Compagni di stadio. Sócrates e la democrazia corinthiana

di David Lifodi

Compagni di stadio non è un libro che parla esclusivamente della vita di Sócrates, uno dei calciatori brasiliani più impegnati a livello politico, ma non è nemmeno un volume dedicato soltanto alla pur coinvolgente e coraggiosa epopea della squadra paulistana del Corinthians e della sua comune calcistica all’inizio degli anni Ottanta, quanto, piuttosto, un racconto appassionante che narra la storia straordinaria di un intero paese che, attraverso il calcio, cerca di affrancarsi da una dittatura militare che molti, a torto, hanno considerato blanda e che invece, tra il 1965 e il 1984, tenne in scacco il Brasile usando il pugno di ferro.

Solange Cavalcante, l’autrice del libro, giornalista e, per sua stessa ammissione, corinthiana militante, è nata a San Paolo l’anno prima che i militari prendessero il potere e nota con amarezza, nelle pagine finali del suo lavoro, che nella sua città una via è ancora intitolata a Alcides Cintra Bueno Filho, detto Il Porcello, uno dei macellai della dittatura: la democrazia corinthiana ha cercato di lottare per un paese diverso, dove le istituzioni, da quelle calcistiche a quelle politiche, non fossero più un ricettacolo della peggiore reazione di un paese in cui i torturatori di allora sono rimasti impuniti e l’ex allenatore della Seleção, Felipe Scolari, può permettersi di dichiarare apertamente la sua stima verso Augusto Pinochet, fino a suscitare le speranze del Brasile democratico e progressista. Un po’ come da noi, allora come oggi, il calcio è rimasto conservatore, per questo un giocatore come  Sócrates faceva paura, al pari dell’anticonformismo del suo compagno di squadra e del reparto d’attacco Walter Casagrande: entrambi pensavano con la loro testa, mentre di norma, al calciatore non è concesso di farsi un’opinione sul mondo circostante. In molti ci marciano, all’epoca della democrazia corinthiana come ai giorni nostri, e dicono che il loro compito, in quanto giocatori di calcio, è correre dietro un pallone. Invece, la comune del Corinthians, pur con alcune contraddizioni e ingenuità, sorprese un intero paese: i generali che convocarono tre dirigenti corinthiani non tolleravano la propaganda elettorale sulle maglie della squadra, ma anche una buona parte della stampa sportiva più conservatrice, con l’eccezione della rivista Placar, l’unico organo d’informazione che appoggiava il Corinthians al 100%. Il suo direttore, Juca Kfouri, dichiarò: “Per chi era stato membro dell’Aln di Carlos Marighella, difendere il movimento dei giocatori corinthiani era un gioco da ragazzi”. Ciò che accomunava i calciatori del Corinthias era non solo battersi per la loro tifoseria, la commovente Fiel Torcida che Solange Cavalcante nomina in più circostanze, ma per la democrazia brasiliana. Uno dei protagonisti del Corinthians di quegli anni, il portiere Claudio Sollito, dichiarò: “Sapevamo che era un’epoca difficile e che stavamo sollevando un vespaio. Ma qui non era in gioco solo il Corinthians. Lo stavamo facendo per il Brasile. Volevamo dimostrare che il popolo può essere libero”. E in effetti i giocatori del Corinthians il vespaio lo sollevarono davvero. I loro tifosi, la Gaviões da Fiel, iniziarono a trasformare ogni partita in una manifestazione politica, chiedendo l’elezione diretta del presidente brasiliano con cori e striscioni. Lo stesso cominciarono a fare anche i tifosi del Flamengo e del Santos (“i tifosi non possono essere alieni alle questioni nazionali”, dicevano), mentre Zico, che già giocava nell’Udinese, sosteneva il movimento per le “dirette” giurando che sarebbe tornato dall’Italia per votare. Purtroppo, l’emendamento del deputato federale Dante de Oliveira, che chiedeva il ristabilimento delle elezioni dirette per il Presidente della Repubblica, fu respinto. Era il 25 aprile 1984: non solo fu una data drammatica per il paese, ma anche per l’esperienza della democrazia corinthiana. Sócrates aveva giurato che se l’emendamento non fosse stato approvato avrebbe lasciato il Brasile e passò alla Fiorentina, mentre molti dei suoi compagni furono ceduti ad altre squadre. Inoltre, va evidenziato che, soprattutto all’inizio, la sinistra non comprese a fondo la militanza di Sócrates e compagni, sebbene molti dei giocatori corinthiani avessero sostenuto il Partido dos Trabalhadores (Pt), allora agli albori, e Lula, in quel periodo storico leader dei metalmeccanici. Nel 2012, riflette con disincanto l’autrice, il Pt ha vinto le elezioni comunali per San Paolo grazie all’alleanza con quel Paulo Maluf che, in qualità di sindaco della città paulistana, aveva presentato un progetto, per fortuna bloccato, di costruire un cimitero per indigenti e terroristi. Il merito di Solange Cavalcante è quello di raccontare, di pari passo, tante microstorie con estrema precisione: quella del Brasile dal punto di vista politico-istituzionale, quella del calcio in quanto evento sportivo, dedicata alle traversie e ai successi del Timão, infine la vita di Sócrates Brasileiro Sampaio de Souza Vieira de Oliveira, universalmente conosciuto come Sócrates o come Magrão. Del calciatore brasiliano, e del Corinthians, si conosceva finora la loro volontà di autogestione, che si tradusse nell’abolizione dei ritiri e in una sorta di autoorganizzazione in campo: tutto veniva messo a votazione, ed ogni voto aveva lo stesso peso, dai titolari alle riserve passando per i massaggiatori e i guardarobieri, fino agli acquisti sul mercato, per quanto possibile. La lotta per una nuova società passava attraverso un radicale cambiamento dei vertici calcistici, a partire dalle stesse dirigenze alla guida delle squadre di calcio: i cartolas, letteralmente “uomini attaccati al potere”, erano i dirigenti e i funzionari dei club che guardavano con sconcerto all’esperienza della democrazia corinthiana, insieme a qualche calciatore stesso della squadra, vedi l’odioso estremo difensore Emerson Leão. Quando Gomes, Zé Maria, Wladimir, Casagrande e lo stesso Socrates si candidarono alle elezioni per il Consiglio del Corinthians venendo eletti, per il fascistissimo cartola corinthiano Vicente Matheus, attivamente impegnato in un movimento politico denominato Lavoro, Ordine e Verità, legato al regime militare, fu una sonora sconfitta. Ad esempio, un cartola del Botafogo minacciò di interrompere la carriera della giovane promessa Afonso Garcia Reis, ritenuto un sovversivo perché era impegnato politicamente e aveva deciso di lasciarsi crescere barba e capelli: “Così conciato tu non giochi. Barbudos, nel Botafogo? Nemmeno Pelé”. Garcia Reis fu escluso, per lo stesso motivo, dalla nazionale brasiliana in occasione dei mondiali del 1970: il ct Mario Zagallo non lo volle.

Ci sarebbe ancora tanto da scrivere e da raccontare su Compagni di Stadio, su Sócrates e sul Brasile degli anni ’70-’80: il consiglio che si può dare è quello di gustarselo piano piano, assaporando ogni pagina e immedesimandosi di volta in volta nella Fiel Torcida, nelle rivendicazioni politico-sindacali della squadra, nella generosità di tutti quei militanti caduti nelle grinfie di un regime militare spietato che l’autrice pone più volte in stato d’accusa. Infine, un grazie a Solange Cavalcante per aver scritto questa sorta di storia-documentario sull’epopea della democrazia corinthiana. Come è scritto nella quarta di copertina: “Questa non è solo una storia di calcio. Questa è la storia di una rivoluzione”.

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