«F&Sf» e le antologie di Strahan

db continua a elogiare l’arte del (breve) fanta-raccontare

Per me è un piacere trovare ogni mese (beh, quasi: siamo a 22 numeri in 7 anni) in edicola l’edizione italiana di «F&Sf» ovvero «Fantasy & Science Fiction» che nella versione originale ha quasi la mia età, essendo nata nel 1949.

Quella italiana arriva nelle edicole sotto la direzione di Armando Corridore – 160 pagine per 6,90 euri – grazie a Elara Libri. Questo numero 22 non meriterebbe urla di giubilo se non fosse per come Paul Di Filippo ricama sulla lettura… come droga; e prende per il culo alla grandissima Perry Rhodan ma anche Sue Grafton, Piers Anthony e «i miei colleghi testedilibro»; più non posso svelare perchè dietro l’angolo veeeeedo Mister Spoiler che mi ammonisce con un “ditino” … a forma di accetta.

C’è anche un’idea geniale (però sprecata) di Michael Bishop. Ad aprire il numero un racconto della grande Joyce Carol Oates qui in versione fantastica (fino a un certo punto). Quasi certamente abbiamo ricordi “altrui” ma davvero «la natura aborre, abortisce i propri errori»?

Fiacco a mio avviso «Francobollo fantasma» di Mark (Marc all’anagrafe) Laidlaw; sono senza infamia né lode «Madre Nuestra que estas in Maracaibo» di Ana Hurtado e «Ahimè, Lirette» di Yoon Ha Lee.

Emozionanti invece «Ku’gbo» di Dare Segun Falowo (*) un giovane autore nigeriano e «Alessandria» di Monica Byrne. Il primo ci porta in un villaggio yoruba in mezzo a chi «sogna dentro un sogno». Il secondo è «una nazione fatta di due persone»: siamo nel futuro ma certamente non è fantascienza; semplicemente alla Byrne (allieva di Ursula Le Guin) serviva un pretesto per raccontare una di quelle storie che la letteratura mainstream rigetta forse perchè le trova… troppo umane.

Al contrario di me – e di Riccardo Mancini, il mio vecchio socio che cito sempre perchè mi manca… ogni “Martedì” (e non solo) – Urania non ha quasi mai amato i racconti. Però una volta l’anno lascia spazio alle antologie del “meglio” scelte – per 30 anni – da Gardner Dozois e adesso, dopo la sua morte, da Jonathan Strahan.

In edicola trovate nella collana (ora quadrimestrale) Millemondi il secondo (**) volume della Year’s Best Science Fiction Vol. 1: The Saga Anthology of SF 2020 – siamo in ritardo, eh?con il titolo «Nuove frontiere: parte 2» ovvero 336 pagine per 7,90 euri, curata da Strahan, con nomi celebri cioè Greg Egan, Ken Liu, la pompatissima N. K. Jemisin, Elizabeth Bear ma anche meno noti: Tegan Moore, il nigeriano Suyi Davies Okungbowa, Alec Nevala-Lee, l’indiana Vandana Singh, E. Lily Yu, Sofia Rhei, la nigeriana-canadese Chinelo Onwualu, Fonda Lee e Caroline M. Yoachim.

Se la catastrofe incombe le soluzioni non sono tecnologiche. E allora cosa? «Te l’ho detto. Le persone hanno deciso di prendersi cura le une delle altre». Così la Terra si salverà anche perchè “gli altri” – quelli che non capiscono che siamo una sola razza e che dobbiamo stringerci anziché odiarci – scappano dal pianeta. Altro non dirò (c’è sempre Mister Spoiler in agguato) ma «Pelle di riferimento» della Jemisin è davvero un racconto da meditare. Continuo a credere che gioverebbe all’autrice abbandonare alcune inutili complicazioni nella scrittura ma sono in netta minoranza visto che lei vince premi come io bevo tisane.

Fra i più belli di questa antologia anche «Il canto delle dune» di Okungbowa («la gente uccide ciò che non capisce» purtroppo), «Ricongiungimento» di Vandana Singh e l’assai sovversivo «Contorni morbidi» di Elizabeth Bear. Il racconto più lungo – «Il lavoro dei lupi» di Tegan Moore – ha una cornice affascinante però non mi pare del tutto compiuto (o è solo la traccia per un romanzo, come spesso accade).

Nella lunga – e pallosa – introduzione Strahan ricorda che la rivista «Locus» ha calcolato che ogni anno si pubblicano circa 3mila racconti di fantascienza: difficile scegliere il meglio. La rivista veterana resta «F&SF» (vedi sopra). Fra il centinaio – o forse più – di titoli citati da Strahan mi ha sorpreso «Palestine + 100: Stories from a Century After the Nakba» pubblicata dall’editore britannico Comma Press. Una antologia che immagino fuori dal coro: chi la tradurrà?

(*) Appena la pigrizia – con annessa fila di libri che incombe – mi molla di Falowo devo/voglio leggere «Convergenza nell’architettura del coro», pubblicato a ottobre dalla sempre vispa Zona42.

(**) Confesso che ho perso il primo volume; andrò ramingo da amici e amiche per recuperarlo.

L’immagine in evidenza è la copertina del primo numero di «Amazing Stories» (aprile 1926) la rivista “fondativa” della moderna fantascienza di massa che fu creata dall’inventore, editore e scrittore lussemburghese poi naturalizzato statunitense Hugo Gernsback.

redaz
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

Un commento

  • Parlando di «Nuove frontiere: parte 2» (Millemondi-Urania) avevo scritto: «confesso che ho perso il primo volume; andrò ramingo da amici e amiche per recuperarlo». Non ho dovuto “ramingare” perchè un amico astron-aostan-triestino me lo ha spedito per posta. Quasi commosso, l’ho messo in testa alla pila dei libri serali e non me ne sono pentito. La media dei racconti è buona ma due spiccano: «La libreria alla fine dell’America» (di Charlie Jane Anders) ha un finale memorabile sulla potenza – quasi la salvezza – nel leggere e parlarne insieme; «Il canto degli uccelli» (di Saleem Haddad) è su Gaza nel 2048: tristissimo ma geniale. Mi aspettavo molto da Ted Chiang, che purtroppo ha scritto pochissimo, e invece il suo «E’ il 2059 e i ragazzi ricchi stanno ancora vincendo» non mi ha preso; brutto no ma mooooolto più fiacco dei suoi standard. [db]

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