Centosei chilometri di possente amore

un racconto “martediano” di Giovanni Di Iacovo

Che la materia pensi, è un fatto.

Giacomo Leopardi

Il mio primo amore.

Cerano una volta i suoi testicoli, che si ridussero alle dimensioni di due arachidi. Il suo piede crebbe dal 41 al 47. Steroidi e fiale di Halotestin e di nuovo altri steroidi. Comprò dei teschi di scimmie appena morte dallo zoo e bevve ormoni della crescita dal loro cranio. Si iniettò anabolizzanti alla base del collo tentando di beccare direttamente la ghiandola della tiroide. La pressione sanguigna era sempre in orbita, al punto che ormai perdeva sangue dal naso anche durante il sonno. La sua urina divenne scura e densa sotto l’immenso sforzo del fegato nel tentare di liberarsi da quella mole di tossine. Ogni mattina aveva bisogno di almeno di tre linee di speed per riuscire ad alzarsi dal letto e andare al lavoro alla Rehnskiöld-Damm. Per addormentarsi doveva versarsi in gola quindici gocce di Ipnox.

Era violento, depresso e paranoico.

Però era grosso.

Grande e grosso e pronto per il XII contest di bodybuilding di Goteborg.

– Se faccio primo o secondo ti sposo – mi disse – forse pure se faccio terzo. Però, se io perdo e Karl vince, be’ allora meglio che scappi.

Morì tre giorni prima del contest per arresto cardiaco. Viveva con l’anziano padre cui il diabete aveva danneggiato l’olfatto. Si accorse quindi del cadavere del figlio undici giorni dopo che era morto e mi annunciò la tragedia telefonicamente dicendomi:

– Ed ora, dopo tutte le botte che questo cane m’ha dato, devo pure pagargli una bara extralarge.

Aveva ventitre anni, si chiamava Ezekiel. Io ne avevo quindici, portavo l’apparecchio e avevo il cuore spezzato. Giurai a me stessa che non avrei mai più amato nessun altro in vita mia. E invece. Ma ti interessa quello che dico? Deve interessarti. Sei nuova di qui, devi affezionarti alle detenute, sennò finisci come Elda. A me spiace che si sia suicidata, ma immagino che lavorare qui dentro non sia una cosa semplice. A me hanno raccontato che si è suicidata con una serie di iniezioni di isobutano che la madre usava per rendere più liscia la pelle dei suoi cani che partecipavano alle sfilate. Secondo te è vero o è una maldicenza? Tu che sei cosi carina, sei troppi carina per noi assassine. Hai degli orecchini belli belli… che cosa raffigurano, un serpentello? Quasi mi dispiace che sia toccato a te venire a lavorare qui. Ti rovinerai, lo sai? Quel tuo bel sorriso colmo di fiducia, buono, sincero, si macchierà e storcerà come quello Elda. Comunque me lo aspettavo che mi avresti mandata a chiamare. Dopo che l’ennesimo test psicologico ha attestato che sono sanissima di mente ti sarai chiesta: ma se allora questa non è pazza, perché dorme nuda sul pavimento con la testa appoggiata al muro sud? Avrai pensato che lo faccio per protesta, per ribellione, oppure per depressione, visto che mi rifiuto anche di andare a fare l’ora d’aria. Guarda, credimi. Non sono mai stata cosi lontana dall’essere depressa o dall’aver voglia di ribellarmi in vita mia. Elda lo sapeva perché dormivo nuda sul pavimento con la testa appoggiata alla parete sud. Tu sei mai stata innamorata? Be’, io sono innamoratissima e, te lo garantisco, anche pienamente corrisposta. Non scendo in cortile semplicemente perché è un mio diritto starmene per i fatti miei. Ora che ho trovato l’amore, non lo voglio lasciare neanche per un istante. Elda lo sapeva che ero innamorata perché le ho detto: Eldina cara se mi sfrattate dal carcere io ucciderò di nuovo. Ma mica perché io abbia questo desiderio incurabile di ammazzare la gente tipo Hannibal tipo quelli pazzi dei film. A dir la verità non ho proprio nessuna voglia di ammazzare nessuno, sto tanto bella, contenta e in pace così. Però se mi sfrattate uccido il primo che vedo appena fuori dalle mura, cosi mi rimettono dentro all’istante e torno nella mia cella prima che ci traslochi qualcun’altra. Tutto pur di non passare neanche un solo giorno separata dal mio amore. Ma tu non mi conosci come mi conosceva Elda, io ti parlo e tu invece che ascoltarmi e cercare di capirmi ti segni solo le cose che ti paiono strane per capire cosa mi passa per la testa. Va bene. Ora ti spiego perché dormo nuda in terra con la testa appoggiata alla parete sud. Però ora devi poggiare la pennina da maestrina e guardarmi negli occhi e ascoltarmi bene perché tu sei nuova di qui e non mi conosci e tu devi conoscere l’orrore che si cela dietro gli scarni dati di ogni nostra cartellina. Perché qui dentro dovrai guadagnarteli i soldini per gli orecchini a serpentello…

Il mio grande amore.

Mi chiamo Lani Berlinermauer. Ber-li-ner-ma-uer, capito? Correggi dopo, ora ascoltami. Sono nata il 20 marzo 1974 in un paesino chiamato Jukksjarvi nel nord della Svezia. Vicino Uruna, per intenderci. No non è la città dell’albergo di ghiaccio, quella è Kiruna. Ora… aspetta…ecco. Tienile. Guarda. Quello che vedi in questa foto qui è mio marito. É una celebrità, non dirmi che non lo riconosci. Questa foto risale a quando era all’apice del successo. Quando tutto il mondo lo odiava e gli attribuiva colpe mostruose. Eppure lui non ha mai fatto nulla di male, serpentella mia. Lui è buono. Credi a me che l’ho amato disperatamente per così tanti anni. Mutilarlo in quel modo. Mi è difficile continuare a credere in Dio dopo che ho visto uno scempio del genere. Ora è in pensione, cos’altro potrebbe fare ridotto in quelle condizioni? Ma io preferisco ricordarlo cosi, in questa foto, quando era ancora in servizio. È bello, non trovi? Terribilmente bello e sexy.

Lo immaginavo. In queste foto ti sembra che non ci sia nessuno. Guarda meglio. Due indizi: non è un uomo minuscolo e non è invisibile. No, non è neanche dietro al muro. É alto 3,6 metri quel muro, anche se fosse là dietro non lo vedresti mica. Serpentella bella, non aggrottarti troppo. Quello che vedi nella foto è esattamente mio marito: il Muro di Berlino.

Ho sposato il Muro di Berlino.

Ma non pensare che io sia comunista o che abbia simbolicamente amato quel muro come icona di qualcosa o bla bla bla.

Il nostro amore non aveva nulla di simbolico.

Le ragioni del nostro amore erano limpide, classiche. Forse anche un po’ adolescenziali.

Mio padre era il proprietario della Rehnskiöld-Damm e neanche nel tempo libero la sua mente abbandonava il mondo delle costruzioni, al punto tale che per hobby realizzava dei modelli in scala ridottissima dei muri più importanti della storia. Nel giardino della nostra casa, al numero 86 di Liljeholmsstranden, avevamo una versione ridotta del Vallo di Adriano che, mentre anticamente segnava il confine tra la provincia romana della Britannia e l’attuale Scozia, da noi segnava il confine tra gli alberi di nespole e il fazzoletto di erba cipollina. Poi aveva realizzato un piccolo muro di Costantinopoli, solo che invece di proteggere la capitale bizantina circondava la piccola piscina che papà aveva costruito per me e mio fratello. Poi abbiamo la storica barriera Israeli West Bank, costruita da Israele in Cisgiordania allo scopo d’impedire fisicamente l’intrufolarsi dei palestinesi. Di solito mia madre ci posizionava il barbecue mentre oggi c’è una piccola panchina. Si, la famosa panchina di cui si parla in quel dossier su di me che sta sotto al tuo posacenere. Quella panchina la comprò Tille, il giardiniere. Era un simpatico ometto di Hiderabad, nel nord del Pakistan. Trascorse ingiustamente otto anni in galera perché era orfano, l’avvocato morì e nessuno avvertì il piccolo penitenziario di quello sperduto paesino che Tille aveva vinto il ricorso, era stato dichiarato innocente e quindi poteva andarsene. In ogni caso, tra tutti quei muri nel nostro giardino, il mio preferito era senza dubbio il Muro di Berlino. Mio padre me lo faceva riempire di scritte e di disegni con i pennarelli cosi da farlo somigliare ancora di più all’originale. E io mi ci divertivo ore intere a scarabocchiare e colorare quel muro, e mi ci affezionai come a un compagno di giochi, come a un fratellino.

Puoi soffiare il fumo da un’altra parte? Mi da un po’ fastidio, grazie.

La prima volta che vidi il Muro in televisione fu la sera in cui fu mandata in onda la sequenza di quel tale Peter Fechter che tentò di scavalcarlo. Nel filmato lo si vedeva colpito dai soldati mentre era in cima al muro, poi ricadere a terra e poi la lunga sequenza nel quale si vedeva il muro e lui sotto a morire lentamente dissanguato senza che nessuno intervenisse. A me il sangue normalmente fa impressione, ma in quella sequenza i miei occhi puntavano oltre quel corpo. Ero a bocca aperta. Il muretto con cui ho giocato da piccola era la pallida icona di quel possente serpente da 177 kilometri di cemento armato rinforzato, alto 3,6 metri, largo oltre un metro e mezzo. Forte ma silenzioso, solitario, austero come un gigante pensoso. Fiero, invincibile, riusciva a tenere a bada due interi mondi in guerra. Non era stato certo lui a sparare a Fechter ne lui poteva prestargli soccorso. Eppure il mondo lo odiava. Odiava quel Muro. Nessuno lo capiva. Nessuno tranne me. E m’innamorai.

Partii per Berlino circa un mese dopo e, come poggiai le labbra sulle sue possenti ed ampie mura, lui le accolse come se le avesse attese da sempre. Accettò il mio amore, e la nostra storia ebbe inizio.

Avrà pure undici anni più di me, ma il vero amore trascende l’anagrafe.

Ogni volta che il Muro appariva in televisione o sui giornali il mio cuore prendeva a battere all’impazzata e avrei voluto lasciar tutto e correre da lui. Però il viaggio verso la Germania era costoso e, quando era ancora in servizio, il tempo che le guardie mi facevano passare a toccarlo e baciarlo era davvero breve. Inoltre, visto che ho il terrore degli aerei e soffro pure di mal d’auto, possiamo dire che a nessuno dei due piacesse viaggiare.

Tille il giardiniere aveva una ragazza in Cina e spendeva tantissimo per andarla a trovare. Poi scoprì che non era vero che lavorava come cameriera in uno strip-bar di Kunming ma era l’assistente di uno scienziato che acquistava bambini e bambine particolarmente alti e robusti e li incrociava tra loro per ottenere una stirpe di giganti. E allora la lasciò per sempre.

Noi invece ci sposammo il 10 giugno 1985. Da quel giorno ho assunto il cognome di Berlinermauer, cioè Muro di Berlino nella lingua madre di mio marito.

Ora me le ridai le foto? Grazie.

Come ogni coppia sposata, abbiamo avuto momenti felici ma anche difficili. Il nostro amore è riuscito a superare anche la terribile aggressione di cui mio marito fu vittima il 9 novembre 1989, quando folle inferocite lo hanno aggredito e massacrato con rabbia. Io guardavo dalla televisione urlando e piangendo disperata. A me non interessava se quella violenza avesse un significato politico buono o cattivo. Quelle bestie stavano facendo a pezzi mio marito e tutto il mondo si godeva lo spettacolo. Dovevo difenderlo. Scappai alla stazione a prendere il primo treno notturno diretto a sud ma, quando arrivai, lui era già stato brutalmente mutilato e finii per svenire sulle sue ossa spezzate.

La mia brutta sorpresa.

Questa storia che molti trovarono ridicola, mutò in tragedia il 17 giugno di due anni fa.

Quel giorno partii di notte. Era il nostro anniversario di matrimonio, volevo festeggiarlo nel migliore dei modi, fargli capire come a stare con lui io fossi la donna più felice del mondo. Avevo con me della calce e una spatola, roba che avevo preso dalla fabbrica di mio padre, per sistemare alcune parti nella sezione di muro vicino a Honingstrasse, a Friedrichshain.

Un po’ alla volta, ma lo avrei ricostruito.

Bello, forte e fiero come prima.

Avevo inoltre con me una bottiglia di champagne Bollinger che mi avevano regalato al compleanno e due magnifici bicchieri in una apposita scatola nella valigia. Portavo in valigia anche il suo abito preferito, per cambiarmi alla meno peggio nel bagno del treno. Era un vestitino rosso corto ma non troppo con un’esile rosa nera disegnata lungo il fianco. Avevo dei sandali con tacco sottile ma non troppo alto ed avevo frustato il mio parrucchiere per farmi davvero bella che più bella non si poteva. Il parrucchiere poi in realtà era il fratello di Tille. Prima faceva il custode dello zoo di Islamabad ma fu cacciato perché, preso da un raptus di fame chimica, arrostì in una sera due galline tibetane e un’intera pecora del Kashmir. So esattamente cosa preferisce che io indossi e come gli piacciono i miei capelli, e quando lo sento veramente attratto da me la nostra vita sessuale, già comunque buona, ne beneficia moltissimo. Certo che abbiamo un vita sessuale. A volte sono solo carezze, ma carezze date in un certo modo, sussurrando certe cose. Altre volte invece andiamo anche un po’ oltre. Ma non è masturbarsi. Tu ti masturbi con oggetti perché il tuo corpo vuole ricevere del piacere, ma utilizzi oggetti che non ritieni possano ricevere piacere da te. Li usi e basta. Utilizzi giornaletti porno oppure filmati che ti rimandano a donne o uomini con le quali faresti del sesso. Io invece faccio sesso direttamente con l’oggetto in quanto amo e desidero esattamente l’oggetto con cui faccio sesso.

L’amore è sempre l’amore. Può cambiare l’oggetto dell’amore ma l’amore è sempre quello. Forse il mio modo di amare è diverso da tuo, ma non bisogna aver paura di ciò che è diverso.

Certo il nostro matrimonio non può essere definito tradizionale, ma noi delle convenzioni ce ne siamo sempre fregati. E poi chi è a favore delle unioni gay, per coerenza, deve esserlo anche di quelle neo-animiste, e chi si batte contro le torture verso gli animali non può applaudire dinanzi allo scempio che hanno fatto di mio marito.

Anche perché dai, oggi come oggi nessuno ha più dubbi sul fatto che gli oggetti abbiano un’anima. E’ che molti non lo vogliono ammettere per continuare a maltrattarli impunemente. Come quando si riteneva che le donne non avessero un’anima, com’era la frase… “l’uomo ha un corpo, la donna è un corpo”. La razza umana tratta gli oggetti molto male, con lo stesso disprezzo di quando prende a calci un cane o pesta la moglie o sradica un albero, credendosi arrogantemente superiore a tutto il resto. E c’era qualcuno in Germania che si sentiva talmente superiore ad altri da sentirsi in diritto di macellarne milioni. Mio marito non ha chiesto di essere costruito così come un essere umano non chiede di nascere. Ma ritengo che quando una cosa nasce debba comunque avere i suoi diritti, che sia un pesce rosso, un uomo, una pianta di nespole o una porta. Io sono per un’eguaglianza totale di tutto ciò che esiste. Anche perché ormai viviamo più con gli oggetti che con le persone, passiamo più tempo con la tastiera di un PC che con la persona che amiamo, ci affezioniamo più alla nostra macchina che ai nostri genitori.

E vuoi forse farmi credere che non hai mai avvertito il respiro, l’affezione di un oggetto? Oppure la sua paura, la paura di quello che potresti fargli. Guarda questa tastiera del tuo PC. Lavorando avrai chiuso dei documenti senza salvarli no? Eppure appena ti accorgi del lavoro che hai perso guardi per un istante la tastiera e stringi i denti…

così come quando a Ezekiel andava storto qualcosa e lui sbuffava poi mi guardava e stringeva i pugni…

l’istante prima che tu sferri con forza un pugno sulla tua tastiera be’ in quell’istante che il tuo sguardo si posa con rabbia sulla tastiera e la mano si contrae a pugno, in quell’istante tu puoi sentire puoi sentirla puoi sentire la tastiera che ha paura, che chiede di non essere picchiata per una colpa che non ha, ti chiede pietà perche è inerme e non potrà mai sfuggire al tuo pugno ed è come se picchiassi un bambino legato…

o una ragazzina di quindici anni che ti amava da morire, e a cui dispiace se il suo apparecchio ortodontico ti ha ferito il labbro…

e la tastiera te lo dice, ti trasmette in quell’istante la sua paura, la sua impotenza, la sua non responsabilità ma tu chiudi il pugno e allora la tastiera sa che non ha scampo e spera solo che tu almeno la colpisca con la parte morbida del pugno, quella sotto al mignolo, cosi ti sfoghi, perché se vuoi sfogarti sfogati, picchiami pure ti dice, perche lei accetta tutto da te, perché lei ha vissuto con te ed è stata li umilmente e fedelmente al servizio delle tue ditine per tanti anni e ha condiviso tutto ciò che hai scritto e quindi anche a lei dispiace per quel cazzo di documento word e se tu la colpisci e questo ti sfoga e ti fa bene, ok, fallo pure, ma almeno colpisci con la parte di ciccia del pugno, colpiscila con la parte di ciccia del pugno non con le nocche come Ezekiel faceva con me ogni volta che qualcosa gli andava storto almeno mi avesse colpito con la parte di ciccia del pugno tanto si sfogava lo stesso e tu la guardi la tua tastiera e stringi il pugno ma se liberi per un attimo la mente dal tuo piccolo problema del documento word non salvato puoi sentirla, puoi sentirla la tastiera che ti ama, che t’implora pietà che è disposta a baciare quella mano che la colpirà, purché almeno la colpisca dal lato della ciccia. Ama gli oggetti che usi, devi amare gli oggetti che usi, piccola mia, le tue penne, la tua tastiera, amali perché a volte accompagnano la tua vita più degli uomini pazzi e violenti, più delle amiche egocentriche e invidiose, ama gli oggetti che a volte sopravvivono ai tuoi genitori, che non hanno pretese se non quella di servirti, di esserti utile, di essere usati. In cambio chiedono solo di non essere distrutti, buttati, allontanati al minimo cedimento, alla minima piccola rottura. Io, tastiera che ti ho servito senza fallire per tutti questi anni, prendendo pugni su pugni per ogni documento non salvato, che obbedisco e scrivo senza fiatare, senza scollegarmi, e senza mai aver chiesto, neanche per una volta che tu pulissi gli strati di polvere tra i miei interstizi con la bomboletta d’aria compressa. Tu in cambio non hai mai fatto nulla per me, ma io non te l’ho mai fatto pesare. Mai.

Però almeno non buttarmi via.

Facciamo che quella sigaretta è l’ultima? Davvero, se fumi continuo a distrarmi.

Allora, torniamo a noi. Arrivo all’ora del tramonto nei pressi di Ostbahnof. Fisso per mezzo minuto abbondante il cielo che pare marmo striato di viola, poi tiro un profondo respiro. Tille mi raccontava che se prima di un incontro importante al tramonto non guardi il cielo e tiri un respiro, arriverà un pipistrello a leccarti i bulbi oculari. Come volto per Spicherenstrasse i miei occhi sani e salvi si riempiono della vista del mio amatissimo marito.

Ma c’è un neo.

Una donnetta dal culo basso enorme strozzata in una camicia indaco dai riflessi metallici e una minuscola luccicante borsetta glam a tracollo tiene le mani dietro la schiena e si china in avanti ad appoggiare le labbra sul fianco di mio marito.

Infernali fiamme color sangue mi accecano la vista e mi ritrovo ad aver gettato contro il muro la valigia e a colpire la troia alle tempie di lato con tutta la mia forza e con tutte le mie nocche. La colpisco fortissimo mentre quella era lì con gli occhi chiusi e le labbra incollate a mio marito, la colpisco con una tale forza che le piego pure il fermaglione di metallo che aveva in testa.

Lei si gira e mi urla qualcosa a base di scheiss ma io la colpisco di nuovo in faccia, fortissimo, la becco sulla guancia, poi le prendo i capelli e gliene tiro un altro sulla fronte, ma stavolta non era un gran che di cazzotto perché ero troppo vicina e non potevo dare alle nocche lo slancio del primo pugno. E intanto le urlo in inglese:

– É mio marito puttana culona, é mio marito! Te le spappolo quelle labbra!

E lei di colpo mi scansa poi si ferma e mi guarda. Un rivolo di sangue scurissimo fa capolino dal suo naso ma si ferma a metà del suo muso un po’ ingrugnito.

– Ma.. allora sei tu… mio dio, scusami! Ti prego… non picchiarmi più… perdonami.

– Sono io cosa?

– Sei sua moglie… allora è vero che è sposato… aveva ragione Lua. Perdonami, perdonami ti prego. Io mi chiamo Mildred e… e non volevo esagerare… ma tu lo sai no – sorride – è il muro più intrigante e sexy del mondo… io normalmente, i muri non li guardo neanche, credimi… quindi figuriamoci quelli sposati… non sono quel genere di donna – balbetta, poi acuisce il tono e strilla, poi strascica le finali… starla a sentire è come avere una papera nel cervello – eppure cazzo io me lo sentivo, ogni volta che mi azzardavo a sfiorarlo con la mano, magari dissimulando il gesto per non imbarazzarlo, mentre passavo la mattina per andare a lavoro o quando tornavo a casa a piedi, come stasera… be’ ogni minimo contatto che avevo con il suo corpo io percepivo che qualcosa non andava. Avvertivo freddezza, distacco. Non-partecipazione. Era come se lui non gradisse fino in fondo le mie attenzioni.

Quasi che volesse scansarsi.

Di certo non poteva non piacergli un pezzo di donna come me, e di conseguenza l’ipotesi più probabile era che avesse un’altra. Ma non potevo restare col dubbio. Dovevo scoprirlo con chiarezza una volta per tutte. Quindi decisi di azzardarmi a baciarlo. Stamattina mi alzo, mi faccio bella, mi preparo, tiro un sospiro e poi mi dico: “be’ su coraggio, proviamoci… non mi picchierà mica!”

– Ok, ok… – le faccio io notando che non aveva calze e che sulle sue gambotte erano visibili i puntini arrossati dei peli appena rasati – mi spiace averti preso a pugni ma non potevi scegliere giorno peggiore per “azzardarti”. Oggi è il nostro anniversario stellina, e io vivo in Svezia. Quando una donna si fa 32 ore di treno per festeggiare l’anniversario con suo marito non è bello trovargli addosso le labbra di un’altra.

– Hai ragione… hai ragione… cazzo io ucciderei per una cosa del genere, anzi, tu mi hai fatto anche poco. Io sono mortificata anche perché… non sono single. Sei mai stata sulle rive del fiume Havel, qui vicino? Be io sono fidanzata da due anni e mezzo con quel massiccio ponte di legno. Ma le cose tra me e lui non vanno troppo bene. Tutta quella gente che lo calpesta in continuazione… io voglio un compagno vero, che viva a testa alta. Guardarlo umiliare è umiliante anche per me. Bambini insensibili che ci fanno sgocciolare i gelati sopra, mendicanti che ci pisciano, vecchi che ci sputano. Odio doverlo dire ma non mi sento affatto fiera di lui. Una donna ha bisogno di sentirsi orgogliosa del proprio compagno. E il Muro di Berlino da questo punto di vista è… be’ non devo certo dirlo a te. E pensare che io non ho mai amato la pietra, ho sempre e solo avuto relazioni con oggetti di legno. I costrutti di pietra sono così… freddi, brutali… duri, silenziosi, spietati… il legno è caldo, è vita, e poi è robusto, può essere un punto di riferimento. Quando non si fa mettere i piedi in testa da tutto il mondo. Ma aspetta… ti prego permettimi di invitarti a bere qualcosa con le mie amiche del Circolo. Dio saranno entusiaste di conoscere di persona la moglie del Muro più famoso del mondo. E poi io posso anche ospitarti, sai, puoi stare a dormire da me, se vuoi… e visto che hai ancora con te la valigia vuol dire che non ti sei ancora sistemata…

– Bere.. qualcosa? Va bene, ma non subito, ora io e mio marito dobbiamo fare due chiacchiere, sono venuta a Berlino per lui non per la birra. E poi… che circolo sarebbe?

– Non è lontano da qui, É il circolo dove si riuniscono i panpsichisti, i neo-animisti e in genere chiunque in città ami i costrutti e gli oggetti. Si chiama Die drei kleinen Schweinchen. Sarebbe “I tre Porcellini”. Sai… quella fiaba dei tre animaletti che amavano a tal punto i materiali, persino quelli fessi come la paglia, che ci si sono costruiti delle case fesse che venivano poi distrutte dal loro nemico, il Lupo Cattivo, con un semplice soffio. Eppure, nonostante il rischio, poi drammaticamente verificatosi, di venire divorati dal Lupo, non hanno voluto rinunciare a costruirsi la casa con i materiali che amavano.

Una storia di tragico amore neo-animista. Allora: vieni?

Oggetti di desiderio.

Il Die drei kleinen Schweinchen è un pub piccolo ma terribilmente carino. Lungo Friedladstrasse, poco prima del parco di Kreuzberg. Appena varcata la soglia si percepisce un senso di fuga nella natura. Tutto il locale è rivestito come una baita da tronchi di legno, tronchi come sedili e tronchi come tavolini. Le pareti dietro emanano una forte luminosità bianca che invadeva gli ampi interstizi tra una serie di tronchi ed un’altra dando la vivida sensazione che questi fossero sospesi a mezz’aria nella luce o che la baita stesse esplodendo investita da una violentissima immobile luce nucleare. I tronchi hanno un colore più scuro al livello delle sedute e poi più chiaro salendo lungo le pareti fino a tornare scuro scurissimo in cima, trasmettendo la sensazione di un infinita altezza in uno spazio ristretto. Un uomo, una donna e una ragazza ci attendono attorno ad un ceppo di legno con dei buchi nei quali erano infilate le bottiglie.

La ragazza è identica a quell’attrice bionda che sta negli ultimi film di Woody Allen e pure in Lost in Translation ma proprio non ricordo come si chiama. Questa si presenta come Marlene, ma pare proprio quell’attrice. Alta, troppo magra, pulitina, solare, bel sorriso. Già la odiavo.

Nei pochi minuti in cui Marlene si assenterà per andare in bagno, Mildred mi avrebbe sussurrato all’orecchio che questa dorme sempre seduta perché a dormire orizzontalmente è convinta che muore. É ricchissima, campa acquistando e vendendo case di Serial Killer famosi. Inoltre ama il ferro, ha da diversi anni una relazione con l’inferriata della villetta del cannibale Arwin Meiwes a Rotemburg e ora che sarà messa all’asta se lo porterà a casa, lo sposerà e chiamerà i Rammstein a suonare al loro matrimonio.

L’altra è una donna di mezz’età, tutta vestita di verde scuro. Si chiama Lua. Fuma a testa bassa e ha un’ampia fessura tra i denti davanti che nel complesso, però, non è sgradevole. Inoltre è l’unica che si alza e mi tende la mano.

Nei pochi minuti in cui Lua si assenterà per andare in bagno, Mildred mi avrebbe sussurrato che nel suo appartamento ospita decine di rane dello Zimbabwe che allatta personalmente. Ha scoperto l’amore per i costrutti in paglia quando passò davanti al laboratorio di un tassidermista, e un decennio prima uccise suo marito colpendolo ripetutamente con un alligatore impagliato. Ma poi l’ha fatta franca. Oggi ama passare ore nuda sulle sedie impagliate a fare l’amore con loro anche se spesso ha scappatelle con vimini, giunco, smidollino e bambù.

Ehi, guarda che di appendicite ci si può morire e se ti mangi le unghie in quel modo ti verrà un’appendice che sembra il verme mostro di Dune.

Il terzo tipo è l’unico ad apparire davvero eccentrico. Supera abbondantemente i cinquant’anni, indossa una giacca di lattice nero attillata con bordo rosso, divelta da un grosso stomaco bianchiccio, molle e spelacchiato. Indossa lunghi guanti dello stesso materiale e ha un’enorme testa rasata, con tre piercing ad anello sul labbro ma nessuno ad orecchie o naso.

Nei minuti che trascorrerà in bagno Mildred mi sussurrerà:

– Su di lui c’è poco da dire. Kurtz è uno regolare. É il prete della Chiesa di Friedrichstrasse. Non beve, non fuma, non va a prostitute, mai una denuncia per molestie a bambini e, secondo me, sotto sotto vota pure a sinistra. Ha solo questa passione per la plastica ed è convinto che sia un dono di Dio. Dice che la plastica per primo la ottenne Cristo che oltre a dividere il pane e il vino divise anche gli atomi del polivinilcloruro e che camminava sulle acque perché si era fatto dei calzari di teflon e che la Sindone non esiste perché dopo morto a Cristo lo portarono via in nel sacco nero in polietilene per cadaveri del coroner di Gerusalemme.

Come saluto tutti e mi si siedo sui tronchi, me ne sprofondo scoprendoli morbidissimi. Allora Padre Kurtz mi fa:

– Ci cascano tutti. Non sono di legno, sono tronchi in schiuma di poliuretano rivestiti di ultrasuede. L’ultrasuede è simile all’alcantara. É il materiale che usano per realizzare l’ano delle moderne sex-dolls. Anche se i buffi micro-canotti delle bambole gonfiabili di una volta hanno sempre il loro fascino vintage. Le pareti sono in perspex retroilluminato e di sabato pulsano di luce al ritmo della musica. Dato che il pavimento è composto da una stuoia imbottita di paglia compressa fissata su una cornice di legno e i rubinetti dei bagni sono in ferro battuto, possiamo dire che qui dentro c’è tutto ciò che noi amiamo.

Poi ordiniamo da bere.

La serata passa piacevolmente. Non avevo dubbi che nel mondo ci fossero altri uomini e donne che amano i costrutti e gli oggetti più degli altri esseri umani, ma non mi si erano mai palesati. Nel mio amore per il Muro di Berlino, mi è capitato di sentirmi sola, a volte eccentrica se non addirittura maniacale. É stato importante per me poter chiacchierare liberamente con persone hanno la mia stessa passione, il mio stesso modo di amare.

Marlene mi racconta del suo outing:

– La mia passione per i costrutti emerse con chiarezza in una domenica pomeriggio di fine aprile. Sapete, io e il mio uomo vivevamo a Jerdorff e andavamo ogni domenica al piccolo stadio locale a vedere le partire del Jerda F.K. É uno stadio che aveva un solo grande difetto: i bagni. Ne avevano costruiti solo dentro gli spogliatoi delle squadre. Certo, c’era un bar esattamente di fronte allo stadio, ma la gente era pigra e comunque non voleva perdersi nessun istante della partita. Cosi quella maledetta domenica le fondamenta dello stadio crollarono perché tutti, per anni, avevano pisciato sulle fondamenta. Lì capii che l’uomo non ha alcun rispetto per le cose e, nel crollo, prima ancora che la paura, avvertii il dolore dell’ intera struttura, come un gigante che rovina a terra col ginocchio spezzato.

Lua l’impagliatrice non parla molto, e l’unica cosa che mi dice è:

– Quindi sei sposata. Brava. Delle volte è venuta voglia anche a me. Non credere, io m’innamoro sul serio, quando mi innamoro. É che… sono un spirito libero, davvero. Anche se amo una sedia impagliata, se passeggio nel reparto arredamenti di un centro commerciale e vedo certe sedie, di quelle belle moderne lucide e dal design accattivante… brucio dalla voglia di spogliarmi e di sedermi su di esse. E quando il corpo chiama, noi mortali dobbiamo obbedire. E poi sono terribilmente vanitosa. Se incontro oggetti che mi sussurrano complimenti, parole dolci… o che mostrano interesse per me, che mi fanno certe proposte, magari un po’ esplicite ma sempre formulate con garbo… siano essi portoni di ferro o radiosveglie, tessere del bancomat o treni metropolitani… be’, perché no, potrei decidere di andare anche con loro. Non è svendersi, non è regalarsi, non è vizio, non è infedeltà. E’ libertà.

Il prete non pare affatto d’accordo.

– Tesoro, mi spiace ma tu sai come la penso su certe cose. Sarà l’educazione che ho ricevuto, sarà la scelta di vita che ho intrapreso, sarà il mio carattere geneticamente bacchettone, ma se io amo un portasapone di plastica non è che se poi vedo un treno metropolitano o una custodia di dvd o una paperella galleggiante di gomma me la inizio a spupazzare. Io sono straight. Se nasci donna deve piacerti l’uomo, e se sei una donna seria non inizi a leccare la passera solo perché ti “stufi” dell’uomo. Scegli altri uomini, magari, li cambi, li butti. Ma non passi alle donne. Io farei tutto per la plastica, con la plastica e alla plastica. Ma non toccherei i vostri muri, ponti, sedie impagliate, treni e roba del genere. Sarebbe andare contro natura. L’uomo va con la donna, la donna con l’uomo, tu con i muri ed io con la plastica. É così che in terra si rispetta quell’ordine che nel divino regna.

E continuiamo tra birrette, alsaziani e altre chiacchiere. Poi si fa tardi. Mildred mi riaccompagna da mio marito. Gli stampo un appassionato ( e brillo) bacio della buonanotte e poi me ve vado a dormire da lei.

La mia rabbia.

Passa poco più di un anno.

Le cose tra me e mio marito andavano bene, anche se mio padre è stato male e per diversi mesi non sono potuta scendere a Berlino. Non ebbi più contatti con Mildred o con il suo circolo. Era gente piacevole, eppure preferivo vivere le mie passioni per i fatti miei. In fin dei conti non mi andava di sbandierare i miei gusti sessuali in circoli, festicciole, meeting e queste robe alla gay pride. La sessualità per me deve restare una questione privata.

Quando squilla il citofono credo che sia, come spesso accade in tarda serata, qualche operaio che va via e vuole salutare mio padre ma sbaglia e scampanella qui all’abitazione invece che all’ufficio.

Invece.

– Sono… Mildred… Mildred di Berlino. Devo parlarti.

Cazzo. Che vuole ‘sta brutta crucca?

Scendo subito e la porto nel nostro giardino dei Muri.

Il tramonto è inoltrato, l’aria è umida e io sono tesissima però non parliamo finché non raggiungiamo la panchina dietro al muro di Cisgiordania. Il suo culone mi costringe in un angolo. Anche da seduti, lei non riesce a guardarmi negli occhi.

Cazzo.

Brutta crucca che vuoi da me?

– Vedi, io – la sua voce era come una spugna imbevuta di lacrime e fumo – lo sentivo, te l’avevo anche detto… il ponte di Havel non faceva per me. Ed io non facevo per lui. Poche settimane dopo la tua visita ne ebbi la certezza. Un gruppo di turistelle dalle belle gambette lisce e snelle correvano sul mio ponte da un lato e dall’altro, ridendo come gallinelle fortunate, si saranno fatte decine di foto su e giù a sgambettare sul mio fidanzato. Alcune erano a piedi nudi, graziosi piedini lisci quasi per nulla impolverati, con smalti chiari, pastello che leggeri percorrevano, sfioravano o calpestavano il suo corpo. Nell’atmosfera della loro spensierata allegria e della loro naturale bellezza lo sentivo eccitarsi, sentivo che quei piedini lo stavano facendo impazzire, che ad ogni accennata pressione delle loro guizzanti ditine sulla sua schiena lui andava in estasi. Quei piedini lui li stava spudoratamente adorando, li avrebbe baciati, leccati… scoppiava d’eccitazione quel porco feticista! E io ero li, con i miei piedi a pagnottella chiusi in due zoccoli pure consumati, con il mio cuore che sanguinava davanti a questa scena. Lentamente squartata dalla gelosia, dall’impotenza, dall’umiliazione.

L’istante dopo ero al Die drei kleinen Schweinchen. Mi ubriacai da sola e, quando non ne potei più, ciondolai fino a raggiungere il Muro.

Piangevo urlavo, tremavo… eppure, come stesi il mio petto sulla sua fresca pietra, come le mie braccia e le mie mani poterono spaziare sulla sua rassicurante struttura di duro cemento rafforzato, sdegnoso, titanico…

Fa una pausa e si asciuga le lacrime.

Io, gelida:

– Continua.

Lei sorride. Di colpo si fa stranamente fiera. Mi guarda con aria di sfida e mi risponde:

– Aspetto un figlio dal Muro di Berlino.

I miei ultimi sogni.

Quando riapro gli occhi, la prima cosa che vedo è il grosso stemma a forma di sole dorato pieno di raggi che torreggia sul cappello di uno dei cinque ufficiali della polizia federale di Berlino. Mi ammanettano e mi portano in centrale dopo avermi raccolta sotto shock a dormire svenuta, con le unghie spezzate e i polpastrelli lacerati e incrostati sangue rappreso per aver cercato per tutta la notte di graffiare mio marito.

Di tutte le foto che mi fece vedere il commissario, quella che ricordo meglio è quella in cui si vede una ragazza culona con il cranio un po’ sfondato, tipo l’uovo di Pasqua, con vari pezzetti mollicci sanguinolenti appiccicati su un realistico modellino del muro di Cisgiordania.

Mi limito ad annuire, la riconosco. Annuisco sempre, annuisco che annuisco finché non mi portano qui dentro. I miei non sono mai venuti a trovarmi. Amici non ne ho mai avuti.

Sola.

E invece no.

La prima giornata in carcere fu tremenda, e pregavo solo che tornasse Ezekiel, il mio primo amore. Volevo che lui grande e grosso e potente con quel torace che sembrava il cofano di una macchina, potesse soffiare e soffiare cosi forte da sfondare le mura e liberarmi. Ma a forza di soffiare forte il suo cuore è esploso tanti anni prima.

Ma poi, invece, quella prima notte di carcere feci un sogno che mi riaggiustò il cuore.

Sognai di strisciare lungo il pavimento di casa di Ezekiel, con il naso rotto e un occhio gonfio perché, per l’ennesima volta, il mio maledetto apparecchio aveva tagliato il suo labbro mentre mi baciava. Io strisciavo sul freddo pavimento che sembrava infinito ma piano piano diventava più caldo, sempre più caldo e morbido e roseo e mi resi conto che stavo strisciando su un pavimento di calda e buona carne umana, dalla pelle liscia e scura e come alzai gli occhi mi accorsi che ero arrivata alla fine del pavimento e mi aspettava una parete di morbida carne sulla quale poggiare la mia testa e riposarmi.

Come aprii gli occhi mi ritrovai ch’ero finta sul pavimento della cella e la mia testa poggiava contro il muro sud.

Alzai gli occhi su di lui e lo sentii. Sentii il suo amore. Sentii che mi capiva e che mi avrebbe salvato.

Da quella notte, ogni giorno, il muro sud comunica con me nei sogni. Basta che dormo con la testa appoggiata a lui. Anche se molto spesso preferisce che io sia nuda.

Di notte, nei sogni, viviamo una profonda e ineguagliabile storia d’amore. Non potremo fare viaggi di nozze ai Caraibi, ma i sogni che mi soffia dentro ogni notte mi trasportano oltre ogni banalità. Otto ore di puro potente, fiabesco, limpido amore.

Lo avevo capito che voi vi preoccupavate per il fatto che dormissi in quel modo, ma il motivo è semplicemente questo. Grazie per l’interesse ma sto davvero bene. Così bene che, qualunque cosa voi vogliate farmi, io non me ne andrò mai più da qui.

Perché qui ho finalmente trovato l’amore.

Quell’amore giusto e pieno che tutti cerchiamo e di cui tutti siamo alla disperata ricerca ovunque: al pub, sul lavoro, nei siti di annunci… mentre a volte l’amore della tua vita è così incredibilmente vicino a te.

Magari ci sei seduta sopra, magari ci stai scrivendo frasi d’amore per un altra persona o magari gli stai piantando un chiodo nel petto per appenderci un quadro.

Rallenta, rilassati, non far rumore… ascolta il respiro degli oggetti.

Forse qualcosa, proprio in questo istante, ti sta sussurrando…

ti amo.

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