GRAMSCI, MARIO – UN BORGHESE PICCOLO PICCOLO…

…con un cognome grande grande. 

Benigno Moi su “Gramsci il fascista, storia di Mario, il fratello di Antonio”, storia inseguita, studiata  e raccontata da Massimo Lunardelli.

Premessa

Il libro di Massimo Lunardelli [1] Gramsci il fascistaedizioni Tralerighelibri https://www.tralerighelibri.com

(15 euro per 180 pagine arricchite da un’appendice documentaria), non da’ una risposta definitiva al quesito che, molto probabilmente, spinge Lunardelli ad avventurarsi in una lunga e meticolosa ricerca durata oltre tre anni: Mario Gramsci è stato davvero un rilevante funzionario ed “eroe” del fascismo, come da anni afferma la pubblicistica neofascista? E, soprattutto, lo è stato sino alla fine?

Non la da’, la risposta, perché la documentazione storica relativa è carente, in parte andata distrutta; non la da’ perché, come qualsiasi documentazione storica, quella rintracciabile va contestualizzata e raffrontata. Tanto più quando si tratta di dichiarazioni rese al fine di poter cambiare radicalmente la propria condizione, quali possono essere quelle rese in prigionia, o davanti a chi deciderà della tua sorte.

Non solo il libro non da’ quella risposta, ma ne pone un’altra, forse ancora più interessante dal punto di vista storico, e ancora più attuale nei giorni (di fine gennaio) in cui si parla tanto di commemorazioni, di memoria, di memorie selettive o cancellate. La domanda, e neanche a questa il libro può dare risposta, potrebbe essere: Mario Gramsci, capitano del regio esercito italiano durante la Guerra d’Etiopia, è stato un criminale di guerra?

Come tanti in Europa e nel mondo, quantomeno da quando esistono su carta dei trattati che dovrebbero regolamentare conflitti bellici [2] [3], molti italiani – militari e no, in particolare nel corso delle guerre coloniali – sono stati accusati di aver violato le pur blande regole inserite nelle convenzioni  internazionali, variamente ratificate. O, quantomeno, sono accusati di non aver disubbidito ad ordini che violavano platealmente tali regole, spesso di essere andati ben oltre quanto loro ordinato.

Il libro di Lunardelli, come dovrebbero essere tutti i saggi e ancor più quelli che si avventurano su terreni e argomenti poco esplorati, da’ molte informazioni, e ben documentate, ma lascia il desiderio di volerne ancora di più. Come se la necessità dell’autore di chiudere un lavoro ci avesse lasciato ancora in attesa di ulteriori approfondimenti.

Mario Gramsci nella 1a Guerra Mondiale

In questo caso, in questo periodo, la necessità è accentuata dal desiderio di rimediare al fastidioso costume di ricordare e commemorare gli episodi dove siamo stati ”eroi” o “vittime”, e mai quelli, numerosissimi, dove siamo stati invece “carnefici”.

Se il mantra “perché non succeda mai più” è quello che sempre accompagna gli appuntamenti istituzionalizzati dedicati alle commemorazioni, probabilmente sarebbe più proficuo ci guardassimo in uno specchio che non deformi quel che siamo realmente stati.

[1] Di Massimo Lunardelli, in Bottega, si è parlato qui http://www.labottegadelbarbieri.org/propagandista-attivissima-e-indefessa/ e qui http://www.labottegadelbarbieri.org/serve-un-piccolo-capitale-per-scrivere-di-marx/

[2] https://it.wikipedia.org/wiki/Diritto_bellico

[3] https://it.wikipedia.org/wiki/Convenzioni_di_Ginevra

Il libro

Massimo Lunardelli, bibliotecario e studioso di Gramsci (Antonio, su cui ha pubblicato una biografia dedicata ai lettori più giovani [1]) prende spunto per la sua ricerca dall’immagine che, di Mario Gramsci, ne da’ la pubblicistica neofascista, a cominciare da un articolo di Giuseppe Niccolai su Il Secolo d’Italia nel 1979, sino al sedicente intellettuale della nuova destra Marcello Veneziani su Il giornale, nel 1995. Articoli finalizzati a creare il mito di un Gramsci fascista contrapposto al fratello comunista (nella sua rubrica “Il rosso e il nero” lo mette Niccolai, “Il Gramsci in camicia nera che fu imprigionato dai comunisti”, titola Veneziani). Ad affermare che i comunisti avrebbero cercato di cancellarne la memoria, addirittura distruggendone lettere e documenti.

Quasi nessuna delle affermazioni della propaganda fascista su Mario Gramsci è suffragata da documentazione storica, a parte il fatto che fascista lo fu, e con una qualche carica a Varese, dove viveva. Molte di queste affermazioni sono risibili e strumentalmente false (l’adesione alla Repubblica di Salò, poco probabile per un militare prigioniero di guerra degli inglesi sin dal 1941, o l’essere stato picchiato dai comunisti).

Molti altri sono smentiti dai documenti trovati dall’autore di questo libro, e puntualmente riportati.

Il che conferma la scarsa importanza data dalla storiografia della nuova destra alla verifica delle fonti. E conferma la disonestà intellettuale di chi, come Marcello Veneziani, viene accreditato come intellettuale serio anche se schierato.

Mario e Antonio

Il lavoro di Massimo Lunardelli rimane ad oggi l’unico vero e documentato lavoro di ricerca su Mario Gramsci, alla faccia di chi accusa la ”sinistra” di averne voluto cancellare la memoria, e che avrebbe preferito non si approfondisse la storia, smentendo gran parte dell’agiografia creata dalla destra.

Il libro conferma che il tentativo raffazzonato di creare il mito di un Gramsci nero, non è dovuto tanto alla storia di Mario (simile a tante altre di chi aderì al fascismo per convinzione, paura o interesse) quanto invece al suo cognome. Lasciando a noi la consapevolezza che i fascisti, cercando di riverberare di luce riflessa il fratello minore, non fanno altro che riconoscere implicitamente la grandezza di Antonio.

[1] https://www.bluedizioni.it/index.php?option=com_content&view=article&id=870:e-gramsci-ragazzi&catid=51:titoli

La ricerca

Questo libro è prezioso non solo perché racconta una storia poco conosciuta; non solo perché smonta una ricostruzione falsa e strumentale (il cui scopo principale e insidioso non è tanto quello del costruire un mito fascista, quanto quello di contribuire a quella sorta di equiparazione fra rossi e neri, fra fascismo/nazismo e comunismo, che in Italia e in Europa si tenta di accreditare.

Significativo in tal senso, nel 1997, il tentativo del sindaco AN di Bagnone (un paesino in provincia di Massa-Carrara) di dedicare ai Fratelli Gramsci, Antonio e Mario, una piazza nel segno della “riconciliazione nazionale di tutti quelli che hanno combattuto su due fronti, anticomunista e antifascista” [1] [2].

Il lavoro di Lunardelli, ai miei occhi, è prezioso per altri due motivi: il primo, perché contribuisce a squarciare il velo che nasconde e mistifica le guerre e le occupazioni coloniali italiane, in particolare quella d’Etiopia iniziata nel 1935.

Il secondo, perché racconta come si fa ricerca, intercalando la storia di Mario Gramsci con il resoconto degli studi, degli stimoli e delle curiosità intellettuali, delle difficoltà, delle emozioni date dal ritrovamento di un documento; delle delusioni per le curiosità non appagate; della spinta data (a se stessi e a chi legge) di continuare a cercare, a scoprire nuovi rivoli, spesso poco conosciuti e nascosti, e per questo necessari  ad una ricostruzione storica meno parziale (come efficacemente scrive, nel presentarsi, l’editore di questo libro “Tralerighe libri è una casa editrice indipendente nata a Lucca nel 2013 con l’idea di riannodare e intrecciare i fili con il passato, cercando di fare libri “come pietre d’angolo””). https://www.tralerighelibri.com/chi-siamo

Il racconto della fatica della ricerca, della pazienza; qualche volta della fortuna e del caso, o la stessa tentazione che viene all’autore (raccontata in epilogo) di presentarsi a chi ha seminato falsità [3] per sbattergli in faccia “i documenti”, le dichiarazioni al ritorno dalla prigionia in cui Mario Gramsci afferma di essere stato espulso dal partito fascista già nel 1921, in quanto fratello di Antonio, e di aver aderito ai badogliani dopo l’8 settembre. Tutto appare come un appassionato, contagioso e stimolante omaggio allo studio e alla ricerca (giusto per citare Gramsci, quello che scriveva ”Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza”.)

[1] https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1997/04/26/una-lapide-gramsci-federale-fascista.html

[2] http://www1.adnkronos.com/Archivio/AdnAgenzia/1997/04/12/Politica/SINDACO-AN-UNA-PIAZZA-PER-I-FRATELLI-GRAMSCI_143900.php

[3] Fra questi i militanti cagliaritani di Casa Pound, che nell’ottobre del 2017 hanno dedicato a Mario Gramsci il loro circolo

Etiopia, italiani contro

Ilio Barontini in Etiopia

L’altro tema cui il libro dedica molto spazio e testimonianze, è quello della cosiddetta Campagna d’Etiopia, una delle pagine più vergognose e misconosciute della sciagurata avventura coloniale italiana in Nord Africa e nel Corno d’Africa. Con strascichi che arrivano sino ai giorni nostri (vedi la storia di Ilaria Alpi) e le ipocrisie sulle migrazioni.

Nonostante sporadici tentativi di raccontare cosa fecero gli italiani per conquistare prima, e tenere sotto dominio poi, le colonie d’oltremare [1], resiste l’idea che, tutto sommato, gli italiani sono stati “meno cattivi” di altri. Si parla poco e annacquando dei crimini di guerra, dell’uso del gas e del progetto di usare armi batteriologiche [2]. Si sa poco del contributo dato da militanti internazionalisti alla resistenza etiope, fra cui quello degli italiani [3] e in particolare del gruppo del leggendario Ilio Barontini [4][5] (di Barontini ci sono tracce anche in “bottega”).

Il libro dedica molte pagine al tema perché il capitano Mario Gramsci – che dopo aver partecipato attivamente alla Prima Guerra mondiale voleva fare l’industriale, e sperò di fare fortuna col brevetto di una spazzola cui dedicò soldi e lavoro – finì per arruolarsi nuovamente nell’esercito, partendo nell’aprile del 1935 da Napoli per l’Eritrea per poi rientrare definitivamente in Italia nel febbraio del 1939 (nel 37 ebbe una licenza di 4 mesi, subito dopo la morte del fratello Antonio e del padre Francesco). Ripartirà dopo pochi mesi, con l’entrata dell’Italia nella seconda Guerra mondiale, per la Libia, dove sarà catturato dagli inglesi.

In Etiopia Mario Gramsci non fu un semplice ufficiale. Per le riconosciute capacità organizzative e – probabilmente – di mediatore (“possiede tutti i requisiti per esercitare mansioni politiche presso gli indigeni” si legge nel suo libretto militare) ebbe l’incarico di trattare coi vari potentati etiopi “col sistema della corruzione e delle promesse unite alle minacce”, nella logica di tenere sempre alta la conflittualità fra etnie e gruppi. Nel contempo  ebbe l’incarico di costituire e guidare una “banda” di 500 uomini che doveva dare la caccia ai “ribelli” etiopici [6]. Lunardelli non ha trovato documentazione certa sulle eventuali responsabilità dirette di Mario Gramsci in alcuni episodi poco edificanti compiuti da questo gruppo, e forse la distruzione delle sue lettere dall’Etiopia, raccontata dalla figlia Cesarina in un’intervista all’Espresso, era finalizzata proprio a cancellare eventuali tracce di questa responsabilità.  Non lo sappiamo. Sappiamo invece quanto fosse considerato normale agire con logica da conquistatore appartenente a una “razza superiore”, le storie sul madamato e la facilità con cui un Indro Montanelli le raccontava [7] decenni dopo, sono significativi dell’atroce concezione che “l’italiano medio” aveva delle popolazioni che andava a “conquistare”.

[1] https://www.outsidernews.it/limpero-ditalia-e-le-colonie-doltremare-2/

[2] https://it.wikipedia.org/wiki/Crimini_di_guerra_italiani#Guerra_di_Libia

[3]

https://www.nazioneindiana.com/2018/04/25/1938-1940-ilio-barontini-vice-imperatore-dell-abissinia/

[4] https://resistenzeincirenaica.com/2019/07/11/paulus/

[5] https://www.wumingfoundation.com/giap/2015/10/le-guerre-sbagliate-dellitalia-la-guerra-giusta-di-un-italiano/

[6]  https://italianiinguerra.com/2018/10/11/arbegnuoc-i-patrioti-etiopi/

[7]  https://www.youtube.com/watch?v=z8lJr2STfiI

Conclusioni

Il libro offre tanti altri spunti di riflessione e approfondimento, su tematiche anche differenti: la questione dei prigionieri italiani durante la seconda guerra mondiale, confinati per anni in luoghi lontanissimi, come l’India o l’Australia, in cui spesso si sono rifatti una vita; le dinamiche che si instaurano nelle famiglie lacerate da contrapposte scelte politiche ed esistenziali, come successe alla famiglia Gramsci, che alla fine degli anni 30 del Novecento si ritrovò con Antonio in carcere in Italia, Gennaro a combattere in Spagna con le Brigate internazionali e Mario ufficiale dell’esercito fascista in Etiopia, con le sue svariati ripercussioni a vari livelli; la questione, infine, dell’accessibilità degli archivi storici e delle biblioteche. Accessibilità intesa come reale e semplificata fruibilità di un patrimonio enorme, nell’eliminazione di tutti gli omissis non realmente giustificati, nella dotazione degli investimenti adeguati alla loro manutenzione, catalogazione digitale, pubblicizzazione. Questo renderebbe meno complesso il lavoro degli studiosi, e faciliterebbe la possibilità di smontare in maniera veloce ed efficace le falsificazioni e strumentalizzazioni storiche, che inquinano i dibattiti politico e culturale a tutti i livelli.

Il libro è già stato presentato alcune volte (nelle maniere in cui si può presentare un libro di questi tempi), fra cui una in occasione del 130 anniversario della nascita di Antonio Gramsci. Qui il link all’incontro con l’autore e con l’editore organizzato dal Centro Servizi Culturali UNLA di Oristano con la Biblioteca Gramsciana di Ales, il 29 dicembre scorso: https://www.youtube.com/watch?v=E0Mj7jpK620&t=748s

qui alla Libreria Ubik di Lucca: https://www.facebook.com/libreriaubik.lucca/

qui la presentazione che ne fa l’autore:

https://www.youtube.com/watch?v=5sOlaM7DnrU&feature=emb_logo

qui si può accedere ad un’anteprima del libro:

https://play.google.com/books/reader?id=NOAMEAAAQBAJ&hl=it&pg=GBS.PA1

https://www.tralerighelibri.com/product-page/ebook-gramsci-il-fascista-storia-di-mario-fratello-di-antonio

Postilla

Una riflessione sulle reazioni “da destra” all’uscita del libro, quantomeno una di cui siam venuti a conoscenza, apparsa sul quotidiano “LaVerità” di Belpietro, a firma di Adriano Scianca, direttore di Il primato nazionale, il mensile di casa Pound.  L’articolo del teorico de “l’identità sacra” e del pericolo della “Grande Sostituzione” (lo scrive lui in maiuscolo) conferma quanto detto sopra sull’importanza della ricerca delle fonti, e del saperle interpretare.  Scianca cerca, comprensibilmente, di avvalorare la tesi di Mario Gramsci fascista, almeno sino alla prigionia (ipotesi che il libro di Lunardelli non esclude, afferma solo di non averne trovato prova, basandosi – come dev’essere – sui documenti). Il che pone però il problema del “tradimento e dell’abiura”, sia davanti ai militari inglesi, sia davanti alla commissione che lo interroga al ritorno in Italia. Aspetto non secondario per chi fa dell’uomo bianco, maschio, eterosessuale e forte uno dei suoi miti fondanti. L’articolo su La Verità cita pure Giuseppe Fiori, e la sua biografia di Antonio, dove si riporta, riferendosi al 1927 “Adesso Mario non si occupava di politica, o non se ne occupava come quando era segretario federale fascista di Varese. Le idee continuavano ad essere quelle, ma senza più l’impegno attivo di una volta. Era stato assalito dai comunisti quasi nello stesso periodo in cui i fascisti bastonavano a sangue Gennaro”.  Brano che (a saperlo leggere, e stante il fatto che Fiori non riporta documentazione) confermerebbe che già allora non era più un militante; era stato “segretario federale” e “assalito dai comunisti” (non bastonato a sangue: bastonare a sangue è verbo meno generico di assalire). https://www.laverita.info/tutti-i-misteri-dellaltro-gramsci-quello-che-scelse-di-stare-con-i-fascisti-2649703095.html

Ma, in realtà, quello che mi ha colpito dell’articolo è un altro aspetto: il fatto che uno degli argomenti forti usati per “rivalutare” Mario, sia la sottolineatura del suo carattere giocoso e burlone, che mostrò sin da ragazzino, rispetto al serioso e posato Nino. Ecco, se il mito della nuova destra non fosse più il guerriero tutto d’un pezzo, ma lo zio giocoso e simpatico, beh personalmente ne sarei felice e nutrirei qualche speranza in più sulla possibilità di mandare al macero tutta la mistica velenosa su cui fonda l’ideologia di Scianca e dei sovranismi vari.

Benigno Moi

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