Genova 2001: c’ero anch’io

di Michele Zizzari


Son passati vent’anni da Genova 2001. C’ero anch’io, e ho visto.

Molti vorrebbero continuare a insabbiare, a rimuovere tutto quello che è accaduto, il perché è accaduto, perché così tanta gente di tutto il mondo si sia riversata in piazza a protestare e a chiedere un altro mondo, in opposizione al G8, e cioè al Governo dell’Ingiustizia Globale.

E allora ho pensato di ricordarlo con un testo poetico, che ho scritto in queste ultime sere, perché dobbiamo ricordare.

Genova 2001

Banditi eravamo

per i padroni riuniti della Terra,

con le mani dipinte di bianco,

coi fazzoletti sul naso e la bocca

e i limoni in mano per resistere

al fumo accidioso dei lacrimogeni.

Eravamo lì per dire basta:

alla banalità del Male,

all’ottusità dell’oppressione,

all’oscenità del privilegio,

alla disumanità della disuguaglianza,

all’indecenza della corruzione,

alla scelleratezza della distruzione.

E fummo straziati, come carne al macello,

assaltati dai blindati e dagli idranti,

da squadroni di sgherri in assetto di guerra

da squadristi travestiti da robocop,

dai manganelli di frustrate canaglie

ben aizzate e addestrate alla guerriglia

dai corrotti servitori del terrorismo di stato.

Da quel luglio 2001

un altro strano ventennio è passato

e i criminali che ordinarono,

organizzarono ed eseguirono la mattanza

sono stati perfino premiati.

Di loro nessuno ha pagato…

Ora i Mieli di turno consigliano l’oblio

come farmaco antalgico,

come terapia per l’ingiustizie subite e mai sanate,

per cancellare dall’agenda le atrocità compiute dai potenti,

gli scomodi e molesti conflitti irrisolti;

per cicatrizzare le piaghe ancora lacere

e insabbiare il disastro;

per sedare la rabbia, la rivolta

o l’impotenza degli oppressi,

come se in nome dell’impunità dei governi o del re

i fatti, la verità e la storia potessero dare forfait.

Noi invece dobbiamo ricordare,

perché non è normale che un ragazzo

possa morire sparato alla testa, solo perché manifesta.

Perché non è normale che si muoia di fame, d’incuria e di miseria,

o che si possa finire annegati o in campi di tortura

per aver desiderato dignità, diritti e libertà.

Era l’autunno caldo del ’71.

Avevo tredici anni, ero per strada

e mi ci ritrovai di mezzo.

Pane e lavoro” gridavano i cartelli.

Fu la mia prima manifestazione.

Da allora ho preso parte a tutte quelle che ho potuto.

Vidi lavoratori e disoccupati della mia città

massacrati dalla Celere, senza alcuna pietà

da chi aveva dimenticato per un misero salario

d’essere sbirro per le stesse ragioni degli insorti,

perché senza lavoro.

Erano padri, madri, giovani, ragazzi…

nuovi schiavi ridotti all’indigenza scesi in piazza

contro l’Impero Globale della Libera Impresa.

Uno perse gli occhi, colpito da un candelotto in pieno volto.

E un altro, fuggito sulla spiaggia, fu centrato da un proiettile,

naturalmente vagante si disse, deviato

dal solito sasso scagliato dai manifestanti…

Sempre lo stesso sasso, la medesima prova fasulla

certificata dai soliti esperti al soldo dei burattinai.

Non ne sapevo ancora molto di politica,

ma subito compresi che il potere

mal sopporta la voce e il coraggio dei poveri,

di chi alza la testa, si fa forza e protesta.

Ne son passati di rivolgimenti e civiltà,

d’ideali audaci e d’occasioni buone per cambiare,

ma l’umano, la pace, la giustizia e la democrazia

sono ancora sogni proibiti, soggiogati

dalle nefande trame dei padroni, assoggettati

ai capricci del ricco e all’isteria dell’economia,

come Cristo, incatenati, condannati al martirio,

inchiodati alla croce.

E si continua a morire così,

pestati, soffocati, torturati a morte, macellati…

nelle braccia, sotto le ginocchia, nelle segrete celle,

negli agguati orditi dai custodi del potere e della sua legge:

come Carlo Giuliani, ragazzo;

come Stefano Cucchi;

come Giulio Regeni;

come George Floyd;

come Patrick Zaki;

come tutti gli altri di cui non conosciamo

o non ricordiamo i nomi…

in ogni dove di questo mondo

ancora così tanto, dolorosamente,

disumano.

(*) Ieri in “bottega” è iniziata – con Il movimento altermondialista e Genova G8 – una riflessione su Genova 2001. Abbiamo ricevuto molti contributi (e dunque sarà impossibile trovare posto per tutti) e link. La nostra riflessione parte ovviamente da lontano. Segnaliamo alcuni articoli vecchi e più recenti: Genova 2001, nomi e cognomi (luglio 2012), Genova 2001: una testimonianza (gennaio 2014), Diaz: alcuni di noi, ognuno di noi (ottobre 2014), G8 Genova 2015: fra ignoranza e falsificazioni e G8 Genova: la verità dei media indipendenti e… (aprile 2015), Solidarietà a Francesco Puglisi, detenuto per il G8 di Genova (febbraio 2016), Morimmo nei caruggi: faceva caldo a Genova quel 2001 (luglio 2017), G8 2001, lo Stato paga il conto ai poliziotti reduci della guerra ai movimenti (gennaio 2018), Zucca e i torturatori: l’orrore di Genova (aprile 2018), 2001: l’oscena bellezza della verità (aprile 2019), I perché di Genova 2001 (luglio 2019), Genova G8: Carlo, la memoria, le ferite e la Resistenza e 20 anni dopo: cosa imparare dalla sconfitta al G8 di Genova (luglio 2020), Borsa di studio “Per non dimentiCarlo” (novembre 2020), Genova 2001: «Supporto legale» e la memoria collettiva e Vincenzo Vecchi: da manifestante a Genova a cavia giudiziaria (febbraio 2021), 20ANNI per non dimenticare il G8 di Genova (aprile 2021), ZONA ROSSA: la memoria è un ingranaggio collettivo (maggio 2021), fino a Genova qui e ora e Venti anni fa a Genova (giugno 2021)

Ha scritto Lance Henson: «ricordo che nel mio vocabolario la parola Genova sta proprio sopra a genocidio…». Noi non dimentichiamo.

MA COSA SONO LE «SCOR-DATE»? NOTA PER CHI CAPITASSE QUI SOLTANTO ADESSO.

Per «scor-data» qui in “bottega” si intende il rimando a una persona o a un evento che il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna deformano, rammentano “a rovescio” o cancellano; a volte i temi possono essere più leggeri ché ogni tanto sorridere non fa male, anzi. Ovviamente assai diversi gli stili e le scelte per raccontare; a volte post brevi e magari solo un titolo, una citazione, una foto, un disegno. Comunque un gran lavoro. E si può fare meglio, specie se il nostro “collettivo di lavoro” si allargherà. Vi sentite chiamate/i “in causa”? Proprio così, questo è un bando di arruolamento nel nostro disarmato esercituccio. Grazie in anticipo a chi collaborerà, commenterà, linkerà, correggerà i nostri errori sempre possibili, segnalerà qualcun/qualcosa … o anche solo ci leggerà.

La redazione – abbastanza ballerina – della bottega

 

La Bottega del Barbieri

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