Centri sociali sotto attacco incrociato

Un regalo di regime alla “nuova Italia”

di Maurizio Fantoni Minnella. A seguire alcuni nostri link.

Askatasuna, Buridda, Leoncavallo, nomi che solo fino a pochi mesi fa evocavano ai più sacche di resistenza antifascista residuale, avamposti inespugnati di una rivoluzione mai avvenuta; luoghi, insomma, del tutto anacronistici in tempi post-ideologici. Per quella maggioranza più agguerrita che non tarderebbe un solo istante a porre fuorilegge tutta la sinistra che ancora si dichiara comunista, i cosiddetti centri sociali, dove si concentrano, tra gli altri, immigrati clandestini e sovversivi incappucciati, dovrebbero essere tutti “espugnati” e di conseguenza, cancellati dalla memoria della città. Detto fatto. Qualche volta i miracoli avvengono per davvero. Infatti pochi giorni fa (18 dicembre 2025) il Comune di Torino ha perfino provveduto al regalo natalizio ai suoi cittadini sgomberando definitivamente l’Askatasuna (che in lingua basca significa libertà), che dal 1996 è stato presenza stabile e attiva sul territorio. Una realtà sociale importante, interessata non solo a produrre cultura alternativa (e su questa definizione si potrebbe aprire un lungo dibattito) ma soprattutto interventi di solidarietà di quartiere. Per questa ragione, infatti, il suo sgombero ha sorpreso e indignato molti normali cittadini tra i quali persone anziane o fragili che negli spazi dell’Askatasuna trovavano sostegno e magari anche conforto.

Pochi mesi prima altre due importanti realtà urbane in ambito giovanile come il Buridda a Genova e il Leoncavallo a Milano vengono sgomberate dalle loro sedi di quartiere. Se sul Leoncavallo è già stato scritto molto (1), del Buridda (il nome allude a un piatto a base di pesce tipico della cucina genovese) si dirà che la sua è una storia di trasferimenti forzati da una sede storica all’altra con il solo scopo, da parte delle istituzioni, di indebolire, se non alla fine, annullare, l’influenza e l’efficacia delle azioni politiche di dissenso collettivo. Lo stesso destino è toccato allo Zapata, un centro sociale radicato nel ponente genovese (San Pier d’Arena) che per diversi decenni ha occupato gli spazi dell’ex settecentesco deposito del sale. Anche in questo caso la presenza di tale centro di aggregazione giovanile non si spiegherebbe ignorando la stretta relazione con il quartiere e il territorio circostante. Non siamo di fronte, quindi, a realtà autoreferenziali, sebbene siano da sempre autogestite, ma a presidi sociali sensibili ai bisogni collettivi primari. E pensare che pochi anni prima della sua morte (2013) Andrea Gallo, il prete di strada che tutti rimpiangiamo, aveva siglato un accordo per una rete di tutti i centri sociali genovesi riconosciuta dal Comune. Va comunque ricordato come il senso di isolamento politico generale, la forte riduzione del segnale di lotta antifascista sul territorio nazionale, ossia di quell’humus culturale che un tempo avrebbe garantito una partecipazione politica di massa, abbia in qualche modo favorito in seno a tali gruppi un senso di accerchiamento e di autoprotezione entro i propri confini politico-mentali. Da ciò il rischio sempre in agguato dell’autoreferenzialità.

Fa sorridere che ci si stupisca ancora una volta del fatto che, parimenti ai centri sociali di sinistra, non sia stata a sua volta sgomberata la sede storica di Casa Pound nell’imperioso edificio littorio romano, già da lungo tempo passibile di sequestro, di fatto, mai messo in atto! Basterebbe comprendere il fatto che oggi l’annunciata fine delle ideologie nasconderebbe una pur semplice verità, ossia la fine di una sola delle due ideologie storicamente antagoniste, quella comunista. Questo, in un clima politico nazionale in cui la cosiddetta democrazia è diventata un cavallo di Troia per far approvare scelte autoritarie, di cui si auspicherebbe diventassero leggi!.

Inoltre, nell’attuale vulgata comune, i militanti di Casa Pound, eredi dichiarati del fascismo storico – la cui ricostruzione è già a suo tempo messa fuorilegge con ben tre leggi scritte – si sentono ormai legittimati ad agire come una normale compagine politica che ha perfino diritto di propaganda.

Allora, quale valore attribuire, oggi, all’antifascismo? Quello ufficiale e celebrativo di organizzazioni come Anpi o quello militante dei centri sociali? Verrebbe da rispondere senza esitazione che, in prima istanza, l’antifascismo sia in definitiva uno solo, quello che al rispetto della memoria storica unisca lo sforzo per una sua necessaria attualizzazione. Che cosa significa agire perché il passato non si ripeta generando nuove tragedie? Loro, i ragazzi dei centri sociali, eredi dei cosiddetti “autonomi” risponderebbero sempre e comunque con la stessa formula. Militanza, militanza, come si diceva una volta… Ma che cosa vuol significare oggi? Forse quello che è accaduto a Genova, pochi giorni fa in piazza Alimonda dove si è insediata una sede, guarda caso, di CasaPound che qualche burlone ha ribattezzato in “Cacca Pound”. L’immediata reazione è stata fare un presidio proprio davanti alla sede (ripetuto poi una seconda volta), nel quale si pretendeva a gran voce la sua chiusura. Alla provocazione inscenata dai cosiddetti “fascisti del terzo millennio”, uno sparuto gruppo che è rimasto immobile sulla soglia, quasi divertito, sicuro di sé e della propria presenza stabile in quella piazza per taluni versi simbolica (dove, lo ricordiamo per chi l’avesse dimenticato, morì il ragazzo Carlo Giuliani durante il G8), la reazione dei giovani antifascisti è stata quella di sempre, di chi ha invocato la Costituzione, la repubblica antifascista o più semplicemente il proprio antagonismo. Ma la risposta, giunta da un funzionario della Digos, è stata, invece, la seguente: non c’è alcun reato, quei ragazzi pagano regolarmente l’affitto del locale e inoltre, non stanno facendo nulla di male, ossia di sovversivo. Ecco che finalmente si evidenzia una verità ancora più semplice: i sovversivi, adesso, sono loro, i giovani antifascisti con la loro rabbia e la loro violenza. Che in realtà non c’è stata affatto, ma anche quando non c’è, la si può tranquillamente inventare perché finalmente la gente perbene che ancora paga le tasse, si convinca quale sia oggi il nemico!…

Lo stesso potrebbe valere anche per un altro episodio di ordinario post-fascismo (il primo neo-fascismo progettava stragi seminando morte mentre il secondo si limita a pubblicare libri tra il filosofico e l’eversivo), svoltosi nell’annuale fiera libraria romana “Più libri Più liberi” dove viene incautamente invitata ad esporre i propri volumi un piccolissimo editore di estrema destra, tale “Passaggio al bosco” il quale tra i vari volumi presentava i Diari delle SS. Numi tutelari, D’Annunzio, Pound et cetera. La reazione è stata quella di spaccare ancora una volta il fronte progressista: Cacciari, Travaglio e Saviano, ad esempio, minimizzavano la portata politica del “caso” con una sorta di olimpico laissez faire, mentre D’Orsi, Barbero e Zerocalcare declinavano l’invito a partecipare all’evento fieristico. Un gruppo di persone, avvicinatisi allo stand dell’editore, ha voltato le spalle ai due responsabili, anch’essi attoniti, forse un po’ intimoriti ma nulla di più, intonando, infine, un accorato “Bella Ciao” come se l’inno partigiano, peraltro mai cantato durante la Resistenza, fosse il rimedio per ogni dolore!… Chi mai potrà rimediare al lavoro sporco di delegittimazione politica e morale delle lotte partigiane con una Resistenza “disarmata” , ovvero rubricata nella memoria collettiva come “terrorista”, definizione, si badi bene, che gli stessi nazisti avevano adottato per i nostri partigiani!…

Azioni queste, che vengono rubricate come necessarie o inutili a seconda del punto di vista da cui si osservi la realtà. Se non vi è pericolo che il fascismo risorga anche sotto mentite spoglie (democratiche) allora non vi sarà nemmeno antifascismo “in assenza di fascismo” come si ostina a sostenere un sedicente filosofo mediatico, (per costui, infatti, il fascismo fu solo quello al tempo di Gramsci – sic). Se invece, si vuole restare fedeli a quell’idea di democrazia senza più fascismo inteso come un’opzione politica fra le tante (come invece sta avvenendo oggi), allora sia lecito esprimere il proprio dissenso che non significa censura che è sempre prerogativa di tutti i poteri.

In un lontano film di Francesco “Citto” Maselli dal titolo emblematico di Le Ombre rosse, (2009, in cui solo la presenza dell’articolo lo distinguerebbe dal capolavoro fordiano) già si anticipava con amarezza e sarcasmo la fine di un centro sociale romano e con essa il declino di quella classe intellettuale gauche, incapace di dialogare dando risposte concrete ai bisogni dei giovani antagonisti. Ma la dialettica messa in scena dal regista romano era tra due forze di sinistra, quella di potere e quella di lotta, entrambe destinate comunque a soccombere sotto il peso della propria inadeguatezza: la prima nella cronica incapacità di attualizzare la lotta politica, mentre la seconda, nella difficoltà a comprendere che nell’eterno conflitto tra Davide e Golia è sempre il più debole a dover soccombere. Oggi invece il confronto è tra un potere politico neo-nazionalistico che avanza, sempre più aggressivo anche grazie ad un forte consenso di massa, dietro cui se ne nasconde un altro, non meno insidioso, quello economico, europeo e globale, entrambi guerrafondai, e un pensiero di sinistra che fatica a trovare pensieri e figure in grado di restituirne l’intelligenza, la dignità e la forza.

NOTE

1. Si veda a tale proposito il bell’articolo del sociologo urbano Agostino Petrillo, Leoncavallo: un esercizio di speleologia politica, Terzo Giornale, settembre 2025

In “bottega” fra i tanti nostri articoli sui centri sociali ecco i più recenti: Askatasuna bene comune, Askatasuna: cade l’accusa di associazione a delinquere, Leoncavallo vive: dal passato al futuro, Leoncavallo: «Giù le mani dalla città». Il tema si presta a molti collegamenti: sui decreti sicurezza degli ultimi governi vedi La criminalizzazione di attivisti e dissenzienti in Italia/conclusione (è l’ultimo di 3 articoli di Livio Pepino, settembre 2025) ma anche la casa nel bosco, i “centri sociali” e la città surreale. Quanto all’anomalia dei neofascisti “occupanti” vedi Centri sociali fascisti in Italia (del 2019)

L’IMMAGINE – scelta dalla redazione – è un Magritte meno noto: “La capanna del silenzio”: ogni riferimento a chi parla troppo è ambiguo, proprio come il pittore surrealista.

 

 

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