Dagli inferni arrivano piccole speranze

Un libro prezioso, controcorrente: “Germi di non violenza in acque agitate” racconta alcune pratiche di resistenza pacifica nel conflitto fra palestinesi e israeliani, indaga sull’Islam nonviolento (gli eredi di Badshah Khan, “il Gandhi islamico”), apre uno spiraglio sui gruppi impegnati contro la guerra in Afghanistan e Irak, infine scava in Birmania per raccontare “la rivoluzione zafferano”. Notizie e storie che non appassionano (la Birmania è, in parte l’eccezione, grazie anche al Nobel dato ad Aung San Suu Kyi) il giornalismo intossicato di violenza, superficialità e ricerca del puro clamore senza approfondimenti.

Scritto a più mani e con diversi stili (dall’appassionata analisi storica di Nanni Salio, “storico” nonviolento, alle indagini sul campo di 4 ricercatrici e 2 ricercatori, tutti molto giovani) questo volume nasce grazie a una borsa di studio che la Fondazione Basso ha intitolato al pacifista israeliano Daniel Amit.

La cattiva informazione alimenta i luoghi comuni (tipica l’idea di un buddismo di per sé pacifico e di un Islam sempre violento) e censura chi – senza armi – porta avanti piccole, grandi alternative.

La curatrice del volume, Ester Fano,ricorda che “la scelta della nonviolenza si rivela il metodo di lotta politico più congruo per la difesa dei diritti umani” senza nascondere che il cammino è lungo perché risulta difficile far sentire il “buon odore della pace” soprattutto nei luoghi dove parlano le armi che sono anche – è bene non scordarselo – un ottimo affare per chi le fabbrica. La disillusione e lo scetticismo che oggi, in qualche parte del mondo, possa vincere un altro Gandhi hanno le loro solide e sanguinose ragioni ma dopo aver letto le 7 ricerche qui raccolte è possibile riaprirsi a una esile, prudente ma motivata speranza.

 

Ester Fano (a cura di)

Germi di non violenza in acque agitate

Ediesse

260 pagine, 14 euri

 

UNA PICCOLA NOTA, ANZI DUE

Questa mia recensione è stata pubblicata (come al solito: parola più, parola meno) il 10 novembre sull’inserto libri del quotidiano “L’unione sarda”. Faccio notare che mentre all’interno del libro quasi sempre nonviolenza è scritto tutto attaccato, nel titolo si scrive “non violenza”. E’ una questione di contenuti (come varie volte ho scritto in blog) e non di forma. La confusione nella scrittura svela, almeno in Italia, la grande ignoranza sulle idee e sulle prassi di Gandhi, Capitini e altre/i. Le parole importanti mai sono interscambiabili o, spostando il discorso sul sessismo, neutre. Qualcuna/o diceva “chi parla male, vive male”; e qualche altra/o aggiungeva “chi non trova le parole giuste non capisce il mondo e tanto meno lo sa raccontare”: è proprio così. (db)

 

Redazione
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5 commenti

  • e ti pareva che non spuntava fuori Capitini e la “non violenza. Naturalmente proposta a chi viene bombardato ed i cui figli vengono sventrati dalle bombe. Non manc laccenno alla Birmania dove gli USA cercano di far nascere l’ennesima rivoluzione colorata prooccidente. E’ scontato che niente si dice a chi bombarda . Ai miei tempi c’era una espressione scurrile ma efficace per definirecerti metodi e certi personaggi che li propongono. VASELINA. Disgusto e delusione.

  • PS: e sono sicuro che il mio intervento di uno disustato sarà etichettato come sessista. Sono gli effetti collaterali della esposizione a “La Repubblica” ed aalla lettura del programma del furbetto matricolato Vendola.

  • Non bisogna lasciar nulla di intentato per arrivare al cambiamento. Nessun mezzo trascurato. Per gli oppressi e sfruttati anche le piume contano. Qui poi se si riesce a mobilitare milioni di persone dietro un obiettivo, come otteneva Gandhi, siamo ben oltre le piume.
    Con il tuo permesso copio e riproduco sul mio blog.

  • Mi piacerebbe che si ricordasse che il Sud Africa è arrivato al grande cambiamento adottando un metodo che all’inizio Nelson Mandela rifiutava e che era perseguito da due altri grandi sudafricani, Nobel veri, come Luthuli e Desmond Tutu ( e ricordiamo che Gandhi stesso matura in Sud Africa). I poveri e gli sfruttati se si mettono sul piano dell’uso della violenza non hanno generalmente alcuna probabilità di sconfiggere il nemico molto più armato. La nonviolenza ha molti metodi di lotta che possono dare buoni risultati. Certo non in poco tempo, ma lasciando poi non una scia di vendette e controvendette. Come appunto il Sud Africa ( che ha molti difetti) ci dimostra.

    • Caro Fausto anche questa è una visione ideologica applicata nel caso al Sud Africa. Per me proprio la non più sostenibilità della pressione di un conflitto subito da parte della borghesia bianca ha prodotto il cambiamento. Altrimenti quelli continuavano a godersi i diamanti finchè possibile. Sono stati costretti a mollare qualcosa per non perdere tutto. Ma la contradizione va avanti come gli ultimi avvenimenti dimostrano. Mi pare che tu voglia far calzare una scarpa ad un piede che non la contiene. Insomma ideologia. nON MI CONVINCE.

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