Dalla Colombia all’Italia: tonno anti-sindacale in tavola

di David Lifodi

A Tiempo Servicios Ltda è un’impresa colombiana che lavora per conto di terzi: subappalta i suoi lavoratori alle grandi transnazionali e queste ricambiano il favore pagando i suddetti dipendenti con salari da fame.  La violazione dei più elementari diritti sindacali e lo sfruttamento intensivo sono inclusi nel pacchetto.

Pochi giorni fa il ministero del Lavoro del dipartimento colombiano di Bolívar ha condannato A Tiempo Servicios Ltda a pagare una pesante sanzione per aver violato i diritti dei lavoratori; l’impresa lavorava per conto di Seatech International Inc, a sua volta legata a doppio filo con Van Camp’s, uno dei marchi più conosciuti al mondo per il commercio e la vendita del tonno in scatola: quando lo consumate sulle vostre tavole ricordate che la maggior parte del pescado è importato dalla Colombia. Tra maggio e giugno A Tiempo Servicios Ltda è finita più volte nell’occhio del ciclone, non solo per aver obbligato i suoi dipendenti alla firma di accordi capestro che poi li hanno costretti a sottomettersi alla più potente Seatech International Inc, ma anche per l’utilizzo di vere e proprie forme di lavoro schiavistico. I reportage pubblicati su http://www.rel-uita.org/ (il sito dell’Unión Internacional de Trabajadores de la Alimentación, Agrícolas,  Hoteles, Restaurantes, Tabaco y Afines) e sulla Lista Informativa Nicaragua y más, molti dei quali a firma di Giorgio Trucchi, sono sconvolgenti: si parla di giornate di lavoro interminabili (tra le 14 e le 16 ore al giorno) sempre in piedi, senza alcuna possibilità di pausa e, tantomeno, di vedersi riconosciuto il pagamento delle ore di straordinario. E’ per questo che all’interno di Seatech International Inc è sorta Ustrial, l’Unión Sindical de Trabajadores de la Industria Alimenticia. La maggior parte dei lavoratori di Seatech e di A Tiempo Servicios Ltda sono stati licenziati non appena iscritti al sindacato dell’industria alimentare: al primo pretesto sono stati sbattuti fuori. Per Seatech, che spaccia come suo biglietto da visita il riconoscimento delle certificazioni Iso legate al rispetto del codice alimentare, non è stato difficile. Lavorare in queste condizioni per periodi prolungati, compiendo centinaia di volte gli stessi movimenti ripetitivi, porta in breve tempo a gravi problemi di salute: molti dipendenti hanno dovuto fare i conti con il tunnel carpale, altri hanno cominciato a soffrire sempre più frequentemente di vertigini e nausea, altri ancora hanno contratto la cervicobralgia o hanno accusato la cosiddetta Ler (Lesión por Esfuerzo Repetitivo). Non potendo lavorare, Seatech ha avuto buon gioco a licenziarli. La stessa Seatech si vanta sul suo sito di “adoperarsi per la conservazione dell’ambiente e delle specie marine come il delfino, offrendo alla società un ambiente sano e con sviluppo sostenibile”: può darsi che sia vero, ma i buoni propositi sono comunque vanificati dall’applicazione di feroci politiche antisindacali. Dei 1500 lavoratori impiegati in Seatech, solo 13 possono vantare un contratto a tempo indeterminato: gli altri sono nelle mani di agenzie interinali senza scrupoli, le empresas tercerizadorasdi cui A Tiempo Servicios Ltda è un esempio. Nel luglio 2011, 17 lavoratori vennero licenziati senza l’approvazione del ministero del Lavoro per il solo fatto di essere iscritti ad Ustrial, mentre ad altri Seatech si è rifiutata di pagare la pensione per svariati anni: in generale, la politica di entrambe le imprese è stata quella di stroncare qualsiasi forma di opposizione sindacale. Secondo Ustrial le modalità di lavoro imposte da Seatech servono per incrementare la produttività a ritmi vertiginosi e, per denunciare questa situazione, è sorta la Fundación Manos Muertas, con sede a Cartagena, proprio dove opera la stessa Seatech. Fondata dalle persone che hanno lavorato in Seatech e soffrono di LER, la Fundación Manos Muertas offre supporto legale a tutti gli operai malati e/o licenziati ingiustamente da Seatech: solo in certi casi il sindacato è riuscito ad ottenere il reintegro dei lavoratori. Molti dei dipendenti sono donne sole con figli, costrette a lavorare per mantenere i piccoli: per questo si sono battute per il reintegro, pur sapendo che le condizioni di lavoro imposte da Seatech assomigliano molto a un girone infernale. Buona parte di loro ha dichiarato che si tratta di un lavoro disumano che genera stress, problemi psicologici, depressione, conflitti familiari. Difficilmente i consumatori conoscono le storie di dolore e sofferenza che si celano dietro al lavoro di inscatolamento del tonno (trecento scatolette al minuto, denunciano i lavoratori) che giunge sulle loro tavole. Ancora minore è la percentuale di coloro che sono a conoscenza delle imprese italiane coinvolte nella distribuzione del tonno prodotto da Seatech: il 20 settembre 2011 Giorgio Trucchi, in un articolo su www.peacelink.it intitolato Il tonno antisindacale e il lavoro semischiavo Seatech, scriveva che “la Ditta Panzironi distribuisce in varie aziende di ristorazione il  tonno Monti, prodotto da Seatech International Inc a Cartagena e importato nel nostro Paese da Foods Import S.p.A dei F.lli Monti”.Lo scorso 14 febbraio Elvira Elena Bayuelo Álvarez, figura di spicco di Seatech e direttrice della sezione “Recursos Especiales” di A Tiempo Servicios Ltda è stata condannata a cinque giorni di carcere a causa del licenziamento di oltre cento lavoratori “colpevoli” di essersi iscritti al sindacato, ma anche in questo caso i vertici di A Tiempo Servicios Ltda e Seatech hanno rifiutato qualsiasi confronto o forma di dialogo proposta da Ustrial.

Queste storie di lavoro schiavo purtroppo non si concludono con un lieto fine: Seatech non ha mai consegnato al ministero del Lavoro il registro che segna l’orario di entrata e di uscita dei propri dipendenti, e nemmeno ha messo nero su bianco il pagamento delle ore di straordinario. In più circostanze lavoratori e lavoratrici hanno dichiarato che non sapevano quando sarebbero usciti da quell’inferno e quanto sarebbe durata ogni giornata lavorativa: si tratta di segnali di sfida che non promettono nulla di buono e fanno temere il peggio per la salute dei dipendenti di Seatech.

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