E tu che impronta xenofoba hai?

Recensione a «Come (non) si diventa razzisti?» (*)  

Se vi piacciono i test correte subito a pagina 116 e guardate la vostra «impronta xenofoba». Un momento, di cosa stiamo parlando? Ok, il test può aspettare. A maggio è arrivato in libreria «Come (non) si diventa razzisti?» (Sonda: 128 pagine per 12 euri) di Maria Teresa Milano e Claudio Vercelli, con i disegni di Giorgio Sommacal e una bella prefazione di Raffaele Mantegazza. Il libro dichiara di rivolgersi a «ragazzi e adolescenti» e funziona: «senza prediche e giudizi, ma con tante immagini, suggestioni, citazioni e storie di ragazzi di ieri e di oggi». In qualche punto mi pare complicato – almeno per adolescenti – ma nel complesso funziona.

Chiarito il contesto, torniamo al test finale sull’«impronta xenofoba», una invenzione degli autori che riprende l’impronta ecologica. Se gli adolescenti (o i distratti) si stanno chiedendo cosa sia limpronta ecologica ecco la risposta di santa Wikipedia, protettrice di pigri e frettolosi: «indicatore utilizzato per valutare il consumo umano di risorse naturali rispetto alla capacità della Terra di rigenerarle». Così, per similitudine, questo test (scherzoso ma non troppo) sull’impronta xenofoba può far capire «quanto sei empatico verso gli altri e quanto li rifiuti». Se non barate a rispondere alle 15 domande… le risposte vi spiazzeranno assai ma andate avanti a leggere e rifletteteci su. Subito dopo «dieci semplici proposte» per ridurre l’impronta xenofobia chiudono il volume.

Anzi no: perché, dopo l’indice, si accenna a una mostra (con lo stesso titolo del libro già circola in molte scuole superiori) come «momento formativo per insegnanti e ragazzi».

Se preferite arrivare al test partendo dall’inizio… ecco la mappa. Alla prima pagina del libro c’è una frase-choc dello scrittore William Faulkner: «Vivere nel mondo d’oggi ed essere contro l’uguaglianza per motivi di razza o colore è come vivere in Alaska ed essere contro la neve». Il mondo d’oggi citato è proprio il 2013? Macché, il 1966. E oggi Faulkner avrebbe ancora più ragione di ieri eppure… razzisti purtroppo si diventa ancora. Come? Il libro tralascia la politica («gli imprenditori del razzismo») e l’economia; pur se all’inizio accenna che esiste «la volontà da parte di alcuni esseri umani di escluderne altri dalla vita comune, condannandoli all’emarginazione, allo sfruttamento, alla subordinazione; a volte addirittura alla morte».

Il percorso  di «Come (non) si diventa razzisti?» parte da quel mix di desideri e di paure che ci accompagna tutte/i a confronto con le novità e con le diversità. «Essere razzisti è facile» scrive Mantegazza ma «è possibile la complessa felicità dei rapporti con tutti i volti dell’altro e del diverso». Un libro per educare ed educarsi. Intelligente l’idea di partire dalla fantascienza: azzeccatissimo «Sentinella» di Fredric Brown, un po’ difficile forse (se ci si rivolge ad adolescenti)«E vennero a schiavizzare la Terra» di Desmond Stewart. Il cuore del volume è «un percorso storico» diviso in due parti: una «piccola antologia antirazzista» (da Pericle a Rousseau, dal«Faccia di turco» di Gunter Wallraff al divertentissimo «lapsus» di Stefano Bartezzaghi, da Amos Oz a Edgar Morin) seguita da un «piccolo lessico ragionato» dove forse manca una voce importante: integrati/esclusi o, con un gioco di parole, integrati/disintegrati e proprio «Disintegrati» si chiamava uno sferzante pamphlet di Ahmed Djouder (pubblicato nel 2007 in italiano con il sottotitolo: «Storia corale di una generazione di immigrati» che purtroppo è passato inosservato).

Sono i primi passi su una via. Impervia, perché c’è purtroppo in Italia chi lavora sodo per farci diventare razzisti. Capire a esempio chi è in Italia il «ministro della Paura» – inventato dall’attore Antonio Albanese (e qui citato da Gianantonio Stella) – sarebbe urgente e importantissimo. Ma dicono quelli che a scuola decidono la politica che a scuola non si può fare politica. Per fortuna ci sono insegnanti e studenti che non si fanno fregare dai finti neutrali.  

(*) Questa mia recensione è anche su «Corriere dell’immigrazione». (db)

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