa tendenza alla partecipazione, vive in un regime di delega implicita, in cui non si fa carico di alcune questioni, prime fra tutte le grandi crisi internazionali, perché si aspetta che qualcun altro, in posizione di autorità, se ne occupi. La percezione diffusa che il governo, l’Ue e la comunità internazionale non stiano facendo quasi nulla per fermare un massacro che avviene ogni giorno sotto i nostri occhi ha generato una frustrazione che ha trovato sfogo ed espressione nelle piazze di questi giorni. Se nessuno se ne occupa, la delega implicita viene ritirata. Parlando con chiunque, in piazza, emerge forte questo dato: non è possibile stare fermi e non fare niente, di fronte a quello che sta accadendo. Come dice il soldato italiano della Seconda Guerra Mondiale interpretato da Alberto Sordi nel film Tutti a casa (1960), nella scena finale, imbracciando la mitragliatrice e unendosi ai partigiani: «Non si può stare sempre a guardare».
La madre di tutte le ingiustizie
Su tutto questo, è intervenuta la scintilla della Global Sumud Flotilla. Quelli che, a livello di massa, erano sentimenti di solidarietà e frustrazione inespressi, hanno trovato nella missione umanitaria e politica tesa a rompere il blocco navale israeliano su Gaza attraverso la consegna di beni di prima necessità un oggetto concreto con cui identificarsi. In un’epoca e in un paese fortemente caratterizzati dalla sfiducia nei confronti delle istituzioni e della mediazione politica, oltre che nell’efficacia della partecipazione collettiva nell’influenzare le scelte delle autorità pubbliche, era difficile che decine di migliaia di persone trovassero un significato nel mobilitarsi per chiedere al governo Meloni di cambiare linea sulla questione palestinese. La presenza di un oggetto concreto e materiale come la Flotilla, che rappresentava e metteva in pratica il desiderio diffuso di solidarietà diretta, aggirando l’inazione dei governi, ha fatto scattare qualcosa. Ne scrivemmo oltre un mese fa notando il grande corteo che aveva accompagnato la partenza da Genova di alcune barche destinate a unirsi alla Flotilla. Di fronte all’emergenza (una delle parole chiave di quest’epoca), si attiva un senso di urgenza che richiede soluzioni materiali e immediate. La Flotilla ne ha fornita una. L’elemento di aiuto umanitario di questa missione ha anche permesso di attivare in suo sostegno soggetti sociali e politici che magari faticavano a schierarsi sulla questione di Gaza in termini politici. Il movimento si è fatto «equipaggio di terra» della Flotilla, identificandosi talmente con il destino della missione da sentire come intollerabile la sua interruzione forzata dall’intervento delle forze militari israeliane. «Se bloccano la Flotilla, blocchiamo tutto» ha iniziato a dire il movimento. «Se bloccano la Flotilla, facciamo lo sciopero generale» ha annunciato il sindacato. E così è stato.
A tutto ciò si aggiunge il fatto più interessante, per quanto non inedito, delle mobilitazioni di questi giorni: Gaza è diventata di fatto la metafora di tutto ciò che non va nel mondo. Le persone hanno iniziato a vedere nell’ingiustizia enorme subita dai palestinesi una forma estremizzata e violentissima delle tante ingiustizie che segnano la nostra società. Se a Israele è permesso di fare una cosa così grave e passarla liscia, che speranze abbiamo noi nelle nostre piccole e grandi battaglie? Se non si ferma neanche un genocidio trasmesso in diretta streaming, come possiamo sperare di cambiare qualsiasi altra cosa? Se i nostri rappresentanti istituzionali non sono capaci di fermare il genocidio, perché dovrebbero essere in grado di difendere la democrazia dall’offensiva dell’estrema destra? E, del resto, chi ci dice che la violenza spropositata che è stata riversata in questi due anni sui palestinesi non possa, un giorno, prendere di mira anche noi?
Il movimento per Gaza sembra essere diventato quindi una mobilitazione di ultima istanza: se non ci muoviamo neanche per questo, allora per cosa? La volontà di dire basta, di ribellarsi alla madre di tutte le ingiustizie, ricorda sicuramente le mobilitazioni contro la guerra in Iraq, all’inizio del secolo. La percezione di un tema la cui forza morale, in particolare in un paese come l’Italia, in cui politica e religione hanno radicato fortemente l’opposizione alla guerra, supera ogni altra e, di conseguenza, obbliga all’attivazione.
Diventa quindi difficile, ormai, distinguere l’indignazione per il genocidio palestinese da quella per il blocco della Flotilla o da quella per gli sfottò di Meloni ai lavoratori in sciopero. La scelta di attivarsi e protestare dipende molto spesso dalla percezione di una violazione degli standard di giustizia riconosciuti in una società. Indigna l’idea che si sia passato il limite, che quello che accade non sia più tollerabile. Questo vale per Gaza, ma, soprattutto per le fasce più giovani della popolazione, vale in generale per un sistema alle cui promesse ormai nessuno crede più e che ha perso, sul genocidio come nella vita quotidiana di molti, qualsiasi credibilità.
Piazze, urne e manganelli
In questa indignazione diffusa sta il potenziale di generalizzazione di questo movimento, che oggi è la principale opposizione sociale al governo Meloni. L’impressione è che ci sia un potenziale generativo, di semina, di sviluppo di altre mobilitazioni, ma sarebbe probabilmente un errore aspettarsi che questo movimento diventi direttamente qualcosa di diverso da quello che abbiamo visto finora. Come si diceva, la forza morale dell’opposizione al genocidio è qualcosa di unico e non replicabile. Chi è sceso in piazza per Gaza, magari ha riflesso in Gaza anche le proprie condizioni materiali di sfruttamento, ma è comunque sceso in piazza per Gaza e niente ci dice che farebbe lo stesso in piazze contro lo sfruttamento.
Gli ultimi anni ci hanno abituato a grandi esplosioni di partecipazione, quasi sempre legati a vicende caratterizzate da grande forza morale, da un senso di resistenza a violenza e oppressione. Basti pensare alle piazze che anche in Italia ha riempito nel giugno 2020 l’indignazione per l’omicidio di George Floyd, sotto lo slogan «Black Lives Matter», o alle mobilitazioni femministe che periodicamente rispondono ai casi di femminicidio: momenti di grande partecipazione per dimensione e intensità, e capaci di produrre un impatto culturale fortissimo e di lungo periodo, soprattutto sulle fasce più giovani della popolazione; più raro, invece, che sedimentino organizzazione o anche solo un ciclo di movimento prolungato.
Non è detto che ciò si ripeta nel caso delle piazze per Gaza, certamente uniche per rilevanza, ma vale sempre la pena di mettere in guardia dalle facili illusioni e dalla diffusa tendenza al wishful thinking che caratterizza la sinistra. Gaza è Gaza. La «rivolta sociale» di cui parla spesso il segretario generale della Cgil Maurizio Landini si può sicuramente alimentare dell’attivazione generata in questi giorni e del senso di ingiustizia diffusa di cui si parlava, ma deve svilupparsi con un percorso proprio. Non è tempo, insomma, di fare le mosche cocchiere o di provare di mettere le braghe al movimento, ma piuttosto, per le organizzazioni sociali e politiche, di aprirsi al movimento e lasciarsi alimentare, in un rapporto dialettico dal potenziale molto elevato.
Ciò che è facile da prevedere è che la destra al governo, oggi completamente ammutolita dall’esplosione di un conflitto sociale che non è minimamente attrezzata ad affrontare, aspetti con ansia lunedì, quando l’annuncio dei risultati delle elezioni in Calabria, in cui i sondaggi la danno in testa, potrebbe fornirle la risposta che oggi non ha. Poter dire all’opposizione: «Piazze piene, urne vuote» è sicuramente ciò che Meloni e soci desiderano di più al momento. Del resto l’establishment liberal ha già provato ad attribuire la sconfitta del centrosinistra nelle elezioni nelle Marche della settimana scorsa a una presunta deriva estremista e alle parole di solidarietà con la Palestina pronunciate dal candidato.
Argomenti deboli e strumentali, a cui la destra ricorre perché sa che, nel merito della questione, la netta maggioranza del popolo italiano sta con i palestinesi e con la Global Sumud Flotilla. Missione a cui del resto hanno partecipato anche quattro parlamentari del centrosinistra (due del Partito Democratico, una dell’Alleanza Verdi-Sinistra e uno del Movimento Cinque Stelle), scelta che non può che rafforzare la (normalmente debolissima) credibilità di quelle forze politiche di fronte a una parte di elettorato.
Più preoccupanti, invece, sono gli appelli law and order che il governo ha lanciato in questi giorni. Se le retoriche contro la Flotilla si sono rivelate spuntate, tanto è priva di ogni credibilità la voce di Israele di fronte a milioni di italiani, l’appello al manganello, invece, può funzionare. Non è un caso che le voci social della maggioranza in queste ore stiano girando al largo dal tema della questione (Gaza e la Flotilla), concentrandosi invece sui disagi provocati dagli scioperi e sulla necessità di mettere a freno il conflitto sociale. Il tentativo è di cavalcare il vento autoritario che viene dall’ovest, la voglia di reazione e di uomo forte di cui si alimenta anche il trumpismo, la caccia violenta al nemico interno, magari attraverso una legislazione più restrittiva sul diritto di sciopero.
Una scelta coerente con la natura del governo Meloni, che è un governo il cui consenso è tuttora ampio, tanto da farne un autorevole candidato alle future elezioni politiche del 2027, ma che non ha mai avuto una vera presa egemonica sulla società italiana. Meloni diventò presidente del consiglio nel 2022 sostanzialmente per la combinazione tra l’esaurimento delle altre leadership a destra (Berlusconi e Salvini), le divisioni nel centrosinistra e la credibilità offerta dall’essere stata l’unica visibile opposizione parlamentare durante il governo Draghi. In questi tre anni, Meloni è riuscita a mantenere il consenso barcamenandosi abilmente tra un’attività legislativa molto limitata e un grande sforzo di propaganda, soprattutto sul piano internazionale. Ma raccogliere consenso in un’Italia in cui sono sempre più vuote sia le piazze sia le urne non è la stessa cosa che dover affrontare un conflitto sociale di massa. Una cosa che Giorgia Meloni, almeno al momento, non sembra attrezzata a fare.
(****) ripreso da https://jacobinitalia.it





ora manifestazioni per scuola, sanità, lavoro
le reazioni scomposte da parte degli organi governativi stanno a dimostrare che hanno PAURA di perdere il controllo di una situazione ormai allo sfascio
voglio ricordare che nessuno di voi ha parlato di RANIA di GIORDANIA
PALESTINESE
eletta DONNA dell’ANNO 2025
in copertina sul 2025 book
“THE 500 MUSLIM MORE INFLUENCER IN THE WORLD”
oggi ho ricevuto l’invito dal NOBEL PEACE CENTER di partecipare in diretta
all’annuncio dell’assegnazione del NOBEL PEACE PRIZE 2025-data 10 Ottobre 2025
i nomi degli altri 224 partecipanti -non eletti-saranno resi noti fra 50 anni
elena
6 Ottobre 2025 9:24
Se solo tutti i partecipanti dei cortei andassero a votare si potrebbe cambiare il paese.
Tutti i partiti di sinistra antifascisti ufficialmente dichiarati e pro-costituzione, che rappresentano l’opposizione a questo governo dovrebbero unirsi in un’unica forza, anche se le loro opinioni divergono su alcuni temi secondari. Guardate i partiti di governo. Quasi nemici tra loro, ma per governare e fotterci sono tutti d’accordo.
A volte bisogna imparare le tecniche dall’avversario per riuscire a batterlo.
Dopotutto il fine etico ed umanitario potrebbe giustificare i mezzi? Penso di si, ma da utilizzare con parsimonia solo in momenti come quello attuale.
i sindacati, tutti uniti, per lo meno quelli di base + la Cgil, dovrebbero indire subito un altro sciopero generale per respingere al mittente i ricatti, le minacce e la preparazione di leggi liberticide del governo & Co.
sarebbe un segnale inequivocabile, a mio parere, di autonomia e libertà, di difesa delle istanze dal basso che hanno iniziato a reclamare giustizia e solidarietà internazionale.
forza, restiamo umani!