Ancora su «Trasformare il maschile»

di Beppe Pavan (*)  

Credo non sarà l’unica volta che parlerò di questo libro: nel mio gruppo ne ho vendute poche copie, mentre fare brevi sintesi di qualche capitolo mi sembra che sia strada più facile per farlo conoscere. Non parlerò ovviamente del capitolo che ho scritto io, anche se mi piacerebbe avere qualche riscontro… Un libro scritto a più mani, da uomini di Maschile Plurale e non solo.

Comincio dal capitolo scritto da Marco Deriu, che ha un titolo molto evocativo: DI FIGLIO IN PADRE IN FIGLIO. Parla di paternità, come spesso e volentieri abbiamo fatto e facciamo noi nel gruppo: prima come figlio e adesso come padre, esperienza che condivide in relazione di «asimmetria incolmabile» con una donna… Ecco una breve citazione da pag. 78:

«Ci sono momenti in cui il bambino strilla e vuole la madre per accedere a un nutrimento fisiologico e affettivo. In quei momenti come padre spesso provo molta frustrazione. Per quanto cerchi di essere affettuoso, di abbracciarlo, coccolarlo, in quei momenti il mio ruolo è del tutto secondario e vivo un forte senso di impotenza che naturalmente mi sforzo di accettare, ma che non è emotivamente e psicologicamente indifferente. E’ come se – in quelle specifiche circostanze – mi rendessi conto che il mio corpo non è, e non può essere, un corpo nutriente. In un certo senso è un corpo ‘freddo’, o ‘arido’, o quantomeno percepito come tale. Anche tutti gli allontanamenti del bambino dalla madre o della madre nei primi mesi vanno attentamente programmati e organizzati ed espongono il padre comunque a un fondo di incertezza.

Ho sempre riflettuto sulle differenze tra uomini e donne, ma non immaginavo quanto profonda potesse essere questa sensazione di asimmetria. In certi momenti ho sentito proprio una sorta di invidia del seno. L’invidia della sensazione di poter calmare, rasserenare o soddisfare un bambino semplicemente con l’accesso al proprio corpo, come fonte di nutrimento».

L’invidia del seno… Asimmetria incolmabile… La gestazione, il parto, l’allattamento… Ma la cura! La cura può e deve essere condivisa. Con il proprio corpo, con il decisivo contatto fisico tra padre e figlio, tra padre e figlia…

Ho riletto il primo capitolo del libro di Tiziano Scarpa «Le cose fondamentali» (Einaudi 2010):

«Tua madre è uscita a prendere un po’ d’aria. Da quando sei nato è la prima volta che si allontana da te. Siamo rimasti soli in casa, tu e io. Hai cominciato a piangere. Ti ho preso fra le braccia e ti ho cullato, ma non smettevi di strillare. Camminavo avanti e indietro per il corridoio, tenendoti su con un braccio. Con l’altra mano ti accarezzavo la testa. Ho mormorato anche una specie di canzone. Niente da fare, gridavi sempre più forte, con la faccia appoggiata alla mia spalla, mi assordavi.

– Che cosa c’è, bambino mio -. Ti parlavo per continuare a farti sentire il suono della mia voce, variando la modulazione, visto che la cantilena non aveva avuto effetto. Ti sussurravo nell’orecchio. – Che cosa c’è.

Iniziavo a pensare che fosse colpa mia, magari avevo sbagliato qualcosa, non so, forse ti tenevo male in braccio, devo ancora imparare bene.

Dopo un po’ ho chiamato tua madre, avvicinando di proposito il telefono alla tua bocca, mentre tu gridavi.

– Lo senti? – ho chiesto a Silvana.

– Arrivo fra un attimo, – ha detto lei.

Nemmeno un’ora avete resistito a stare lontani uno dall’altra, voi due.

Ho aspettato. Non sapevo che cosa fare. Tu continuavi a piangere. Allora ti ho posato con delicatezza sul tavolo in cucina, a pancia in su. Avevi il volto congestionato, gli occhi erano spariti dentro le pieghe della faccia, le manine contratte. Sono rimasto a guardarti, incredulo che da un corpicino così piccolo potessero uscire spifferi di voce talmente potenti.

Mi sono sfilato il maglione. Ho sbottonato la camicia, me la sono tolta. Via anche la maglietta. Sono rimasto a torso nudo. Ti ho ripreso in braccio e ti ho avvicinato al petto, tenendoti un po’ più in basso di prima.

Non c’è stato bisogno di darti nessuna istruzione. Le tue labbra minuscole hanno cercato da sole. Si sono fatte strada sulla pelle, fra i peli, quasi brucando. Mi facevi un po’ di solletico. Hai trovato il capezzolo (non so come tu abbia fatto a capire che era un capezzolo, il mio è talmente piccolo). Hai cominciato a succhiare, con metodo. Le tue guance si muovevano da sole, del tutto autonome, stavano eseguendo una procedura conosciuta da qualche milione di anni. Ma questa volta qualcosa non stava funzionando. Hai increspato la fronte, non riuscivi a credere che il rubinetto fosse già secco. Hai afferrato i peli sullo sterno con le dita, tiravi. Hai ciucciato più forte, con rabbia, mi facevi male.

Mi dispiace, ma devi capirlo in fretta che non uscirà sempre latte da ogni capezzolo a cui ti attacchi. Meglio che lo impari subito.

– Mi dispiace, piccolo -. Te l’ho detto anche a voce alta. Chissà quante volte, da oggi in poi, non ti potrò offrire quello che ti serve.

Tu ci hai dato dentro, hai aumentato ancora l’intensità della suzione. Devo avere fatto una smorfia, dal brivido che ho sentito.

– E’ meglio che lo impari anch’io, – ho mormorato.

Non so chi dei due ha ceduto prima. A un certo punto ti sei staccato. Hai allontanato la testa, all’indietro, gridando a tutta forza. Mi sono guardato il petto, il capezzolo era solo un po’ arrossato. Ho massaggiato la mammella. Ho sentito un rumore alla porta, le chiavi che giravano nella serratura. Mi sono mosso rapidamente, ho arraffato i miei vestiti e sono entrato in bagno con te in braccio, appena in tempo. Ti ho controllato le labbra. Per un attimo, mi ero illuso che potessero essere sporche del mio sangue.

Sono diventato molto attento e sensibile a questa possibile relazione fisica – che non ho mai pensato di praticare con mia figlia e mio figlio – da quando un’amica aveva reagito con veemenza alla pubblicazione di un piccolo articolo su Uomini in Cammino 3/2005:

Papa’, perche’ hai le tette ? (da un articolo di Enrico Franceschini su La Repubblica del 15.6.05)

(…) ‘Non sono tette, sono muscoli’ risponde alla bambina il protagonista del film The pacifier (Il ciuccio). La distinzione potrebbe tuttavia essere irrilevante per i neonati dei pigmei Aka, tribù di cacciatori del Congo settentrionale. Quando le madri non sono disponibili e i poppanti piangono, infatti, gli uomini della tribù se li attaccano alla mammella lasciandoli succhiare a piacimento: di latte non ne esce, ovviamente, ma i piccoli si calmano. Partendo da questo dato antropologico, un simposio dell’università di Oxford afferma che il capezzolo maschile è perfettamente equipaggiato per tranquillizzare i bebé: e che nell’era preistorica tale comportamento poteva essere la norma tra i padri di famiglia.

Non soltanto perché si lasciano succhiare i capezzoli, gli Aka sono ‘i papà migliori del pianeta’, secondo ‘Father World’ (‘Il mondo del padre’), un rapporto stilato dal convegno di Oxford. Sono generalmente loro che si alzano la notte se i figli si svegliano e ad occuparsi della prole per buona parte della giornata: in una graduatoria internazionale sul tempo trascorso con i bambini durante una settimana tipica, i pigmei del Congo risultano al primo posto, con il 47 per cento, la percentuale più elevata della Terra.

(…) In generale il rapporto registra una crescita globale dell’impegno dei padri nell’allevare i figli rispetto a una o due generazioni fa: in Gran Bretagna, per esempio, negli ultimi trent’anni è aumentato di otto volte, dunque non bisogna più meravigliarsi se un padre spinge un pupo in carrozzina.

Quanto a offrirgli la mammella, ‘conosco casi del genere anche nel Regno Unito, senza bisogno di andare tra i pigmei’ nota Caroline Flint, presidente dell’Associazione Levatrici: ‘Non che i papà dicano ‘attaccati alla mia tetta’, ma succede che il neonato, annusando il petto del padre, trovi il capezzolo e glielo succhi. I papà di solito restano di stucco, ma i bambini sembrano soddisfatti’.

E così, commenta il Times, sappiamo finalmente perché gli uomini hanno i capezzoli.”

La reazione di quell’amica era stata: lasciateci almeno quello! Come se, sulla strada del cambiamento, gli uomini volessero usurpare ‘anche’ quella relazione esclusiva e fantastica tra il cucciolo affamato e la madre nutriente… Non mi ha convinto quella reazione, ma ha avuto il grande merito di farmi proseguire nella riflessione. L’asimmetria resterà incolmabile, ma non quella tra i capezzoli.

A proposito: chissà se la mia amica ha letto della “vagina maschile”… Me l’ha segnalata mia figlia:

«Due note riviste scientifiche – BMJ Case Reports e Clinical Anatomy – riportano che anche i maschi possiedono la vagina: una parte anatomica dell’apparato genitale che si riteneva fosse esclusiva del genere femminile.
 In una precedente intervista il dottor Vincenzo Puppo, medico-sessuologo, ricercatore-scrittore del Centro Italiano di Sessuologia, ci aveva già spiegato che le donne devono cominciare a usare, per gli organi genitali esterni, il termine “vulva” (e clitoride, piccole/grandi labbra) invece che vagina.
E questa sua affermazione ha un suo perché.

Ma cerchiamo di comprendere meglio, domandandolo direttamente al sessuologo.


Dottor Puppo, allora esiste veramente una vagina anche negli uomini?
«Sì, da molti decenni gli esperti di Anatomia Umana l’hanno descritta nei testi specialistici: all’interno della prostata maschile, tra le ghiandole prostatiche e tra i due condotti eiaculatori, si trova una cavità tubuliforme di 1-2 centimetri (raramente di 6-8 centimetri) che termina con una estremità a fondo cieco, che ha la stessa struttura anatomica della vagina femminile. E, a volte, uno o entrambi i condotti eiaculatori sboccano nella vagina maschile invece che nell’uretra prostatica» 
(La Stampa.it Salute – 21.2.13).

Può darsi che sia una scelta precisa, da parte di qualche scienziato, dare lo stesso nome a due “cavità” ben diverse del corpo femminile e del corpo maschile. Troveremo un termine appropriato per nominarne la differenza, ne sono certo. Ma, intanto, l’asimmetria è e resterà incolmabile. E affascinante. Attraente. Piacevolissimamente attraente.   

(*) Il libro in questione, curato da Salvatore Deiana e Massimo M. Greco, è stato già recensito in blog. Riprendo questo intervento di Beppe Pavan dalla rivista «Uomini in cammino» (numero 1 del 2013); ricordo che chi vuole riceverla – on line o in versione cartacea – può richiederla a Pavan, corso Torino 117 – 10064 Pinerolo, scrivendo a carlaebeppe@libero.it oppure ai numeri 0121/393053 o 3391455800.

 

 

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