Abbasso i capi

I falconi della settimana (ogni mercoledì): 27esimo appuntamento. Pensieri di libertà in libertà con Sergio Falcone

«Mi chiedi come è qui la gente. Come dappertutto. Offre uno spettacolo monotono il genere umano. Trascorre tutta la sua vita nel sopravvivere e quel po’ di libertà che gli rimane lo spaventa a tal punto che fa di tutto pur di liberarsene. Oh, sorte degli uomini». Wolfgang Goethe, I dolori del giovane Werther

 

Nel nostro Paese, non esiste la cultura dell’individuo. Non c’è la giusta valorizzazione della persona, essendo noi tutti e tutte unici, uniche e irripetibili.

L’individuo non è contrapposto alla società, come viene comunemente inteso. Essendo la società stessa composta da individui e non una massa informe.

In Italia per essere, cioè per esistere, devi appartenere. Devi essere strutturato in una qualche organizzazione. Tutte le organizzazioni conosciute sono gerarchiche e autoritarie. In virtù di tale appartenenza diventi immediatamente riconoscibile. Pena il non esserci, se non come fatto numerico e anagrafico.

A meno che tu non sia un leader. Allora il discorso cambia sensibilmente. Nella società neoliberista si affermano soltanto certi individui. In virtù della classe di appartenenza.

La società non esiste. La società, intesa come comunità e libera associazione di individui, è pura enunciazione e ipocrisia. Esistono, se va bene e se sono coesi, agglomerati mafiosi chiamati famiglie. Gli esseri umani si nutrono, defecano, si riproducono in maniera esponenziale e non vedono al di là ognuno del proprio naso. Tutto questo condurrà alla fine.

Il darwinismo sociale non è una anomalia proto-nazista ma una delle basi fondanti della società del capitale, che si configura come mercantile e divisa in classi. Una società regolamentata dal duro pagamento in contanti. Una società che è al tempo stesso medioevale, ottocentesca e, per l’appunto, nazista.

Joseph Déjaque

Abbasso i capi!

L’Autorità – La Dittatura

[Perseguitato da Luigi Bonaparte, esule a Bruxelles, a Londra, a Jersey, a New York, a New Orleans e di nuovo a New York, il tappezziere Joseph Déjacque (1821-1865) dal giugno del 1858 al febbraio del 1861 fece uscire negli Stati Uniti «Le Libertaire. Journal du mouvement social». Gli si fa risalire il termine “libertario” che prima di essere il titolo del citato giornale adoperò in un libello contro Proudhon – accusato innanzitutto di misoginia – pubblicato a New Orleans nel 1857 come lettera aperta. A bas les chefs! fu inserito sul numero 12 del suo giornale (aprile 1859) con il titolo L’autorité – La dictature ma fu ripreso col nuovo titolo in svariati opuscoli come quello pubblicato a Parigi nel 1912 (dichiarando 10.000 copie di tiratura) da Les Temps Nouveaux]

https://digilander.libero.it/wolfbruno/ABasChef.pdf

 

[Max Ernst, La Puberté Proche… (Les Pléiades), 1921]

 

Arturo Schwarz, da «Il Surrealismo, una filosofia della vita»
Un giorno mi è stato chiesto se il Surrealismo potesse essere italiano. Il Surrealismo non può essere italiano, così come non può essere francese, belga, tedesco o spagnolo. Dare al Surrealismo un luogo d’elezione geografico è già negarlo. Di che nazionalità era il primo surrealista, l’uomo che inventò la ruota? Essere surrealisti significa, in primo luogo, essere anarchici, con tutto ciò che il termine comporta, e cioè pura rivolta cosciente, rifiuto di ogni principio di autorità, di ogni sistema, di ogni gerarchia, di ogni violenza. Il Surrealismo, ricordiamolo, è amore, poesia, rivoluzione. Al pari del poeta, dell’innamorato, dell’alchimista, il surrealista è un paria, un solitario, anche quando milita in un gruppo, e allora lo stesso gruppo è un gruppo emarginato, fuori dal sistema, del quale nega le regole del gioco. La solitudine del surrealista è quella di Nietzsche e di Stirner, dove il confine tra solitudine ed egoismo è difficile da ritrovare. Perché l’amore del prossimo è operante solamente nella misura in cui il prossimo si ritrova nel Sé.. L’amore del Sé è il presupposto alla consapevolezza del Sé, e capire se stessi significa capire e amare l’altro. La trasformazione della società passa necessariamente dalla trasformazione dell’individuo; pensare l’inverso significa collocarsi in una prospettiva cattolica o marxista, per cui la felicità non è mai una realtà da conquistare per sé, ma una promessa per altri che dovrebbe realizzarsi in un ipotetico futuro, a patto, evidentemente, che si accetti di rinunciare oggi a quello che ci viene promesso per domani, esattamente come l’oste il cui cartello precisa: “Domani si fa credito”. L’egoismo del surrealista è individualismo – nel senso etimologico primo della parola “individuo” (in-dividuus), e cioè in-diviso: il surrealista aspira alla totalità, lotta per incarnare la lettera e lo spirito della rivoluzione, per essere verbo e azione, per conciliare il sogno e la realtà. Sui muri della Sorbonne una mano anonima aveva tracciato nel ’68:  «Prendo i miei desideri per realtà perché credo nella realtà dei miei desideri». Più che di Surrealismo – il termine implica già il concetto di scuola, di movimento organizzato – si dovrebbe parlare di surrealisti, o, meglio ancora, di spirito surrealista, così come si parla di spirito anarchico. Allora la domanda si formulerebbe in questi termini: possono esserci surrealisti italiani? Questa domanda mi ricorda il vecchio paradosso: “tutti i cretesi sono mentitori”… Sono italiano e mi ritengo surrealista e anarchico. E non sono l’unico a esserlo. In Italia hanno operato e operano poeti e artisti che si richiamano al Surrealismo. Ricordo una conversazione con André Breton: egli pensava che non potesse esserci un Surrealismo italiano; i fatti e i tempi giustificavano questo pessimismo. Non esistevano in Italia né i precedenti letterari – il Romanticismo – né i precedenti storici – il primo atto dell’89 fu di tranciare le due teste dell’autoritarismo: nobiltà e clero. Quando il Surrealismo si sviluppava in Europa, l’Italia era ancora immersa nella notte onnivora del medioevo. Fascismo e clero soffocavano sul nascere ogni velleità libertaria. Almeno due generazioni furono inghiottite dalle tenebre dense quanto bastava per trattenere il sole dall’altra parte della terra, per ostacolare il sorgere della consapevolezza solare, premessa e condizione di ogni attività surrealista. Ricollocato in un contesto storico, il Surrealismo è l’espressione contemporanea della corrente nera del Romanticismo. Alberto Savinio scrisse un giorno amaramente: «Le correnti del Romanticismo hanno seguito in Europa l’itinerario delle cicogne. Nei loro viaggi periodici dall’Europa all’Africa e viceversa, le cicogne attraversano la Francia da una parte e la Penisola Balcanica dall’altra, ma, o non sorvolano affatto l’Italia, o la sorvolano in un numero molto ristretto» (citato a memoria). Ma se fossi una cicogna, come potrei difendermi in viaggio dall’impressione perniciosa che non mi sto dirigendo dove vorrei? (Breton). E questo ci aiuta a capire che il sillogismo del filosofo greco, “tutti i cretesi sono bugiardi”, non è paradossale quanto sembra. Le eccezioni confermano la regola. Il surrealista, che è l’Unico (nel senso di Stirner), nasce in qualsiasi situazione perché egli è il Ribelle per antonomasia. Ascolta il suono della luce che cambia. Surrealismo e Dadaismo sono gli unici movimenti dell’avanguardia storica che siano nati non per impulso dei pittori ma dei poeti: di poeti che erano teorici anche della pittura. Per i surrealisti e i dadaisti l’arte andava intesa come attività totale,sottratta alla distinzione di arte e vita, alla divisione del lavoro, all’opposizione di teoria e prassi, sogno e veglia ecc. Ricordiamo una delle più citate “insegne” del Surrealismo, quel verso di Lautréamont per cui «la poesia deve essere fatta da tutti e non da uno» (Lautréamont 1870, p. 119, trad. it. p. 327). Breton aveva fatto suo il materialismo esoterico della filosofia alchimistica. Per il Surrealismo la bellezza è ovunque. Questo atteggiamento ottimista è proprio del rivoluzionario. L’ottimismo dei surrealisti era pari alla disperazione per l’infamia dell’ordine sociale esistente. Alla domanda cosa resta del Surrealismo oggi, risponderei: tutto. Non ho in mente arte o poesia, cinema e teatro, fotografia o libri. Penso a una filosofia della vita, a uno stato d’animo, a una morale, una purezza, un bisogno di libertà.. Come dalla nozione di lotta di classe o di inconscio, dal Surrealismo non si può tornare indietro: col Surrealismo, qualcosa è successo per sempre. La rivolta, per la sua stessa natura, rifiuta ogni filiazione; non ci si bagna due volte nello stesso fiume, Breton è il primo a ricordarlo: «A venti o venticinque anni la volontà di lotta si definisce in relazione a ciò che si trova attorno a sé di più offensivo, di più intollerabile. Sotto questo aspetto, la malattia che il mondo manifesta oggi differisce da quella manifestata durante gli anni Venti. In Francia, per esempio, lo spirito era allora minacciato di congelamento, mentre oggi è minacciato di dissoluzione. Non si erano ancora prodotte tutte le incrinature che colpiscono sia la struttura del globo che la coscienza umana (penso all’antagonismo irriducibile dei due ‘blocchi’, ai metodi totalitari, alla bomba atomica). È del tutto evidente che una simile situazione richiede da parte della gioventù di oggi reazioni diverse da quelle cui ha potuto portarci un’altra situazione, nella nostra gioventù» (Breton 1952, p. 197). Le opzioni fondamentali del Surrealismo conservano tutta la loro carica eversiva perché esprimono le aspirazioni più profonde dell’uomo. Queste aspirazioni non cambiano ogni vent’anni, o venti secoli. Breton può quindi a buon diritto sostenere che la nascita di un movimento più emancipatore non infirma «in nulla le tesi fondamentali del Surrealismo sui piani della poesia, della libertà, dell’amore. Quello che deve essere ripensato in funzione di dati interamente nuovi è il problema sociale. In questo senso – e non può essere che a titolo d’indicazione di ciò che mi sembra giusto – ricordo che non ho avuto paura di tornare indietro oltre Marx e di preconizzare nella mia Ode à Charles Fourier un riesame di ciò che resta vivo nella sua opera» (cit. in Breton 1952, p. 197). Il Surrealismo, «nato da un’affermazione di fede senza limiti nel genio della gioventù» (Breton 1945, p. n.n.), ha visto riaffermare, proprio dalla gioventù, nelle giornate del maggio 1968, le sue opzioni fondamentali. Breton se n’era andato da poco più di un anno, eppure la sua presenza tra i giovani era più reale di quella di qualsiasi altro rivoluzionario. Questa mostra vuole essere anche un omaggio al pensiero e alle scelte di André Breton, lo straordinario veggente che Marcel Duchamp ricordò con queste parole: «Breton amava come un cuore batte. Era l’amante dell’amore in un mondo che crede alla prostituzione […]. Egli ha incarnato per me il più bel sogno di giovinezza di un momento del mondo» (Parinaud 1966, trad. it. 1967, p. 46).

Crediamo – e per questo siamo anarchici – che l’autorità non può fare nulla di buono, o che se può fare qualcosa di relativamente buono, produce in cambio danni cento volte maggiori. Errico Malatesta (in Vernon Richards – Malatesta, Vida e ideas, p. 51)

 

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