Breve viaggio allucinante nella fantascienza medica

 

di Fabrizio “Astrofilosofo” Melodia

Melodia-ViaggioAllucinante

Giusto 50 anni fa. Il 1966 è una data importante per la fantascienza medica: esce nelle sale «Viaggio allucinante», per la regia di Richard Fleischer, che già ci aveva deliziati per la Disney con «Ventimila leghe sotto i mari».

Il film è tratto da un racconto di Otto Clement e Jerome Bixby: quest’ultimo noto fra l’altro per aver scritto il racconto «It’s a good life», da cui è stato tratto uno dei migliori episodi della serie televisiva “Ai confini della realtà” e per aver scritto alcuni dei migliori episodi della serie originale di “Star Trek”.

La 20th Century Fox commissionò successivamente a Isaac Asimov di scrivere un romanzo basandosi sulla sceneggiatura. Fatalità volle che il romanzo di Asimov uscisse un po’ prima del film ed erroneamente viene spesso considerato il film ispirato dal suddetto romanzo e non il contrario.

La trama è semplice quanto avvincente: in piena guerra fredda, gli scienziati statunitensi e sovietici hanno sviluppato una tecnologia in grado di rimpicciolire qualsiasi oggetto o persona ma per una durata limite di sessanta minuti. Uno scienziato operante oltre la cortina di ferro, tale Jan Benes, ha scoperto come estendere illimitatamente tale procedimento e, tanto per cambiare, viene conteso da entrambi gli schieramenti. La Cia riesce a farlo fuggire dai “brutti e cattivi” comunisti e a farlo arrivare su suolo Usa quasi indenne visto che, appena sceso dall’aereo, subisce un attentato. Gli statunitensi si ritrovano così il loro vitale scienziato in stato di coma a causa di un embolo cerebrale. L’unico modo di salvarlo è sottoporlo a una delicatissima operazione al laser ma l’embolo è in una posizione inoperabile: aprirgli in cervello significherebbe condannarlo a morte certa, senza avere in mano la sua prodigiosa scoperta. L’unico sistema è usare il procedimento di miniaturizzazione per rimpicciolire una nave con a bordo una squadra di esperti e operarlo direttamente dall’interno del suo corpo. Con il tempo limitato, l’equipaggio si ritrova ad affrontare notevoli contrattempi: una fistola tra carotide e giugulare costringe il sottomarino ad un imprevisto passaggio per una valvola cardiaca, durante il quale viene indotto un temporaneo arresto cardiaco da una équipe esterna, e quindi a una risalita per gli alveoli polmonari, dove avviene un rifornimento di ossigeno, fino a una sosta nell’orecchio interno, durante il quale il laboratorio deve rimanere in assoluto silenzio per evitare scosse pericolose all’equipaggio miniaturizzato. Fra un guaio e l’altro, la pellicola si snoda in modo solido e sicuro, fino all’epilogo mozzafiato, che consiglio di rivedere anche adesso, per la semplicità e precisione con cui Fleischer ammalia il pubblico. Il regista ha puntato fortemente sull’esatta riproduzione del corpo umano, per sensibilizzare anche i giovanissimi all’infinita complessità e magnificenza dei nostri corpi. Una tematica fantascientifica non particolarmente visitata, se escludiamo classici quali il romanzesco «La ragazza nell’atomo d’oro» (1919) di Ray Cummings, il fumettistico «Viaggio in una moneta» con protagonista Brick Bradford e il più recente e spassosissimo «Salto nel buio» (1987) del talentuoso Joe Dante.

Proprio nel 1987 avrebbe visto la luce «Viaggio allucinante: Destinazione cervello» di Asimov, con il quale il Buon Dottore intendeva dare la propria visione scientifica al primo “allucinante viaggio”. Non una continuazione bensì una trama indipendente e parallela ambientata in un’Unione Sovietica della metà del ventunesimo secolo: uno svarione nel portfolio di Asimov, che non previde – ma mica era facile – la prossima fine dell’Unione Sovietica.

Quel lontano 1966 invece vide l’arrivo sugli schermi televisivi anche di uno dei più famosi medici spaziali di tutti i tempi, il buon dottor Leonard McCoy, dell’astronave Enterprise, chiamato simpaticamente “Bones” dal capitano Kirk, nomignolo che, nel vecchio West, si attribuiva ai “segaossa” che operavano nei paesi di frontiera. Quale nome più adatto per un medico lanciato all’esplorazione dell’ultima frontiera degli esseri umani?

La tecnologia medica di «Star Trek: Destinazione Cosmo» presenta notevoli punti interessanti, a cominciare dal tricorder medico, una sorta di computer diagnostico portatile a sensori, che nella prima versione ha le dimensioni di una piccola borsa dorata. Siringhe ipodermiche senza ago, raggi laser per tagliare e suturare, cardiogramma ed elettroencefalogramma attraverso sensori senza fili costituiscono l’attrezzatura base del medico spaziale, che, in più di un’occasione, si rivela determinante nel buon svolgersi delle imprese. Bones, sanguigno ma assennato, interpretato da un magistrale Deforest Kelley, sarà un prezioso confidente – al pari del signor Spock – per il capitano Kirk il quale, in più di un’occasione, farà affidamento sul buon senso del dottore invece che sulla sua tecnologia.

Veniamo a James White e al suo «Ospedale da combattimento», uscito nel 1962 e che ispirò una serie di romanzi e racconti.

Lontano, al confine della Galassia dove i sistemi stellari sono distanti l’uno dall’altro e l’oscurità è quasi assoluta, l’Ospedale da Combattimento del Settore Dodici galleggia nello spazio. Nei suoi trecentottantaquattro livelli sono riprodotti gli ambienti di tutte le forme di vita intelligenti della Federazione Galattica, uno spettro biologico che va dalle gelide forme di vita al metano, attraverso i tipi “più normali” rappresentati dai respiratori di ossigeno e di cloro, fino agli esseri esotici al massimo che vivono grazie alla conversione diretta delle radiazioni. Le sue migliaia di oblò sono sempre sfolgoranti di una luce che presenta una sorprendente varietà di colori e l’intensità necessaria agli organi visivi dei pazienti e del personale. L’Ospedale rappresenta un miracolo di ingegneria, di tecnica e di psicologia. E non nascono neppure seri contrasti fra i diecimila e più membri del personale, composto di oltre sessanta diversi tipi di forme di vita, dunque con 60 mentalità differenti, altrettanti diversi odori e punti di vista. Tutti i medici si vantano che nessun caso clinico sia troppo grosso, troppo piccolo o troppo disperato per le loro capacità. E tutte le autorità mediche di tutta la Galassia chiedono il loro consiglio e la loro assistenza che si spinge su scala planetaria.

Ma accade che per curare i mali di una civiltà interstellare si debba arrivare alla rimozione chirurgica di un pregiudizio profondamente radicato, senza chiedere o attendere il consenso del paziente: allora si scatena una guerra di portata intergalattica che al momento esula dalla competenza dei medici ma che successivamente li impegnerà strenuamente. Questa è la storia della immensa Stazione Ospedale da Combattimento del settore 12 della Federazione Galattica, considerato un classico, al pari di «Arma mutante» (1959) di Murray Leinster, con protagonista l’astronave medica Esculapio 20, e de «Il grande contagio» (1962) di Charles Eric Maine, un buon mestierante.

«- Siamo in guerra, dottoressa Brant – disse Villier, sfiorando con una mano una cassa di granate trasportate da un soldato. – Una guerra particolarmente penosa, basata sui privilegi di classe, e che sarà combattuta senza pietà»: così uno dei personaggi dell’avvincente romanzo di Maine. La terribile epidemia di un virus letale e sconosciuto, battezzato Hueste, si diffonde come un incendio per il mondo intero, e l’Oirv, cioè Organizzazione Internazionale Ricerca Virus, cerca in ogni modo di trovare una soluzione, prima che Hueste spazzi via l’umanità intera.

Ma è Alan E. Nourse, medico che si pagò gli studi proprio vendendo racconti alle riviste pulp, a lasciare un pezzo davvero pregiato con il romanzo «The Blade Runner» (del 1974, tradotto in italiano nel 1981 fu ribattezzato «Medicorriere») in cui immagina un futuro cupo in cui la sanità obbliga i pazienti a tre ricoveri all’anno, in nome di un ideale eugenetico che vorrebbe selezionare i migliori esemplari dell’umanità, resa debole e cagionevole dall’abuso dei farmaci. Nemmeno a parlarne saranno i medici fuori dal Sistema a soccorrere i malati, armati solo della loro scienza e del bisturi in mano, caratteristica da cui prenderà il titolo il romanzo, un gioco di parole fra il termine “blade” (lama, in questo caso la lama del bisturi) e i medici che corrono (“runners”). Il romanzo ebbe un successo immediato, tanto da far innamorare il profeta della Beat Generation William S. Burroughs, autore dello psichedelico «Il pasto nudo», vera bibbia non solo per i viaggi lisergici ma anche per la successiva narrativa cyberpunk di William Gibson. Avendo saputo del progetto di portare il romanzo «The blade runner» al cinema, Burroughs ne scrisse una sceneggiatura, la quale purtroppo non vedrà mai la luce degli schermi in quanto bocciata in toto. Con amarezza, Burroughs l’avrebbe pubblicata nel 1979 con il titolo «The blade runner – A movie». Dovrà aspettare il 1981, per essere visto dal regista Ridley Scott, il quale s’innamorerà pazzamente del titolo, rigettando completamente la sceneggiatura di Burroughs, ritenuta troppo pesante, preferendo la liricità del romanzo di Philip K. Dick «Gli androidi sognano pecore elettriche?», pur con forti rimaneggiamenti.

Nel 1983 vede la luce per Urania il romanzo di Ian MacMillian «Virus Cepha», in cui un virus sconosciuto e letale si attacca a ogni forma virale conosciuta in modo parassitario, mietendo vittime in pochi giorni.

Sempre nel 1983, Urania pubblica «La fossa degli appestati» di Mark Ronson: a Londra, durante lavori in un cantiere edile, vengono dissotterrati i resti di una casa contadina del Seicento: la sorpresa per i resti storici però viene presto sostituita dalla paura di un eventuale contagio. La casa, infatti, risulta essere stata chiusa durante la grande epidemia di peste che colpì la città nel 1666: i bacilli latenti di “Yersinia pestis” (il vettore della peste) contagiano gli ignari operai del cantiere, i quali trasmettono involontariamente il virus all’esterno, con conseguenze catastrofiche. La Londra del nostri giorni deve così subire una violenta pestilenza che metterà a dura prova la popolazione e, di rimando, il mondo intero.

Ben più ricco, per idee e scrittura, «Dr. Adder»: romanzo d’esordio di K. W. Jeter, scritto nel 1972 ma pubblicato solo nel 1984, è ambientato in un futuro in cui gli Stati Uniti hanno in gran parte suddiviso il Paese in enclavi, gestite da una grande varietà di uomini forti e signori della guerra: c’è una parvenza di controllo del governo che però sembra interessato soprattutto a controllare la tecnologia. Dr. Adder è un artista-chirurgo, il quale modifica gli organi sessuali dei suoi pazienti per soddisfare le perversioni più strane; viene descritto come un criminale, figura in parte contro-culturale nella Los Angeles del futuro che anticipa l’idea cyberpunk dei bassifondi dello Sprawl. Nel romanzo viene citato anche l’amico scrittore Philip Dick, il quale si preoccupò con Jeter per la pubblicazione di un romanzo dai contenuti sessuali troppo espliciti. Dick viene citato simpaticamente come un DJ del futuro, tale RADIO KCID: trasmette opere di musica classica, fra le quali «Woyzek» di Alban Berg (una delle preferite di Dick) grazie all’uso di un trasmettitore simile a un moderno smartphone, un antesignano dunque delle moderne radio libere nel Web.

Vorrei concludere questo excursus – certo da ampliare – con la figura del personaggio manga «Black Jack» (in originale giapponese “Burakku Jakku”), creato dalla fervida immaginazione del maestro Osamu Tezuka, laureato in medicina. Il fumetto narra le avventure di un geniale medico che esercita senza licenza, soprannominato “Black Jack”, non in riferimento al celebre gioco d’azzardo, ma alla bandiera dei pirati. Tale riferimento e gioco di parole indica sia la capacità sovraumana del chirurgo di tagliare sapientemente le carni quanto di arraffare i moltissimi soldi che chiede come parcella, i quali immancabilmente vengono donati ai bisognosi. Quello che rende Black Jack così ricercato è la sua fantascientifica capacità di eseguire operazioni al limite dell’impossibile, guarendo patologie che la maggior parte dei medici ritiene assolutamente impossibile per chiunque.

«Risponde Black Jack. Al momento non siamo in casa. Siete pregati di specificare il tipo di patologia, l’intervento desiderato, il vostro nome, l’indirizzo e l’onorario che offrite. Ulteriori accordi verranno presi in seguito»: così la segreteria telefonica del medico pirata, nel caso abbiate bisogno dei suoi servigi, essendo abbastanza disperati e ricchi per permetterveli.

 

L'astrofilosofo
Fabrizio Melodia,
Laureato in filosofia a Cà Foscari con una tesi di laurea su Star Trek, si dice che abbia perso qualche rotella nel teletrasporto ma non si ricorda in quale. Scrive poesie, racconti, articoli e chi più ne ha più ne metta. Ha il cervello bacato del Dottor Who e la saggezza filosofica di Spock. E' il solo, unico, brevettato, Astrofilosofo di quartiere periferico extragalattico, per gli amici... Fabry.

7 commenti

  • Un piccolo commento riguardo “Virus Cepha”: letto a gennaio di quest’anno… cavolo quanto risulta datato! ^_^ In certi passaggi pedalistici urbani si sente un po’ il sapore che oggi c’è in The Walking Dead (tolti gli zombi), e senza disturbare Strade più nobili, ma per il resto si fa davvero fatica a terminarlo! 🙂
    Due divagazioni/reminiscenze: in tema miniaturizzazione, ho il lontano ricordo di “Viaggio senza passaporto”, di Tito Poggio e Pierangelo Lomagno, mi pare del ’76; e in tema medico-spaziale si retrocede a cavallo tra anni 50 e 60 coal dottor Calhoun di Murray Leinster, (e il suo Murgatroyd, animaletto alieno dal sistema immunitario con in controc… per dirla alla Verdone). Quest’ultimo mi pare di averlo letto in una edizione della vecchia Libra, ma non ci giurerei.

    • Mi autocorreggo: fosse mai che era proprio L’Arma Mutante, il primo romanzo dove appare il dottor Calhoun? Io ricordo vagamente Il Mondo Proibito, ma sulla mia memoria non punterei un soldo bucato.

      • E’ proprio nel romanzo “L’arma mutante” che appare il personaggio del dottor Calhoun… ricordi bene… io, da bravo frequentatore di bancarelle, trovo sempre delle chicche che poi puntualmente divoro… 😀 in questo caso, per quanto datato, meritava di essere ricordato… se non altro per il semplice piacere di leggere una storia divertente e che ti porta a sognare… non bisogna mai dimenticarsi del piacere del gioco, anche per gli adulti…

  • Interessante e utile per scovare chicche da leggere e come chiave di lettura del genere. Le mutazioni dei supereroi marvel potrebbero rientrare nella categoria? penso ad Iron man /Stark, che risolvendo un serio problema cardiaco personale con l’ingegneria diventa addirittura iperdotato.

    • Assolutamente si, Energu… anzi… si potrebbe dire che la medicina sia quanto di più fantascientifico si possa utilizzare per dare la scintilla a trame interessanti, coinvolgenti e che fanno riflettere.
      Non solo dunque il buon Tony Stark/Iron Man, ma anche l’Uomo Ragno e molti dei suoi nemici, tra i quali mi viene subito in mente il dottor Kurt Connors, il quale, per trovare un rimedio al braccio amputato, sperimenta un siero sentetizzato dalle cellule di una lucertola, che lo porterà a trasformarsi nel terribile uomo lucertola Lizard. O ancora, gli X-Men, i mutanti di casa Marvel, i quali subiranno persecuzioni razziali e forti tentativi di eugenetica da parte della scienza ufficiale.
      Pensiamo al genere Cyberpunk, che fa dei trapianti illegali e del commercio d’organi una delle tematiche portanti della propria produzione.
      Ritorniamo al sempre gagliardo Philip K. Dick, il quale aveva ipotizzato si potesse pasticciare con i ricordi di una persona tanto da impiantarle ricordi artificiali in modo chirurgico. A proposito, recentemente la sceneggiatura di William Burroughs è uscita in libreria in una nuova edizione con apparato critico. Consiglio caldamente la lettura…

  • Per molti versi c’è molto di “medico” in “Shadrach nella fornace” di Silverberg e anche in alcuni dei suoi racconti sul dopo-morte (quelli raccolti in “Oltre il limite” per esempio)

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