Guatemala: si scrive democrazia, ma si legge democratura

 

di David Lifodi

 

 

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Lo scorso 29 dicembre sono trascorsi venti anni esatti dal termine del conflitto armato tra la guerriglia e lo stato guatemalteco, iniziato nel 1962. Tuttavia, da quel 29 dicembre 1996, in Guatemala non è cambiato molto: agli accordi di pace ha fatto seguito l’istituzionalizzazione del razzismo e dell’esclusione delle comunità indigene maya, apertamente perseguitate da uno Stato che ha cercato di imporre progetti di estrazione mineraria e costruzione di centrali idroelettriche sul loro territorio. A livello politico, una serie di presidenti neoliberisti e legati alle multinazionali hanno contribuito a svuotare le risorse di un paese nelle mani di un’oligarchia terriera preoccupata di tutelare soltanto i propri interessi. Gli indigeni, oggi come ieri, sono trattati alla stregua delle bestie, nonostante siano maggioranza nel paese.

Nel corso del 2015 le piazze del Guatemala sono state riempite da una moltitudine di persone, in gran parte giovani, che sono scesi in strada per protestare nei confronti della corruzione dilagante che ha travolto la coppia presidenziale Otto Pérez Molina e Roxana Baldetti. Entrambi hanno dovuto lasciare l’incarico, ma a sostituirli non è stato un ticket presidenziale indigenista, di sinistra, o rosa moderato (come è stata la breve e incolore parentesi di Àlvaro Colom), ma un ex comico, Jimmy Morales, sostenuto da un partito di estrema destra, Frente de Convergencia Nacional, e dai veterani di quella guerra sporca che, nel corso degli anni ’70-’80, si è resa responsabile del genocidio maya. In pratica, un passaggio dalla padella nella brace, considerando che già Otto Pérez Molina, più noto con il soprannome di Mano Dura, aveva assunto compiti di primo piano nell’esercito proprio all’epoca del genocidio maya. A poco più di un anno dalla sua elezione, Jimmy Morales, giunto al potere grazie al più becero qualunquismo e sfruttando una bassa affluenza alle urne, ha già svelato la sua vera natura: su di lui piovono accuse di collusione del suo staff con reti criminali e di corruzione (proprio lui che si era imposto grazie ai tanto sbandierati proclami su onestà e trasparenza), mentre uomini a lui vicini, tra cui Edgar Justino Ovalle Maldonado (deputato del Frente de Convergencia Nacional), sono indagati per aver commesso delitti di lesa umanità all’epoca della guerra sporca. Ovalle, insieme a Herbert Armando Melgar Padilla, Mario Efraín Aragón Paredes e al generale Edgar Ricardo Bustamante Figueroa, avrebbero fatto parte della cosiddetta Juntita militar al potere nel dipartimento di Alta Verapaz per conto dell’oligarchia e in collaborazione con la dittatura militare.

Non si tratta dell’unico scandalo da cui è stato percorso il Guatemala negli ultimi mesi. Già negli anni scorsi il paese aveva dovuto sopportare più volte lo stato d’assedio, imposto a causa delle mobilitazioni indigene contro la costruzione di dighe e miniere. Lo scorso settembre, per due giorni, Morales ha sancito lo stato d’assedio con la scusa di proteggere il paese dalle piogge torrenziali previste nella seconda metà di quel mese con la votazione a favore di 14 ministri del suo governo. Lo stato d’assedio mirava in realtà a limitare le garanzie costituzionali dei guatemaltechi e a silenziare i mezzi di comunicazione tradizionali e di controinformazione. Per alcuni giorni nel paese si è respirato il clima tipico delle dittature susseguitesi al potere dagli anni ’60, soprattutto perché, oltre a violare alcuni articoli specifici della Costituzione, lo stato d’assedio autorizzava l’arresto arbitrario per giornalisti, leader comunitari e attivisti politici. Fortunatamente, dopo nemmeno 48 ore è arrivata la sospensione, dovuta alla denunce per abuso di autorità  e per la restrizione illegale e immotivata dei diritti costituzionali presentate dall’avvocato Rafael Maldonado. Inoltre, lo stato d’assedio ha violato la Declaración de Principios sobre Libertad de Expresión dell’Organizzazione degli Stati Latinoamericani e il Patto Interamericano dei diritti civili e politici delle Nazioni Unite, entrambi sottoscritti e firmati dallo stesso Guatemala. In questo contesto, molti hanno notato l’inquietante silenzio degli Stati Uniti e dell’ambasciata Usa in Guatemala, che non ha nemmeno pronunciato una parola di biasimo nei confronti di Jimmy Morales, che proprio pochi giorni prima di partire per Washington, aveva proclamato lo stato d’assedio. Del resto, un comportamento del genere era comunque immaginabile poiché  la Casa Bianca vede il Guatemala come alleato strategico per il Plan Alianza para la Prosperidad del Triángulo Norte de Centroamérica.

I guai di Morales non finiscono qui: per il presidente cancellare il periodo di torture, omicidi mirati e violazioni dei diritti umani che ha provocato il genocidio maya ed è stato causato dal terrorismo di stato, a partire dal Plan Sofia del 1982, sembra rappresentare la priorità e per questo opera in ogni sede affinché i criminali e i repressori di allora la facciano franca di fronte alla giustizia e il tessuto sociale della ricostruzione post genocidio, condotto faticosamente dagli indigeni maya, venga distrutto. Anche dal punto di vista delle accuse per corruzione le cose non sembrano andare meglio. Il vicepresidente Jafeth Cabrera, José Manuel Morales e Sammy Morales (rispettivamente il figlio e il fratello del presidente) hanno la magistratura alle calcagna per l’emissione di fatture false per conto dell’impresa Fulanos & Menganos, di proprietà di Othmar Sánchez Herrera, deputato del Parlacen, il Parlamento centroamericano, e finanziatore del partito del presidente, il Frente de Convergencia Nacional.

Non male per uno che, in campagna elettorale, sbandierava lo slogan ni ladrón ni corrupto. Nel frattempo, quella che dopo gli accordi pace del 29 dicembre 1996 era stata definita come democrazia sta lentamente tornando ad essere una democratura.

David Lifodi
Sono nato a Siena e la mia vera occupazione è presso l'Università di Siena. Nel mio lavoro "ufficioso" collaboro con il sito internet www.peacelink.it, con il blog La Bottega del Barbieri e ogni tanto pubblico articoli su altri siti e riviste riguardo a diritti umani, sindacalismo, politica e storia dell’America latina, questione indigena e agraria, ecologia.

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