David Lifodi: alla ricerca delle notizie perdute

Che si parli di anomalia italiana per quanto riguarda il mondo dell’informazione non è una novità: determinate notizie spariscono dai media perché non provengono dalle grandi agenzie o non hanno certi caratteri già codificati che le rendono “appetibili” al pubblico. Il workshop organizzato da Nigrizia a Terra Futura (Firenze) e intitolato “Alla ricerca della notizia perduta: quello che i media non raccontano” però non si è limitato a certificare questo (deprimente) stato delle cose. Il coordinamento della giornalista Michela Trevisan (afriradio.it, la radio on line di Nigrizia) e gli interventi di Gabriele Del Grande (Fortress Europe), Faustin Akafack (camerunense, segretario della Rete Media Interculturale Emilia Romagna) e Domenico Affinito (Reporters Sans Frontieres) hanno cercato di andare oltre, dibattere su soluzioni alternative e ragionare di controinformazione  a partire dagli stereotipi della comunicazione nei confronti dei migranti.

Contaminare positivamente le redazioni rappresenta una sfida fondamentale nel breve periodo, spiega Faustin Akafack, a partire dall’utilizzo delle parole. Il termine “extracomunitario” è utilizzato in senso dispregiativo per definire i migranti, anche un giapponese, uno statunitense o un australiano dovrebbero essere definiti nello stesso modo, ma questo non succede. La contaminazione non avviene però soltanto per l’uso semplicistico di una parola, e nemmeno per ignoranza di chi scrive. Spesso, sottolinea Gabriele Del Grande, scrivere un reportage significa aver molto tempo a disposizione ma le redazioni lo considerano una perdita di tempo. Buona parte dei giornalisti lavora grazie alle notizie delle maggiori agenzie, oppure si limita a seguire le varie conferenze stampa o interviste comunque pre-organizzate in cui il politico di turno rilascia brevi dichiarazioni alle folle di redattori che stazionano nelle sale stampa che contano. Nessuno si sogna più di lavorare facendo un’opera di reale giornalismo d’inchiesta. Non è un caso che i migliori servizi sui migranti siano stati firmati da Presa Diretta e Report senza le scadenze pressanti di un telegiornale che deve mandare in onda servizi di un minuto o di un quotidiano che deve confezionare un determinato pezzo in un numero già prestabilito di battute e possibilmente con estrema velocità perché lo stesso giornalista deve seguire lanci di agenzia su altri argomenti o correre all’altro capo della città perché è in programma un’altra conferenza stampa. Così coloro che sono stufi essere “informati” soprattutto su quali saranno le tendenze degli italiani in fatto di gelato per la prossima estate cercano notizie su internet.

Gabriele Del Grande da tempo lavora al sito di Fortess Europe. Lo scorso anno il sito ha avuto oltre 250mila visitatori ed è diventato uno degli organi più affidabili in fatto di informazioni sui e dai migranti, grazie anche alla competenza del curatore, testimoniata dai tanti libri (uno per tutti, Mamadou va a morire) e dall’esperienza diretta sul campo, che gli è costata anche l’espulsione da un Paese dove regna “una dittatura balneare”, la Tunisia di Ben Alì. La conoscenza di Gabriele Del Grande delle rotte dei migranti e della violazione dei diritti umani nelle carceri dei Paesi dell’Africa del Nord (e non solo) con cui l’Italia ha stretto accordi vergognosi – il caso più conosciuto è quello della Libia – è assai superiore a quella di una generazione di giornalisti che non solo non viaggia per informare correttamente, ma nemmeno compie la fatica di scendere nella strada sottostante la redazione per raccontare il mondo reale. Ancora un esempio. Maroni in più di un’intervista ha definito le condizioni delle carceri libiche “decorose”, tutte le agenzie hanno ripreso le sue dichiarazioni e nell’immaginario collettivo è passato questo concetto. Proprio sul tema delle migrazioni il giornalismo italiano ha abdicato dando il peggio di se stesso. Alcuni Paesi africani, spiega Domenico Affinito di Reporters Sans Frontieres, sono molto più avanti di noi in tema di libertà stampa: Ghana, Mali, Namibia, Capo Verde, Sudafrica.

Proprio in Sudafrica tra pochi giorni inizieranno i mondiali di calcio. Se alcune squadre africane riuscissero a superare la fase a gironi e accedessero agli ottavi o (perché no?) ai quarti di finale, anche i media mainstream – concordano i relatori a Terra Futura- forse si occuperebbero di questi Paesi non più per parlare superficialmente dell’ultima crisi dimenticata, ma proponendo servizi sulla vita, la cultura, le passioni reali di quel certo Paese e questo potrebbe essere, per una volta, un buon biglietto da visita.

Se questo può servire, perché non cominciare allora a tifare per le squadre africane ed evitare di unirsi all’ondata di nazionalismo dilagante che fra  un paio di giorni ci travolgerà tutte le volte che la nostra nazionale scenderà in campo?

Redazione
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