Come schiavi in libertà

Vita e lavoro dei tagliatori di canna da zucchero haitiani in Repubblica Dominicana

Recensione al libro di Raúl Zecca Castel (Edizioni Arcoiris, 2015)

di David Lifodi

“L’industria dello zucchero nella Repubblica Dominicana ha una concezione medievale. Fino a non molto tempo fa la gente, i lavoratori, non conoscevano altra autorità che non fosse l’autorità dell’impresa”. Bastano queste poche parole dell’avvocato Noemí Méndez per far capire che Come schiavi in libertà. Vita e lavoro dei tagliatori di canna da zucchero haitiani in Repubblica Dominicana (Edizioni Arcoiris) è un titolo assai appropriato per dipingere la situazione di quei dannati della terra costretti a trascorrere la loro vita al servizio di un padrone o di un’industria zuccheriera. Raúl Zecca Castel, antropologo e videomaker, per mesi ha vissuto nei bateyes, le comunità di lavoratori ubicate nelle piantagioni di canna da zucchero, parlando con i braccianti, incontrando avvocati e difensori dei diritti umani, ma anche capi e capetti delle tre industrie che si spartiscono la produzione e il commercio dello zucchero.

Dalle centinaia di interviste e dalle migliaia di foto realizzate è emerso un quadro sconvolgente, quello della vita dei tagliatori della canna da zucchero costretti a migrare, affrontando situazioni pericolosissime, dalla miseria di Haiti alla Repubblica Dominicana, per “invecchiare, faticare, procreare, indebitarsi, incatenarsi, ammalarsi e poi morire, spesso in solitudine”, come ha scritto nell’introduzione Fabrizio Lorusso. Di fatto, la vita dei braccianti haitiani impiegati negli stabilimenti industriali del Consorcio Azucarero Central (della famiglia guatemalteca Campollo), del Consorcio Azucarero de Empresas Industriales (di proprietà dei Vicini, una famiglia di origine italiana) e della Central Romana Corporation (cubano-spagnola) è nelle mani di queste tre industrie. Tra salari da fame, soprusi di ogni tipo e le politiche razziste della Repubblica Dominicana, che hanno fatto la fortuna dei partiti ultranazionalisti di questa parte dell’isola una volta unita sotto il nome di Hipaniola, i lavoratori che abitano nei bateyes si trovano a vivere in un mondo del tutto separato rispetto alla società e alla realtà circostante.

I principali meriti di Raúl Zecca Castel riguardano la capacità di inquadrare la situazione dei braccianti dal punto di vista sociale e sindacale e di saper offrire un quadro molto puntuale dell’attuale contesto politico che attraversano Haiti e la Repubblica Dominicana, evidenziando le ragioni che spingono i migranti haitiani a lasciare il loro disastrato paese, vittima di tifoni, terremoti, della criminalità e di regimi dittatoriali. Le testimonianze dei lavoratori della canna da zucchero, che si susseguono convergendo sulla totale assenza dei diritti (sono gli stessi braccianti a doversi procurare la scarsa equipaggiatura da lavoro perché soltanto in rari casi viene fornita loro dall’impresa), rappresentano la parte centrale del lavoro di ricerca di Raúl Zecca Castel. La sua indagine sul campo è focalizzata sul passaggio della frontiera per entrare in Repubblica Dominicana, che presenta molte analogie tra le traversie dei migranti haitiani e quelle dei centroamericani e dei messicani diretti verso gli Stati Uniti, e sulle modalità di lavoro dei tagliatori della canna da zucchero. Inoltre, l’autore mette in particolare rilievo la sentenza 168 emanata dalla Corte Costituzionale dominicana nel 2013 all’insegna di un ostentato razzismo: l’abolizione del principio dello ius soli con criterio retroattivo (addirittura fino al 1929) ha trasformato in clandestini centinaia di migliaia di haitiani che, improvvisamente, hanno perso il diritto all’istruzione, alla sanità e alla cittadinanza. “Spogliati dei più elementari diritti civili”, annota Raúl Zecca Castel, “i braccianti haitiani e le loro famiglie sono spesso costretti ad accettare condizioni di lavoro non troppo diverse da quelle cui furono sottomessi i loro antenati schiavi”. Di conseguenza, i lavoratori non possono permettersi di protestare poiché, a seguito della sentenza 168, la loro permanenza nella Repubblica Dominicana è illegale, sanno che la polizia potrebbe deportarli da un momento all’altro e quindi preferiscono la loro vita nei bateyes, in baracche insalubri e fatiscenti, piuttosto di trovarsi di nuovo ad Haiti. È così che le imprese hanno il potere di pagare a loro piacimento i tagliatori di canna da zucchero, come emerge da un dialogo tra il capataz di uno stabilimento industriale e i braccianti registrato da Raúl Zecca Castel, in cui i lavoratori mettono pesantemente in discussione le ingiustizie e i soprusi perpetrati dalle imprese nei loro confronti.

Tuttavia la discriminazione razziale all’insegna dell’anti-haitianismo e le leggi nei confronti dei migranti haitiani giunti in Repubblica Dominicana per lavorare producono dei paradossi, come spiega il direttore di Solidaridad Fronteriza Emilio Travieso: “Il contadino dominicano ha lasciato i campi per la città: le donne per lavorare nelle zone franche, nelle industrie tessili, e gli uomini per lavorare nei trasporti, come moto-taxi. Allora chi coltiva il riso che hanno lasciato nei campi? E le banane? E chi costruisce le case nelle città dove vivono ora? Gli haitiani. Così la manodopera haitiana ha cominciato ad occupare settori nuovi e più visibili, e questo ha attirato l’attenzione provocando un sentimento di invasione, perché nei bateyes gli haitiani erano e continuano ad essere isolati, una volta non potevano uscire di lì, erano praticamente schiavi, ma ora sono nelle città, perché lavorano nell’edilizia, così ovunque tu vai incontri haitiani. La metropolitana è stata costruita dagli haitiani, gli stessi posti di blocco militari, che servono per controllare che non entrino gli haitiani, li hanno costruiti gli haitiani indocumentati!”

Pagati pochi pesos alla tonnellata, spendibili nell’unica bottega del batey (ovviamente di proprietà dell’impresa), i braccianti (tra cui anche molti bambini e adolescenti) sono come dei moderni Davide contro Golia, ma nel loro caso la questione dei diritti sindacali, civili, umani e politici rischia purtroppo di rimanere insoluta, nonostante l’instancabile lavoro di avvocati, organizzazioni non governative e associazioni impegnate a tutelare la popolazione migrante haitiana.

 

Come schiavi in libertà. Vita e lavoro dei tagliatori di canna da zucchero haitiani in Repubblica Dominicana

di Raúl Zecca Castel

Prefazione di Fabrizio Lorusso

Edizioni Arcoiris, 2015

Pagg. 265

€ 14

David Lifodi
Sono nato a Siena e la mia vera occupazione è presso l'Università di Siena. Nel mio lavoro "ufficioso" collaboro con il sito internet www.peacelink.it, con il blog La Bottega del Barbieri e ogni tanto pubblico articoli su altri siti e riviste riguardo a diritti umani, sindacalismo, politica e storia dell’America latina, questione indigena e agraria, ecologia.

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