Che fare della fantascienza?

di Giuliano Spagnul (*)

Perire significa assumere una nuova

funzione nel processo di generazione.

Alfred N. Whitehead

 

Sostenere, come ha fatto Antonio Caronia, che la fantascienza sia nata negli anni 1920 sulle riviste pulp americane e muoia negli anni 1980 con il fenomeno del cyberpunk significa dare  dei connotati spazio-temporali precisi a un genere letterario per poterlo meglio indagare nei suoi effetti  sociali, politici, di costume, ecc. Il termine science fiction, tradotto approssimativamente in italiano con fantascienza,  lo si deve a Hugo Gernsback, elettrotecnico ed editore di diverse testate di divulgazione tecnico scientifica, che ha coniato il termine per definire i racconti da ospitare nella sua nuova pubblicazione Amazing Stories The Magazine of Scientifiction (corretto da lì a poco in science fiction) nel 1926. Il successo immediato di pubblico ha fatto sì che un nuovo genere popolare trovasse il proprio spazio accanto a quelli già esistenti e consolidati come il giallo, il western, il sentimentale (rosa)  e così via.

Entro il vasto campo del fantastico letterario, che da sempre si contrappone a quello realistico, il nuovo genere si caratterizza per la sua capacità di trasformare ogni racconto fantastico “in un racconto di fantascienza purché il soprannaturale venga eliminato, mediante la spiegazione di quanto si va fabulando: spiegazione che deve essere sempre attendibile da un punto di vista logico scientifico. Come osserva Michel Butor, la ‘garanzia scientifica può diventare sempre più precaria, ma è lei a costituire  la specificità della fantascienza che quindi si può definire: una letteratura che esplora il campo del possibile, quale ci permette di intravedere la scienza.” (1)

I tentativi di rinominare il genere come “narrativa d’anticipazione” (quasi a voler cercare un termine che emendasse quello più ingombrante di fantasia)  o altro, non hanno mai attecchito, così come quello di cercare una chiave più “scientifica” per definire il genere come quella elaborata da Darko Suvin , in cui “la fantascienza si distingue attraverso il dominio o egemonia narrativa di un ‘novum’ (novità, innovazione) funzionale convalidato dalla logica cognitiva” (2) perde ogni carattere descrittivo o interpretativo per assumerne uno puramente normativo. (3) E allora per non rimanere impigliati nella trappola delle discussioni definitorie, potenzialmente infinite, dobbiamo “concentrarci sul sistema di attese dei lettori, che è ciò che storicamente determina i generi e le loro caratteristiche e che, insieme ai concreti modi di produzione culturale di una data epoca, costituisce ciò che chiamiamo ‘immaginario’.”

E queste “attese” riguardano, nel campo specifico della fantascienza, un mondo in cui le innovazioni tecnologiche giocano un ruolo sempre più decisivo, per incisività e pervasività, nella vita quotidiana di ogni essere umano, determinando una necessità di elaborazione del “bisogno fantastico, finzionale, legato a queste innovazioni” che non hanno come scopo la semplice familiarizzazione con le scoperte scientifiche, quanto piuttosto la costituzione di un vero e proprio “immaginario tecnologico”.

È, insomma, questo genere letterario popolare (nato in quella società, degli Stati Uniti d’America, che ha costruito la sua fortuna ed egemonia mondiale sul connubio di progresso e consumo infinito per tutti, ovviamente, tutti quelli in grado di pagarselo) essenzialmente un dispositivo, cioè “innanzitutto una macchina che produce soggettivazioni”. (4) Una macchina che usando  e contaminando i media di cinema, televisione, radio, giornali, i fumetti, l’arte, la pubblicità, i giochi e i giocattoli, così come inventando nuove, e risignificando vecchie, parole, ha fatto sì che l’urto dei processi trasformativi (ad opera di una tecnologia sottoposta  a un ritmo di velocità esponenziale) potesse essere supportato da una qualche forma di stabilità, per quanto precaria e da ridefinire costantemente. Un nuovo equilibrio in cui quei meccanismi di routine indispensabili al mantenimento di un qualunque tipo di società e di vita collettiva, potessero ancora prodursi in modo efficace, anche se sempre più tendenti a evidenziarsi e a mostrarsi nella loro impudica meccanicità.

Nulla toglie, poi, che questo dispositivo sia stato usato anche in funzione ideologica per suggerire un’analogia tra il pericolo rosso comunista e rosso del pianeta più prossimo a noi pronto ad invaderci, ad esempio; ma se ne potrebbero fare numerosi altri esempi e anche in funzione opposta, di contestazione al potere dominante. Ma ciò che resta, ciò che ha avuto valore di formazione di soggettività, rimane sostanzialmente la capacità di questo genere, in tutte le forme in cui si è esplicitato, di rendere sufficientemente plastica la nostra coscienza nei confronti di un cambiamento epocale del mondo in cui viviamo e di rendere il nostro linguaggio sufficientemente adatto per un nuovo rapporto col mondo che si va costituendo sotto i nostri occhi, pezzo per pezzo, senza farci rendere perfettamente conto dell’esatta portata del cambiamento stesso.

Quel che “resta” vale anche per dire che la fantascienza ha finito la propria funzione di dispositivo, almeno nelle sue funzioni principali sopracitate. Ciò significa, inoltre, che parlare di morte della fantascienza, come ha fatto Caronia suscitando lo scandalo di tutti gli appassionati (indifferentemente di destra come di sinistra), vuol dire semplicemente riconoscere ciò che è sotto gli occhi di tutti, cioè che la fantascienza è caduta “vittima di quel processo che ha saputo così bene illustrare, e nei casi migliori interpretare, quello della caduta del cielo dell’immaginario sulla terra del reale. La fantascienza, infatti, non può vivere se non c’è quel minimo scarto fra progettualità e realizzazione, se non c’è una distanza sia pur piccola fra l’esistente e il germe della novità (il novum di cui parla Darko Suvin) che fra le pieghe dell’esistente matura. La fantascienza ha bisogno di questo scarto, di questa distanza, per instaurare il suo sguardo sul mondo, che poi può essere profetico o ironico, catastrofico o consolatorio, ma è lo sguardo che vede allargarsi le due sfere, quella del reale e quella dell’immaginario, e in quell’allargamento vede confondersi i loro confini, vede crescere la zona di intersezione fra i due, fino a che questa zona, in cui reale e immaginario si fondono, ricopre tutto il nostro mondo, diventa l’unica zona a cui ha accesso la nostra esperienza. La fantascienza può vedere e descrivere il processo di conversione del virtuale nel reale solo finché questo processo è ai suoi inizi, solo finché esistono luoghi da cui vedere quella zona di confusione e distinguerla per differenza dalle altre in cui la distinzione fra reale e immaginario è ancora relativamente salda. Ma quando i confini del reale sono tanto allargati da coincidere con quelli del possibile, quando il ‘possibile’ non è più definibile in opposizione a un ‘impossibile’ – se non in termini puramente logici – qual è il punto di osservazione che adotteremo? (5)

Oggi questo “punto di osservazione” non è più identificabile o, quando lo è ancora, è legato a un interesse scopertamente ideologico come le false, e interessate, aspirazioni ad una rinnovata conquista dello spazio cosmico dei vari Bezos, Musk e Branson, così come alla consolidata, e spesso masochisticamente consolatoria, corrente distopica o a quella, altrettanto retriva, catastrofista. E ancora meno valgono i tentativi di lavorare per un ottimismo dell’utopia malgrado tutto, come sembrano fare nuovi filoni narrativi come quello dal nome già in sé speranzoso di solarpunk o opere come Proletkult dei Wu Ming. (6) Il punto di osservazione rimane irrimediabilmente rivolto al passato, alla nostalgia che lega a ciò che essendo morto deve passare per poter lasciare posto a ciò che è vivo, per quanto quest’ultimo non possa mostrarsi con la stessa evidenza e chiarezza di ciò che è passato e finito.

La fantascienza che collocava il proprio punto di osservazione in quell’interstizio tra “l’esistente e il germe della novità” aveva lo sguardo bifronte rivolto verso il passato e verso il futuro. Un passato in cui il sapere razionale è servito a costruire la modernità nello spazio reso, man mano, disponibile da quel processo di distrazione tra uomo e natura che lo stesso sapere razionale raggiunto rendeva possibile. E un futuro in cui quello stesso sapere, razionale, massimamente logico, non poteva che rivolgersi verso se stesso per mettersi in discussione, pena, altrimenti, l’arrestarsi di quel principio di rinnovamento continuo che sta alla base del suo stesso funzionamento.

C’è voluta la società dell’opulenza e dei consumi infiniti di un “nuovo continente” perché l’ottimismo positivista di quello vecchio potesse cedere il posto a un nuovo dispositivo, capace di assolvere la funzione di un vero e proprio “rito di passaggio” verso un’altra era della storia dei sapiens, una nuova era paragonabile a quelle che si è soliti distinguere con i termini di Preistoria e Storia. È altrettanto lecito, tuttavia, poter pensare più in termini di continuità che di discontinuità, e che tutta la filosofia della crisi da Nietzsche in poi sia solo un mal di pancia da attribuire a un mondo affetto da gravidanza isterica. Ma a ben guardare la fantascienza ci ha detto proprio questo, almeno per quel che riguarda la pretesa di un futuro nascituro.

Non dell’uomo nuovo ma della fine dell’uomo essa ci ha parlato e, a tal riguardo (per non ricorrere al solito Foucault) riportiamo quanto scriveva Angelo Brelich (storico delle religioni oggi abbastanza dimenticato) solo una manciata di anni dopo la fine di quel conflitto mondiale che ha visto un altro sole sorgere a Hiroshima: “non è affatto impossibile che una forma in cui l’essere umano si è espresso anche attraverso un immenso periodo di tempo, scompaia quasi senza traccia, come non è impossibile che forme nuove, quasi non preannunciate, si costituiscano in una determinata fase dell’evoluzione della coscienza.” (7)

Tutte le speranze e le attese rivolte all’esterno verso nuove frontiere cosmiche o conoscitive di ciò che ci circonda, così come quelle all’interno verso un agognato potenziamento delle nostre capacità intellettive (i mitici nove decimi di cervello non utilizzato) o di evoluzione superumana, si sono infrante in una sempre più acclarata coscienza collettiva di vivere un tempo non più semplicemente “fuori di sesto” ma irrimediabilmente divenuto “altro” e in cui l’umano ha urgenza di capire in che modo, sempre che sia possibile, ridefinirsi e ricollocarsi. O, meglio ancora, di quanta libertà e autonomia possa effettivamente disporre in questo, difficile ma imprescindibile, doversi reinventare da capo.

La profezia di Levi-Strauss in cui egli vedeva “evolvere l’umanità non solo nel senso di una liberazione, ma (…) d’un asservimento progressivo e sempre più completo al determinismo naturale” (8) che troverà in Ernesto De Martino una strenua opposizione (9) e porterà quest’ultimo a vedere nella letteratura fantascientifica lo stesso tipo di visione rinunciataria che nella ricchezza “di oscure profezie sociali e di presagi di degenerazione e di estinzione, dell’uomo e del suo mondo, di regresso nell’informe, rende a sua volta testimonianza come il tema di un’apocalittica senza escaton abbia acquistato il carattere di un orientamento in certa misura collettivo, giovantesi fra l’altro, per diffondersi, di tutta la potenza dei cosiddetti mezzi di comunicazione di massa.” (10)

Fantascienza è stata quindi un dispositivo dalle molte facce le cui possibili interpretazioni rendono a malapena una complessità tutta inscritta dentro un processo di cambiamento che il mondo ha visto realizzarsi, sostanzialmente, in questo passaggio di secolo. La sua manifesta ambiguità possiede però ancora la capacità di reinventarsi come spazio aperto per nuove risignificazioni del reale, come stanno facendo Donna Haraway e Isabelle Stengers che non temono i rischi, sempre possibili, di un uso improprio. Il gioco funambolico (eminentemente fantascientifico) di Haraway nel trasformare il cyborg in compost, ha l’aspirazione di voler “sbriciolare e sfilacciare l’umano in quanto Homo, questa fantasia malata di un amministratore delegato perennemente intento ad autorealizzarsi e a distruggere il pianeta.” (11)

Siamo già andati oltre la ricerca di un qualche nuovo “punto di osservazione” in quanto la fantascienza diventa un gioco dichiarato in cui calarsi con “responso-abilità” per poter abitare quel nuovo mondo di “Terrapolis” capace di generare “parentele e rapporti FS (di fantascienza) con la cosmopolitica carnale di Isabelle Stengers e con il mondeggiare degli scrittori di fantascienza, come un grande gioco di matassa.” (12) Giuoco della matassa, o del ripiglino, in cui si impara a trasmettere e ricevere schemi, a lasciar “pendere fili, preparandosi a sbagliare, ma riuscendo di tanto in tanto a scovare qualcosa che funziona, qualcosa di congruo e magari bellissimo che prima non c’era” il che “equivale a trasmettersi connessioni ricche di significato, storie rivelatorie che passano di mano in mano, dito per dito, luogo di attaccamento dopo luogo di attaccamento, fino a creare le condizioni per una prosperità possibile sulla Terra.” (13)

La fantascienza diventa un fare e non più un semplice osservare come va e dove va il mondo e “mondeggiare” è la parola chiave per darle un nuovo significato, una parola viva che la esenti da un portato altrimenti puramente nostalgico. Fare esperienza, come quella del collettivo di Un’Ambigua Utopia e dell’omonima rivista, in toto dentro la storia dei movimenti antagonisti degli anni Settanta e che rigermina oggi all’interno della variegata compagine dei centri sociali come esperienza nomade (14)

Ma fare fantascienza oggi può anche voler dire correre dei rischi ben maggiori di quelli che un tempo individuava, come abbiamo visto, De Martino o Franco Fortini per il quale “qualsiasi espressione letteraria che rappresenti una servitù in modo da rendere immediatamente possibile l’illusione di una libertà, serve una libertà illusoria”. (15) Osservazione che può essere adottata “per illustrare contenuto e funzione della fantascienza più impegnata, più critica e combattiva.” (16) Ma sono, questi, pericoli ancora validi fino agli anni Sessanta, ma che poi verranno sorpassati dalla intrusione dirompente di autrici femministe, come dall’opera di James G. Ballard e ancora di più da quella sorta di “filosofia grossolana” in forma di romanzo (molto corrosiva per un genere che necessita una filosofia che resti sempre sul filo di una certa coerenza logica) di Philip K. Dick.

Ma oggi è, appunto, tutt’altra cosa e i pericoli non sono più quelli di un futuro distopico o catastrofico e di conseguenti fughe consolatorie o altro, ma sono quelli relativi a un presente che vive tra le rovine di qualcosa che tutti ravvisano come accaduto ma di cui poi sanno poco o nulla. E non c’è fantascienza al mondo che lo possa dire, e, in realtà, non sarebbe neanche nelle sue prerogative. Chi ce lo sta dicendo, invece, e con forza, è quel rumore di fondo proveniente da quella zona (ancora circoscritta o piuttosto globale?) in cui, come diceva Caronia, il reale e l’immaginario sono completamente fusi. È un rumore che si va a fare, via via, più forte e ci dice quanto, in questa nuova era in cui ci troviamo, la coppia razionale irrazionale non sia più l’asse portante della nostra civiltà.

Il brusio di un’era affatto nuova (non certo quella dell’Acquario), più inquietante che rassicurante, ci pone tutti nelle condizioni di trovarci in una specie di regresso mentale in cui dover cercare una via per emergere dalla caotica esplosione di informazioni visive, auditive, tattili, subconscie, fino a quelle implementate nella nostra viva carne. Rischiamo di trovarci come in quella favola di Esopo, come quel cane che “lasciò cadere un pezzo di carne per afferrarlo nel suo riflesso sull’acqua.” Come ci ricorda però A. N. Whitehead “non dobbiamo, comunque, giudicare troppo severamente tale errore. Negli stadi iniziali del progresso mentale, un errore nel riferimento simbolico è la disciplina che promuove la libertà di immaginazione. Il cane di Esopo perse la sua carne, ma fece un passo in avanti sulla via che conduce alla libertà d’immaginazione.” (17)

Allora guardare oggi la realtà come fosse fantascienza potrebbe anche farci rischiare di perderne il senso sin qui acquisito, ma è anche l’acquisizione di una nuova capacità di creare, ad un altro livello, un intreccio di razionale e irrazionale che non sia né una sintesi, pacificatoria quanto impossibile, né l’ennesima altra sterile dicotomia.

Se la fantascienza, nelle sue multiformi espressioni, si trasforma da dispositivo di soggettivazione in strumento difensivo di verità che si considerano acclarate, avvalorando così l’esistenza di una realtà vera, andrà ad inibire, di fatto, quella capacità di presa sul mondo che solo una verità del relativo, cioè sempre situata e storica, può pensare di ottenere.

Se invece si vede la fantascienza come quel processo autodistruttivo, per riprendere lo slogan con cui è nata Un’Ambigua Utopia (non a caso nel fatidico 1977) che scommette sul possibile contro il probabile, nella certezza “che il presente offra ancora materia per la resistenza e che sia popolato da pratiche vive anche se nessuna di queste è sfuggita a quella modalità parassita generalizzata che le coinvolge tutte” (18) cioè quella del sortilegio capitalistico, allora si potrà ancora scrivere, leggere e fare fantascienza.

Scrivere come fa Kim Stanley Robinson (19) che non si preoccupa di descrivere per pagine e pagine l’humusità della Terra (nelle veci di Marte) e inventare parole nuove per tentare di riterraformare il nostro vecchio, ma unico pianeta che abbiamo a disposizione.

Leggere, esercitarsi a leggere, un testo come se fosse fantascienza, come faceva uno storico, amico di Samuel R. Delany che leggendo i romanzi di Jane Austen si chiedeva “che tipo di mondo avrebbe dovuto esistere perché la storia di Jane Austen potesse aver luogo (…) un mondo completamente diverso da come era realmente in quell’epoca”. Al di là delle vecchie definizioni (che poi sono un semplice problema di demarcazioni) ciò che voleva raccontarci Delany con questo aneddoto è che “la fantascienza consisterebbe più in un protocollo di lettura che in uno di scrittura.” (20)

E fare fantascienza nella pratica del ripiglino, nell’inventare insieme storie imparando a balbettare e a rallentare, perché nessuno rimanga indietro, i contenuti e i significati che in questo momento storico ci permettano di poter ancora scommettere sul possibile contro il probabile.

* * * * *

NOTE

1) Franco Ferrini, Cosa è la fantascienza, Astrolabio-Ubaldini, Roma, 1970, p. 27. Michel Butor, Repertorio, Il Saggiatore, Milano, 1961, p. 198.

2) Darko Suvin, Le metamorfosi della fantascienza, Il Mulino, Bologna, 1985, p. 85.

3) Antonio Caronia, Risposte alla “Tavola rotonda” sulla fantascienza, 1992 inedito https://www.academia.edu/318211/Risposte_a_un_questionario_sulla_fantascienza

4) Giorgio Agamben, Che cos’è un dispositivo, Nottetempo, Roma, 2006, p. 29. “chiamerò dispositivo letteralmente qualunque cosa abbia  in qualche modo la capacità di catturare, orientare, determinare, intercettare, modellare, controllare e assicurare i gesti, le condotte, le opinioni e i discorsi degli esseri viventi.” p. 22.

5) A. Caronia, L’insostenibile naturalità della tecnica, in Jean Baudrillard.Cyberfilosofie. Fantascienza, antropologia e nuove tecnologie’. Millepiani n. 14 Mimesis, Milano, 1999. https://www.academia.edu/314713/Linsostenibile_naturalit%C3%A0_della_tecnica

6) Wu Ming, Proletkult, Einaudi, Torino, 2018, scaricabile gratuitamente qui: https://www.wumingfoundation.com/giap/2021/05/proletkult-download/

7) Angelo Brelich, Il cammino dell’umanità, Bulzoni, Roma, 1985, p. 208.

8) Claude Levi-Strauss, Intervista in “Aut-Aut” n. 77, settembre 1963, in Ernesto De Martino, La fine del mondo. Contributo all’analisi delle apocalissi culturali, Einaudi, Torino, 1977, p. 689.

9) Ibidem “Qui ci sembra che l’ideale scientifico di considerare gli uomini come formiche si trasformi nel messaggio profetico che l’umanità si ridurrà inevitabilmente a una sorta di formicaio: nel messaggio cioè che l’umanità avanza fatalmente verso una apocalisse senza escaton, verso il naufragio totale dell’umano, il che poi non è più neppure un messaggio profetico, ma una fredda previsione scientifica che impone ormai di adattarsi all’evento, così come è d’uopo adattarsi sin dall’autunno al prossimo inevitabile inverno.”

10) Ivi, p. 691

11) Donna Haraway, Chthulucene, Nero, Roma, 2019, p. 54.

12) Ivi, p. 26.

13) Ivi, p. 24.

14) L’archivio di Un’Ambigua Utopia è stato il lascito di Antonio Caronia alla Cascina Autogestita Torchiera Senz’acqua di Milano dove “diviene il seme di un progetto di biblioteca controculturale oggi ospitato da due stanze recentemente istoriate dalla crew Mutoid (…) lo stesso gruppo di giovani che avevano accompagnato la nascita dell’archivio germina il proposito della digitalizzazione dell’intera serie della vecchia rivista” (http://archivio-uau.online) presentata alla Fondazione Mudima in occasione della mostra “Per Primo Moroni e Antonio Caronia” nel 2018. “Il ciclo di appuntamenti che accompagna la mostra tracima in nuovo ciclo di incontri dal titolo La fine dell’uomo, ospitato dallo spazio sociale Piano Terra, attivo dal 2012 nel quartiere Isola.” Con tutte le difficoltà della pandemia, ancora in corso, viene alla luce un seguito dell’antica rivista con un ideale n. 10 (ora anche scaricabile gratuitamente http://archivio-uau.online/uau10.html ). “Se la fantascienza, oggi, è diventata tanto importante per noi è perché questa nuova, o vecchia, o futura, pratica ci obbliga a pensare a quello che il nostro fare ci fa diventare. Siamo rivoluzionari, siamo cyborg, siamo compost, qualunque cosa pretendiamo di voler essere è quell’idea fantascientifica degli altri che ci invadono a renderci coscienti di quel che siamo. Nessuna pretesa essenza costituente potrà metterci al sicuro da questo divenire continuo che ci costituisce. Unica prerogativa per una specie tanto mutevole come la nostra per poter stare in un mondo che costantemente forziamo a trasformarsi. Una piccola avventura in tal senso questo nuovo ambiguo collettivo ha provato a viverla.” Da Wow? Uau! (Una postafazione) in A. Caronia, Dal cyborg al postumano. Biopolitica del corpo artificiale. (a cura di Loretta Borrelli e Fabio Malagnini) Meltemi, Milano, 2020. https://un-ambigua-utopia.blogspot.com/2021/05/wow-uau.html

15) Franco Fortini, Verifica dei poteri, Il Saggiatore, Milano,1965, p.86.

16) F. Ferrini, Che cosa è la fantascienza, cit.,  p. 69.

17) Alfred North Whitehead, Simbolismo, Cortina Editore, Milano, 1998, p.18.

18) Isabelle Stengers, Cosmopolitiche, Luca Sossella Editore, Roma, 2005, p. 19.

19) sulla saga marziana di Kim Stanley Robinson il mio articolo qui: https://www.labottegadelbarbieri.org/quali-colori-per-marte/?fbclid=IwAR2vEiu7THEA0RMcYke69Mcycqi_ZtZGIG4UCYdsIvCebL8_MlM7-3-1hAA

20) A. Caronia, La fantascienza come genere letterario, in Biblioteca e Territorio n. 7, dicembre 1982 https://www.academia.edu/344383/Scienza_e_fantanzascienza

Immagine in apertura: la scena d’apertura del film Le Voyage dans la Lune di Georges Méliès, 1902

(*) ripreso da effimera.org

 

redaz
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

Un commento

  • Giuliano Spagnul

    Caro D.B.
    Ti segnalo che ho fatto un errore nel testo: poche righe dopo la nota (6) “Un passato in cui il sapere razionale è servito a costruire la modernità nello spazio reso, man mano, disponibile da quel processo di distrazione tra uomo e natura che lo stesso sapere razionale raggiunto rendeva possibile.” Ho scritto distrazione al posto di distanziazione. È un errore e in quanto tale una buona occasione (gli errori sono sempre delle buone occasioni) per evidenziare che il nostro esserci sempre più allontanati da ciò che abbiamo oggettivato come estraneo a noi, la natura, ha comportato una conseguente progressiva perdita di attenzione sulle conseguenze di ciò che questo comportava. Una distrazione che continuiamo a pagare caro. La fantascienza è stata anche, e di questo le va dato atto, un esercizio per nuove possibili forme di attenzione nei riguardi di una realtà in mutevole e veloce trasformazione.
    Caro D.B.
    Approfitto ancora qui, perché mi sembra pertinente, per una postilla allo scritto di Giulia Abate sul Covidistan. La sua domanda: c’è nessuno? …che abbia qualcosa da dire, dalla parte della fantascienza, sulla più o meno presunta realtà distopica che stiamo attraversando con la pandemia covid? È rimasta praticamente senza risposta, almeno senza una risposta dal punto di vista in cui la domanda era stata posta. Nessun commento teneva in considerazione la fantascienza. Forse perché la realtà ha superato la fantascienza? O forse perché è inutile vedere nella fantascienza quel qual cosa che dovrebbe aprirti gli occhi, farti vedere i pericoli futuri che ci minacciano ecc. In realtà la fantascienza è utile se la sappiamo usare come cartina di tornasole per vedere i nostri meccanismi di assoggettamento a una realtà distopica: ciò che siamo (nel senso di ciò che siamo diventati ed è possibile ancora diventare). In questo senso con l’ultimo commento ho fatto una citazione dal “Noi” di Zamjatin, con quella necessità di essere puniti quale nostro fondamentale diritto. La fantascienza offre una visione molto importante su ciò che ci rende vulnerabili al dispotismo e all’autodistruzione. Ma, c’è nessuno?

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