Donne a colori: fra lotte e trappole

Dalla “tassa rosa” al viola e al verde come colori di lotta delle donne

di Maria Teresa Messidoro (*)

.. . Si intrecciano storie, storie di donne, donne in ogni dove,

dove il pensiero corre, corre con la fantasia,

fantasia nelle parole di una canzone e nei colori di un dipinto,

di uno striscione, un panuelo …

 

IL COLORE DELLA BELLEZZA.

Diana Morán Chiquito e Diana Cabrera Montecé sono due economiste, docenti presso la Facoltà di Scienze Economiche dell’Università di Guayaquil, in Ecuador, la città ormai conosciuta sui social media per le tristi immagini dei cadaveri per le strade durante la pandemia.

Le due Diana fanno anche parte della Red de Mujeres Transformando la Economia (REMTE) e in questa veste hanno portato avanti un progetto di indagine sul “costo della femminilità”, riferendosi concretamente alla realtà di Guayaquil. 1

Questa ricerca nasce dalla considerazione che il sistema neoliberista in cui viviamo ha una struttura gerarchizzata di genere, che antepone il maschile al femminile; come afferma Silvia Federici in molti dei suoi scritti, questo sistema si basa su una relazione di potere patriarcale, in cui la figura del padre, e più in generale dell’uomo, è il reggente. Da ciò discende la costruzione di identità di genere prestabilite, la divisione sessuale del lavoro, utilizzando spesso il simbolismo del corpo come riaffermazione costante di questa dualità donna-uomo.

Ed è così che le grandi marche, nel campo della moda o degli accessori per l’igiene personale, utilizzano questa gerarchizzazione per ottenere maggiori guadagni; Mercedes D’Alessandro, economista e scrittrice argentina, sostiene che il corpo è il tramite attraverso il quale la donna realizza le proprie aspettative o le vede frustrate, in un contesto in cui la bellezza, oltre ad avere un ruolo e connotati sociali, ha un “colore”.

Già, perché i modelli sociali comportamentali proposti differenziano gli uomini dalle donne: in questa divisione dei ruoli sociali, le donne sono messe in relazione con la bellezza, la giovinezza, la seduzione, etc.., mentre gli uomini con la conoscenza, la forza, il coraggio. Intendere il ruolo del corpo come costruzione simbolica e non solo come realtà a se stante, ci fa considerare il suo culto  come strumento di analisi del crescente consumismo, orientato da stereotipi che in particolare le donne devono rispettare.

Le imprese, affermano le due economiste ecuatoriane in un articolo apparso  recentemente sulla Revista America Latina en Movimiento, catturano il potenziale mercato femminile, con pubblicità e marketing mirato, ottenendo come risultato l’utilizzo dei ruoli di genere per un maggiore carico economico sulle donne; il risultato è una differenziazione di prezzo per diversi prodotti in funzione delle “necessità” , indotte, di ciascun genere. E’ stato il Department of Consumer Affairs (DCA) di New York, nel 2015, ha coniare il termine Pink Tax (la Tassa Rosa in italiano o Impuesto Rosa in spagnolo) con cui si definisce il sovrapprezzo che le donne pagano solo per essere donne. Perché l’apparenza fisica determina ciò che è importante e ciò che non lo è: ciò implica che siano le donne, più che gli uomini, a trasformarsi in potenziali consumatori di prodotti cosmetici, medicinali, alimenti e vestiti. E’ l’affermazione dell’oggettivazione delle donne nel processo di costruzione del cosiddetto glamour (fascino in italiano, atractivo in spagnolo), che come categoria rimane irraggiungibile, ma che viene presentato nella pubblicità come reale e alla portata di tutte.

copertina del libro di Mercedes D’Alessandro, “Economía Feminista” 2

 

Le inchieste realizzate in tutto il mondo dal 2015 in poi sottolineano inoltre che la Tassa Rosa acquista maggior peso se teniamo conto che molto spesso le entrate delle donne sono inferiori a quelle dei propri colleghi maschi. 3

Ciò che è ancora interessante sottolineare è che le due economiste raccontano una singolare esperienza, avvenuta nella vicina Colombia, che non brilla certo come Paese rispettoso dei Diritti Umani in generale, dove però la Corte Costituzionale, nel 2019, ha eliminato l’imposta su assorbenti e tamponi perché, cita la sentenza, “questa tassa va contro l’uguaglianza di genere, in quanto graverebbe su prodotti indispensabili per le donne”.

Inoltre, nelle conclusioni dell’articolo, si ricorda che l’articolo 340 della stessa Costituzione dell’Ecuador (è una delle più progressiste e avanzate al mondo) nell’ambito del Regimen del Buen Vivir, definisce la necessità di un sistema nazionale  basato sull’inclusione e l’equità, anche di genere. E all’articolo 340 ci si appella per porre fine alle discriminazioni di genere (come appunto è la Tassa Rosa), applicate nel sistema economico dominante.

 

IL ROSA E’ IL COLORE DELLA BELLEZZA?

Curiosa come sono, il tema della Tassa Rosa mi ha suscitato una domanda: da quando il rosa è il colore che più si associa alla donna? Ed ecco cosa ho scoperto: alla fine del 1700, quando si inizia a parlare del rosa, erano gli uomini a indossarlo, utilizzandolo anche, combinandolo con il bianco, per gli interni delle proprie abitazioni.

E tutt@ noi abbiamo visto ne Il grande Gatsby, il capolavoro di Scott Fitzgerald portato sullo schermo da Baz Luhmann, Leonardo Di Caprio indossare il “pink suit”, perché il colore rosa era infatti considerato il simbolo di passione e mascolinità, una versione del rosso più adatta alla vita sociale.

Dobbiamo riflettere sul fatto che il rosa non solo veniva indossato dagli uomini, ma alle bambine era perfino consigliato il colore blu. In un’edizione del 1918 di Earnshaw’s Infants’ Department, una rivista specializzata in vestiti per bambini, si legge: “La regola generalmente accettata è rosa per i maschi e blu per le femmine. La ragione sta nel fatto che il rosa, essendo un colore più deciso e forte, risulta più adatto al maschio, mentre il blu, che è più delicato e grazioso, risulta migliore per le femmine…”

 

 

Quindi pare che soltanto a partire dagli anni 40, le aziende di abbigliamento abbiano iniziato a produrre indumenti femminili in rosa e indumenti maschili in blu, senza alcuna precisa ragione, o semplicemente facendo credere che i due sessi preferissero il colore a loro assegnato. 4

A chi appartiene allora il rosa? Io mi ritrovo d’accordo con Virginia Woolf: “In ognuno di noi presiedono due poteri, uno maschile e uno femminile. … La condizione normale e più piacevole è quella in cui le due forze vivono insieme in armonia, cooperando spiritualmente” (Da Una stanza tutta per sé)

Quindi evviva il rosa con il blu, che peraltro è il mio colore preferito…

Ma….

 

MA IL ROSA E’ UN COLORE?

Ed ecco una domanda scientificamente corretta, quasi imbarazzante: ma il rosa è un colore?

La risposta ovviamente è … NOO!!

Il problema è che per noi è scontato e naturale che i colori siano una caratteristica delle cose stesse; se prendiamo in mano un pomodoro rosso, e lo immaginiamo già in un piatto con una bella insalata mista, difficilmente ci sfiorerà l’idea che il colore rosso non sia un ingrediente del bel pomodoro, come lo sono invece la polpa o i semi. Tutta colpa degli scienziati e in parte dei filosofi, a cui interessano più le idee che le nostre insalate.

Andiamo con ordine: i colori da un punto di vista fisico sono delle onde elettromagnetiche. Le sfumature di verde hanno una frequenza compresa tra i 526 THz e i 606 THz (dove Tera significa 1000 miliardi….). Il rosso invece si assesta tra i 400 e i 484 THz.

E così via per ogni altro colore dello spettro.

Noi percepiamo queste onde elettromagnetiche grazie a foto ricettori, chiamati coni, presenti nella parte posteriore dell’occhio: ci sono tre tipi che potremmo identificare come coni rossi, verdi e blu. Quando un oggetto assorbe tutta la luce bianca e invia solo il colore rosso verso i nostri occhi, i coni rossi si attivano, e noi riceviamo dal nostro cervello il messaggio che ci permettere di “vedere” il colore rosso. Per vedere ad esempio il giallo, si devono attivare insieme i coni rossi e verdi. I tre coni si attivano tutti insieme per vedere il bianco, il nero non ne attiva nessuno. Il grigio attiva tutti i coni, ma solo parzialmente.

E così arriviamo al nostro famigerato rosa: per poterlo “vedere” si attivano tutti i tre coni, ma mentre quelli rossi sono completamente attivi, gli altri due sono attivati solo parzialmente. Quindi gli oggetti non riflettono il rosa, come non riflettono ad esempio il marrone, ma i coni possono inviare segnali misti al cervello ed il cervello, a sua volta, crea questi colori per noi.

Non è mica male… l’importante è apprezzare la bellezza dei colori, riconoscerne le sfumature, senza pensare a quei THz un po’ ingombranti nella nostra mente. 5

Allora, un ultimo salto, questa volta nel regno del viola.

 

IL COLORE DELLA LOTTA.

Basta disgressioni pseudo scientifiche.

Spazio alla lotta e alle rivendicazioni, ricollegandoci alla denuncia della “Tassa Rosa”.

Sono stati i movimenti di liberazione delle donne negli anni ‘60 e ‘70 a tentare di abolire le assurde differenziazioni tra i generi, rifiutando quindi l’uso simbolico del rosa come rappresentazione di una identità sottomessa e subalterna che si stava combattendo con forza e determinazione.

Le manifestazioni femministe si sono sempre caratterizzate per i variopinti colori degli abiti indossati, per i cartelli esposti, per le scritte sul corpo.  Prima sulla scena latinoamericana e poi in tutto il mondo irrompe il movimento Ni una menos, con il colore viola.

Perché il viola?

Già agli inizi del 900, l’attivista inglese Emmeline Pethick diceva: “Il viola, il colore dei sovrani, simbolizza il sangue reale che scorre nelle vene di ciascuna lottatrice per il diritto al voto, e rappresenta il suo aver preso coscienza della necessità di libertà e dignità per le donne”. 6

Addirittura c’è chi afferma che nel purtroppo celebre incendio, avvenuto negli Stati Uniti a marzo del 1911, in cui morirono 146 donne (l’episodio da cui prende spunto la data simbolica dell’8 marzo, anche se probabilmente non successe esattamente quel giorno, ma più tardi) il fumo che si alzò dalla fabbrica e che si vedeva a chilometri di distanza, era viola, perché di quel colore erano le divise delle donne lavoratrici della ditta coinvolta. vero o no, resta il fatto che da alcuni anni, il viola colora e dà forza alle diverse manifestazioni e iniziative, dagli scioperi generali degli ultimi 8 marzo alle manifestazioni nel giorno contro la violenza sulle donne, il 25 novembre.

Con derechos. Sin barreras. Feministas sin fronteras” (Con diritti. Senza barriere. Femministe senza frontiere) è uno slogan che attraversa, unisce e rafforza le grida di donne in ogni dove, finalmente meno invisibili, finalmente più forti e determinate ad uscire dal silenzio.

Dice la canzone La puerta violeta, della cantante spagnola Rozalén:

“Una bambina triste nello specchio mi guarda prudente e non desidera parlare / C’è un mostro grigio nella cucina / che rompe tutto / che non smette di gridare / Ho una mano sul collo / che con sottigliezza mi impedisce di respirare / una benda mi tappa gli occhi / posso sentire la paura che si avvicina / ho un nodo nelle corde vocali che sporca la mia voce mentre canto / …. Però ho disegnato una porta viola sulla parete /  e entrandovi mi sono liberata / come si dispiega la vela di una barca / mi sono svegliata in un prato verde molto lontano da qui / Ho corso, gridato, riso / so ciò che non voglio / adesso sono in salvo ….” 7

Non c’è solo il viola, nelle proteste al femminile: da molti anni, in Argentina, la lotta per il diritto a decidere del proprio corpo, all’interno del rovente dibattito sulla legalizzazione dell’aborto, è caratterizzata dal caratteristico panuelo verde.

Il logo simbolo di questa lotta fu creato quasi per caso da una ragazza diciottenne, Lola Ocón Morgulis, e ben presto divenne virale, con lo slogan “Educación sexual para decidir, anticonceptivos para no abortar, aborto legal para no morir. Molto interessante è il legame con un altro famoso panuelo, questa volta bianco delle indomabili Madres de Plaza de Mayo. Un legame perfettamente riassunto in questa frase, gridata da numerose attiviste femministe argentine “somos hijas de los pañuelos blancos y madres de los pañuelos verdes” (siamo figlie dei fazzoletti bianchi e madri di quelli verdi). 8

Voglio ritornare al rosa però: perché noi donne siamo imprevedibili, capaci di rivoltare, meglio di un calzino, anche i simboli di una immagine di femminilità che vogliamo cancellare.

“Le rose della resistenza nascono dall’asfalto, siamo quelle che ricevono rose, ma siamo anche quelle che con il pugno chiuso parlano dei nostri luoghi di vita e resistenza contro gli ordini e soprusi che subiamo.” Sono parole di Marielle Franco, attivista femminista brasiliana, nera, lesbica, sempre in prima linea per i diritti umani nelle favelas, assassinata il 14 marzo del 2018. Si faceva chiamare cria da maré, figlia della marea. 9

E il collettivo femminista (nato da poco) di Ravenna mi ha regalato questo testo di Rita Lee, una delle più famosi cantanti brasiliane contemporanee: Cor de rosa choque, che più o meno dice così:

“Le due facce di Eva / la Bella e la fiera / un certo sorriso / di chi non vuole nulla / sesso fragile / non fugge alla lotta / né è soltanto di letto / vive la donna / perciò non provochi / E’ colore rosa shock /donna strana creatura / ogni mese sanguina /un sesto senso / più grande della ragione/ Cenerentola / tu sei principessa /le signore sono una specie in estinzione / perciò non provochi / è colore rosa shock…” 10

Ecco, tutto questo a proposito di donne, colori e lotte.

Lotte che non si fermeranno.

Nemmeno al tempo del coronavirus.

E saranno viola, verde, o rosa, come rosa è il quadro, magico, di Ilka Oliva Corrado.

 

Questa pittura si intitola El matilisguate, uno degli alberi più diffusi in Guatemala, come in altri Paesi latinoamericani; è l’albero nazionale di El Salvador, la mia seconda patria,… 11

.. . Si intrecciano storie, storie di donne, donne in ogni dove,

.. continuerà ……

 

  1. La ricerca dettagliata condotta in Ecuador, sulla città di Guayaquil si trova qui https://www.alainet.org/es/articulo/206103
  2. Molto singolare che il titolo di un libro spagnolo riporti una parola straniera, tenendo presente la tendenza dei popoli di lingua spagnola a tradurre qualunque termine.
  3. In Italia, l’ultima ricerca al riguardo è stata realizzata da Report a fine marzo del 2019. https://www.rai.it/programmi/report/inchieste/La-tassa-rosa-09e20ace-eb11-4e5c-b39c-b9aa6ed0473d.html

Vedere anche l’articolo http://cronaca.il24.it/italia-ce-la-tassa-rosa-nessuna-donna-lo-sa/

  1. Sulla storia del rosa vedere https://medium.com/pink-different/rosa-la-storia-del-colore-che-fino-agli-anni-40-rappresentava-forza-e-mascolinit%C3%A0-cc237882c14f
  2. Appunti divulgativi sui colori e la loro visione qui http://astrolablog.it/il-rosa-non-esiste/  e una descrizione scientifica ma irriverente dei colori qui https://medium.com/michele-diodati/modelli-di-rappresentazione-del-colore-a5fa5cd003bf
  3. La storia del viola come colore di lotta qui https://www.lavanguardia.com/de-moda/feminismo/20180306/441315715416/dia-mujer-8-marzo-huelga-feminista-color-violeta.html
  4. Ascoltatela qui https://youtu.be/hJ39rxPISwg
  5. Ultimo articolo in Bottega in cui si parla della lotta per l’aborto in Argentina qui http://www.labottegadelbarbieri.org/conquiste-e-passi-indietro-del-femminismo-latinoamericano/
  6. Ecco gli ultimi articoli in Bottega a lei dedicati http://www.labottegadelbarbieri.org/verita-e-giustizia-per-marielle-franco/

http://www.labottegadelbarbieri.org/brasile-nel-nome-di-marielle/  e questo bellissimo commento a caldo dopo la sua morte https://nonunadimeno.wordpress.com/2018/03/15/a-marielle-franco-non-un-passo-indietro-non-una-di-meno/

  1. Qui la canzone di Rita Lee https://youtu.be/a9ElBc0VPzY
  2. https://cronicasdeunainquilina.com/pinturas/

 

(*) vicepresidente Associazione Lisangà culture in movimento, www.lisanga.org

Teresa Messidoro

2 commenti

  • Pingback: DONNE A COLORI: FRA LOTTE E TRAPPOLE 16 Maggio 2020 Teresa Messidoro – DIARIO di viaggio di Daniele Dal Bon

  • Serenella Angeloni Cortesi

    Certo che lo lascio il commento : avete dimenticato il Nero, l assenza del colore e con il colore, avete dimenticato le Donne in Nero. Ormai diffuse in tutto il mondo, tanti piccoli gruppi che e si riuniscono per vedersi e incontrarsi parlare, riflettere e progettare documenti e “le Uscite “. Ogni 2 anni cambiando luogo si fa un convegno incontro di più giorni. Quest’anno ci saremmo dovute incontrarci in Armenia, certamente ci parliamo attraverso la rete, e nei vari luoghi ci incontriamo e manifestiamo in silenzio con cartelli in piazza vestite di nero OSIAMO LA PACE…DISARMIAMO IL MONDO… FUORI LA GUERRA DALLA STORIA. Siamo nate nel 1988 perché alcune donne israeliane non volevano ricinoscersi nemiche delle palestinesi e mostravano cartelli con sopra scritto STOP OCCUPAZIONE…. PERCHÉ IL NERO? per dimostrare il proprio Lutto per questa barbarie che è la guerra . In questi giorni stiamo diffondendo il documento che abbiamo inviato al Governo italiano per un economia di vita e salute e non di guerra

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *