Afghanistan, Ue, donne: un film perduto

di Heidi Vogt

ripreso da “Afghanistan – EU suppresses its own documentary film on afghan women’s prisons” (per Associated Press) del 15 novembre; traduzione e adattamento di Maria G. Di Rienzo.

Kabul, Afghanistan. Una donna sta scontando 12 anni di prigione per essere stata vittima di uno stupro. La seconda è in galera perché è fuggita da un marito violento. Entrambe dicono di voler raccontare le loro storie: su di esse un film è stato assemblato, accendendo un dibattito su quanto si è impegnata la comunità internazionale nella lotta per i diritti umani delle donne in Afghanistan.

Il documentario “In-Justice: The Story of Afghan Women in Jail” fu commissionato dall’Unione Europea, che ora ha deciso di non farlo uscire. L’UE sostiene che le due donne sarebbero in pericolo se il film venisse mostrato. Ma chi critica questa decisione dice che in essa entra la politica, e accusa l’UE di aver abbandonato un progetto relativo ai diritti delle donne per timore che esso danneggiasse la sua relazione con il governo afgano.

La pellicola narra una storia inquietante. Una delle donne di cui si parla è una 19enne che è stata violata e messa incinta da un cugino. Non era sposata e ha ricevuto una sentenza a 12 anni di carcere per aver fatto sesso fuori dal matrimonio, il che in Afghanistan è un crimine. Il giudice le disse che avrebbe potuto uscire di prigione se avesse acconsentito a sposare il suo stupratore, il quale ha ottenuto il proprio rilascio pagando mazzette. La giovane ha rifiutato. Ha dato alla luce sua figlia in prigione e ora si aspetta di doverla crescere là.

“Il numero di casi simili che finiscono in prigione è molto vasto” dice Heather Barr, ricercatrice per Human Rights Watch che sta lavorando a un rapporto sulle donne nelle prigioni afgane. Alcune delle più severe restrizioni che le donne subivano sotto i talebani, come l’essere bandite dalle scuole o il dover avere un accompagnatore di sesso maschile per poter uscire di casa, cessarono nel 2001 quando i talebani non furono più al potere. Ma l’Afghanistan resta una società profondamente conservatrice e dominata dagli uomini, il che significa che le donne sono ancora vendute ai mariti e che i diritti iscritti nella legge sono spesso ignorati in pratica.

Secondo i rapporti nelle Nazioni Unite e delle organizzazioni di ricerca, quasi la metà delle donne imprigionate in Afghanistan, circa 400, sono in galera per i cosiddetti “crimini morali”, come il sesso fuori dal matrimonio o il fuggire dai propri mariti, sebbene quest’ultimo non sia un reato neppure per la legge afgana. Sembra che le riforme legali non siano state d’aiuto, dice ancora Barr, e aggiunge: “Questo è davvero emblematico delle promesse fatte alle donne afgane nel 2001: stanno scoprendo durante gli anni che non erano affatto promesse, o che sono promesse non mantenute”.

L’altra storia narrata nel film rivela i problemi che le donne incontrano con la giustizia. La 26enne è scappata da un marito che la picchiava regolarmente. L’ha aiutata a fuggire un giovane uomo che lei dice di amare, ma con cui non ha mai avuto rapporti sessuali. Ad ogni modo è stata arrestata e imprigionata per adulterio, che in Afghanistan è anch’esso un crimine. La polizia sostiene che la giovane è colpevole perché non è vergine, ignorando il fatto che era già sposata. La sua condanna è stata di 6 anni. Il suo ragazzo è rinchiuso nella prigione maschile adiacente. Un muro impedisce loro di vedersi, ma si passano messaggi tramite le guardie carcerarie.

L’Unione Europea commissionò il film verso la fine del 2010, come progetto per occuparsi dei diritti delle donne in Afghanistan, secondo i documenti ottenuti da Associated Press. Le registe suggerirono il tema delle donne imprigionate per i cosiddetti “crimini morali” e l’UE accettò, stanziando circa 70.000 euro (o 96.000 secondo altre fonti confidenziali) per i costi di produzione. Poi, nel febbraio di quest’anno, l’Unione Europea cambiò idea, sostenendo che il documentario avrebbe danneggiato le due donne. Le negoziazioni fra la compagnia di produzione, Development Pictures, e l’UE si sono trascinate per mesi. Un e-mail mandata ai produttori in marzo indica due preoccupazioni: la sicurezza dei soggetti e la possibilità di creare problemi con il governo afgano. “La delegazione (UE) deve anche considerare le proprie relazioni con le istituzioni legali in connessione con l’altro lavoro che sta svolgendo nel settore” si legge nella e-mail a firma di Zoe Leffler, che supervisiona il progetto per le Nazioni Unite. In giugno, l’UE decide di non far uscire il film.

“L’Unione Europea ha deciso di ritirare il documentario solo perché vi erano reali preoccupazioni per la sicurezza delle donne in esso ritratte. Il loro benessere era e continua a essere la considerazione principale in questa faccenda”: questa è la dichiarazione fornita dall’UE ad Associated Press.

AP ha ottenuto le trascrizioni delle interviste in cui le donne davano il loro consenso a prender parte al film se esso fosse stato mostrato solo fuori dal Paese. L’UE ha pensato che vi fosse comunque il rischio che il film finisse su Internet, rendendolo così disponibile in Afghanistan. Chi ha realizzato il documentario sostiene che dovrebbero essere le donne a decidere: “Ogni potenziale rischio per le donne dev’essere bilanciato con il loro espresso desiderio di raccontare le loro storie, e noi abbiamo il loro consenso informato a fare ciò” dice la regista Clementine Malpas: “Alla fine è una decisione loro, e noi ammiriamo lo schietto coraggio con cui hanno parlato. Non spetta noi mettere un veto alle loro voci”. Malpas e altre persone coinvolte nella produzione hanno declinato l’invito a commentare ulteriormente, poiché sono vincolate per contratto a non discutere le negoziazioni con l’Unione Europea.

La 19enne vittima di stupro ha detto ad Associated Press di aver avuto la speranza che portando attenzione sul proprio caso sarebbe stata rilasciata. Ora quella speranza sta svanendo – dice – e sta considerando l’idea di sposare il proprio violentatore pur di poter uscire di prigione.

Il suo stupratore le sta facendo pressioni affinché smetta di farsi intervistare – ha aggiunto – spiegando perché non vuole che il suo nome o la sua fotografia appaiano in questo articolo

Nel frattempo, vi è nella comunità internazionale pro diritti umani la sensazione che una opportunità di parlare di un’istanza importante sia andata perduta. Georgette Gagnon, che dirige le politiche relative ai diritti umani in Afghanistan per le Nazioni Unite, dice che è particolarmente urgente parlare delle donne ingiustamente imprigionate in questo momento, prima che le risorse internazionali dirette all’Afghanistan si assottiglino con il ritiro delle truppe. “E’ ora o mai più” ha detto Gagnon: “Abbiamo un paio d’anni prima che il denaro, la copertura dei media e il sostegno si riducano grandemente”.

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