Genova G8: Carlo, la memoria, le ferite e la Resistenza

Un progetto di Area Teatro e testi di Paolo Brini, Nicoletta Dosio, Lorenzo Guadagnucci, Enrico Zucca

IL PROGETTO

Questa raccolta serve a rimettere in circolazione uno spettacolo  che racconta  un grande sogno: nel luglio del 2001 quattro ragazzi partono dalla Sicilia, da uno dei territori più industrializzati d’Europa. La lotta all’inquinamento, respirare veleno ogni giorno e la devastazione del loro territorio,  li spinge sin da giovanissimi all’ impegno, alla coscienza civile. Partono per unirsi a centinaia di migliaia di persone a Genova, ognuno con la sua lotta nel proprio territorio e tutti  insieme a manifestare pacificamente contro gli 8 potenti del mondo. La città sembrava in preda a un’occupazione militare, da allora il termine zona rossa cominciò a diventare familiare. In quei giorni si infranse il sogno di una generazione che stava lavorando concretamente per costruire un mondo a misura d’essere umano, lì su quelle strade qualcuno perse pure la vita.

LA STORIA

Nel 2002 realizzammo un progetto teatrale  sui fatti del G8 di Genova.  Il nostro fu uno dei primi spettacoli a parlarne, quando ancora le sensazioni e i vissuti erano caldi. Tante cose sono successe dal 2001 a oggi, tante cose cambiate, molte peggiorate altre evolute. Sicuramente per molti di noi quel luglio di 19 anni fa ha segnato un momento importante nelle nostre vite, nulla è stato come prima da allora.  Adesso sentiamo la necessità storica di riprendere in mano questo lavoro .

Spettacolo 20ANNI – Cronache di inizio millennio dal G8 di Genova

con Alessio Di Modica

COSA VOGLIAMO

Vogliamo raccontare a quante più persone possibili cosa ha significato Genova: le zone rosse, la sospensione dei diritti. Soprattutto vogliamo raccontare  la storia di un movimento internazionale  ampio e variegato che si occupava di diritti umani, lavoro, migrazioni, repressione, difesa dei territori, valorizzazione di espressioni artistiche, economia dal basso, finanza etica, prima delle grandi crisi e delle grosse emergenze degli ultimi anni.

COSA FAREMO

Una serie di anteprime  per l’Italia per presentare questo lavoro e riportare l’attenzione sulle tematiche di quel movimento e su quei  fatti per prepararci  a celebrare i vent’anni del G8 di Genova nel 2021. Il tour partirà in estate appena possibile e ci accompagnerà per un anno, si chiamerà PARTIGIANI DELLA MEMORIA. In ogni anteprima sono previsti  momenti di memoria collettiva  in cui chiunque potrà raccontare dov’era nel corteo, cosa ha visto, da quale contesto  veniva. Anche chi non c’era racconterà la propria percezione di quei fatti  e l’esperienza di lotta, di associazionismo, di aggregazione in cui era impegnato in quegli anni.  Così da ricostruire una memoria collettiva di quel movimento e di quel  momento storico.

QUANTO CI SERVE

Abbiamo bisogno di 18.000 ovvero 15.000 € più le spese per le commissioni, le spese per la produzione e l’invio dei premi.

COME SPENDEREMO I SOLDI RACCOLTI

  • Ricerca e prove dello spettacolo (siamo indipendenti, autoprodotti e solo voi potete sostenerci nel tempo che abbiamo impiegato per le ricerche e per le prove )

  • Anteprime (più ne facciamo e meglio è per allargare a macchia d’olio la memoria di quei fatti)

  • Ufficio stampa per il tour, per raccontare un po’ anche gli spazi in cui andremo come luoghi di resistenza della cultura e della memoria

  • Materiale vario per la realizzazione dello spettacolo ( locandine, brochure, musiche originali)

  • Acquisto materiale audio e video che ci possa permettere di ricostruire  la memoria collettiva e farne patrimonio condiviso durante il PARTIGIANI DELLA MEMORIA TOUR

  • Commissioni per la campagna

se supereremo il nostro obiettivo una parte di quello che raccoglieremo in più andrà al comitato piazza Carlo Giuliani

CHI SIAMO

Area Teatro è una compagnia teatrale indipendente che in questi 20 anni ha scelto di essere libera da tendenza, mode,clichè e stereotipi. Cercando un linguaggio che possa parlare alle persone per trasformare quelli che oggi vengono visti come spettatori passivi, consumatori da sfruttare o da erudire in ascoltatori portatori di vissuti ed emozioni al fine di creare l’immaginario collettivo perché “le storie non raccontano la realtà ma la forgiano”. Il nostro teatro ha un linguaggio universale e mai statico. Il cunto siciliano, che è la tecnica narrativa che  stiamo sviluppando da anni in modo personale,  non ha un suono esotico ma è lingua  viva, vera e contemporanea pur attingendo ad un antica tradizione.

PERCHE’ SOSTENERE IL PROGETTO

Per ricordare a chi è dimenticato cosa è stata Genova, per raccontarlo alle nuove generazioni, perché quei fatti sono Memoria Collettiva del nostro paese e non possono passare come una questione per pochi. Perché non ci si può voltare dall’altra parte e far finta di nulla, perché “Odio gli indifferenti” (A. Gramsci) . Ma anche perché non si ripeta più, perché democrazia, libertà e umanità  restino valori intoccabili.

Sostengono il progetto

Qui il video con Haidi Gaggio Giuliani: https://youtu.be/RV76uE5vMIM

qui il video con Massimo Zamboni https://youtu.be/U8ElSNzhXJI

e qui il video con le Madres de Plaza de Mayo (che sostengono il progetto): https://youtu.be/as67Pwy2obk

La lettera di Nicoletta Dosio a Heidi Gaggio Giuliani (*)

cara Haidi, penso a te e so che quel 20 luglio di diciannove anni fa è sempre presente, come il dolore che non passerà. Quel venerdì in cui Carlo fu assassinato sull’altare del G8, noi eravamo a Bussoleno, in quella via Fontan che ora anche tu conosci, a fare gli ultimi preparativi per la discesa a Genova, in vista della manifestazione conclusiva, programmata per l’indomani.

La notizia di quel giovane morto per mano dei “tutori dell’ordine” ci riempì di rabbia e di sgomento. Il telefono cominciò a squillare in continuazione, per i tanti che chiedevano un posto sul pullman, perché le donne e gli uomini del movimento No Tav, allora fanciullo, volevano esserci a quella manifestazione che aveva ormai assunto il sapore di un momento cruciale, in cui si sceglie per sempre da che parte stare.

Scendemmo dalla Valle di Susa in nove pullman e, all’uscita di Genova-Nervi, ci si parò davanti, in tutta la sua arroganza, l’apparato repressivo che di lì a poco avrebbe invaso anche le nostre strade e di cui non ci siamo ancora liberati.

Di quel giorno ricordo la marea multicolore che riempiva corsi, piazze, vicoli fino al mare di Boccadasse, quella selva di bandiere, striscioni, cartelli che gridava al cielo dolore e non rassegnazione, e la gente dalle finestre, il refrigerio che, nel gran caldo, ci veniva dall’acqua gettata a secchiate. Ma ricordo soprattutto quel nuvolone buio di armati in assetto antisommossa che, a un certo punto, si infilò nel corteo dividendolo in due, proprio all’altezza dello spezzone No Tav. Allora, per la prima volta, respirammo il veleno dei lacrimogeni di ultima generazione, quelli al CS che, pur vietati anche in guerra, sono però usati comunemente contro le proteste sociali e che da anni, a ogni manifestazione No Tav, ad ogni passeggiata collettiva in Clarea, vengono sparati a profusione, nei paesi e nei boschi, bruciandoci i polmoni e avvelenando il terreno.

La settimana dopo tornammo a piazza Alimonda per lasciarvi la bandiera No Tav: la consegnai proprio a te, Haidi, e tu la appendesti alla cancellata della chiesa, insieme alle infinite testimonianze di un dolore muto: infatti non esistevano parole capaci di dire l’orrore per quella morte di ragazzo, per l’ineluttabilità del non ritorno.

Un dolore senza possibile risarcimento, perché davanti a quella pistola spianata, sotto le ruote di quella camionetta erano finiti, insieme a Carlo, i suoi sogni, i progetti sul futuro, la generosità di una vita che sapeva darsi agli altri e che non tollerava l’ingiustizia; e venivano calpestati anche i ricordi di un passato che lo sguardo sincero e sorridente di quel ragazzo faceva intuire felice e amato.

Penso al tuo strazio di allora, Haidi e al dolore che dura, alla fatica di portare alla luce la verità su quel giorno e su quella morte, una verità tanto più evidente quanto più il sistema tenta di oscurarla.

Mia cara sorella, Carlo sarà per sempre nel cuore di tutti noi e anche la tua famiglia ci sarà, perché insieme a noi avete percorso i sentieri della lotta e condiviso l’amore per questa nostra terra, per la quale quegli stessi poteri assassini hanno decretato carcere e devastazione e che le donne e gli uomini del movimento No Tav si preparano ancora una volta a difendere con la passione di sempre.

Tanti sono i giovani e giovanissimi determinati a far vivere l’ultimo nato, il presidio dei mulini di Clarea (leggi La nuova onda No tav) e le barricate sorte a sbarrare il passo alle ruspe e alle annunciate colate di cemento. Con loro Carlo ci sarebbe stato…. Carlo c’è. Noi non dimentichiamo.

(*) testo ripreso da Comune-info

20 LUGLIO 2001

di Paolo Brini – Banda POPolare dell’Emilia Rossa

Quel 20 luglio ero a Genova. Arrivai mercoledì 18 e rimasi fino a domenica 22. Presi un permesso dalla fabbrica senza nemmeno chiederlo, lo comunicai al padrone e andai dove da militante comunista sentivo di dover essere. Era la prima volta che vedevo quella città e confesso che da allora il mio amore per lei non ha mai cessato di essere così sincero e profondo. Non ho mai smesso di amare quella gente; proletaria, diretta, irriverente e visceralmente solidale. Una città che anche in quei giorni così meravigliosi e tremendi, aldilà della propaganda falsa e ipocrita della stampa borghese, era dalla nostra parte. Con noi che a migliaia e poi a decine di migliaia e poi a centinaia di migliaia in quei giorni invademmo vichi e caruggi per dire No al G8 e a chi comanda questo schifo di mondo. Signore che aprivano i portoni di casa per soccorrere i manifestanti devastati da lacrimogeni e manganellate, famiglie che lanciavano acqua sui cortei per rinfrescarli in quel luglio torrido. La Genova dei camalli, del 1960 contro Tambroni e il congresso del MSI. Una Genova che sentivo tanto simile alla mia Emilia. Questa Genova che, unica in Italia, ha una targa dedicata ai 6 operai delle Fonderie di Modena morti ammazzati nel 1950 dalla polizia di Scelba in quella che fu la seconda strage di stato dell’Italia repubblic(hi)ana. 

Anche a #Genova il 20 luglio fu omicidio di stato. Fu una macelleria messicana studiata e premeditata nei minimi dettagli da Bolzaneto a piazza Alimonda come minuziosamente racconta il documentario/inchiesta “La Trappola” pubblicato dalla Famiglia di Carlo. Una mattanza le cui prove generali vennero tenute pochi mesi prima, nel marzo di quello stesso anno, a #Napoli. La borghesia ebbe paura in quel 2001. Paura per il fiorire di una nuova generazione di rivoluzionari. Di un movimento di massa giovanile, operaio e studentesco, che aveva il coraggio e l’irriverenza di gridare pur con tutta la sua confusione e le sue contraddizioni che “un altro mondo è possibile”. Paura che il mondo a cui quei giovani avrebbero finito per pensare e per cui avrebbero finito per lottare sarebbe stato senza di loro, senza più né ricchi né padroni. I borghesi dovevano assolutamente dare una lezione a questi sfacciati e maleducati mocciosi che avevano l’ardire di osare mettere in discussione il sistema capitalista. Una lezione che, come sempre da Bava Beccaris in poi, è stata vigliacca, truce e di sangue. 

Quando da bambino ascoltavo affascinato i racconti dei partigiani, tra cui i miei nonni, e li vedevo commuoversi rimanevo sempre molto colpito da quella loro reazione. Ne riuscivo a condividere le emozioni, le assimilavo ma per quanto mi immedesimassi in loro non avrei mai potuto capirle davvero. Ora invece sì.

È dal 20 luglio del 2001 che quando parlo del G8 di Genova non riesco a trattenere le emozioni e le lacrime. 

È da quel giorno che ho imparato sulla mia pelle cosa vuol dire essere partigiani.

La lotta di Genova non finisce

Movimenti. Al G8 del luglio 2001 la polizia tornò a sparare in piazza, la tortura fu praticata su larga scala, le garanzie costituzionali furono sospese. Ma quel patrimonio di lotte non si dimentica. E continua. «Lavora- consuma-crepa», quello slogan dei movimenti, beffardo, svela che in realtà sta crepando un modello di società. La storia non è finita, ma si deve rompere la congiura del silenzio.

di Lorenzo Guadagnucci (*)

In questo smemorato e superficiale paese, il ricordo – la lezione – del G8 di Genova del 2001 non fa parte del discorso pubblico. Non se ne parla, non se ne discute.

Eppure, nella calda estate di 19 anni fa si consumò un’esperienza politica dalle molte facce, che dice ancora molto, moltissimo del nostro presente e del nostro futuro.

Nel luglio 2001 fu interrotta sul nascere un’esperienza nuova, originale, promettente: un movimento di movimenti che criticava con competenza e su scala globale il modello neoliberale.

Era la prima, importante critica alla globalizzazione economica dilagante. Pur di stroncare quell’esperienza che cresceva fra le persone e attraversava le frontiere, fu accantonato lo stato di diritto.

A Genova le forze di polizia tornarono a sparare in piazza e un carabiniere uccise un ragazzo disarmato, Carlo Giuliani; la tortura fu praticata su larga scala (leggi la sentenza della Corte di Strasburgo sulle torture alla Diaz) e per più giorni; le garanzie costituzionali e l’habeas corpus furono sospesi.

Fu un’apparente vittoria dei poteri costituiti, ma in realtà una caporetto della politica istituzionale, un drammatico punto di caduta delle democrazie occidentali, che in Italia come nel resto d’Europa e negli Stati Uniti non ascoltarono le critiche e anzi le criminalizzarono, prima di annegarle nel sangue.

https://youtu.be/SHYiJDUGWSU

Stiamo ancora pagando quel tragico errore. Il collasso climatico in corso, le crescenti diseguaglianze sociali, lo svuotamento delle democrazie e da ultimo l’esplosione della pandemia da coronavirus – effetto diretto dell’attacco agli ecosistemi e alla dignità della vita animale – dimostrano quanto abbiamo bisogno di un radicale cambio di rotta. Di pensieri nuovi, di modelli sociali diversi, fuori dall’ottuso perimetro disegnato dall’ideologia neoliberale con le sue consunte parole d’ordine: crescita, mercato, deregulation, meritocrazia, traducibili nel beffardo e amaro controslogan «lavora- consuma-crepa».

Stiamo davvero crepando. Crepano gli «scarti» della storia, i profughi di guerra e i rifugiati ambientali, crepano gli esclusi dal banchetto allestito dai finanzieri e dai tecnocrati del neoliberismo tuttora dominante, crepano anche gli sfortunati – perfino nel primo mondo – colti dal contagio e poco o mal curati da sistemi sanitari svuotati e privatizzati.

In realtà sta crepando un modello di società, e tutti o quasi tutti lo sappiamo, ma è in atto un tentativo di rianimazione. I poteri forti, cioè i poteri reali, non intendono cedere alcunché: vogliono che tutto continui come sempre e che ogni crisi sia superata.

Anche al prezzo di contraddire i propri dogmi: salvando le banche private con fiumi di denaro pubblico nel 2008, eliminando vincoli di bilancio e ogni altro impaccio al tempo della pandemia, pur di ricominciare come prima più di prima, quindi più consumi, più viaggi, più crescita, più disuguaglianze, più scarti della storia e al diavolo il clima, i virus, la cura della vita sul pianeta. Destra e (ex) sinistra sul punto sono concordi.

Perciò non si parla, non si discute, non si ricorda il G8 di Genova. Perché in quel tempo, a cavallo del millennio, il modello neoliberale fu messo finalmente a nudo e milioni di persone, attraverso i continenti, scesero in piazza per dire che un altro mondo era possibile.

Cominciarono anche a praticarlo, a sperimentarlo, quel mondo, e a proporre soluzioni concrete, perché non erano – non eravamo – degli ingenui sognatori, e tanto meno degli sciocchi teppisti, come si tentò di far intendere.

A Genova nel 2001 per giorni nei seminari e negli incontri pubblici si parlò della crisi del debito pubblico e dei possibili rimedi, di una tassa sulle speculazioni finanziarie, dello strapotere di una «troika» al tempo sconosciuta (Banca mondiale – Fondo monetario internazionale – Organizzazione mondiale per il commercio), di sovranità alimentare e agricoltura contadina, di diritto d’espatrio e di migrazioni, di guerre incombenti, dell’acqua come bene comune e di esclusione dei brevetti dai farmaci essenziali per affrontare le malattie epidemiche.

Questo patrimonio di esperienze e di idee è ancora a disposizione. Nuovi movimenti potranno – dovranno – farne tesoro, rompendo la congiura del silenzio che le classi dirigenti stanno calando, più ottuse e violente che mai, sul pensiero divergente.

La storia non è finita, tutto deve cambiare e quindi tutto dobbiamo ricordare, anche come è andata a finire: con le democrazie che mettono da parte costituzioni e libertà civili.

Il resto, cioè tutto, è lotta politica da condurre sul piano delle idee e facendo tesoro di quanto imparato in questi anni: la forza delle reti sociali, la creatività dei movimenti, la generosità delle persone.

La memoria, diceva uno slogan in voga negli anni seguenti il G8 genovese, è un ingranaggio collettivo. Oggi possiamo aggiungere: e una risorsa preziosa.

(*) Comitato Verità e Giustizia per Genova

Il testo è stato ripreso sul quotidiano «il manifesto» del 21 luglio

La preziosa analisi del pm Enrico Zucca a 19 anni dai fatti di Genova riproposta dalla rivista AltrEconomia

“Siamo al 19esimo anniversario del G8 di Genova e costretti a constatare che l’eco delle proteste americane può toccare ancora nervi scoperti.
In tempi di pandemia e di appelli alla coesione nazionale s’immagina come non siano benvenute riflessioni critiche sul ruolo e la gestione delle forze di polizia e il loro rapporto con i cittadini, così come sulle caratteristiche del sistema di repressione penale, attraverso cui la brutalità delle diseguaglianze sociali si consolida e accentua. È un aspetto molto più serio e preoccupante delle più dibattute inefficienze e distorsioni che si imputano al sistema, per non parlare della propaganda sulla ‘giustizia giusta’.

 

[…] Eppure anche dopo gli abusi e le torture del G8 i casi di morti per mano della polizia sono stati non sporadici ed emblematici: Aldrovandi, Uva, Magherini, Cucchi sono nomi che evocano tragiche vicende che, al di là degli esiti dei casi giudiziari denotano, ciascuno nella sua peculiarità, comportamenti in spregio dei diritti umani, ma spesso conformi a protocolli e regole d’ingaggio non discusse […].

 

Perdura la reticenza dei governi sulle informazioni richieste dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. L’esecuzione delle sentenze sui fatti della Diaz del 2001 è ancora pendente ed è sotto stretta supervisione del Comitato dei ministri del Consiglio europeo. La Corte si rammaricava, tra l’altro, di non essere stata informata sui procedimenti disciplinari nei confronti dei condannati, ricordando che la Cedu richiede la loro destituzione in caso di condanna e la sospensione durante il giudizio. Si è preferito non rispondere e si capisce perché”.

 

Enrico Zucca, pubblico ministero del processo per le torture alla scuola Diaz nel 2001, è sostituto procuratore generale di Genova; questo è un  estratto “Da Genova 2001 a George Floyd: la violenza della polizia è quella del sistema. Che va ripensato”

Fra i molti post in “bottega” sul G8 di Genova questo è il più recente: 20 anni dopo: cosa imparare dalla sconfitta al G8 di Genova

LE VIGNETTE – scelte dalla “bottega” – sono di Mauro Biani.

Redazione
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