Epidemie, immaginario, posti di lavoro

72esima puntata dell’«Angelo custode» ovvero le riflessioni di ANGELO MADDALENA per il lunedì della bottega

«Mandare avanti la produzione è stato un gravissimo errore, dobbiamo chiudere tutto, lasciare aperto solo chi produce beni alimentari, prodotti per la salute e l’igiene. Vedo ancora molti capannoni e cantieri pieni di gente, è una follia». Così sosteneva, il 24 marzo 2020, Roberto Carlo Rossi, presidente dell’ordine dei medici di Milano, citato nel libro «L’epidemia delle emergenze: contagi, immaginario, conflitto» (edizioni Il Galeone) a cura di Jack Orlando e Sandro Moiso che a pagina 48 aggiungevano: «E che non siano tutte produzioni di beni essenziali lo si intuisce scorrendo l’elenco delle imprese nelle due province [Bergamo e Brescia], dove a fianco a quelle zootecniche troviamo aziende che producono acciaio, chiusure industriali per capannoni, verniciature, calcestruzzi, strumenti elettronici. Ma anche auto di lusso come la Bugatti, o armi come Beretta e Perazzi». La nota a piè di pagina rimanda a un articolo (di Lombardo e Russo) apparso sul quotidiano La Stampa il 20 marzo, dal titolo: “Governatori e scienziati a Conte: Fermi le fabbriche in Lombardia”. Credo che in quel pezzo di storia “patria” ci sia tutto quello che stiamo vivendo oggi come un anno fa.

Non saprei da dove iniziare per un’analisi approfondita: la “serietà” del tanto osannato Conte? Le armi e le automobili come simbolo di un sistema distruttivo anche in periodi di “tregua sanitaria?”. Per non perdermi, mi aggrappo al sottotitolo del libro: «contagio, immaginario, conflitto». Ricordo che una mia amica molto lucida, qualche mese fa, quando le segnalavo un articolo di Marco Bascetta su il manifesto in cui si faceva notare che il DPCM di ottobre colpiva gli individui a caso e l’economia piccola, mentre lasciava intatto il sistema produttivo di grossa taglia, ribatteva che chiudere i bar e i ristoranti non è sinonimo di colpire l’economia. C’è una difficoltà di “immaginario”: quando si bloccano ristoranti e bar noi pensiamo che quella sia l’economia dimenticandoci le grosse fabbriche, le industrie, gli uffici e i vari reparti produttivi medio-piccoli (con almeno 20 persone) che rimangono aperti e spesso sono focolai di contagio, come dimostra bene «L’epidemia delle emergenze». La mia amica insegna in una elementare in Liguria che a ottobre era aperta ma che da febbraio è stata chiusa: scuole, teatri, cinema, palestre ecc però rimangono aperte tutte quelle “zone grigie” e produttive. Se vai a scavare scopri qualche sottobosco. Per esempio A. – mia coetanea che ho reincontrato un po’ di giorni fa a Perugia – mi ricorda che a ottobre lei è stata a casa per 15 giorni perché positiva al tampone (le avevo consegnato a domicilio un pasto caldo e un libro anti-virus, anzi anti-infodemia; l’ho conosciuta così!) e che altri 8 suoi colleghi, su 14, in un ufficio di servizi telematici erano risultati positivi al tampone. Pochi giorni fa una signora che abita vicino casa mia mi ha confidato informalmente che nella Casa di accoglienza per anziani dove lei lavora, su 20 operatori, 13 sono positivi al covid 19.

A pagina 34 del libro «L’epidemia delle emergenze» troviamo queste parole che riportano al nocciolo della questione fabbrica: «Come è evidente, se la “soluzione” fossero le mascherine e i guanti, non si capisce come mai siano stati chiusi piccoli esercizi di paese in cui è fattibilissimo entrare una persona alla volta e non le fabbriche». Questione delicata che attiene all’immaginario, avvelenato da fango e melma mediatica tutti i giorni (complice la nostra pigrizia). Prendiamo la possibilità di fare una mini indagine, con chi conosciamo, chiedendo quante persone conoscono che sono risultate positive o peggio ancora morte di – o con – il covid 19? Quante di loro lavoravano e quante disoccupate oppure occupate a casa? Ovviamente non si tratta di fare una classifica ma un’indagine, come propone il libro «non per fascia di età, ma in base all’attività lavorativa e al luogo di lavoro».

«L’epidemia delle emergenze» è di parte, lo ammette anche uno degli autori, e cioè ideologicamente dalla parte dei lavoratori. La questione è sempre e ancora di immaginario. Nel libro c’è un passaggio molto interessante che chiama in causa i pataccari travestiti da artisti: «“Vediamo tutti quegli attori e cantanti che in tv o sui social, belli come il sole, invitano sorridendo la gente a restare a casa. Ma un operaio come fa?”. Così si esprimeva una tuta blu brianzola pochi giorni dopo l’esplosione delle disperate e rabbiose insurrezioni nelle carceri, in pieno dilagare del contagio e dell’inasprirsi di quello stato d’emergenza che sembra essere diventato elemento strutturale della contemporaneità». Sempre la mia amica che abita in Liguria con un altro amico siciliano, lucidi e tranquilli in mezzo a tanto delirio, “liquidavano” le rivolte nel carcere di un anno fa come “gestite dalla malavita” e “dovute alla mancanza di droga che dopo le prime restrizioni non entrava più in carcere come prima”. Ho letto approfondimenti che rimettono in gioco la versione “facile” delle rivolte dei detenuti disperati perché quasi tutti drogati in astinenza o manipolati dai mafiosi. Ancora e sempre questione di immaginario e ovviamente, di conflitto.

Leggo a pag. 32 del libro citato: «La mattina del 12 marzo, senza dichiarazione di sciopero alcuna da parte dei sindacati confederali, inizia con fermate all’interno delle fabbriche e uscite di massa dalle stesse, con scioperi spontanei, con picchetti e e presidi sostenuti dai delegati interni – pur stando a distanza di un metro l’uno dall’altro – che coinvolgono l’intero Paese, in particolare Liguria, Piemonte, Lombardia ed Emilia Romagna”. (…) La parola d’ordine in tutti i luoghi di lavoro è chiara: chiusura totale. Come la lotta dei detenuti dei giorni prima assumeva indulto e amnistia quali parole d’ordine, quella della classe operaia è chiusura assoluta». In un’altra pagina viene sottolineato che la chiusura di molte fabbriche è stata determinata proprio dagli scioperi “non confederali” di molti lavoratori. Anche qui torna l’immaginario che si costruissce sull’informazione pilotata: quanti di noi hanno saputo di quei tantissimi scioperi? Quanti hanno saputo che le chiusure (che dovevano essere stabilite dal governo) sono state effettuate grazie agli scioperi e alle proteste dei lavoratori? Io no, lo ammetto. Siamo stati subissati da inviti a restare a casa, a cantare l’Inno di Mameli dalle finestre e dai balconi, invasi da frasi fatte che molti di noi, come schiavi alla catena, hanno ripetuto a mo’ di pappagalli e megafoni del potere: «Ai nostri nonni è stato chiesto di andare in guerra, a noi ci chiedono solo di stare seduti sul divano». O i messaggi diffusi da vipere di regime del tipo: «Il virus si attacca all’asfalto e di conseguenza alle scarpe» che vien da ridere solo a pensarci. Eppure queste baggianate ci hanno obnubilato chiudendo ogni possibilità di far funzionare la curiosità e la lucidità. Fortunatamente c’è chi ci fa scoprire il sottobosco: libri preziosi di analisi come Le epidemie delle emergenze. Il prossimo che voglio prendere – prodotto Calusca City Lights, edito da Colibrì – è «Lo spillover del profitto: capitalismo, guerre ed epidemie» .

QUESTO APPUNTAMENTO

Mi piace il torrente – di idee, contraddizioni, pensieri, persone, incontri di viaggio, dubbi, autopromozioni, provocazioni, letture – che attraversa gli scritti di Angelo Maddalena. Così gli ho proposto un “lunedì… dell’Angelo” per aprire la settimana bottegarda. Siccome una congiura famiglia-anagrafe-fato gli ha imposto il nome di Angelo mi piace pensare che in qualche modo possa fare l’angelo custode della nuova (laica) settimana. Perciò ci rivediamo qui – scsp: salvo catastrofi sempre possibili – fra 168 ore circa che poi sarebbero 7 giorni. [db]

 

Redazione
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