Bologna: «Istruttoria pubblica» per Prati di Caprara

di Vito Totire (*)

PREMESSA

Illustrerò il punto di vista di due associazioni, una locale (circolo “Chico” Mendes) federata a una nazionale che è la AEA; cioè Associazione Esposti Amianto: il documento scritto che consegniamo alla segreteria della «istruttoria pubblica» è condiviso e comune.

Abbiamo scritto in un nostro documento del 18 maggio 2018 che i Prati di Caprara furono il sito in cui si consumò l’ultima condanna a morte del nascente Stato italiano unitario ai danni di un soldato di soli 19 anni, Giuseppe Ungaro; siamo sicuri che questa istruttoria pubblica contribuirà a salvare invece i Prati di Caprara dalla morte e dalla “mutilazione” per cementificazione.

QUADRO DI RIFERIMENTO AMBIENTALE (qualità dell’aria)

Solo pochi ostinati, ma ancora potenti, soggetti continuano a livello mondiale a negare la gravità della situazione ambientale planetaria con i connessi rischi anche per la sopravvivenza della vita a partire da alcune aree del pianeta. La drammaticità della situazione pone da tempo la necessità di “tirare il freno di emergenza” e di ridurre le emissioni climalteranti e in particolare quelle da fonti energetiche non rinnovabili. Le recenti insistenze di alcuni Paesi a perpetrare strade sbagliate con la “riabilitazione” di matrici fossili o anche dell’amianto danno una idea della gravità della situazione derivante dalla mancanza di unanimità nell’adottare strategie ecosostenibilii. In questo quadro occorre mettere in campo un’assidua capacità di resistenza palmo a palmo contro la deforestazione e la cementificazione-impermeabilizzazione del suolo;

I dati epidemiologici riguardanti gli abitanti delle aree metropolitane sono chiari e impressionanti: fanno emergere evidenze sempre più nitide di un danno alla salute umana non solo grave ma anche sistemico piuttosto che limitato a un singolo organo o apparato-bersaglio.

I danni alla salute causati dall’inquinamento ambientale non sono perseguiti penalmente ma ciò non dipende dalla loro rilevanza quanto dalle maggiori difficoltà (rispetto alle lesioni o gli omicidi colposi occupazionali) di individuare le “posizioni di garanzia” anche se con le recenti truffe sul diesel le cose potrebbero cambiare.

In origine l’impatto dell’inquinamento e quello da traffico veicolare si è evidenziato a carico dell’apparato respiratorio; se la evidenza del rischio per le vie respiratorie è di antica data , come per l’amianto, le istituzioni hanno “scoperto” i problemi sempre con tanti decenni di ritardo. Possiamo citare evidenze epidemiologiche quantomeno risalenti al 1983 (se non prima) a proposito della azione cancerogena dei fumi diesels; i fumi diesels sono oggi ormai in LISTA I come agente cancerogeno occupazionale certo per il polmone, questo dal 2014 (in Italia). Ciononostante solo pochi anni fa abbiamo dovuto sostenere un procedimento contro l’Inail anche in sede di appello per ottenere il riconoscimento di causa lavorativa per un tumore polmonare che ha ucciso un tassista di Bologna. Quanti altri casi si sono verificati oltre questa “punta dell’iceberg” fra i lavoratori della strada, vigili compresi ? forse non lo sapremo mai!

Le recenti discussioni e tira e molla sul problema dei veicoli diesels sono tardive e penose; ovviamente viene riproposto lo “schema amianto”: si produce una merce nociva e poi i vincoli più onerosi (bonifica finale, blocco del mezzo, ecc.) sono a carico dell’ultimo anello della catena vale a dire del consumatore. Il “povero” a cui è stato venduto il veicolo inquinante (o la merce nociva e/o cancerogena) ora non può più usarlo neanche per andare a lavorare! In verità – a proposito di impatto sanitario – in rapida successione si è evidenziato che , a causa in particolare delle particelle ultrafini che possono superare la barriera alveolare, il danno da esposizione a inquinanti si produce anche a carico dell’apparato cardiovascolare. Sulla questione generale sono disponibili stime fatte a Milano circa l’impatto sanitario degli NO2 al cui eccesso sono stati attribuiti, in quella città, 594 decessi /anno. Non mancano stime anche per Bologna sia pure correlate ad altri parametri: nel 2017 si sarebbero verificati 82 decessi attribuibili alle alte concentrazioni di PM10 (erano stimati 67 nell’anno precedente); 146 attribuibili agli altri livelli di PM2.5 contro i 108 dell’anno precedente. Sono stime difficili, certamente non esaustive e peraltro approssimate per difetto, anche perché è poco attendibile fare calcoli per singolo inquinante – NOx, benzene e formaldeide (che hanno entrambi potere cancerogeno e leucemogeno), nanoparticelle vecchie e “nuove”, vedi quelle additivate ai pneumatici di nuova generazione (NOTA 1) oppure le fibre del kevlar (di cui nessuno si occupa; NOTA 2) che ha sostituito l’amianto nei freni – tuttavia la sostanza complessiva della questione rimane evidente. In termini di riduzione della speranza di vita e di salute l’impatto è talmente enorme da superare persino dal punto di vista quantitativo l’eccesso di mortalità per amianto delle OGR e della Casaralta- messe insieme; da queste due fabbriche sono emersi 267 decessi asbesto correlati secondo le valutazioni Ausl (aggiornamento aprile 2017) e 650 secondo i rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza. La discrepanza di dati è relativa alla “incertezza” che la Ausl attribuisce alla eziologia di diversi tumori extrapolmonari; ovvio che questo non fa passare in seconda posizione la vicenda dell’amianto a Bologna considerato che l ‘eccesso di mortalità per amianto è emersa da una coorte numericamente molto esigua rispetto alla popolazione generale esposta agli inquinanti prodotti dal traffico veicolare. L’accostamento deve tuttavia farci riflettere, considerato che il diritto alla salute è certo una prerogativa di una coorte e di una collettività ma è anche un diritto individuale della singola persona. Infine recenti indagini (epidemiologiche ed anatomopatologiche pubblicate dalla rivista Lancet) hanno correlato il fattore di rischio consistente nel risiedere nei pressi di strade ad alto o medio o basso traffico veicolare, anche per il morbo di Alzheimer, il che peraltro non risulta essere una novità assoluta poiché sono noti casi storici di intossicazione mortale mediati da alimenti inquinati coltivati ai bordi delle autostrade. Né va dimenticato che molti degli inquinanti prodotti dal traffico veicolare alla azione cancerogena associano pure quella immunodepressiva sull’uomo e sull’animale.

Si tratta di considerazioni che abbiamo già fatto nelle nostre osservazioni al progetto del cosiddetto “passante” di Bologna , progetto catastrofico che parrebbe destinato a essere archiviato.

La posizione dell’area dei Prati di Caprara prossima all’Ospedale Maggiore è stata, da sempre, trascurata e l’area necessitava da tempo di essere riqualificata o “rigenerata” per usare un termine che si è radicato nel dibattito locale da diversi mesi (vedremo che il termine è adottato anche da INVIMIT). Nel settecento il perimetro attorno agli ospedali – per una forma di attenzione alla salute e al riposo dei ricoverati – veniva cosparso di paglia al fine di attutire i rumori delle carrozze di passaggio. Non si può dire che sia stata riservata all’Ospedale Maggiore una attenzione analoga e questa disattenzione può essere recuperata oggi con uno scatto di sensibilità ecologista che tenga conto della necessità di garantire parametri adeguati di salubrità sia per quel che riguarda la qualità dell’aria che per quel che riguarda il rumore, il quale per le aree ospedaliere deve rientrare nei parametri di area particolarmente protetta (DPCM 14.11.1997) con tolleranza (in alcuni Paesi nordeuropei gli standards sono ancora più favorevoli) fino a 45 dbA di giorno (ore 6-22) e 35 (22-6) di notte. IN SOSTANZA, SE VEDIAMO LE TABELLE DEGLI STUDI SUL RUMORE, PARE PROPRIO CHE L’UNICA ATTIVITA’ ACUSTICAMENTE COMPATIBILE SIA LO STORMIR DI FRONDE.

Una fascia boscata peri-ospedaliera comporterebbe un vantaggio enorme per i pazienti sia sul piano fisico (qualità dell’aria, basso inquinamento acustico) sia sul piano psicologico per gli effetti antidistress del colore verde e per l’effetto panorama. Occorre ricordare che l’Ospedale Maggiore ospita pazienti portatori di varie patologie ma anche pazienti psichiatrici (peraltro la Clinica Ottonello si trova esattamente di fronte alla costituenda riserva boschiva) i quali subiscono fattori anche fisici ed architettonici di costrittività di tipo tardo-manicomiale e che avrebbero indubbio giovamento in termini di apertura mentale da un bosco a due passi e visibile dalle finestre in cui sperimentare forme di riabilitazione.

Gli effetti positivi sulla struttura nosocomiale farebbero dell’Ospedale Maggiore un esempio a cui tendere per tutta l’Europa e per tutto il mondo. Tanto più se si riuscisse a progettare un’ulteriore area verde (per forza di cose meno estesa il larghezza di quella dei Prati) che in continuità con i Prati di Caprara circondi l’ospedale da tutti i quattro lati. Ovviamente la attenzione che doverosamente dobbiamo riservare ad una area in quanto “peri-ospedaliera” si riverbererà positivamente su tutta la popolazione, compresa quella non ospedalizzata che come effetto del miglioramento dell’aria inalata vedrebbe decrescere il proprio rischio soggettivo di ospedalizzazione.

ALTRI RISCHI AMBIENTALI

Pur non essendo un rischio peculiare dell’area cittadina di cui parliamo (si tratta infatti di rischio pressoché ubiquitario) dobbiamo citare la questione dell’amianto delle condutture acquadottistiche cittadine. Sono state registrate rotture del cemento-amianto molto prossime all’Ospedale Maggiore, il che fa supporre che anche il nosocomio non sia indenne dal problema. Le istituzioni, anche sanitarie, locali e nazionali, hanno assunto una posizione superficiale e pericolosa su questo tema. Il rischio peraltro non è solo per le vie digestive ma anche per le vie respiratorie come abbiamo illustrato nelle diverse udienze conoscitive a cui abbiamo avuto accesso; ma il rischio per le vie inalatorie, in particolare, entra ovviamente in sinergia moltiplicativa con il rischio connesso agli inquinanti aerodispersi.

Le zone con sicura presenza di cemento-amianto nelle condutture di acqua “potabile” nell’area di cui stiamo parlando sono numerose: addirittura Largo Nigrisoli, due volte esame positivo nel 2015, cioè il 10 settembre con 1017 fibre e il 10 ottobre con 509 fibre per litro d’acqua ( poi non sono stati più fatti campionamenti per motivazioni a noi sconosciute); via Emilia Ponente (diverse rotture); via Bergonzoni (fa angolo con via Marzabotto) diverse rotture; via Pasubio; via Podgora ecc.

Una ulteriore questione di rischio potrebbe essere quella del sottosuolo dell’area limitrofa ex-Sabiem. Vogliamo sperare che in quel sito gli inquinanti siano ben isolati e confinati, dunque non riescano a debordare oltre la rotonda verso l’area Maggiore-Caprara ma i movimenti delle acque e delle falde rendono utile e necessaria , quantomeno, una azione di monitoraggio.

Risulta che il problema fondamentale siano le terre di fonderia spavaldamente sotterrate in loco invece che essere smaltite come rifiuti. Un irresponsabile sotterramento di sabbie che indussero un cittadino a chiedersi, attraverso un quotidiano locale, per quale motivo il Comune ei Bologna insistesse a piantare alberi del genere Prunus destinati – a causa delle caratteristiche del sottosuolo – a morire, come è effettivamente successo. A volte i saperi e le conoscenze degli operai vengono inopportunamente trascurati.

Oggi si parla della necessità di bonifica di residuati bellici: quantomeno occorrerebbe evitare che si prenda a esempio il modo di procedere che fu seguito per la ex-Sabiem: sottovalutazione del problema, ipotesi di bonifica faraonica, seguita poi, più modestamente, da variazione della destinazione d’uso da residenziale a terziario. La destinazione a edilizia residenziale dovette essere cancellata, letteralmente azzerata. Le istituzioni non tennero, in quella circostanza, un approccio realistico ai problemi: vorremmo ovviamente che lo adottassero adesso. Vero è poi che la norma secondo cui “chi inquina paga” a Bologna è stata sotterrata come le terre di fonderia (vedi caso OGR di via Casarini).

IMPATTO SULLA SALUTE UMANA

Ormai abbondano le stime relative al nesso fra inquinamento dell’aria e decessi. Si tratta di stime teoriche fatte per singoli inquinanti e non per tutti e, ancora meno, tenendo conto delle inevitabili sinergie moltiplicative fra gli inquinanti e in particolare fra quelli cancerogeni. Il professor Faggioli in un suo documento relativo al tema del “passante” indica l’emersione di un numero di osservati superiori in alcuni quartieri rispetto ad altri (Lame, San Donato, San Vitale per i tumori; Bolognina, Borgo Panigale, s. Viola per le cardiopatie). Certo i fattori di confondimento sono numerosi (occupazionali, età, tabagismo) e non tutte le differenze sono da attribuire all’inquinamento da traffico veicolare. Occorrerebbe una valutazione più dettagliata e approfondita sul modello di quella fatta da Giuseppe Costa a Torino da cui è emerso addirittura un gradiente sfavorevole lungo il percorso di un autobus che attraversa la città dai quartieri residenziali collinari borghesi a quelli operai più a valle. Sarebbe interessante , oltre allo studio della incidenza dei tumori, l’approfondimento delle caratteristiche istologiche quantomeno di quelli polmonari considerata la relazione osservata fra tipo istologico ed eziologia specifica (vedi Barbone e altri, Trieste). Tuttavia, come abbiamo detto nel corso del convegno del 19 ottobre tenutosi a Ozzano Emilia sul tema dell’aeroporto di Bologna – se indagini epidemiologiche più approfondite sono auspicabili, per l’adozione dei rimedi, non occorre attendere ulteriori e nuovi studi. Per muoverci non dobbiamo aspettare di dimostrare che “anche” a Bologna il rumore del traffico aeroportuale è un fattore di rischio per la ipertensione arteriosa diastolica; occorre agire subito a partire dalle intuizioni e dalla evidenza già disponibili.

PROSPETTIVE AMBIENTALI E SANITARIE

Le prospettive ambientali e sanitarie non sono rosee e vanno nel senso del peggioramento sia dell’inquinamento che del suo impatto sulla salute umana e animale con l’aggravante della crescita in assoluto e in percentuale delle persone con problemi di immunodepressione (fenomeno legato in particolare all’invecchiamento della popolazione ma anche della popolazione infantile esposta più di prima a fattori di rischio per la salute).

DESTINAZIONE DELL’AREA IN OGGETTO – Contraddittorietà fra programma e azione concreta del soggetto che detiene la proprietà dell’area

  1. Sorprende la lettura della pagine internet della INVIMIT, pagine accessibili a tutti; questa società dichiara , a proposito dei suoi programmi, di fare riferimento anche all’obiettivo della RIGENERAZIONE; in teoria dunque la INVIMIT potrebbe convenire sulla destinazione d’uso integrale a verde boschivo pubblico, salvo che il riferimento sia un mero mezzo di “propaganda” e di immagine; in vista dei suoi obiettivi (dichiarati) di “rigenerazione” INVIMIT potrebbe censire (e bonificare) la eventuale residua presenza di cemento-amianto collocato ancora in suoli ed edifici di sua proprietà , anche in provincia di Bologna;
  2. Eventi precedenti e ritardi; negli ultimi decenni i cittadini residenti a Bologna hanno tentato più volte di ostacolare progetti peggiorativi dell’assetto territoriale, spesso mobilitandosi anche per singoli alberi o per piccoli gruppi di alberi minacciati per esempio da parcheggi; le recenti discussioni per “il bosco urbano di breve durata” in piazza Santo Stefano ha rievocato decine di episodi di mobilitazione non sempre conclusisi con esito positivo; fra le occasioni mancate va ricordata la istanza sollevata dalla totalità degli operatori delle medicina del lavoro della Ausl (metà anni novanta) favorevole alla creazione di una area boscata (sarebbe stata esile benché significativa) in via della Repubblica; ebbe il sopravvento il cemento con il risultato di andare ad abbrutire ulteriormente una area in cui –per usare una colorita espressione di un abitante del luogo – “la gente vive in apnea”. Andò meglio e diversamente per l’area Sant’Anna di Corticella che oggi ospita la significativa esperienza dell’Oasi dei saperi. Battute d’arresto e frustrazioni subìte nei decenni passati dalle istanze ecologiste e salutiste hanno indotto una percezione e una condizione psicosociale che da alimento alla vigorosa ed encomiabile azione del “Comitato no cementificazione, sì rigenerazione” (che ringraziamo francamente per la sua attività). L’attuale discussione sui Prati di Caprara verte su una occasione unica per evitare di reiterare gli errori del passato. Non che tutte le occasioni siano andate sprecate ma alcune certamente sì. L’occasione di cui stiamo parlando oggi si presenta peraltro in un contesto più deteriorato e a maggior rischio di quelli precedenti. Il tempo ha giocato a sfavore della salubrità dell’aria e dell’habitat compromettendo ulteriormente le matrici ambientali. Per quanto la medicina terapeutica faccia passi da gigante (salvo incidenti di percorso come il caso della donazione di polmoni che dopo il trapianto hanno sviluppato un tumore) la strada maestra rimane quella della prevenzione primaria esattamente come preconizzato dalla legge 833/1978 (legge di riforma sanitaria);
  3. Bonifiche già fatte e da fare: non abbiamo tuttora compreso come si sia riusciti a fare la bonifica della grande e bucherellata tettoia in cemento-amianto presente nell’area solo nel 2016, vale a dire a 24 anni dal varo della legge 267/1992. In verità le condizioni per la bonifica esistevano quantomeno, dal primo giorno in cui la tettoia, abbandonata l’area dai militari, aveva cessato la sua funzione d’uso. Parliamo quindi veramente di numerosi decenni. Avevamo tenuto un sit-in di protesta contro lo stato delle cose nell’agosto 2007. Forse per spiegare la lentezza esasperante dell’intervento di bonifica occorrerebbe chiedere chiarimenti al Comune e al Demanio sulle motivazioni della stessa. Sta di fatto che per decenni la vista di una triste tettoia grigia di circa 2000 mq. ha offuscato l’effetto panorama che i pazienti dell’Ospedale Maggiore avrebbero potuto osservare affacciandosi dalle sale di degenza. Certamente il Demanio ha ancora molto da fare su questo tema delle bonifiche… Altro discorso è quello sulle bonifiche del materiale bellico: è un tema su quale c’è il rischio che permangano equivoci. L’emersione di ordigni inesplosi è cosa frequente nel territorio bolognese, tanto più quanto ci si avvicina alla linea gotica, ma anche in aree più prossime alla città. Un fenomeno effetto anche di un “eccesso” di bombardamenti –stando ad attendibili fonti partigiane – ma questa è una questione storica e politica che esula dalla discussione attuale. Quel che non si comprende è come la questione della bonifica possa entrare in rotta di collisione con la destinazione integrale a verde dell’area. Occorrerà dunque : a) precisare la entità e tipologia dei residui bellici; b) definire le modalità di innocuizzazione dei residuati; c) fare una valutazione comparata del rischio fra l’ipotesi della bonifica e quella conservativa (che prevede di non disturbare l’ordigno se a profondità adeguata e dotata di involucro a tenuta affidabile); d) precisare se esistono altri inquinanti (per esempio tocp – triortocresilpirofosfato) oltre agli ordigni bellici, considerato che è stata diffusa a mezzo stampa la notizia della presenza di colorazioni sospette nel sottosuolo;
  4. Gestione dell’area verde; l’area dovrà essere gestita con oculatezza e con particolare attenzione alla funzione di polmone verde che essa dovrà e potrà svolgere. Come sappiamo da recenti notizie di stampa riguardanti anche il territorio della provincia di Bologna esistono canali e possibilità di finanziamento pubblico per la tutela e riqualificazione delle aree forestali; senza cambiare radicalmente subito le piante già esistenti si dovrebbe prestare particolare attenzione, per le prossime piantumazioni, a scegliere piante con capacità di assorbire e innocuizzare parzialmente gli inquinanti peculiari delle aree urbane metropolitane. Questo tema è emerso anche nel dibattito sul cosiddetto “passante”. E’ evidente che aree piantumate ma troppo piccole non possono garantire la innocuizzazione di volumi di gas di scarico enormi; le aree troppo piccole sono meno attrattive per la fauna e la avifauna. La scelta delle piante dovrà essere adottata e calibrata anche nel contesto comunque di una riduzione del traffico veicolare inquinante come pure prima – o meglio in alternativa a – di altri asseriti “rimedi” tipo l’impiego di vernici al biossido di titanio (elemento classificato dalla IARC in classe 2b, quindi “possibile cancerogeno”) che meritano attenta ponderazione prima di essere “sdoganate” dalla comunità scientifica ma che già a prima vista non paiono una misura realmente competitiva rispetto a “madre natura”.
  5. In un nostro recente intervento abbiamo espresso stupore circa la ipotesi che un sito denominato Prati di Caprara potesse diventare “Cementi di Caprara” sconvolgendo anche il senso del toponimo. Se erano Prati ha senso che restino Prati e a questo proposito, visto il precedente della “oasi dei saperi” della zona bolognese di via Sant’Anna (Corticella). Vorremmo sapere se la Sovrintendenza ai beni storici e ambientali possa avere riserve sulla variazione della destinazione d’uso: espresse infatti contrarietà al progetto edilizio già approvato dal Comune di Bologna per l’area Sant’Anna-Corticella e il piano dovette essere radicalmente modificato. Oggi per i Prati di Caprara ci sono le condizioni per una tutela integrale dell’area verde, senza cedimenti o mediazioni;
  6. Inutile rimuovere il tema delle “presenze umane” che hanno frequentato e frequentano l’area. Una parte della opinione pubblica paventa il rischio di una crescita di queste presenze che dovrebbero essere invece scongiurate dalla cementificazione. Questo approccio è fuorviante: occorre dare una risposta in termini sociali e preventivi a queste persone senza essere tentati da “soluzioni” semplicistiche e, alla fine, autolesioniste;
  7. Alternative alla domanda di edilizia pubblica. La discussione sulla risposta alla domanda abitativa è di vecchissima data; a Bologna già nei primi anni settanta del secolo scorso gli attivisti del COSC (comitato di lotta dei senza casa, organismo di base promosso da Lotta Continua) attingendo alle idee degli urbanisti più lungimiranti – vedi in particolare studi e proposte della associazione Urbanistica democratica – sostenevano l’idea che il patrimonio edilizio esistente (già allora ) fosse sufficiente e che la zavorra territoriale fosse costituita dal patrimonio sfitto e degradato. Oggi a chi sostiene la necessità di costruire 1200 appartamenti mutilando l’area verde dei Prati di Caprara, possiamo dare la stessa risposta di allora: le risorse disponibili vengano utilizzate per acquisire al pubblico abitazioni da risanare e ristrutturare in questo modo si riesce a dare una risposta più ecocompatibile alla asserita domanda di 6000 unità abitative, una domanda che potrebbe essere stata quantizzata in maniera attendibile senza che questo debba costringersi a nuove cementificazioni. Peraltro sull’incremento complessivo della quota pubblica rispetto al patrimonio edilizio esistente siamo d’accordo ma non v’è motivo di passare –per questo obiettivo – attraverso nuove cementificazioni di suoli che devono restare naturali e permeabili se non vogliamo ancora assistere impotenti a nuove stragi come quelle dell’inizio del mese di novembre che hanno fatto in pochi giorni 32 morti in Italia per precipitazioni atmosferiche che altrimenti avrebbero potuto avere un impatto ben più mite. La triste vicenda del “bosco dei violini” di Fiemme conferma la precarietà della condizione dei boschi in Italia e la necessità di politiche di sostegno e ampliamento delle aree boschive. Pare invece che ogni occasione sia valida, con assurde “motivazioni” premiali o addirittura con dichiarati obiettivi di interesse sociale, per nuove cementificazioni e ulteriori incrementi di cubature. La recente comunicazione a esempio della costruzione di un nuovo padiglione carcerario alla Dozza (progetto noto dai tempi della giunta regionale Errani) non pare avere indotto cenni di dissenso nel Consiglio comunale che evidentemente condivide una scelta di cementificare ulteriormente il territorio e che risponde a una politica penitenziaria centrata unicamente su una deleteria prassi custodialistica; non è il tema di oggi ma proponiamo che la questione sia tema di una nuova e prossima istruttoria pubblica.

ALTRI PROGETTI E CORRELAZIONI

Abbiamo preso atto negli ultimi mesi, di alcune mosse nello scacchiere dell’area in questione. E’ saltata la ipotesi di quello che è stato definito “outlet della moda” in quanto misura compensatoria? Su queste prassi “compensatorie” occorre definire, quanto meno, una pausa di riflessione: frequentemente si fanno concessioni in cambio di interventi comunque dovuti e obbligatori.

Se l’ipotesi dell’outlet – sarebbe stata una cementificazione con effetto calamita di traffico – è stata accantonata non è chiaro (quanto meno a noi che purtroppo osserviamo la situazione “dall’esterno”) cosa sostituisca l’ipotizzata “compensazione”. Se il sostituto dell’asserita compensazione è il farsi carico, da parte del Comune, di una parte dei costi per la ristrutturazione dello stadio di calcio e nella entità che è stata ventilata, a noi pare assurdo che a fronte della asserita disponibilità di 30 milioni di euro questi non vengano investiti in opere socialmente più utili come a esempio per dare inizio ad un intervento di bonifica delle condutture in cemento amianto che costringono i cittadini bolognesi a bere, mangiare e inalare fibre cancerogene.

CONCLUSIONI

Fin dall’inizio delle discussioni e confronti sulla destinazione dell’area abbiamo avuto la sensazione che il quadro fosse molto chiaro tanto da rendere evidente la soluzione più adeguata: DESTINAZIONE INTEGRALE A VERDE PUBBLICO BOSCHIVO DELLA INTERA AREA di 47 ETTARI. Le evidenze, in termini di utilità sociale e gestione ambientale sono tutte in maniera schiacciante a favore della destinazione dell’intera area a bosco urbano senza nessuna concessione a ipotesi, neppure parziali, di cementificazione.

Riteniamo dunque irrinunciabile che l’intera area di 47 ettari sia destinata a verde boschivo pubblico.

Per la destinazione d’uso dell’ex Cierrebi ci si deve attenere agli stessi criteri cha abbiamo indicato per i Prati di Caprara, progettando una destinazione d’uso che sia occasione di partecipazione e socialità senza diventare ulteriore calamita di traffico di veicoli a motore.

Infine, come abbiamo già detto, le risorse ventilate per la ristrutturazione dello stadio di calcio meritano un’altra collocazione quale, ad esempio, la bonifica delle reti acquedottistiche dall’amianto.

Bologna, 9.11.2018

NOTE

  1. Nanoparticelle, vari usi, Bergamaschi ed altri ,su La Medicina del lavoro 2003
  2. KEVLAR, fibra poliaramidica che ha sostituito l’amianto (anche) nei freni dei veicoli a motore; nell’animale ha indotto mesoteliomi; al momento non ci sono evidenze che possano farci considerare il kevlar alla stessa stregua dell’amianto per la salute umana ; tuttavia non va assolutamente trascurata le necessità di monitorare il rischio di dispersione ambientale da usura e di monitorare a ipotesi che il dato sperimentale possa essere estrapolato all’uomo. Ne parleremo, come al solito, “il giorno dopo”?

BIBLIOGRAFIA

AEA-“Chico” Mendes: comunicato stampa 18/5/2018

AEA-“Chico” Mendes: comunicato stampa 30/6/201

Barbone e altri, Inquinamento e tumori polmonari in differenti aree territoriali del comune di Trieste

Howe e altri, 1983, .Occupational cancer, M.Alderson, Butterworts 1986

Boffetta e altri, Diesel exaust Expsosure and Mortality Among Males in the American Cancer Society Perspective Study, American Journal of Industrial Medicine 12: 403-415(1988)

Faggioli, Passante di Mezzo, Conoscere lo stato dell’ambiente per la prevenzione degli effetti sulla salute umana, Incontro tematico 29 settembre 2016

  • Tutte le fonti citate sono reperibili presso l’archivio AEA/Chico Mendes

(*) In “bottega” cfr Bologna: il gran casino dei prati di Caprara

 

Redazione
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