Aids: un giorno l’anno?

Per 24 ore in Italia si parla – per carità senza entrare nel dettaglio – di profilattici. I media agitano le sigle Aids (o Sida) e Hiv dando per scontato che tutto sia chiaro. Si accenna che il virus si trasmette con rapporti sessuali, sangue contaminato (nelle trasfusioni) o da madre a bambino.

Oggi è il 1 dicembre. Si ricorda che ogni anno di Aids muoiono circa due milioni di persone e altrettante (un po’ di più) contraggono il virus. Si discute dove e come sia nata la malattia: quel maledetto giorno d’inizio è il 5 giugno1981 a Los Angeles ma prima il virus dov’era? Si ragiona anche se per la cura – assai costosa – abbia più merito Robert Gallo o Luc Montagnier. Forse in queste ore si accennerà ad «Aids, lo scandalo del vaccino italiano» (appena uscito) di Vittorio Agnoletto e Carlo Gnetti, con prefazione appunto di Gallo.

Informazioni e discussioni utili. Ma qualcosa si tace pure il primo dicembre.

   Per esempio conoscete Thabo Mbeki, l’ex presidente del Sudafrica? Un bell’uomo, balla benissimo. Cosa c’entra? Lui ha ripetuto che l’Aids non esiste o comunque non riguarda la gente perbene. Infatti in mezza Africa dilaga. Sembra di leggere «I promessi sposi» di Manzoni: «Al primo parlar che si fece di peste, don Ferrante fu uno de’ più risoluti a negarla, e sostenne costantemente fino all’ultimo, quell’ opinione (…) Su questi bei fondamenti, don Ferrante non prese nessuna precauzione contro la peste; gli s’attaccò; andò a letto, a morire».

Mbeki non è mica l’unico don Ferrante in circolazione. Ce ne furono sin dall’inizio: siccome pareva che la malattia colpisse soprattutto gli omosessuali, la chiamarono la sindrome dell’ira di Dio. Si potrebbe fare un museo con tutte le stupidaggini dette e uno spazio lo avrebbe il ministro italiano che sancì: «L’Aids è una malattia che chi non se la va cercare non la prende». Era molto tempo fa ma da poco un famoso calciatore italiano l’ha ridetto: una punizione divina, per questo colpisce i gay.

La faccenda della trasmissione sessuale inquieta ancora molta gente, ben più del fatto che tanti muoiano per mancanza di farmaci o si ammalino perché in molti Paesi non c’è prevenzione. O sia vietato dire preservativo.

Altro tema quasi tabù: i sieropositivi (circa 150mila in Italia) come vivono? Non possono stipulare un’assicurazione sulla vita o fare un mutuo. Anche se molti di loro hanno esistenze comuni, con famiglie, lavoro, figli… vengono trattati ben diversamente da chi ha una cardiopatia o il diabete. Paura? O soprattutto uno stigma sociale? Nel libro «L’Aids e le sue metafore» Susan Sontag spiega: «le malattie più terribili oltre a essere mortali sono disumanizzanti». E aggiunge: «gruppo a rischio è una categoria inventata dai burocrati. In apparenza è neutra ma fa rivivere l’antica idea di una comunità infetta, che la malattia ha giudicato». Sono parole che Sontag ha scritto molti anni fa ma valgono anche oggi, nonostante esistano cure più efficaci. Chi è malato deve fare i conti con la «morte sociale».E con la fatica di doverlo dire a tutti; di ripetere che l’Hiv non si trasmette schizzando sudore o starnutendo; o che nei rapporti sessuali occasionali il profilattico è d’obbligo.

E non basta ricordarlo il 1 dicembre.

UNA BREVE NOTA

Invece di tracciare il bilancio di un anno con informazioni che – almeno per quell’unico giorno – quasi tutti i media mettevano a disposizione, ho preferito ragionare su alcuni rimossi e sulle zone d’ombra. Lo avevo già fatto a Ferrara con un “dialogo” (potete leggerlo qui: Aids, per due voci in data 1 dicembre 2010) e ho voluto riprendere quel filo che… troppo spesso si perde. Specie in Italia dove persino la parola preservativo – figuriamoci il resto – deve avere un visto: se va bene è in “libera uscita” un giorno l’anno, appunto. Poi vale l’antica ipocrisia del “si fa ma non si dice” e chi non sa… peggio per lui. (db)

Redazione
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