Caro Nicaragua, ti racconterò una bella favoletta

Le manovre degli orteguistas svelate dall’interno.
di Bái Qiú’ēn

Margarita, te voy a contar un cuento (Rubén Darío)
Prima parte
Poiché sarebbe un mero esercizio di contabilità politico-giudiziaria degli ultimi mesi elencare la cinquantina di ONG soppresse, la quarantina di arresti fra i rappresentanti dell’opposizione più o meno noti con il regolare seguito di processi-farsa, il buon numero di giornalisti interrogati per aver detto cose sgradite e altrettanti medici minacciati di toglier loro la licenza per aver criticato la gestione sanitaria della pandemia, l’occupazione militare de facto della redazione del quotidiano La Prensa e l’arresto del gestore, il numero imprecisabile di oppositori rifugiatisi all’estero compresi vari giornalisti e alcuni avvocati difensori degli arrestati, e l’eliminazione di tre partiti dalla gara elettorale con cavilli che non reggerebbero nemmeno sul pianeta di Papalla… vorremmo cominciare questo capitolo della storia infinita del Nicaragua parlando un po’ di Margarita Debayle Sacasa.

Figlia del noto medico Luis Henri detto El Sabio, nasce a León il 4 luglio 1900. La madre è la ricca ereditiera Casimira, a sua volta figlia dell’allora presidente della Repubblica Roberto Sacasa e sorella sia del futuro presidente Juan Bautista sia della futura moglie di Anastasio Tacho Somoza García, Ana Salvadora detta Salvadorita (o doña Yoya).

È inutile dire che si tratta di una delle famiglie più importanti del Nicaragua, anche a livello politico (liberale), imparentata con le dinastie più o meno aristocratiche della seconda città del Paese, quelle che millantano origini nei primi conquistadores. Secondo la leggenda genealogica raccontata da loro stessi, i Debayle discendono direttamente dall’autore di Le Rouge et le Noir: Stendhal, all’anagrafe Marie-Henri Beyle. Il Sabio Debayle, figlio dell’immigrato francese Louis Emmanuel Debayle Montgolfier, è il medico personale del coetaneo poeta Rubén Darío, oltre che suo ammiratore e amico fin dall’infanzia (Edelberto Torres, La dramática vida de Rubén Darío, 1952). Nell’ampia casa costruita nel 1814 in stile coloniale, apre una clinica medica che funziona dal 1900 al 1920 e nella quale visita gratuitamente chi non è in condizione di pagare la parcella. La sanità pubblica, all’epoca, era un sogno.

Laureato alla Sorbona di Parigi, iniziatore della chirurgia scientifica e introduttore dei raggi X in Nicaragua, all’inizio del secolo è pure fra i fondatori dell’ospedale San Vicente de Paul, inaugurato solo nel 1935 dal presidente Juan Bautista Sacasa e dove la sera del 21 settembre 1956 fu ricoverato in pessime condizioni Anastasio Somoza García dopo i colpi sparatigli con una mitigueso da Rigoberto López Pérez.

C’era una volta…

In un periodo tardo-estivo, l’ormai famoso Rubén, da pochi mesi nominato ambasciatore in Spagna dal presidente liberale e parecchio autocratico José Santos Zelaya López, è ospite nella casa di villeggiatura dei Debayle sulla piccola isola del Cardón, nella baia di Corinto. Un bel giorno, la piccola Margarita chiede al pueta di scriverle una fiaba in versi. Così, seduto su una roccia nei pressi della spiaggia, mentre «el viento lleva una esencia sutil de ahazar» (Sergio Ramírez, Margarita, está linda la mar, 1998), il pomeriggio del 20 marzo 1908 compone A Margarita Debayle, il cui ingrediente principale è la fantasia, grazie alla quale narra di una principessina e di un re che vivono in uno splendido palazzo di diamanti. In questo scenario meraviglioso, un giorno, meglio una notte, disattendendo il volere del padre, la principessina sale in cielo e stacca una stella per decorare la sua spilla. Il re è sconvolto per questa avventura infantile, essendoci andata contro il suo ordine di non staccare le stelle dalla volta celeste. Accusandola di aver dato ascolto a uno sciocco e impulsivo capriccio, ma soprattutto per avergli disobbedito, minaccia di punirla.

Il pueta, capovolgendo la narrazione biblica del peccato originale e della disobbedienza a un ordine superiore, fa terminare la storia come ogni favola che si rispetti, per cui vissero tutti felici e contenti. Appare infatti «el Buen Jesús», il quale risolve il problema affermando che la ragazzina indisciplinata può tenere la stella, poiché «son mis flores de las niñas / que al soñar piensan en mí».

C’è adesso…

Una favola più recente e decisamente meno poetica, ma di certo assai più fantasiosa, è quella che, a più riprese nei suoi giornalieri monologhi del mezzogiorno, Rosario Murillo sta raccontando da oltre un anno ai nicaraguensi e, indirettamente, al mondo intero: il vaccino russo Sputnik-V sarà prestissimo prodotto in Nicaragua. In quantità non solo sufficiente per il Paese, ma per tutta l’area centro-americana (30 milioni di abitanti) e addirittura per quella mesoamericana (150 milioni). Questione di giorni, anzi di ore… poi la stella sarà attaccata alla spilla nell’abito multicolore della vicepresidenta, assieme alle collane e ai braccialetti portafortuna: «La princesita está bella, / pues ya tiene el prendedor / en que lucen, con la estrella, / verso, perla, pluma y flor».

Non ci stiamo riferendo alla seconda moglie di , Rosario Emelina Murillo Rivas, bensì all’attuale consorte di Daniel Ortega. La quale crede nella reincarnazione, ma noi nutriamo alcuni dubbi. Soprattutto perché lei è nata nel 1951, due anni prima del decesso della sua quasi omonima.

«A causa di questa situazione pandemica globale, ci stiamo concentrando sui vaccini contro il Coronavirus, che sono in fase di sviluppo, e attraverso l’Istituto di ricerca scientifica sui vaccini e sui sieri, a San Pietroburgo, siamo in comunicazione con diversi siti di ricerca e sviluppo nella Federazione Russa, al fine di avviare le attività rilevanti al momento della disponibilità del vaccino» (31 luglio 2020).

«…anche qui dall’Istituto Mechnikov, per avere accesso, non solo al vaccino stesso, ma alla fabbricazione di quel vaccino qui in Nicaragua» (3 agosto 2020).

«Nel nostro Nicaragua di pace e di bene, potremo produrre questi vaccini, […] nel nostro Paese, oltre a consumare localmente e tutelare le famiglie nicaraguensi, poter pure esportare, quanto meno nella Mesoamerica, nella regione centroamericana» (10 agosto 2020).

Questa storia alquanto complicata e contorta, imbottita fino all’inverosimile di silenzi e di reticenze, lunga e difficile da seguire passo passo, pare che sia iniziata alla fine di marzo del 2014, quando una delegazione nicaraguense capeggiata da Laureano Ortega si recò a Mosca. Il successivo 12 luglio Vladimir Putin sbarcò in Nicaragua, facendovi una visita fuori programma e restandovi per poche ore. Nel corso del breve incontro ufficiale in un salone dell’aeroporto, Daniel affermò che «Siamo molto felici di vederti qui. Questo è un onore per noi. Questa è una visita storica. È come un raggio di luce, come un lampo. Questa è la prima volta che un presidente russo visita il Nicaragua. Siamo molto felici di darti il benvenuto nel nostro Paese. Per favore, consideralo il tuo Paese». Pochi mesi dopo, i due governi firmarono un accordo per la realizzazione a Managua di un laboratorio in grado di produrre vaccini di vario tipo, nel contesto del progetto russo-nicaraguense «Innova Salutem», sostenuto dalla Organizzazione Panamericana della Salute (OPS).

Tutte le vicende che seguono, che speriamo di riuscire a rendere con chiarezza e precisione, ruotano attorno a una unica parola: produzione. Il cui significato, fin dal XVI secolo e in qualsiasi lingua, è: trasformazione di una materia prima. Però, come si capirà da ciò che segue, in Nicaragua assume un’altra accezione. Del resto, è un Paese nel quale il cartello «Se abre hasta las cinco» significa che il negozio apre alle cinque. Ed è pure lo stesso Paese dove negli ultimi anni si è fatto di tutto per rendere inoperante il Consejo nicaragüense de ciencia y tecnología e dal bilancio dello Stato si è eliminato ogni sostegno economico alla Academia de ciencias.

Come sempre, ci piacerebbe essere smentiti con documenti e non con chiacchiere propagandistiche, che alla fin fine fanno solo il gioco della destra.

La società pubblica per azioni incaricata della gestione del laboratorio (con la sigla indecifrabile SPbNIIVS [СПбНИИВС], St. Petersburg Institute of Vaccines and Serums) è stata costituita presso il Registro Pubblico di Managua il 15 febbraio 2015: il 66% delle quote azionarie appartiene allo Stato russo, circa il 30% allo Stato del Nicaragua e una piccola parte è cubana.

La prima pietra del modernissimo Instituto latinoamericano de biotecnología «Mechnikov» (Ilab) è stata posta dalla ministra russa della Sanità nel successivo mese di dicembre del 2015 e, a tempo di record, dato che secondo gli esperti del settore la realizzazione di un impianto simile necessita di almeno sette anni, è stato inaugurato nel pomeriggio del 22 ottobre 2016 al km 6,5 della Carretera Norte, a poca distanza dall’aeroporto internazionale.

La fretta, che spesso fa i gattini ciechi, non era certamente casuale: la domenica 6 novembre 2016, un paio di settimane dopo l’inaugurazione, si svolgevano le elezioni presidenziali e Daniel era riconfermato Presidente, con una percentuale quasi bulgara di consensi (72,44%). Come suo vice, entrò in carica la moglie, in palese violazione del dettato costituzionale (art. 147).

Poi, però, ci sono voluti oltre due anni per mettere il Mechnikov in condizioni operative. Nel 2018 si è dovuto ricorrere alla collaborazione di specialisti dell’azienda indiana Fabtech Technologies, specializzata in soluzioni ingegneristiche per il settore farmaceutico e biotecnologico, la quale ha dichiarato che questa struttura «stava languendo a causa della cattiva gestione da parte di un altro imprenditore» (had been languishing through mismanagement by another contractor). Non sappiamo a chi si riferisse dei tre soci statali e la cosa ha poca importanza: ciò che conta è che vi siano stati problemi di gestione talmente gravi che per superarli si è fatto ricorso a una ditta privata di un Paese terzo. Inutile dire che ufficialmente nessuno ne ha parlato. Anzi, tutto è sempre andato a gonfie vele, secondo i tempi e i modi previsti. A quanto pare, la fretta in Nicaragua fa fare i gatti pure sordi e muti.

Tornando agli inizi della storia, la costruzione di questo laboratorio, un edificio avveniristico in vetro-cemento eretto sul terreno dove sorgeva il «Laboratorio Ramos» (a sua volta trasferito sul terreno del «Laboratorio Rarpe», a pochi passi da La Prensa), è in buona parte stata finanziata dall’INSS con 7 milioni di dollari, l’istituto statale delle pensioni e dell’assistenza. Quello senza più un soldo in cassa (anche per la non separazione tra previdenza e assistenza, oltre ai prestiti milionari fatti a costruttori edili mai restituiti), per cui nell’aprile di due anni dopo fu varata una riforma che fece esplodere il Paese, classica storia della goccia e del vaso. Tralasciamo pure la palese inosservanza dell’art. 111 della Legge n. 539 del 12 maggio 2005, mai modificata di una virgola, il quale sancisce con estrema chiarezza che «I beni, i fondi e le entrate dell’Istituto Nicaraguense di Sicurezza Sociale sono […] destinati esclusivamente a concedere prestazioni sociali» (corsivo nostro), ma il costo complessivo previsto di questa joint-venture era di circa 22 milioni di dollari, solo in parte coperto dalla Federazione Russa (con 14 milioni). Tanto che l’inaugurazione è stata fatta senza la presenza di Daniel né dell’allora ministra della salute Sonia Castro, bensì dal solito Laureano, del direttore del St. Petersburg Institute Viktor Trukhin e automaticamente del Mechmikov, di Vladimir Uiba responsabile dell’Agenzia federale medico-biologica russa, dell’ambasciatore a Managua Andrei Budaev e, soprattutto, dalla ministra russa della salute Veronika Skvortsova. Più russo di così… «Per favore, consideralo il tuo Paese».

Per completezza dell’informazione: sia il «Laboratorio Ramos» sia il «Laboratorio Rarpe» sono stati acquistati dall’INSS dopo il ritorno di Daniel alla presidenza della Repubblica. Il primo, in società con l’Esercito e la Polizia, pagando oltre 3 milioni di dollari nel 2008 e il secondo nel 2015 per una cifra che non è mai stata comunicata. Il terreno del vecchio «Laboratorio Ramos» doveva essere venduto alla nuova società per l’importo fittizio di un dollaro, ma nessun contratto di vendita è ancora stato registrato. In base alla normativa vigente, tutto ciò che sorge su un terreno appartiene al proprietario del terreno stesso, per cui l’edificio del Mechnikov è patrimonio dell’INSS.

A questo punto, la storia si trasforma in un labirinto più intricato di quello di Cnosso. L’obiettivo dichiarato inizialmente era una produzione annuale fino a trenta milioni di dosi del vaccino anti-influenzale (H1N1). Quantità assai superiore alle esigenze del Nicaragua, con i suoi attuali 6,7 milioni di abitanti. Per cui, l’intenzione dichiarata era quella di esportarli a basso prezzo nei Paesi dell’area centroamericana, se non proprio in tutto il subcontinente attraverso l’OPS. Il che, come è naturale nell’ordine mondiale vigente, fin dall’inizio molestava alquanto la lobby di BigPharma. E persino i sassi lo avevano capito.

Una piccola notazione in margine: dal 1977 l’OPS ha messo in moto un «fondo rotatorio» che garantisce ai Paesi membri vaccini sicuri e a basso prezzo. Quando non addirittura gratis, come nel corso degli anni è accaduto per il Nicaragua (550mila dosi nel 2010).

Inutile dire che nella non lunga vita del Mechnikov vi sono state varie irregolarità e alcune spese pazze, denunciate a Mosca di fronte alla apposita Commissione d’inchiesta dal primo gerente, Vitalij Granovskij, laureato in scienze e figlio di Nikolai, lo sviluppatore del vaccino contro l’epatite B negli anni Ottanta del secolo scorso. Queste irregolarità e spese pazze hanno fatto lievitare il costo di un’altra decina di milioni di dollari, in buona parte pagati ancora dall’INSS, con le casse sempre più vuote (nel 2017 registra un deficit di oltre 50 milioni di dollari e nel 2020 ha superato i 182). Tra queste, l’esborso di 50mila dollari per l’organizzazione di una festa realizzata il 16 gennaio 2016 in una casa del lussuoso complesso residenziale Viejo Santo Domingo, vista da molti come un atto di corruzione: questa fiesta rusa ha infatti come ospite d’onore il solito Laureano, a tutti gli effetti vero gestore del progetto. Con fiumi di champagne e chili di caviale al posto dei popolari e ben più economici pinolillo e gallopinto. Aggiunse pure che, al solo scopo di scattare le foto e girare i filmati propagandistici per l’inaugurazione, erano stati noleggiati parecchi macchinari, mai acquistati né tanto meno utilizzati prima di restituirli. Spesa assolutamente inutile. Ma forse no… Probabilmente lo scopo era pure quello di realizzare un artistico trompe-l’œil per abbindolare Carissa Etienne, direttrice dell’OPS. Vero o falso che sia, secondo l’establishment queste chiacchiere malevole sarebbero il frutto degli intrallazzi delle multinazionali del farmaco spaventate dalla concorrenza e del Governo statunitense interessato alla rottura delle relazioni tra i due Paesi. Possibile, ma seguendo la vicenda…

Pagato o meno dai gringos o da BigPharma o da entrambi per diffamare il Mechnikov, Granovskij si dimise poco prima della inaugurazione, essenzialmente in seguito a uno scandalo sessuale con annesse ubriacatura e violenze. Secondo la sua versione, fu una montatura, dovuta al suo diniego di versare un lauto contributo al partito di governo. In ogni caso, l’allora comisionado general de policía Francisco Javier Díaz Madriz, detto Paco, informò la vicepresidenta Rosario Murillo di ciò che accadde il 25 settembre 2016. Per dovere di cronaca, occorre dire che dal successivo 5 luglio 2018 è il capo della polizia e, del tutto casualmente, consuocero degli Ortega-Murillo, poiché nel gennaio del 2010 la figlia Blanca Javiera si era sposata con Maurice Ortega (matrimonio celebrato dal cardinale Miguel Obando y Bravo nella parrocchia di San Agustín). Tralasciando il fatto che per legge non potrebbe occupare questa carica, essendo un familiare del Presidente, viene da chiedersi per quale motivo legale Paco Díaz dovesse sollecitamente informare la consuocera, che nulla ha a che fare con la competente magistratura, essendo due poteri indipendenti in qualunque Stato di diritto. Non è dato saperlo, ma lo si può immaginare.

Per fare la gioia dei teorici del complotto a ogni costo, chi ha un po’ di memoria storica ricorderà un presunto scandalo sessuale che il 12 agosto 1982 vide coinvolto il super-reazionario monsignor Bismarck Carballo, in una delle pagine non molto edificanti del decennio rivoluzionario: ripreso dalle telecamere in costume adamitico, in modo assai simile alle foto scattate da chissà chi a Granovskij all’esterno dell’hotel Oxigeno Long. Nel luglio del 2004, nel periodo della costruzione di nuove alleanze per riconquistare il potere, Daniel chiese perdono al prelato per la trappola di ventidue anni prima.

Nell’ottobre del 2017 la suddetta Commissione d’inchiesta russa (istituita dalla locale Corte de Conti) ricevette nuove denunce con tanto di documentazione su ulteriori irregolarità nella costruzione e pure nella amministrazione del laboratorio. Il costo finale, infatti, pare che abbia superato i trenta milioni di dollari, cifra smentita in varie occasioni dal governo nicaraguense, ma confermata in una intervista al quotidiano russo Kommersant nel novembre del 2018 dal direttore del St. Petersburg Institute, Viktor Trukhin (33,5 milioni US$), riportata nel portale ufficiale del Mechnikov. Ma non si sa altro. Non è che con Putin ci sia molta più glasnost rispetto ai decenni della Guerra Fredda.

In seguito, nel marzo del 2018 (un mese prima dell’inizio delle proteste e un anno prima di avviare la produzione), il laboratorio Mechnikov sponsorizzò il Terzo Festival Pucciniano che si svolse al «Teatro Rubén Darío». Il direttore scenico era Luca Ramacciotti, laureato al DAMS di Bologna nel 2002 e buon amico di Laureano. Il costo complessivo si aggirò sui 300mila dollari e gli spettatori, in massima parte dipendenti statali e pubblici, avevano tutti il biglietto omaggio (con la scritta ben visibile «cortesía»). Per chi non lo sapesse, Laureano, che da ragazzino era parecchio impacciato e timido, è un discreto tenore e ha studiato canto in Italia con l’aiuto del suo padrino fiorentino (ex sindacalista della Cgil, ex cooperante, dal 2010 console onorario del Nicaragua riconosciuto dal governo italiano dal dicembre 2013 e ex capo di gabinetto di un sindaco piddino della Versilia, ma ha pure una impesa edile a Managua: la «Toscana S.A.», con la sede nella zona residenziale di Villa Fontana). Tra i numerosi incarichi governativi e di vario tipo, tutti in palese violazione del dettato costituzionale, nel 2015 Laureano è pure l’inventore della Fundación Incanto (Instituto Nicaragüense del Canto), oltre che direttore e produttore delle messe in scena. La fondazione, presieduta dal cubano Alberto San José Molina, è ufficialmente e generosamente finanziata con il fondo statale a disposizione della Presidenza della Repubblica (quando si dice: «giocare in casa»). Abbiamo il vago sospetto che, non solo quando canta sulle note verdiane, ma ventiquattro ore al giorno si cali appieno, con il classico metodo Stanislavskij, nelle vesti del Duca di Mantova: «Il Duca si sta divertendo! Non lo fa sempre? Non è niente di nuovo. Giochi e vino, feste, balli, battaglie e banchetti, va bene tutto. […] Che allegria! Che spirito di festa! Che splendido spettacolo! Oh, guarda, non diresti che questo era il regno del piacere?» (Rigoletto).

Essendo il Mechnikov una struttura finanziata da enti statali e avendo un accordo di cooperazione accademico-scientifica con la UNAN (università statale) fin dal gennaio del 2017, il minimo che ci si dovrebbe attendere in un Paese normale è la presentazione pubblica dei bilanci, con la specificazione delle uscite e delle entrate. E i dati relativi alla produzione. Il tutto verificato e certificato dalla Contraloría General (la locale Corte dei Conti). Altrimenti è naturale che sorgano dubbi sulla gestione amministrativa e che qualcuno, interessato a livello politico o economico (BigPharma in testa), possa affermare che il laboratorio è in bancarotta e non produce una sola fiala di vaccino. Lo stesso Granovskij, che attualmente vive a Cipro con la famiglia, nel febbraio del 2017 afferma che «Fin dall’inizio del progetto nelle nostre discussioni con l’OPS abbiamo sempre posto in evidenza l’importanza di mantenere un alto livello di trasparenza per prevenire qualsiasi possibilità di attacchi per ragioni politiche o commerciali». Invece: segreto di Stato e relative chiacchiere a non finire. Pure in Nicaragua la glasnost è pura utopia: oltre agli stentati programmi «Usura zero» e «Fame zero», quello che meglio funziona è certamente il «Trasparenza zero».

Sia come sia, il primo lotto di vaccini anti-influenzali VAIF (vacuna antigripal inactivada fraccionada), a quanto si vociferava realizzato dai chimici di BioFarmaCuba, uscì dal laboratorio Mechnikov di Managua solamente nell’aprile del 2019, con una cerimonia ufficiale alla quale erano presenti politici russi e cubani, oltre al prezzemolo Laureano. Due anni e mezzo dopo l’inaugurazione ufficiale. Come direbbe il saggio: si tené prisa, hácelo con calma.

È sufficiente leggere con attenzione le varie dichiarazioni che si sono susseguite nel corso del tempo, per rendersi conto della grande confusione che regna sotto il cielo nicaraguense. Altro che Margarita está linda la mar

Il Ministerio de Salud (MINSA) informò che dal 22 aprile al 12 maggio 2019 si sarebbero effettuate un milione e duecentomila vaccinazioni anti-influenzali e altre seicentomila a partire dal 5 agosto fino al 23 settembre. Stando alle dichiarazioni ufficiali, tutte le dosi erano state prodotte dal Mechnikov di Managua, che potrebbe sfornarne almeno trecentomila al giorno su due turni secondo le dichiarazioni dell’allora viceministro della Sanità russo Serghei Kraevoy, sei milioni in un mese. Il che significa che per rifornire le due campagne di vaccinazione il laboratorio ha lavorato sei giorni. Solo in teoria, poiché secondo i dati forniti in seguito dallo stesso MINSA, in realtà nel 2019 i vaccinati contro l’influenza furono in totale 917.236. un settimo della popolazione e la metà rispetto ai numeri sbandierati a livello propagandistico. Per la cronaca, nel 2018 erano state vaccinate 357.208 persone e 413.750 nel 2017.

Ancora ufficialmente, nel corso del IV Congresso interazionale «Salud universal para todos» che si svolse a Managua il 24 novembre 2019, si dichiarò che le dosi prodotte dall’inizio di aprile furono tre milioni e mezzo. Ossia due settimane di lavoro per 137 dipendenti.

Il 3 dicembre 2020, al V Congresso internazionale Nicaragua-Russia, il presidente esecutivo dell’INSS dott. Roberto José López Gómez affermò che nel 2019 il Nicaragua aveva esportato in America Latina ben 16 milioni di dollari di medicinali, fra cui i vaccini prodotti dal Mechnikov. A parte che nello stesso anno il Paese aveva importato prodotti farmaceutici per un valore di quasi 250 milioni di dollari, resta il dubbio che qualcosa non torni tra il dato assai basso della produzione e quello estremamente elevato delle esportazioni, probabilmente riferito ad altre imprese farmaceutiche nazionali private e pubbliche. Anche perché pochi mesi fa, alla fine di aprile del 2021, come se fosse la cosa più normale del mondo e come se il Mechinokov non esistesse, la solita Rosario Murillo ha dichiarato: «Grazie alla OPS-OMS stiamo acquisendo 190mila dosi contro l’influenza per gli adulti che speriamo arrivino nei prossimi giorni». Il 20 maggio, sempre lei informa che si è conseguito il 96,3% dell’obiettivo «Raggiungendo 183.119 dosi». Ogni commento è superfluo, non vi pare?

Passano alcune settimane dal Congresso «Salud universal para todos» e, come tutto il mondo, dalla metà di marzo del 2020 il Nicaragua è in piena pandemia da Covid-19.

In aprile, Cuba dona al Nicaragua una certa quantità di Interferone Alfa 2B e la geniale tuttologa Rosario Murillo afferma che si tratta di una specie di vaccino, il quale potrebbe essere prodotto a Managua, dal Mechnikov. Vari altri personaggi della Corte ripetono come pappagalli questo messaggio ottimista. Alla fine di marzo arrivarono pure cinque medici cubani (Brigada médica «Henry Reeve»), che si installarono al Mechnikov con l’intento di verificare la possibilità di produrre questo medicinale, ma già all’inizio di luglio se ne andarono senza motivare la loro partenza e, soprattutto, senza averne prodotto una sola goccia. A parte che negli stessi giorni di aprile l’organo ufficiale del Partito comunista cubano, Granma,smentiva che l’Interferone Alfa 2B sia un vaccino, per quanto possa servire nella cura dei pazienti colpiti dal virus, poche settimane dopo nessuno parla più di produrlo a Managua. Uno dei tanti casi di mutismo pandemico che colpiscono il Paese da un quindicennio a questa parte: pare che la glasnost putiniana sia super-contagiosa. Anzi, la somministrazione dell’Interferone è sospesa dal MINSA senza neppure comunicarlo a livello ufficiale, semplicemente cancellandolo dalla lista dei medicinali utilizzabili contro il virus.

Seconda parte

L’attuale gerente del laboratorio Mechnikov, Stanislav Uiba, russo per quanto parli uno spagnolo perfetto e senza accento, in una intervista nel programma «En vivo» di Canal 4 (statale), in relazione al vaccino anti-Covid il 14 maggio 2021 ha dichiarato: «è importante la quantità del prodotto, della sostanza, che arriva dalla Russia. La capacità produttiva dipende dalla quantità, ma possiamo produrre milioni di dosi». Se abbiamo capito bene, dato che ha parlato «del prodotto, della sostanza», il vaccino già elaborato o parzialmente elaborato dovrebbe arrivare direttamente dalla Russia, per essere semplicemente travasato nelle fiale (envasado). Non ha fatto alcun riferimento a procedimenti tecnici, chimici o biologici da realizzare a Managua.

A parte che già nell’agosto del 2020 lo stesso Uiba aveva dichiarato che il vaccino russo si sarebbe prodotto a Managua entro la fine dell’anno, tra produrre e “infialare” ci pare che esista una lievissima differenza. In sostanza con la “infialatura” si realizza una relativamente semplice operazione: al principio attivo del vaccino si uniscono gli eccipienti, quindi lo si filtra e lo si mette nelle boccette dalle quali poi si ricaveranno le singole dosi da iniettare. Ma tutte le precedenti operazioni, a partire dalla produzione dell’antigene e dal suo indebolimento, ossia la coltivazione del virus e la sua manipolazione genetica, sono realizzate in Russia. Questo è ciò che ha detto, senza farlo capire al volgo.

Se il laboratorio Mechnikov fosse davvero all’avanguardia nella produzione in loco di vaccini, non avrebbe necessità di ricevere il «prodotto» già preparato in Russia. Avrebbe sia le attrezzature sia le capacità scientifiche e tecniche per elaborarlo, con la semplice informazione sul procedimento bio-tecnologico per realizzare le due dosi necessarie, le quali contengono componenti diversi che si integrano tra loro a distanza di 21 giorni.

Sarà un caso che la maggior parte delle immagini fotografiche e video degli impianti del Mechnikov mostrino tante belle fialette di vetro con il tappo celeste che corrono su nastri trasportatori? Che il Mechnikov sia in grado solamente di infialare prodotti provenienti da Mosca è lo stesso portale ufficiale russo Sputnik (di proprietà della governativa Rossiya Segodnya) a dichiararlo il 12 agosto 2019, almeno per il vaccino anti-influenzale di quell’anno: «È la prima volta che un vaccino russo contro l’influenza, la cui produzione finale [envase] si è realizzato nell’Instituto Latinoamericano de Biotecnología Mechnikov, in Nicaragua». Nessun dubbio: realizza solamente l’envase, l’infialamento. Più chiaro di così…

Se questa versione giornalistica russa non è sufficiente a convincere gli scettici sulla realtà fattuale e innegabile, si può aggiungere la relazione scientifica del Cecmed cubano che, in data 16 dicembre 2019, ribadisce che il Mechnikov realizza solamente il «riempimento e infialamento» del vaccino anti-influenzale prodotto in Russia. Identica cosa avviene in Turchia, presso il laboratorio Mefar İlaç sanayii A.Ş., joint venture con la tedesca Hameln Pharmaceuticals e operante per conto terzi: specializzata appunto nel confezionamento di prodotti per aziende farmaceutiche locali, nonché per multinazionali come Novartis, Roche, Pfizer, Bayer, Lilly ecc. Nessun rappresentante governativo turco e nessun dirigente di questa impresa ha mai parlato di produzione di farmaci.

Quando due azionisti su tre, quello di maggioranza e quello di minoranza, affermano che il cielo non è detto che sia sempre più blu, risulta arduo credere nel contrario. Del resto, lo stesso portale ufficiale El 19 digital, il 10 aprile 2019 afferma che «Questo è il primo envasado che si realizza presso l’Istituto latinoamericano di biotecnologia Mechnikov». Nessuna possiblità di fraintendimento: tre su tre, palla al centro.

Però, i megafoni acefali della propaganda sia interna sia estera credono solo in ciò che vogliono credere. Rispettando alla lettera le sarcastiche indicazioni scritte sul cartello nei versi di una vecchia canzone del cantautore cubano della Nueva Trova Noel Nicola, scomparso nel 2005: «Séquese la vida antes de entrar, / rómpase la risa antes de entrar, / cuelgue su cerebro antes de entrar”, / reza el cartel allí, / reza el cartel, lamentablemente, allí» (1980).

Un esempio lampante di questo appiattimento cerebrale, in relazione al vaccino anti-influenzale, sono le parole pubblicate l’11 maggio 2020 dal massimo spacciatore di bufale che circola nella nostra povera e provinciale Italia: «La popolazione nicaraguense è vaccinata al 100% e pochi giorni fa è terminata una nuova campagna di vaccinazione obbligatoria che ha visto medici e infermieri andare nelle case, nei posti di lavoro e persino per le strade a vaccinare la popolazione. Obiettivo raggiunto al 100%, lì non abitano “no vax” e simili». Lasciando perdere il fatto che pure in Nicaragua le vaccinazioni degli adulti sono assolutamente volontarie, il MINSA ha fornito il dato ufficiale di 1.044.278 vaccinati per tutto l’anno 2020 (gennaio-dicembre). Il 100% della popolazione dai sei mesi di vita in poi (ossia nell’età vaccinale), se non sbagliamo i conti, corrisponde a sei volte questa cifra. Ci piacerebbe sapere da chi riceve le quotidiane disinformazioni e se, prima di pubblicarle, verifica se siano davvero fasulle (a quanto pare, in caso contrario, ossia se sono veritiere, evita di renderle note). Abbiamo il forte sospetto che, in realtà, sia tutta farina del suo sacco. E dire che il titolo dell’articolo era «Fake news contro il Nicaragua». Alla faccia del bicarbonato di sodio…

Tornando al Mechnikov, per quante verifiche si possano fare, non si riesce a scoprire se Uiba sia un medico, un chimico, un ricercatore o qualsiasi altra cosa che possa avere attinenza con i vaccini o i medicinali. O con la scienza in genere. Sebbene sia regolarmente definito experto, in buona parte delle occasioni è semplicemente indicato come señor e in alcune come maestro (che, il significato comune, si riferisce a colui che comanda). In nessun caso è indicato come doctor e abbiamo seri dubbi che abbia mai sentito parlare della tavola di Mendeleev o che conosca la semplice formula chimica dell’acqua o del sale da cucina. Poiché per un incarico simile non ci pare sufficiente il fatto di parlare correntemente la lingua spagnola, nutriamo il forte sospetto che sia solo un experto nel controllo e nella sorveglianza modello Lubjanka. Un vero e proprio политический комиссар, commissario politico. Del resto, se avesse una minima infarinatura di conoscenze scientifiche avrebbe parlato del trasferimento di una «banca di cellule», non di una generica «sostanza» o di un altrettanto indeterminato «prodotto» (participio passato del verbo «produrre», equivalente di «realizzato», «pronto all’uso»). L’unico titolo a noi noto per occupare il ruolo di direttore del Mechnikov è quello di essere il figlio dell’epidemiologo Vladimir Uiba, il quale dal 2004 al 22 gennaio 2020 era il capo dell’Agenzia federale medico-biologica russa (FMBA) e attualmente è il viceministro della Sanità e il governatore della spopolata Repubblica siberiana di Komi, storicamente nota per gli internamenti e le fucilazioni di un numero imprecisato di comunisti dissidenti (o presunti tali) nell’epoca delle purghe staliniane. Fra loro, parecchi rivoluzionari italiani, accusati genericamente di «deviazionismo trotzkista».

Come nota di colore, ma assai indicativa, in una recente intervista televisiva a Canal 4 rilasciata il 5 agosto 2021, il nostro buon maestro Stanislav ha dimostrato il suo eccelso livello di cultura generale affermando che il Nicaragua e Cuba si trovano nell’emisfero Sud e il Venezuela in quello Nord. Probabilmente ritiene che gli Stati Uniti siano a Est e la Russia a Ovest. E che il sole giri attorno alla Terra, la quale è ovviamente piatta come una tortilla. Avete il permesso di ridere a crepapelle e riprendere la lettura quando vi sarete normalizzati. Forse, stare troppo a lungo in Nicaragua danneggia le celluline grigie, dato che in un determinato settore della società impera la logica del mondo capovolto. O, forse, è solo «eresia scientifica», sorella gemella della «eresia ideologica» dell’orteguismo.

È la stessa logica che dall’inizio di marzo 2021 obbliga i nicaraguensi a informarsi giorno per giorno in quale ospedale devono andare per vaccinarsi contro il Covid-19 e fare lunghe file fin dalla notte precedente nella speranza di riuscire ad avere la dose. Quotidianamente cambia il luogo e non esiste alcuna forma di prenotazione, con un evidente disagio per la popolazione e un costo inutile per le casse statali, dovendo spostare costantemente le attrezzature necessarie, a partire dalla catena del freddo. Versione nicaraguense della vecchia canzone Oggi qui, domani làoggi qui, domani dove sarò?

Pertanto, le sue parole «scientifiche» fanno sorgere spontaneo il dubbio che il laboratorio da lui politicamente controllato sia davvero in grado di fare altro rispetto alla “infialatura”. In questo stesso semplice modo e con un risultato sostanzialmente identico, il Mechnikov di Managua potrebbe imbottigliare una buona quantità di barbera doc, «sostanza» fatta arrivare direttamente nelle botti di rovere al porto di Corinto dopo la fermentazione del mosto e l’invecchiamento realizzati nel Monferrato, navigando comodamente sul fantomatico Canale del Nicaragua e facendo rifornimento per il ritorno nella chimerica raffineria «Supremo sueño de Bolívar».

Sia come sia, il 4 giugno 2021, nella consueta omelia del mezzogiorno, l’invasata Rosario Murillo resuscita il cuento: «Quindi, abbiamo buone notizie per le famiglie nicaraguensi. Presto, a Dio piacendo, verranno prodotti diversi vaccini qui in Nicaragua presso l’Istituto Mechnikov per proteggerci dal Covid-19». Questione di giorni, anzi di ore… tanto che un mese dopo, tramite l’ambasciatore a Teheran, il governo contatta il gruppo farmaceutico iraniano Barkat, produttore del vaccino Coviran. Ufficialmente per una collaborazione scientifica non ben specificata. All’inizio di agosto, sempre a Teheran, si svolge un incontro fra i rappresentanti del MINSA e il Barkat: i dirigenti del gruppo farmaceutico iraniano dichiarano che l’obiettivo dell’incontro è presentare il Coviran al Nicaragua e offrirlo a un prezzo assai vantaggioso. A questo, seguono altri colloqui a livello governativo. Nel frattempo, il 5 agosto la solita Rosario Murillo ribadisce che il Mechnikov… ecc. ecc.

Nel frattempo Cuba, che da anni produce l’80% dei vaccini che le occorrono e ha poca necessità del Mechnikov, come di certo hanno compreso i membri della Brigada médica «Henry Reeve», non aspetta le donazioni girandosi i pollici come si fa in Nicaragua e immunizza abbastanza rapidamente la propria popolazione con il Soberana e l’Abdala. È l’unico Paese dell’America Latina a realizzare con le proprie forze più di un vaccino contro il Covid-19. E già alla fine di maggio è in grado di dotare i cubani del passaporto vaccinale digitale. Una cosa da mondo dei sogni per un qualsiasi nicaraguense, che non vive da sessanta anni sotto un ferreo blocco economico-commerciale. Ma tant’è…

Chissà perché nei suoi sproloqui quotidiani Rosario Murillo non ha mai parlato della possibilità di realizzarli al Mechnikov? Eppure, Cuba è azionista di questo laboratorio, ma preferisce far produrre il Soberana2 all’Iran (con il nome commerciale PastuCovac). Chissà perché il Venezuela, la Bolivia e l’Argentina stanno utilizzando l’Abdala, mentre il Nicaragua si rivolge al ben più lontano Iran e non al vaccino cubano? Chissà perché l’Argentina si è offerta di collaborare alla sua produzione? Chissà perché pure il Perù è interessato a utilizzare questo vaccino? Chissà…?

Considerando la lieve ma costante svalutazione del córdoba rispetto al dollaro (3-4% annuo), l’incremento per la sanità nella finanziaria del 2021, sbandierato come una conquista eccezionale del buon governo socialista (oltreché cristiano e solidale), in realtà ha semplicemente mantenuto sui 70 US$ pro capite/anno la spesa preventivata, equivalente a circa un terzo del salario mensile minimo medio. Nonostante la pandemia in corso. Se si considera che il 10% della popolazione soffre di malattie croniche (dall’ipertensione al diabete, ecc.) e che nel 2020 sono state effettuate oltre centomila operazioni chirurgiche di varia natura nonostante l’emergenza sanitaria per la pandemia in corso, lo stanziamento previsto rappresenta poco più del 3,5% del Pil, mentre nella nostra bella Italia, che non si dichiara socialista, ha un banchiere a capo del governo e il sistema sanitario pubblico funziona maluccio non solo in Lombardia, supera il 6% con una spesa pro capite/anno di oltre 2.500 euro, grosso modo il doppio di uno stipendio medio operaio (la media della UE è di quasi il 10% del Pil europeo).

Per fronteggiare la pandemia, in seguito il buon governo nicaraguense ha stanziato quasi 410 milioni di córdobas in più rispetto a quanto previsto dalla finanziaria per la sanità. Equivalenti a circa 12 milioni di dollari: meno di due dollari pro capite. Più o meno il prezzo di un paio di bottiglie di birra.

Stando sempre ai dati ufficiali, finora il Nicaragua ha ricevuto donazioni per oltre un milione di dosi di vaccini (le prime 135mila il 16 marzo 2021, gratuitamente con il meccanismo COVAX). E, sempre stando ai dati ufficiali che il Nicaragua comunica all’OPS ma non rende noti all’interno, alla fine di agosto le persone vaccinate con una sola dose risultavano essere poco più di 440mila (circa il 7% della popolazione stimata in 6.700.000 abitanti) e con due dosi poco più di 200mila (il 3% della popolazione). Lo stesso Daniel, sempre all’inizio di settembre dà finalmente i dati ufficiali: 523.557 persone maggiori di trent’anni sono state vaccinate. Non specifica quante con una e quante con due dosi. Però, aggiunge che è il 18,6% dell’obiettivo: 2 milioni e 800mila (il 44% della popolazione). Un po’ scarso per raggiungere l’immunità di gregge, che dovrebbe essere almeno il 70%, ossia 4 milioni e 700mila. Che fine ha fatto l’obiettivo del 55% propagandato da Rosario Murillo nel dicembre del 2020? Che fine ha fatto il 70% di vaccinati propagandato dal Minsa il 30 giugno 2021?

Nonostante la possibilità tecnica di vaccinare almeno centocinquantamila persone al giorno, con questo ritmo occorrono ancora sessanta mesi per coprire l’intera popolazione con la sola prima dose e forse nel IV millennio tutti avranno la seconda. A Cuba, con una popolazione quasi doppia, nello stesso periodo i vaccinati completi erano oltre quattro milioni e quelli con la prima dose oltre cinque milioni. Probabilmente avrebbero fatto assai di più, se avessero avuto la quantità sufficiente di boccette per infialare il vaccino, siringhe e un sacco di altro materiale necessario che manca a causa del bloqueo. Ragionateci sopra… e nel frattempo, chiedetevi perché i nostri megafoni specializzati in balle spaziali non hanno mai fatto questo semplice raffronto, che persino un neonato capirebbe? Forse sperano in un secondo viaggio con soggiorno pagato a Managua… o in una onorificenza o in un consolato onorario.

Eppure, dal maggio 2020 al marzo 2021 il Nicaragua ha ricevuto da vari organismi internazionali 523 milioni di dollari per affrontare la pandemia, quasi 90 US$ pro capite/anno. Questi soldi sono arrivati da tempo nelle casse dello Stato, ma nessuno sa come e quando siano stati spesi fino a oggi (eccetto i suddetti 12 milioni e poco più). Qualcuno sospetta che siano stati dirottati per finanziare le centinaia di opere stradali in giro per il Paese… siamo in campagna elettorale in vista del 7 novembre e Andreotti ha insegnato non solo in Italia.

Nella sostanza, infatti, nel corso di cinque mesi il MINSA ha vaccinato unicamente con le donazioni: basta vedere nei siti ufficiali che le “giornate” di vaccinazione iniziano solo dopo l’arrivo di vaccini regalati e neppure tutti sono utilizzati (ci risulta, ma potremmo errare nei conteggi, circa la metà o poco più). E pensare che alcuni anni fa un diplomatico tedesco ha dovuto pubblicamente ritrattare la sua dichiarazione che il Nicaragua è un Paese di limosneros, elemosinanti (e non si riferiva alla gente comune). Che questo sia l’atteggiamento reale, lo conferma in modo indiretto la sproloquiante nonna dei fiori, quando denuncia la mancanza di solidarietà da parte dei Paesi ricchi: «Il mondo intero sta vivendo le conseguenze dell’egoismo, perché si pensa, si vede, si sa, per esperienza, per apprendimento, si sa, che più velocemente possiamo e avremmo potuto affrontare tutte queste sfide alla Salute se avessimo condiviso» (25 agosto 2021).

Eppure, nel dicembre del 2020 il governo aveva dichiarato di avere a disposizione ben 107 milioni di dollari per l’acquisto di vaccini e all’inizio del successivo gennaio si era premurato di assicurare che stava contrattando l’acquisizione di quasi otto milioni di dosi «en el menor tiempo posible» per coprire il 55% della popolazione (con Astra-Zeneca, Sputnik-V e Moderna). In maggio il governo ha dichiarato ufficialmente di aver già acquistato la metà di queste dosi (due milioni), che nessuno ha mai visto nel Paese. All’inizio del giugno 2021 le trattative per le restanti erano ancora in corso e non si hanno notizie più recenti. Esattamente come per il termine «produrre», in Nicaragua pure «nel minor tempo possibile» assume un significato diverso da quello comunemente accettato. Aggiornamento evidente della neolingua orwelliana. Nel portale governativo «Nicaragua compra» a tutt’oggi non risulta alcun acquisto di vaccini e neppure una licitazione in corso. Intanto proseguono le donazioni, come quella del governo russo di metà luglio con centoventimila dosi e del governo spagnolo di quasi centomila all’inizio di agosto. Oltre ad altre partite regalate da vari paesi (India, Norvegia, Svezia, ecc.) e dal meccanismo COVAX.

Senza contare le numerose donazioni per altro materiale necessario, come il mezzo milione di siringhe donate dall’OPS o quella taiwanese di oltre mezzo milione di dollari per l’acquisto dei reagenti per i tamponi o quella giapponese di un milione e mezzo di dollari per il potenziamento della catena del freddo (maggio 2021), per conservare ciò che ancora non c’è o che arriva con il contagocce e ogni giorno è spostato da un ospedale all’altro, per fargli prendere una boccata di caldo. Le malelingue insinuano che stavano andando a male le scorte di caviale e di champagne… e il signor duca di Mantova si sarebbe di certo intristito.

All’inizio di settembre, mentre in aeroporto si scaricano 130mila vaccini regalati di Sputnik-V attraverso il Fondo russo di investimento diretto (RDIF, secondo la sigla in inglese) e pochi giorni dopo inizia la somministrazione della seconda dose, la sproloquiante del mezzogiorno annuncia l’imminente arrivo di oltre 333mila dosi di Astra-Zeneca, primo lotto di un totale di oltre un milione e mezzo. Donate in massima parte dalla Spagna con il meccanismo COVAX, naturalmente. E tutti i 107 milioni di dollari disponibili fin dal dicembre 2020 sono ancora in cassa. Assieme ai 100 milioni di dollari prestati dal Bcie nel giugno dell’anno successivo.

In compenso, fare un tampone costa 150 dollari, quando dal 1° marzo 2021 il salario minimo medio è di 186,6 US$, e questi esami li fa solo il MINSA (nessun privato è autorizzato). Inutile dire che nulla è stato fatto per tracciare la mappa dei contagi né degli eventuali asintomatici. Nonostante che in questi mesi, da vari organismi internazionali e da parecchi Paesi il Governo abbia ricevuto alcune centinaia di migliaia di kit come donazione proprio con questo obiettivo (da: Bcie, OPS, Unicef, Russia, Taiwan, ecc.). Per ovvie ragioni morali, oltreché costituzionali, non si può far pagare il vaccino, ma quando le casse sono vuote… ogni tampone fa brodo. Sorge il sospetto che la recente epidemia di arresti abbia pure questo scopo: dalla fine di maggio a oggi sono emigrate legalmente parecchie migliaia di nicaraguensi, assai più del flusso normale. Ovviamente, dopo il tampone. Solo in Costa Rica, in questo 2021 circa 7.500 persone hanno chiesto ufficialmente rifugio. Si potrebbe chiamare «Operación dos pájaros de un tiro»: sinergicamente si evita che un buon numero di oppositori possa votare il 7 novembre (la legislazione non consente il voto all’estero) e si fa cassa grazie ai tamponi regalati.

Poche settimane prima che il MINSA, non riuscendo più a nascondere la realtà, cominciasse ad ammettere a regañadientes una recrudescenza della pandemia con un preoccupante incremento dei contagi (dai 40/50 settimanali agli attuali 700/800: dati ufficiali), il 19 luglio 2021 il ministro degli Esteri nicaraguense Denis Moncada ha festeggiato il 42° anniversario della Rivoluzione tradita incontrandosi a Mosca con l’omologo russo Sergei Lavrov. Il quale ha confermato che il governo di Ras-Putin sta valutando la richiesta di produrre il vaccino a Managua. Nonostante sia passato un anno dai primi sproloqui della vicepresidenta, stando alle parole del ministro russo nel corso della conferenza stampa, in realtà si tratta ancora di una questione impegnativa, per parecchie ragioni: il laboratorio di Managua è completamente utilizzato per la realizzazione di altri vaccini (leggasi: imbottigliamento e infialatura), come quello anti-influenzale, e la produzione del laboratorio Chumakov non riesce a soddisfare la necessità della Federazione Russa, con i suoi centocinquanta milioni di abitanti. E, stando alle dichiarazioni del ministro della Sanità Mikhail Muraško, alla fine di giugno solamente 22 milioni di russi avevano ricevuto almeno la prima dose (a fine luglio: 36 milioni; a fine agosto: 80 milioni).

Per evitare ogni possibile contestazione da parte dei nostrani megafoni, la testuale risposta di Lavrov, riportata nel sito ufficiale del ministero degli Esteri russo, è stata: «Alcuni mesi fa, i leader nicaraguensi ci hanno proposto di avviare la produzione del vaccino CoviVac (sviluppato dal Centro federale per i preparati immunologici Mikhail Chumakov dell’Accademia delle scienze russa), sfruttando le capacità della nostra joint venture Mechnikov. Non è una cosa facile. Innanzitutto, questa azienda è specializzata nella produzione di vaccini antinfluenzali che fornisce non solo al Nicaragua ma anche a Venezuela, Ecuador e Cuba. Mechnikov produce circa 30 milioni di dosi durante la stagione epidemica dell’influenza. Un altro aspetto è che le capacità di produzione del Centro federale per i preparati immunologici Mikhail Chumakov non sono molto grandi e la domanda di questo vaccino nella Federazione Russa non è ancora coperta».

Lavrov non ha fatto alcun cenno al tema della proprietà intellettuale del vaccino. Del resto, quali problemi potrebbero sorgere, dato che è un istituto statale e la totalità del personale scientifico e dirigenziale che opera nel laboratorio di Managua è russo? A partire dalle dottoresse Elena P. Nacharova direttrice medica della struttura, Ekaterina G. Orlova responsabile del controllo di qualità e Elena V. Kazakova responsabile delle risorse umane. Persino la consulente legale è russa, Elena Kosyak. E l’elenco potrebbe continuare. Fanno eccezione Pavel Trukhin, figlio del già nominato Viktor, che ha recentemente ottenuto la naturalizzazione nicaraguese (La Gaceta. Diario Oficial, 10 maggio 2021) e la suddetta Kazakova (La Gaceta. Diario Oficial, 27 luglio 2021). In aprile, il direttore del Mechnikov Viktor Trukhin, residente in Russia da sempre, era stato nominato console onorario del Nicaragua a Leningrado… pardon San Pietroburgo. Poche settimane fa, pure lui è stato naturalizzato per il suo contributo allo «sviluppo tecnologico e scientifico del popolo nicaraguense» (La Gaceta. Diario Oficial, 16 agosto 2021). In contrasto palese con la legislazione, la quale prevede che debba essere residente nel Paese da almeno due anni: non ci risulta che San Pietroburgo sia una comarca sperduta di Muy-Muy o di Somotillo. Se fosse di nazionalità russa, pure il nostrano megafono di Roma, dopo il soggiorno gratuito nel luglio del 2019, oggi avrebbe la nazionalità nicaraguense o sarebbe console onorario. O entrambe le cose. Tutto fa brodo per poter produrre lo Sputnik-V a Managua e l’unica norma rispettata dall’orteguismo è che le leggi sono fatte per essere violate. Se qualcuno ha da ridire, è un traditore della Patria al soldo di yanquilandia.

Infatti, tornando alle parole di Lavrov, dette in altro modo, meno diplomatico ma più comprensibile: potete nazionalizzare quanti russi volete, potete dare il consolato onorario ad altrettanti russi, ma a Managua non esiste la capacità tecnica di imbottigliare altro rispetto a ciò che già si fa e le necessità della nostra popolazione vengono prima. Perciò, per il momento, accontentatevi delle donazioni che generosamente vi facciamo e non rompete troppo le scatole con ‘sta storiella del Mechnikov. Raccontatela ai vostri connazionali e a tutti i megafoni acefali in giro per il mondo, che da anni si bevono le favolette della vostra zarina affetta da presenzialismo congenito, ma non a noi che conosciamo bene il non-funzionamento del Mechnikov. Se volete più vaccini, comperateli con i lauti prestiti quasi senza interessi che vi hanno fatto in questi ultimi mesi il Fondo Monetario, il Banco Mundial, il Bcie e il Bid (oltre 350 milioni di dollari, 58 US$ pro capite, più che sufficienti per l’acquisto di vaccini per tutta la popolazione). Domani è un altro giorno, si vedrà.

Sarà, forse, per il fatto che la Russia non è più azionista del Mechnikov, come è scappato detto allo stesso Uiba nella già ricordata intervista dell’agosto del 2020 («nuestro socio y ex accionista ruso»)? Come si può essere soci in una azienda senza possedere azioni è uno dei tanti misteri del Nicaragua. Ma tant’è.

Chissà se il buon ex generale Moncada ha recepito il mañana detto alla latinoamericana: non oggi (e probabilmente neppure domani).

Chissà se Laureano e Rafael Payo Ortega, facenti parte della delegazione a Mosca, hanno capito il diplomatico «niet, tovarishi»? Forse sarebbe stato più chiaro un bel «ni verga, compañeros».

Chissà perché lo Sputnik-V dell’Istituto Gamaleja si produce già sia in Serbia e in India (aprile 2021), sia in Brasile (giugno), sia in Argentina e in Messico (luglio) senza alcuna necessità di importarne le componenti dalla Russia (la famosa «sostanza») ed esistono accordi per la produzione entro la fine dell’anno in Cina, in Corea del Sud, in Turchia, in Egitto e in numerosi altri Paesi, tra i quali l’Italia?

Chissà perché in tutti questi Paesi i vaccini russi sono e saranno prodotti da imprese private che prima di tutto fanno i loro interessi economici, mentre lo statale Mechnikov, nato per «Contribuire alla copertura universale di medicinali sicuri, efficaci e convenienti per una migliore qualità della vita», deve ancora attendere le calende greche?

Chissà perché gli insignificanti problemi sollevati da Lavrov sono stati del tutto ignorati dal sito ufficiale pseudoinformativo El 19 Digital? (Naturalmente i megafoni nostrani si adeguano e tacciono, perché il nemico è sempre in ascolto).

Forse, ma solo forse, è solo una questione di… Nicaragua, te voy a contar un cuento.

La Bottega del Barbieri

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