Genova, una storia di glorie e di crimini politici contro…

… contro gli abitanti e il territorio

di Salvatore Palidda (*)

Non è casuale che, di fatto, non esista una storia economica, sociale e politica capace di ricostruire (criticamente) quanto hanno vissuto i genovesi e il loro territorio da prima dell’Unità d’Italia sino ai giorni nostri – soprattutto in questi ultimi 40 anni. Riassumo alcuni aspetti salienti a guisa di “pro-memoria” per un progetto di ricerca che provo a realizzare da anni e che forse giovani storici, con un approccio pluridisciplinare critico potranno sviluppare meglio

* * *

Un passato poco capito

Dopo la tremenda strage compiuta dai piemontesi sui genovesi (1849) e nascosta in nome dell’unità d’Italia [1], Genova fu destinata a diventare fondamentale per lo sviluppo industriale del Nord (del triangolo industriale Torino-Milano-Genova). Da allora la città fu il principale porto del Regno d’Italia e il sito di un’industria di base al cui sviluppo fu sacrificato tutto.

L’estensione di quest’industria particolarmente invadente in tutto il territorio di ponente, cioè dalla Lanterna sino a Voltri (20 km) e verso l’interno sino a Bolzaneto e Pontedecimo [2] fu realizzata senza alcun riguardo né per il patrimonio architettonico (ville storiche ecc.), che nel XIX sec. faceva di questa zona una delle più ambite della Riviera con anche belle spiagge, né per la vita stessa degli abitanti. Oltre al cantiere navale, l’acciaieria, tante altre grandi e medie fabbriche occuparono un territorio enorme [3]. A questo si aggiunse la grande speculazione edilizia della fine del XIX sec. continua e si aggrava col fascismo e ancora di più dal 1945 sino al XXI secolo [4].

Gli scempi urbanistici e le devastazioni sono state innumerevoli: dalla distruzione dell’arsenale del Rinascimento (che stava vicino all’attuale stazione Principe) sino al ponte che dal palazzo reale andava sulla Darsena, il porticciolo della villa Grimaldi; Sampierdarena, Cornigliano sino a Voltri diventarono quartieri di fabbriche e di abitazioni poco salubri di lavoratori.

L’urbanizzazione-immigrazione per fornire manodopera allo sviluppo della città fu continua, soprattutto da parte di “terroni del Nord” (dal Basso Piemonte, dalle campagne vicine, dagli Appennini e anche dal Veneto e poi anche dalla Sardegna, dalla Sicilia e dal Meridione in generale). Secondo alcuni l’integrazione degli inurbati-immigrati (provenienti da altri comuni italiani) riuscì e a Genova non ci sarebbero stati ostilità e razzismo. Ma le testimonianze del razzismo mascherato o esplicitato solo in rapporti personali e quasi mai sulla scena pubblica sono tante e non solo verso i meridionali, ma anche verso chi proveniva dal basso Piemonte e dalle campagne del nord d’Italia.

Il glorioso antifascismo genovese

Sino agli anni Settanta Genova passa ancora per la Superba e la classe dominante non cessa di esercitare il suo potere anche a livello nazionale: gli industriali genovesi di ieri e di oggi sono fra i più potenti d’Italia e sovente sostenitori di orientamenti reazionari.

Tuttavia, è la città proletaria e popolare che salva la città dal fascismo e dal nazismo: la Resistenza a Genova è particolarmente partecipata da giovanissimi, donne, operai, lavoratori e anche studenti e intellettuali. Il sacrificio di migliaia di resistenti genovesi nonché dei lavoratori deportati e in gran parte morti dopo lo sciopero del ’43 fu immenso. Genova medaglia d’oro della Resistenza fu la città che costrinse sei mila nazisti ad arrendersi e sfilare in centro fra due ali di partigiani, fra i quali tante donne e tanti giovanissimi [5]. Il 30 giugno 1960 la maggioranza della popolazione genovese non aveva dimenticato e insorse contro il governo Tambroni incendiando la rivolta antifascista in tutt’Italia sino alla sconfitta del governo DC sostenuto dal MSI [6].

Dopo la gloria lo sfacelo

Ma cosa è successo dopo? Come è possibile che oggi Genova, come Savona, La Spezia e tutta la Liguria siano passate in mano ad amministrazioni locale fasciste-razziste-sessiste?

Per capire questa deriva è indispensabile una lettura critica della storia economica, sociale e politica in particolare dal 1960 in poi.

Il successo della sinistra comunista e socialista negli anni Sessanta aveva permesso a suoi rappresentanti di entrare nei consigli di amministrazione delle industrie statali e parastatali così come in quelli della gestione di tutti i servizi pubblici. Ma Genova resta sempre una città con un padronato e famiglie della finanza assai forti anche perché ben spalleggiate dall’Opus Dei grazie all’opera molto abile dell’allora cardinale Siri [7]. Nei fatti è lui che riesce a tenere le fila delle mediazioni fra movimento operaio e padronato al punto che le vertenze più difficili sono risolte proprio con la sua intercessione come mostra l’eloquente foto che lo vede al centro fra il presidente dell’Autorità portuale e l’allora celebre capo dei camalli, Paride Batini [8].

La crisi economica degli anni Settanta con l’innesco della cosiddetta rivoluzione neo-liberista, provoca a Genova una destrutturazione profonda di tutto l’assetto economico, sociale e culturale [9]. Tutte le grandi e medie industrie e il porto sono sconvolte e ridimensionate o del tutto chiuse. Il porto del tutto automatizzato diventa solo sito di arrivi e transito di containers; le industrie perdono decine di migliaia di posti di lavoro. L’andamento demografico rispecchia in modo estremo lo sfacelo: dal 1970 ad oggi, anno dopo anno senza interruzione, si registrano più morti che nascite e l’immigrazione straniera non compensa quasi nulla. Da oltre 900 mila abitanti del 1971 la città passa a neanche 600 mila abitanti nel 2018. Su 100 persone di 0-14 anni ci sono 250 over 65 anni. L’emigrazione di giovani genovesi verso l’estero o altre città è crescente sin dagli anni Ottanta.

È in particolare la gestione di questo gigantesco processo di destrutturazione economica e sociale che aggrava il declino. Genova non è mai stata città turistica e lentamente cerca di diventarlo riuscendoci in parte negli ultimi dieci anni. Ma la gestione dello smantellamento della grande e media industria s’è quasi sempre limitata a reclamare pre-pensionamenti, cassa integrazione, palliativi effimeri e illusori. Non c’è stato alcun progetto di riconversione delle diverse attività colpite dalla rivoluzione neo-liberista. Gli anziani rappresentanti della sinistra hanno finito per cogestire con l’Opus Dei e la massoneria di destra le elargizioni dei governi DC e poi del compromesso storico dal 1970 sino alle colombiadi, il G8 di Genova 2001 e sino a Genova capitale europea della cultura 2004, oltre che i finanziamenti europei urban. È così che il governo della città è passato nelle mani dell’intesa fra Opus Dei, la massoneria di destra e la nuova massoneria dell’ex-sinistra gestendo in particolare le costruzioni, le grandi opere e la sanità. Nulla invece è stato programmato per risanare gli scempi dell’ecosistema e il suo lascito ferale: il territorio è uno dei più inquinati d’Italia e d’Europa con tassi di mortalità da contaminazioni tossiche (fra i quali l’amianto) particolarmente elevati. E nulla viene programmato per risanare il dissesto idrogeologico che provoca continue alluvioni con morti e danni ingenti. Fra l’altro, solo queste opere di bonifica che avrebbero potuto/dovuto essere lanciate sin dagli anni Settanta avrebbero creato decine di migliaia di posti di lavoro. Ma chi gestisce Genova sembra occuparsi solo dei privilegi e benefici propri e della sua clientela più fedele (stile peggiore DC); in sintesi non ha alcuna preoccupazione per la prosperità e la posterità della maggioranza della popolazione che non a caso tende ad estinguersi. Il consociativismo catto-massone di destra e dell’ex-sinistra diventa allora anche mastrusso permanente.

Mastrussi

Il “colpo di grazia” contro la popolazione e il territorio fu la cementificazione a tappeto dalle alture sino alla costa, come dicono i geologi: la causa delle ripetute alluvioni con quasi 100 morti e danni ingenti dal 1970 al 2014 [10]. Basta girare in diversi quartieri di Genova per vedere immobili accatastati uno sull’altro dalle alture sino alla costa, i rivi dei corsi d’acqua che scendono dalle alture quasi del tutto tombati: nasce così la formula delle “bombe d’acqua” come se si trattasse di strage terrorista.

Alberto Teardo è stato il presidente della Regione Liguria dal 28 settembre 1981 al 25 maggio 1983, arrestato nell’ambito di un’inchiesta per corruzione e concussione con altri esponenti del partito socialista ligure. Ma, questo clamoroso fatto sembro non impensierire per nulla la classe dominante esperta in mastrussi (imbrogli, ndr).

Dopo l’inchiesta su Teardo -poi condannato per associazione a delinquere- furono i magistrati promotori delle indagini ad essere isolati. Loro lasciarono la Liguria, non la massoneria collusa, non la ‘ndrangheta e non quella pratica di voto di scambio che, anzi, si perpetua e perfeziona da allora, in un contesto dove i conflitti di interesse proliferano come gli “uomini cerniera” nei panni di professionisti & consulenti. Le scelte urbanistiche, la gestione del ciclo dei rifiuti, le cave e gli appalti, come concessioni e licenze, o la gestione di servizi, sono state la merce di scambio tra politici ed amministratori pubblici con gli esponenti delle famiglie mappate come nuclei ‘ndranghetisti operanti in Liguria. Spesso attraverso l’intervento di società pubbliche, altre volte attraverso la sinergia con grandi imprese o con le cooperative. Uno scambio in cui è la politica a cercare pacchetti di voti controllati dalle cosche, così come le imprese e cooperative vanno a cercare i “servizi” a basso costo offerti dalle ‘ndrine, in particolare con le truffe nelle pubbliche forniture o con lo smaltimento di rifiuti o terre inquinate. La ‘ndrangheta, anche in Liguria, non fa distinzioni di colore politico e sempre più non punta solamente sul cavallo vincente” [11].

L’esempio recente e più clamoroso del sistema di mastrussi che domina la città è quello del presidente della Banca Carige Berneschi scoperto a rubare per portarsi i soldi sul suo conto a Montecarlo. Per 30 anni è stato eletto da tutti i componenti del consociativismo dei mastrussi: l’arcivescovo, il presidente della regione, il sindaco, il presidente della provincia, il fratello di Scajola, nonché rappresentanti della Confindustria, della Coop Liguria e altri attori economici e sociali di rilievo, nonché accademici genovesi. La Carige era il vanto della classe dominante genovese perché l’unica banca che non s’era piegata alle concentrazioni degli istituti di credito. Berneschi era sempre sostenuto da tutti perché distribuiva favori e sovvenzioni a tutti, persino a tanti docenti universitari. Il potere prima detenuto dal ministro dc Taviani, dal capo della Confindustria, Angelo Costa e dal cardinale Siri, negli anni Ottanta diventa il potere consociativo partecipato anche dalla ex-sinistra ma ben ipotecato dall’Opus Dei e quindi dallo IOR [12].

Ma di tutto ciò non si parla, la pervasività del dominio del mastrusso è potente e irretisce anche una parte dei lavoratori e intellettuali. È infatti singolare che a Genova nessuno abbia mai parlato e scritto dell’intesa Opus Dei, massoneria di destra e massoneria dell’ex-sinistra. Non c’è alcuna ricerca sul potere e sui dispositivi e meccanismi sui quali riproduce la sua forza da circa 40 anni e forse anche in futuro con altro colore politico delle amministrazioni locali.

Lo sfacelo

Non deve stupire, quindi, il disgusto, l’amarezza, lo sconforto e la rinuncia da parte di quell’elettorato che aveva sostenuto con forza la sinistra dalla Resistenza al 30 giugno 1960 e sin quasi l’inizio del XXI sec. La maggioranza dell’elettorato di sinistra si accorge infine che i rappresentanti che elegge sono ormai uguali a quelli della destra. Così, aumenta sempre più l’astensione dal voto sino a toccare quasi il 60% alle ultime elezioni regionali e comunali. È allora ovvio che le destre ne approfittano e vincono sia le regionali che le comunali a Genova, La Spezia e Savona e in tantissimi altri comuni; a Genova con poco meno del 23% degli aventi diritto al voto. [13] In altre parole, la maggioranza degli elettori di sinistra non è andata a votare e qualcuno ha persino votato a destra per “vendetta” (o per stupidità).

Per inciso, il sindaco Marco Doria, che aveva suscitato tante speranze di riscatto e di rilancio affinché la città restasse ancora di sinistra e anzi si rinnovasse positivamente, s’è rivelato una sconfortante delusione. Di fatto è stato totalmente fagocitato dal PD e dalle intese destra-exsinistra arrivando a sposare i progetti di privatizzazione dell’Amiu (rifiuti), dell’AMT (trasporti) oltre che confermare quelle degli altri servizi (acqua) e a sostenere una posizione da struzzo rispetto allo scandalo Banca Carige. Inoltre, non ha fatto gran che per lanciare una mobilitazione per la bonifica di un territorio devastato dall’inquinamento e molto soggetto a disastri quali per ultimo quello del crollo del ponte Morandi e non ha mai cercato di far appello ai suoi elettori per resistere alle destre e all’ex-sinistra.

È assai probabile che le amministrazioni di destra si adegueranno seguendo quindi quanto praticato prima da quelle della ex-sinistra. Anzi, la giunta Toti come quella Bucci sembrano non voler esitare a fare peggio di chi li ha preceduti. Un esempio fra i tanti: secondo Legambiente, in Italia solo il 40% delle spiagge sono “libere”, e in Liguria meno del 15%; ma si vogliono autorizzare ancora più concessioni e permessi cioè abusi legalizzati di privati sul bene pubblico [14].

L’ipotesi di una possibile costruzione ex-novo di una resistenza allo sfacelo morale e politico come condizione sine qua non è impossibile; resistere ai disastri sanitari, ambientali ed economici [15] appare al momento avere poca forza, nonostante l’impegno di alcuni giovani e anche meno giovani nella solidarietà No borders e a tutte le vittime del dominio liberista e nel rilancio dell’antifascismo. Comunque, la Resistenza continua e la nostra Genova forse ce la farà a reagire non certo come demagogicamente pretendono l’arcivescovo Bagnasco e i politicanti che sono andati a fare la passerella ai funerali di stato per le vittime del crollo del ponte Morandi che è stato l’ennesimo crimine politico contro i genovesi e il loro territorio [16]. Noi siamo stati sempre dalla parte delle famiglie di quelle vittime che hanno rifiutato questa messa in scena assai sconcertante.

NOTE

[1] L’occultamento di questa strage -una delle più gravi del XIX sec. in tutta Europa- è stato vergognoso e ancora oggi pochi la conoscono. Solo nel 2008 fu apposta una piccola lapide in ricordo ma in un angolo della piazza dove troneggia imponente la statua del Vittorio Emanuele II che fu il primo responsabile della strage e ne lodò la “riuscita” per opera del gen. La Marmora. “La soldataglia sabauda, (con ammirevoli eccezioni come narrato dall’anonimo di Marsiglia), si abbandonò alle più meschine azioni contro la popolazione civile, violentando donne ed uccidendo padri di famiglia e fratelli che si opponevano allo scempio, sparando alle finestre alla gente che vi si affacciava e correndo per le strade al grido di I Genovesi son tutti Balilla, non meritano compassione, dobbiamo ucciderli tutti; oppure: Denari, denari o la vita, a cui fecero seguito irruzioni e predazioni. Neppure i luoghi sacri vennero risparmiati e le argenterie razziate; i prigionieri, anche quelli che si erano arresi, vennero uccisi o stipati in celle anguste e costretti addirittura a dissetarsi della propria urina”. Cfr. https://it.wikipedia.org/wiki/Moti_di_Genova

[2] https://www.google.it/maps/place/Genova+GE/@44.4468921,8.7507486,11z/data=!3m1!4b1!4m5!3m4!1s0x12d34152dcd49aad:0x236a84f11881620a!8m2!3d44.4056499!4d8.946256

[3] Negli archivi Ansaldo si trovano eccezionali documentari sulla storia dell’industria genovese e sulla storia di alcune grandi opere fra le quali la sopraelevata (decantata da Franco Fortini): https://giugenna.com/2010/02/09/franco-fortini-e-il-commento-a-la-sopraelevata/; http://www.storiaindustria.it/fonti_documenti/archivio_digitale/appl/client/ricerca_dettagliata.php?si=3049&ap=19828&tr=d

alcuni stralci di documentari si trovano qui http://www.guidadigenova.it/storia-genova/porto/ e qui http://www.genovatoday.it/guida/video-storia-genova.html

[4] Cfr. Salvo Torre, Alle origini della città contemporanea. Rendita fondiaria urbana e processi di accumulazione a Genova nel XIX secolo, Catania, 2004; Italo Calvino, La speculazione edilizia, in Botteghe Oscure, XX, 1957, pp. 438–517 e documentari sulla storia di Genova qui: https://www.youtube.com/results?search_query=storia+di+Genova .

[5] https://it.wikipedia.org/wiki/Storia_del_movimento_partigiano_a_Genova e film su donne nella Resistenza e Actung banditi

[6] https://it.wikipedia.org/wiki/Fatti_di_Genova_del_30_giugno_1960

[7] In particolare, per contrastare la diffusione dei preti operai (di sinistra) Siri creò e sviluppò la pastorale del lavoro, cioè preti in fabbrica ma non come operai, e anche il servizio delle assistenti sociali cattoliche che riuscivano ad avere un credito considerevole fra i lavoratori. L’ecumenismo di Siri continua riuscendo a tenere nella chiesa sia il prete di sinistra don Gallo, sia il conservatore Baget Bozzo (consigliori di Craxi e poi dei Berlusconi). Arcivescovo di Genova è stato anche il tristemente noto card. Bertone. Da notare che nella pagina wikipedia su Siri non figura nulla sulla sua opera per l’Opusdei (https://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Siri).

[8] Foto copertina libro Chiesa e impresa a Genova, confindustria di Genova

[9] La nuova grande trasformazione di Genova, in Città mediterranee e deriva liberista, 2011, pp. 131-145: https://www.academia.edu/36906349/Citta_mediterranee_e_deriva_liberista.pdf

[10] http://www.cngeologi.it/2012/11/05/un-anno-fa-lalluvione-di-genova-i-geologi-liguri-ancora-poca-prevenzione/; http://www.casadellalegalita.info/index.php/speciali-liguria/genova-e-prov/alluvione-2014; https://www.researchgate.net/publication/280924823_Frane_e_alluvioni_una_lunga_storia_italiana

[11] Mario Molinari: http://www.ninin.liguria.it/2017/07/10/leggi-notizia/argomenti/inchieste/articolo/patti-indicibili-da-teardo-a-scajola.html

[12] E’ alquanto penoso che G. Lerner le suo brillante articolo sul caso Berneschi finisca col giustificare l’operato dei dominanti genovesi scrivendo “A proteggere, involontariamente, la finanza rapace è stato proprio quel buon senso praticone di una classe dirigente che pensava di garantirsi l’eternità con la pacifica convivenza trasversale. Ciascuno proteggendo i suoi, fino a che da distribuire non sono rimaste neanche le briciole” (http://genova.repubblica.it/cronaca/2014/05/30/news/la_cupola_dei_banchieri_che_ricattava_genova-87647965/). Altro che involontariamente, sono stati 30 se non 40 anni in cui s’è forgiato il consociativismo dei mastrussi.

[13] http://effimera.org/prevedibile-sfacelo-della-sinistra-genovese-italiana-30-anni-va-destra-salvatore-palidda/

[14] http://www.ilsecoloxix.it/p/levante/2018/08/11/ADp4UE6-rapporto_spiagge_legambiente.shtml

[15] http://effimera.org/resistenze-ai-disastri-sanitari-ambientali-ed-economici-nel-mediterraneo-salvatore-palidda/

[16] https://blogs.mediapart.fr/salvatore-palidda/blog/150818/la-catastrophe-de-genes-est-un-autre-crime-politique; http://www.labottegadelbarbieri.org/la-strage-annunciata-di-genova/

Immagine in apertura:  fotografia di Michele Guyot Bourg, le case sotto il ponte Morandi, anni Ottanta. Il reportage si intitola “Vivere sotto una cupa minaccia”

(*) ripreso da effimera.org

 

Redazione
La redazione della bottega è composta da Daniele Barbieri e da chi in via del tutto libera, gratuita e volontaria contribuisce con contenuti, informazioni e opinioni.

3 commenti

  • Franco Astengo

    Ottimo lavoro ma manca un passaggio importante, quello relativo alla questione morale esplosa in Liguria negli anni’80 e che portò, il 14 giugno 1983, all’arresto del presidente uscente della Regione Alberto Teardo (in quel momento candidato alle Politiche con il PSI) e di altri suoi sodali. Una “questione morale” coeva con quella torinese di Biffi Gentili e Zampini che costituì l’anticipazione di Tangentopoli e che fu sottovalutata dai grandi partiti. Rinascita rispondendo ad un mio articolo sul tema rispose “una macchia nera su di un vestito bianco”.Eppure fu quella l’occasione nella quale lo “scambio politico” che coinvolse anche il PCI (addirittura il sistema prevedeva le”giunte bilanciate” tra Regione, Comune di Genova, Provincia di Genova, Comune di Savona, Provincia di Savona, comuni minori ed enti di II grado) avvio la fase di degrado dell’industria scambiata con la speculazione edilizia. Poi ci pensò Prodi con la dismissione della PPSS.

  • Franco Astengo

    Mi scuso avevo letto di fretta. Teardo è citato. Quindi complimenti. Rimane il fatto dell’assoluta sottovalutazione da parte delle forze politiche, in particolare del PCI. All’epoca ricoprivo l’incarico di segretario regionale del PdUP e al momento della confluenza nel PCI rifiutai proprio per il ruolo che il PCI aveva avuto nella vicenda.
    Mi permetto allora, scusandomi ancora di riportare per intero l’articolo apparso su Rinascita e la relativa risposta. Grazie.

    Mi permetto, dunque, allo scopo di riassumere il significato politico di quel confronto di riportare, per intero, un mio articolo apparso sabato 26 Gennaio 1985, sulle colonne di “Rinascita”, la rivista di dibattito politico del PCI.
    Ecco di seguito il testo integrale:
    “Sono ormai prossimi i rinnovi dei Consigli Regionali, Provinciali, Comunali e la straordinaria importanza di questa scadenza ci induce a non trascurarne alcun possibile aspetto.
    Nel corso del quinquennio appena passato si è presentato un dato politico di rilievo: la fine del processo di lineare espansione nel rapporto di alleanza a sinistra, che aveva contraddistinto il periodo 75-80.
    Molte esperienze sono andate in crisi, altre sono risultate di precaria gestione.
    Il bilancio complessivo si presenta comunque contraddittorio e non consegnabile al giudizio degli elettori semplicemente attraverso la segnalazione di un avanzamento nella qualità di governo che ha,invece, trovato grandi difficoltà nell’esprimersi.
    Quel che appare più grave è comunque l’emergere, dall’interno delle amministrazioni gestite dalla sinistra, di inquietanti episodi connessi con la “questione morale”.
    Voglio affrontare un preciso episodio: il “caso Teardo” che ha profondamente inquinato la vita politica e sociale della Liguria. Si tratta di un episodio che presenta tratti di originalità e, d’altro canto, elementi di emblematicità tali da poterne considerare una sommaria analisi come di grande utilità complessiva.
    Non ci siamo trovati di fronte ad un comune fatto di tangenti: si è trattato, invece, dell’organizzazione di una sorta di contropotere strutturato in una consorteria che ha dapprima ramificato i suoi poteri conquistando un partito (il PSI), si è collegato con i diversi livelli di potere occulto (Loggia P2) per conquistare le istituzioni (giungendo sino alla Presidenza della Giunta Regionale).
    In questo itinerario sono risultati coinvolti personaggi di altri partiti (DC e PCI) a diverso titolo e merito, ma non è questo il vero piano politico da seguire.
    Risulta, invece, grave che questo potere si sia espanso attraverso una rete istituzionale articolata, nella quale le coalizioni di sinistra detenevano un ruolo di governo in punti particolarmente nevralgici della realtà ligure e poggiavano su realtà politiche particolarmente consolidate.
    I dati concreti sui quali si è alimentata la strategia del potere adottata dal “clan teardiano” non sono stati così rappresentati da momenti di salto di qualità nella capacità programmatica, ma da veri e propri momenti di “ritorno all’indietro” schematicamente rappresentabili in due punti:
    a) un mancato riconoscimento degli elementi specifici della crisi economica, produttiva, occupazionale della zona. Questo è avvenuto concretamente se guardiamo alle scelte effettuate dai diversi Enti, attuatesi attraverso un uso delle grandi concentrazioni di capitali sul territorio a danno della produttività sociale e fornendo il terreno di coltura a forme di intervento (soprattutto in campo urbanistico) sulle quali è fiorito il rapporto cultura del cemento/pratica delle tangenti;
    b)l’auto-omologazione di un ceto professionalizzato nel ruolo di amministratore pubblico, che ha attraversato l’intero sistema istituzionale del ponente ligure. Da ciò è derivato un comportamento delle forze politiche tutto teso a considerare i rapporti di alleanza come momento di conservazione, anziché come un fatto di un rapporto reale con la volontà degli elettori. Sono così passate le “giunte bilanciate” e le spartizioni negli Enti cui lo stesso PCI è stato costretto, inavvertitamente, a negoziare non attraverso confronti con esigenze di schieramento politico ma con portatori di decisioni assunte in luoghi occulti quali le logge massoniche segrete. Il cedimento alle armi del ricatto che venivano così avanzate ha causato vere e proprie degenerazioni nella rappresentanza all’interno degli Enti, dove forze del valore elettorale del 10% finivano con il detenere il 40% dei posti. La sinistra d’alternativa ha dimostrato così scarsa capacità d’analisi nel valutare compiutamente questo stato di cose ed ha partecipato a fenomeni di spartizione del potere (gli accordi per l’alternanza negli incarichi di Sindaco a metà legislatura: esempio fin troppo eclatante in questo senso).
    Insomma siamo di fronte ad una “questione morale” a pieno titolo, e non a semplici degenerazioni casuali.
    Due indicazioni per finire:
    1)E’ necessaria l’assunzione piena degli elementi di specificità della crisi ligure da vedersi non come deteriore “localismo”, ma come elemento diretto di ricucitura per una caduta di credibilità al limite del vero e proprio scollamento (questo vale per le questioni dell’ambiente; del riuso edilizio; della difesa del tessuto industriale; del rapporto città/regione tra Genova e il resto della Liguria):
    2) L’apertura della possibilità di rappresentanza in diretto rapporto con le liste della sinistra d’alternativa all’insieme dei soggetti sociali rappresentanti di realtà diversificate, che possono assumere forme di presenza non perfettamente lineari sul piano politico, ma che sono comunque da privilegiare rispetto a schieramenti pre-costituiti con forze ancora troppo immerse nella inquinata realtà appena descritta”
    La Direzione di “Rinascita”, allora tenuta dal senatore Giuseppe Chiarante, rispose all’articolo con una nota in calce che è necessario riportare per intero, ai fini della piena intelligibilità del discorso politico che si intende sostenere anche in questa sede:
    “L’emergere di qualche caso di gravi irregolarità e di episodi di corruzione anche in alcune giunte di sinistra e tra amministratori del nostro stesso partito fa discutere ampiamente. E’ inevitabile che si a così perché una macchia nera anche molto piccola su di un vestito bianco si vede molto di più, e comunque questi avvenimenti ci propongono motivi di riflessione e di discussione pubblica, come abbiamo già fatto, a patto di non perdere di vita le reali dimensioni della questione morale e senza dimenticare che, in questi casi, il PCI a differenza di altri ha tenuto un comportamento esemplare.
    Nella lettera ci si riferisce al caso Teardo come emblematico della questione morale in Liguria e si punta il dito contro le giunte di sinistra.
    Si dimentica di ricordare che, proprio nel 1980, in Provincia di Savona e alla Regione Liguria vengono spezzate numerose e preesistenti giunte di sinistra. Nello stesso periodo si ha un proliferare di logge massoniche e della P2. Questi fatti rendono emblematico il caso Teardo, nel senso che le giunte di sinistra e la presenza del PCI in molti governi locali erano, evidentemente considerati un ostacolo alla continuazione di queste attività. Il caso Teardo ha coinvolto praticamente l’intero gruppo dirigente del PSI, almeno a Savona, così come nei fatti del Casinò di Sanremo, altro fatto emblematico in Liguria, hanno coinvolto l’intero gruppo dirigente della DC ad Imperia, almeno un consigliere regionale di quel partito ed il suo parlamentare di maggior spicco (sottosegretario al Ministero del Tesoro).
    Il PCI non ha compreso tutto e in tempo? E’ possibile, ma dal momento in cui è venuto a conoscenza di fatti e situazioni reali ha ingaggiato una aperta battaglia politica e, all’inizio, da solo.
    Dobbiamo fare di più e meglio, ma sulla base di giudizi ed analisi giuste senza commettere l’errore di dare per perso l’intero schieramento politico esistente”.
    Alla lettura di questa nota risulta evidente l’errore di miopia politica compiuta, a quel tempo, dalla direzione nazionale del PCI: una sottovalutazione del “caso Teardo” che potrebbe anche essere costata la mancata scoperta, con quindici anni di anticipo, di un filone di quella “Tangentopoli” successivamente pervenuta agli onori di tutte le cronache.

  • Daniele Barbieri

    GIANNI RODARI ha scritto questa filastrocca nel 1962; fa venire i brividi a leggerla oggi.

    Ladro di “erre”

    C’è, chi dà la colpa
    alle piene di primavera,
    al peso di un grassone
    che viaggiava in autocorriera:
    io non mi meraviglio
    che il ponte sia crollato,
    perché l’avevano fatto
    di cemento “amato”.
    Invece doveva essere
    “armato”, s’intende,
    ma la erre c’è sempre
    qualcuno che se la prende.
    Il cemento senza erre
    (oppure con l’erre moscia)
    fa il pilone deboluccio
    e l’arcata troppo floscia.
    In conclusione, il ponte
    è colato a picco,
    e il ladro di “erre”
    è diventato ricco:
    passeggia per la città,
    va al mare d’estate,
    e in tasca gli tintinnano
    le “erre” rubate.
    Gianni Rodari – (1962)

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