«Eutopia»

di Susanna Sinigaglia

Eutopia

Trickster-p

Cristina Galbiati, Ilija Luginbühl

Di nuovo i Trickster-p hanno presentato una proposta insolita, e questa volta soprattutto divertente, al pubblico curioso della Triennale. La caratteristica principale della compagnia è la capacità di coinvolgere il pubblico. Però nel caso in questione, si è andati oltre il coinvolgimento e il pubblico è diventato coprotagonista anche se abilmente guidato nel percorso dalla sapiente regia dei due artisti.

La proposta consisteva in un invito a partecipare a un vero e proprio gioco simile a uno dei tanti giochi da tavolo che rallegrano, o rallegravano, le riunioni amicali o familiari durante le feste, tanto che anche lo spazio in cui si è svolto doveva adattarsi al tipo di set richiesto. Il pubblico perciò è stato raccolto davanti a una sala, accanto alla biglietteria, adibita in genere all’esposizione di mostre.

 

Poi è stato suddiviso in cinque sottogruppi: uno di tre persone tutto al femminile, di cui facevo parte, e gli altri di quattro.

Una volta entrati nello spazio, i gruppi sono stati invitati ad accomodarsi su morbidi pouf intorno a bassi tavolini quadrati, sistemati a semicerchio davanti a una specie di scacchiera esagonale in legno altrettanto bassa posta al centro della sala.

Ogni gruppo aveva a disposizione del materiale cartaceo su cui erano riportate alcune regole del gioco, indicate quali ne fossero le pedine e assegnato un obiettivo da raggiungere. Le pedine rappresentavano le comunità degli esseri viventi ossia umani, animali, piante, funghi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le pedine erano tessere quadrate e di vari colori: il marrone denotava la comunità degli esseri umani; il nocciola, quella degli animali; il verde, quella delle piante; l’arancione, quella dei funghi. C’erano inoltre alcune tessere bianche a simboleggiare le spore – riserve per il futuro – e altre tonde di color grigio che indicavano i rifiuti.

Il gioco si svolgeva così.

Dopo averci raccomandato di non voler capire tutto subito, portando una specie di sacco cilindrico nero con una spaccatura sulla sommità Cristina Galbiati ha chiesto a ogni gruppo, tramite un rappresentante a caso, di pescare una tessera fra le tante che si trovavano dentro il sacco e di collocarla sul territorio-scacchiera in un punto che si valutava funzionale all’obiettivo da raggiungere.

Questo riguardava in linea di massima la sopravvivenza delle comunità, e perciò la loro capacità di procacciarsi il cibo necessario alla propria espansione tramite spostamenti strategici. Alla fine del giro di posizionamento delle tessere Ilija Luginbühl, come un mago che leggesse una sfera di cristallo, rivelava ai gruppi l’esito delle loro mosse operando gli opportuni spostamenti secondo regole predefinite.

Se una comunità cresceva, il performer aggiungeva sopra la tessera di base altre tessere; se invece si indeboliva per mancanza di cibo, veniva sguarnita delle tessere e poteva anche arrivare all’estinzione.

L’abilità dei gruppi consisteva nella scelta di collocare le tessere in punti da cui, secondo le regole del gioco, fosse possibile muoverle con la sicurezza di procacciar loro il cibo e raggiungere l’obiettivo assegnato.

E quando lo si raggiungeva, era proprio una bella soddisfazione. Si creava perciò fra i gruppi una certa rivalità ma che era anche la parte più divertente perché riportava i contendenti all’entusiasmo dei giochi infantili, quando si gareggiava per la vittoria e magari dopo essersele date di santa ragione, spesso si ritornava amici come prima. La rivalità dei gruppi era però contemperata da un compito comune: mantenere l’equilibrio ecologico, ossia la non prevalenza di una comunità sulle altre; obiettivo quasi impossibile da raggiungere vista la casualità del gioco. Così la nostra “partita” è finita con l’estinzione della comunità umana: presagio collettivo inconscio?

Spiega in un video Cristina Galbiati che l’idea della performance è nata, come spesso è successo negli ultimi due anni, durante la pandemia quando ci si è resi conto che era necessario ripensare profondamente le relazioni fra le varie comunità di esseri viventi. Mi è venuto in mente che una variabile del gioco potrebbe essere quella non di pescare le tessere a caso ma di darne all’inizio un tot in dotazione a ogni gruppo perché concordino di conseguenza la loro strategia. Poi però ripensandoci, mi è sembrato che introducendo la categoria dell’imprevisto con la regola delle tessere pescate a caso, si sia molto più vicini al monito che ci è arrivato dalla realtà: l’essere umano che aveva la pretesa di controllare tutto pianificandolo, è stato colto di sorpresa dall’imprevedibile (almeno per i più) con cui d’ora in poi dovrà fare i conti.

Susanna Sinigaglia
Non mi piace molto parlare in prima persona; dire “io sono”, “io faccio” questo e quello ecc. ma per accontentare gli amici-compagni della Bottega, mi piego.
Quindi , sono nata ad Ancona e amo il mare ma sto a Milano da tutta una vita e non so se abiterei da qualsiasi altra parte. M’impegno su vari fronti (la questione Israele-Palestina con tutte le sue ricadute, ma anche per la difesa dell’ambiente); lavoro da anni a un progetto di scrittura e a uno artistico con successi alterni. È la passione per la ricerca che ha nutrito i miei progetti.

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