Argentina: i desaparecidos della Mercedes-Benz

di David Lifodi

Qualche mese fa, quando il presidente della casa automobilistica Mercedes Benz Dieter Zetsche decise di lanciare una campagna pubblicitaria in cui appare la foto del Che immortalato da Alberto Korda con il logo a tre punte della celebre marca sul basco al posto della stella rossa, non immaginava che avrebbe scatenato un putiferio.

Mercedes Benz in Argentina significa dittatura e repressione: lo ha raccontato bene nel documentario Milagros no hay  la giornalista Gabriela Weber, la cui opera è tratta da una storia vera, quella dei quattordici operai desaparecidos durante gli anni del regime militare (1976-1983) grazie alla delazione dei dirigenti della stessa Mercedes. Non si tratta dell’unico caso in cui è dimostrato che la famosa casa automobilistica aveva un legame strettissimo con la dittatura: una figlia di genitori sequestrati e uccisi nel sinistro centro di detenzione clandestino di Pozo de Banfield (nella provincia di Buenos Aires) accusa dirigenti della Mercedes di aver partecipato alla spartizione dei figli nati nelle prigioni di tortura e sottratti ai genitori una volta che questi ultimi erano stati eliminati. Ma andiamo con ordine. Héctor Ratto è uno dei tre lavoratori della Mercedes sopravvissuti al sequestro di persona operato dal Batallón 601, il servizio di intelligence che agiva su delazione dei capetti interni all’azienda per conto del regime militare. Il 12 Agosto 1977 Ratto fu condotto al “Campito”, il centro clandestino Campo de Mayo trasformato in quartier generale dell’esercito: stava lavorando in una fabbrica della Mercedes Benz nella località di González Catán (ai margini di Buenos Aires), come faceva ogni giorno, quando fu sequestrato e detenuto illegalmente. Héctor racconta che le torture erano state talmente atroci da avere le braccia paralizzate e furono i suoi stessi aguzzini a doverlo aiutare per vestirsi, poiché da solo non era in grado di farlo. Oltre a raccontare le torture quotidiane, protrattesi per molto tempo, Ratto ha sostenuto più volte ciò che aveva affermato coraggiosamente di fronte al giudice durante la prima udienza tenutasi nel 1985, solo due anni dopo la fine della dittatura: Juan Rolando Tasselkraut, allora direttore della casa automobilistica, diede ai militari l’indirizzo di uno dei colleghi di lavoro di Ratto, Diego Nuñez, che sparì quella notte stessa. La simpatia e la vicinanza della Mercedes per la dittatura che si installò alla Casa Rosada nel 1976 in seguito al golpe capeggiato da Videla è presto spiegata. Fin dagli anni ’60 i sindacati delle marche automobilistiche erano tra i più politicizzati, e nella fabbrica di González Catán era sorta una corrente sindacale di sinistra che si opponeva al sindacato giallo della Smata (Sindicato de Mecánicos y Afines del Transporte Automotor). A capo della Smata stava José Rodríguez, sindacalista filopadronale legato a doppio filo con il ministro del lavoro della presidenta Isabelita Perón, Carlos Ruckauf: il suo compito era quello di boicottare la nascita dei sindacati indipendenti e ridurre a più miti consigli eventuali elementi ritenuti “sovversivi”. C’è di più: nel 1975, pochi mesi prima del golpe, i montoneros avevano sequestrato un alto dirigente della Mercedes: per ottenerne la liberazione la casa automobilistica fu costretta ad umiliarsi sulla stampa chiedendo la pubblicazione di un articolo in cui chiedeva scusa ai suoi dipendenti per “l’attuazione di politiche contrarie ai lavoratori”. A golpe effettuato i primi a sparire furono i delegati sindacali della Mercedes: le vedove hanno più volte ipotizzato che dietro al loro rapimento ci fossero i dirigenti dell’azienda. Infine, il legame tra Mercedes e generali era determinato dagli ottimi affari che la casa automobilistica concludeva con l’esercito argentino: Mercedes ancora oggi rappresenta una tra le maggiori holding industriali europee nella produzione e vendita delle armi, oltre che nel commercio di automobili. Ratto nel 2002 ha deciso di intentare una causa giudiziaria presso il tribunale bonaerense di San Martín, ma in un decennio sono stati compiuti pochi passi avanti, mentre il dirigente Tasselkraut, tornato in un secondo momento ai vertici della Mercedes, si è potuto permettere di liquidare come “stupidaggini” le accuse, provenienti da più parti, di connivenza della casa automobilistica con la dittatura. Nel frattempo, i familiari dei quattordici operai scomparsi ed i tre sopravvissuti, tra cui Ratto, hanno provato  presentare una causa civile negli Usa poiché la Mercedes-Benz è azionista della statunitense Chrysler. La scelta di rivolgersi alla giustizia a stelle e strisce era inoltre motivata dal fatto che in Argentina e Germania (la patria della Mercedes) la possibilità di intentare una causa civile è caduta in prescrizione, al contrario degli Stati Uniti. Nonostante un tribunale della California abbia respinto in prima istanza la causa civile, Mercedes-Benz ha poco da rallegrarsi poiché la sua immagine non ne è uscita nel migliore dei modi, anzi, ha dovuto difendersi da un’altra accusa altrettanto infamante. Victoria Mojano Artigas, figlia di genitori desaparecidos, nacque nel centro clandestino di Pozo de Banfield, noto per essersi presto trasformato in un mercato di niños robados. Sua madre, María Asunción Artigas Milo, era incinta di quattro mesi quando se la llevaron gli squadroni della morte. Eliminati i genitori, Victoria fu consegnata nelle mani di María Elena Mauriño e del marito Víctor Penna, fratello del commissario Oscar Penna, a capo della famigerata Brigada de San Justo, al servizio diretto del generale Ramón Camps (non più in vita), responsabile di migliaia di sparizioni nella provincia di Buenos Aires.  E’ stato grazie alle Abuelas de Plaza de Mayo che la ragazza ha conosciuto la sua vera storia e, durante una sua testimonianza, ha dichiarato che ad alcuni dirigenti della Mercedes erano stati venduti bambini in fasce, nati nei centri di detenzione clandestini e strappati ai loro legittimi genitori. Di più: il 3 Aprile 2002 fu il responsabile degli Affari Legali della Mercedes, Rubén Pablo Cueva, ad ammettere in tribunale che la stessa casa automobilistica aveva donato all’ospedale militare di Campo de Mayo, altro centro conosciuto per la maternidad clandestina, strumenti ospedalieri per neonatologia e ostetricia. Da qui se ne deduce che Mercedes ed i suoi vertici non solo erano a conoscenza di cosa avveniva nei centri di tortura, ma appoggiavano alla luce del sole la repressione della giunta militare e partecipavano attivamente alla spartizione dei neonati nati dai figli di quelli che di lì a poco sarebbero stati desaparecidos.

E’ per questi motivi che la campagna di promozione “Car Together”, a cui hanno studiato gli esperti di comunicazione della Mercedes, ha fatto infuriare l’Asociación de ex Trabajadores y Familiares de Desaparecidos della casa automobilistica, ma anche tutti coloro che hanno un minimo di coscienza civile: utilizzare l’icona del Che, il rivoluzionario latinoamericano per eccellenza, per pulirsi la coscienza e cancellare le responsabilità dirette della Mercedes con il terrorismo di stato è vergognoso.

Redazione
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Un commento

  • La Mercedes che abusa un simbolo rivoluzionario come quello di Ernesto Guevara è un ossimoro intollerabile.

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