Una guerra cominciata molto prima del Plan Colombia
La storia è lunga. Le irrorazioni di marijuana cominciarono nella Sierra Nevada de Santa Marta e già allora provocarono proteste per gli effetti sulle comunità e sull’ecosistema. Negli anni Novanta la strategia venne estesa prima alle coltivazioni di papavero e poi alla coca.
Il rapporto TNI The Vicious Circle, pubblicato nel 2001, fotografava perfettamente il meccanismo. Nel febbraio 1994, quando iniziarono le grandi operazioni aeree contro la coca, il governo stimava circa 40.000 ettari coltivati. Negli anni successivi furono irrorate superfici enormi: fra il 1992 e il 1998 oltre 140.000 ettari di coca e 41.000 di papavero. Ma alla fine degli anni Novanta, nonostante le fumigazioni, secondo le stime statunitensi gli ettari di coca erano diventati oltre 120.000.
Con il Plan Colombia, sostenuto finanziariamente e politicamente dagli Stati Uniti, la strategia assunse dimensioni industriali. Dal dicembre 2000 le fumigazioni divennero uno degli strumenti centrali della guerra alla coca. Secondo i dati raccolti successivamente dal TNI, nell’arco di circa due decenni furono irrorati con erbicidi oltre 2,2 milioni di ettari. Ma eliminare una pianta non significa eliminare un mercato.
Quando un campo veniva distrutto, la coltivazione poteva essere ripiantata, spostata o frammentata in appezzamenti più piccoli e difficili da individuare. Uno studio sulle operazioni del 2008-2009 registrò forme di rinnovo delle coltivazioni nel 59% dei campi esaminati. Altri studi hanno descritto il cosiddetto balloon effect: comprimendo la produzione in un territorio, questa riappare altrove, spesso avanzando verso foreste primarie e zone ecologicamente fragili.
Una ricerca pubblicata nel 2025, basata sui dati municipali colombiani dal 2000 al 2015, è arrivata a una conclusione persino più radicale: in gran parte delle specificazioni statistiche analizzate, le fumigazioni risultano associate non alla diminuzione ma a un successivo aumento dell’estensione delle coltivazioni di coca.
Quando a essere fumigati sono i territori
Il problema, però, non è soltanto l’inefficacia. Gli erbicidi non riconoscono la differenza giuridica fra una pianta di coca e una coltivazione alimentare. Il TNI documentava già all’inizio del secolo danni a banane, yucca, cacao, mais e papaya, contaminazione delle acque e conseguenze sugli animali e sulle economie contadine.
Le denunce delle comunità sono proseguite negli anni: problemi dermatologici e respiratori, contaminazione delle fonti idriche, perdita dei raccolti e aborti spontanei. Uno studio pubblicato sulla Journal of Health Economics ha successivamente trovato un’associazione statisticamente robusta tra esposizione alle irrorazioni e aumento di problemi dermatologici e respiratori e degli aborti spontanei.
Anche sul piano ambientale il paradosso è evidente. Una politica presentata come strumento per eliminare coltivazioni responsabili della deforestazione può contribuire a spingerle ancora più dentro la foresta. Il campo distrutto viene abbandonato, un altro pezzo di vegetazione viene tagliato e la coca ripiantata. La guerra alla pianta finisce così per moltiplicare la propria impronta ecologica.
Lo stop del 2015
La svolta arrivò nel 2015. Dopo che l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC) aveva classificato il glifosato come “probabilmente cancerogeno per gli esseri umani”, il governo Santos applicò il principio di precauzione. Il Consiglio nazionale degli stupefacenti sospese le irrorazioni aeree e, il 30 settembre, l’autorità ambientale ANLA formalizzò la sospensione del programma in tutto il territorio nazionale.
La Corte costituzionale consolidò successivamente questa svolta. Con la sentenza T-236 del 2017 stabilì condizioni rigorose per una eventuale ripresa delle fumigazioni; altre decisioni hanno ribadito la necessità della consultazione preventiva delle comunità etniche coinvolte. La Corte ha soprattutto applicato il principio fondamentale secondo cui, quando esiste il rischio di un danno grave alla salute o all’ambiente, l’assenza di certezza scientifica assoluta non può diventare una scusa per non intervenire.
Il governo conservatore di Iván Duque provò a riaprire la strada alle fumigazioni. Nel 2019 avviò il procedimento per consentirne il ritorno e nel 2021 l’ANLA modificò il piano di gestione ambientale del programma. Ma la stessa autorità precisò che ciò non significava la ripresa delle operazioni, che rimasero sospese.
La parentesi Petro
Con Gustavo Petro la Colombia tentò invece di cambiare la domanda: non più semplicemente quanti ettari di coca possiamo distruggere, ma perché quelle comunità continuano a coltivarla?
La Politica nazionale sulle droghe 2023-2033, significativamente intitolata Sembrando vida, desterramos el narcotráfico, mise al centro diritti umani, ambiente e sviluppo rurale. La formula scelta era “ossigeno” alle comunità e ai territori e “asfissia” ai nodi economicamente più importanti delle organizzazioni criminali. La sostituzione volontaria e la costruzione di economie legali avrebbero dovuto prendere il posto della guerra indiscriminata ai piccoli coltivatori.
Non era una resa al narcotraffico, come sostenevano i critici. Era il tentativo di spostare la repressione dal fondo alla cima della catena: dalle famiglie contadine alle organizzazioni che trasformano, esportano e riciclano i profitti della cocaina.
Del resto gli stessi dati del Ministero della Giustizia colombiano sono impietosi: tra il 1994 e il 2023 sono stati sottoposti a eradicazione forzata complessivamente 2,9 milioni di ettari di coca, senza che questo abbia risolto il problema.
Il ritorno del vecchio paradigma
Ora il pendolo torna indietro. Il presidente De la Espriella ha promesso di utilizzare tutti gli strumenti disponibili contro le coltivazioni e il progetto pilota anticipato da Cambio rappresenta il primo passo concreto verso il ritorno degli aerei. Cambierà forse la sostanza chimica. Potranno cambiare gli ugelli, i sistemi GPS, le distanze di sicurezza e la precisione delle rotte. Ma rimane intatto il problema politico che il TNI aveva descritto un quarto di secolo fa.
Si continua a colpire la pianta perché è molto più facile che colpire le cause della sua economia. La coca cresce dove esistono povertà rurale, isolamento, assenza dello Stato e mercati illegali capaci di garantire ai contadini ciò che spesso l’economia legale non garantisce: un compratore, un prezzo e una strada commerciale. Se queste condizioni rimangono, distruggere un raccolto significa soprattutto creare le condizioni perché ne venga piantato un altro.
Ventisei anni dopo The Vicious Circle, la Colombia rischia così di entrare nuovamente nello stesso circolo vizioso: fumigare, distruggere, spostare, disboscare, ripiantare e fumigare ancora. La guerra alla droga torna ancora una volta ad essere, letteralmente, una guerra combattuta contro i territori e contro chi li abita.
(*) Link all’articolo originale: https://www.fuoriluogo.it/mappamondo/colombia-torna-la-guerra-chimica-alla-coca/
