Ucraina, uomini contro: quasi 200.000 disertori

di Andrea Sceresini (*)

Chop è un piccolo villaggio ucraino al confine con l’Ungheria.
La prima cittadina al di là della frontiera si chiama Záhony, e dista solo un paio di chilometri in linea d’aria. Puoi raggiungerla in due modi: o via treno, se hai tutti i documenti in regola, oppure – se non li hai – guadando a nuoto il gelido fiume Tibisco.
Non abbiamo idea di quante persone abbiano compiuto l’impresa, ma le statistiche ufficiali ci informano che dal 24 febbraio 2022 a oggi almeno diciannove cittadini ucraini sono morti annegati nel tentativo di fuggire all’arruolamento varcando queste acque.
Lo scrive The Economist, in un recente reportage dal titolo piuttosto netto: “Migliaia di ucraini stanno evitando il servizio militare”.
Nell’ultimo anno e mezzo – stando a quanto riportato dal settimanale britannico – i doganieri di Kiev avrebbero fermato 6.100 uomini con l’accusa di tentato attraversamento illegale dei posti di frontiera, mentre altri 13.600 individui sono stati acciuffati mentre cercavano di espatriare valicando fiumi e campagne.

Un fenomeno tutt’altro che trascurabile, in un Paese che ha fatto del patriottismo militarista il proprio brand – e che ha costretto a uniformarsi alla moda tutti i cittadini arruolabili di età compresa tra i 18 e 60 anni, ai quali, come noto, è severamente vietato spostarsi oltreconfine.
I fuggitivi – e a maggior ragione, i fuggitivi che si sono fatti beccare – sono tuttavia solo la punta dell’iceberg.
Un’altra strategia utilizzata per evitare la mobilitazione sarebbe – sempre secondo The Economist – quella di registrarsi come accompagnatore di un familiare disabile.
In alternativa – qualora non ci siano malati in famiglia – c’è chi cerca di sfangarsela contraendo matrimoni di convenienza con donne portatrici di handicap.
Oppure, ci si può iscrivere all’università: non a caso – come rileva Dmytro Tuzhansky, direttore dell’Istituto per la strategia centroeuropea di Uzhhorod – il numero di uomini idonei alla leva che si sono fatti schedare come studenti è ormai «enorme».
Ciò nonostante, di tutto questo si continua a parlare pochissimo, e il tema della diserzione e della renitenza alla leva resta, su entrambi i lati del fronte, uno dei meno trattati dalle cronache.
Quando su il manifesto abbiamo provato a colmare tale lacuna – raccontando soprattutto le defezioni politiche, di chi pensa che la guerra sia fatta col sangue dei lavoratori per arricchire oligarchi e padroni – in tanti hanno avuto da eccepire, specie sul fronte ucraino.

Che molti russi disapprovino il conflitto è ormai pacifico: solo nel 2022, secondo il ministero degli Esteri britannico, oltre un milione e 300mila cittadini della Federazione si sarebbero rifugiati all’estero, mentre ogni settimana almeno cento soldati verrebbero processati dai tribunali di Mosca per aver gettato il fucile ed essersi rifiutati di combattere.
Ma affermare che le stesse cose avvengono regolarmente anche sul versante di Kiev rimane, a quanto sembra, un autentico tabù.
Del resto, l’Ucraina ci tiene a presentare se stessa come un Paese di tempra guerriera, i cui cittadini sono pronti a farsi scannare in massa per la gloria della patria.
Se così fosse, tuttavia, non si capirebbe per quale ragione, un mese fa, il presidente Zelensky avrebbe dovuto annunciare il licenziamento di tutti i funzionari regionali addetti all’arruolamento, rei di «arricchimento illegale, profitti illeciti e trasporto illegale attraverso il confine di coscritti».

«Ci sono regioni – ha spiegato Zelensky – in cui il numero delle esenzioni dalla naja è aumentato di dieci volte rispetto al febbraio del 2022».
Negli scorsi giorni, come se non bastasse, il governo di Kiev ha riportato in auge la questione chiedendo alle nazioni occidentali l’immediata estradizione dei renitenti alla leva che si sono rifugiati oltreconfine.
Una pretesa che sarà suonata bizzarra alle orecchie degli abituali fruitori della propaganda ucraina, la quale ha sempre bollato il fenomeno del rifiuto della divisa come «esiguo» e «marginale».
Come dire: se tutti vogliono combattere, che senso ha farsi rispedire indietro quei quattro codardi che se la sono squagliata?
La risposta – non proprio esaltante, immaginiamo – è giunta per bocca degli stessi alleati occidentali: solo in Germania – come riporta la Bild, citando i dati del ministero degli Interni tedesco – sarebbero approdati tra il febbraio 2022 e il febbraio 2023 ben «163.287 ucraini maschi e normodotati».

In Polonia l’argomento è stato oggetto di un lungo servizio del quotidiano Rzeczpospolita, il quale scrive che almeno 80mila cittadini ucraini in età militare sarebbero entrati nel Paese dopo l’inizio dell’invasione e non ne sarebbero più usciti.
Il quadro che se ne ricava è più o meno sovrapponibile a quello tratteggiato da The Economist, e se si comparano queste cifre con il totale dei militari in servizio attivo nell’esercito di Kiev – che sono ormai circa 500mila – il primo aggettivo che viene in mente non è né «esiguo» né «marginale».
«Al fronte ci finiscono quasi sempre i più disgraziati – ci ha raccontato Ivan, un renitente di Kharkiv che oggi vive in Italia. Per i russi è la stessa cosa: quanti ventenni sani di mente sarebbero disposti a farsi sbudellare da un colpo di mortaio nel Donbass? E poi, per il vantaggio di chi? Con quale scopo? E perché i figli dei politici e degli oligarchi non finiscono mai in trincea?».
Sono domande che in pochi osano pronunciare a voce alta, ma la cui eco getta un ponte di fratellanza al di là delle trincee e dei reticolati. Proprio per questo, secondo noi, è così urgente parlarne.

(*) Tratto  dal quotidiano il manifesto.
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alexik

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