I ricchi vanno in guerra

recensione di Gian Marco Martignoni a «La lotta di classe dopo la lotta di classe» di Luciano Gallino

Se con la caduta del Muro di Berlino la stragrande maggioranza del ceto intellettuale si è piegata all’egemonia del cosiddetto “pensiero unico”, bisogna invece riconoscere che Luciano Gallino – professore emerito all’università di Torino, sia con la sua “dissonante” collaborazione al quotidiano «La Repubblica», notoriamente social-liberista e anti-operaio, sia con i pregevoli saggi pubblicati in quest’ultimo quindicennio per le case editrici Einaudi e Laterza – si è distinto per una critica serrata al paradigma neoliberale dominante.

Ora con il recente libro «La lotta di classe dopo la lotta di classe» (pagg. 214, euro 12, Laterza) sollecitato dalle puntuali domande della sociologa Paola Borgna, Gallino ritorna sulle tematiche a lui care, mettendo a disposizione un contributo rilevante per la comprensione delle cause che hanno prodotto un arretramento vistoso del movimento operaio e sindacale, nonché l’involuzione che ha colpito drammaticamente le sinistre europee.

E lo fa, coerentemente con il titolo d’antan del libro, riportando nel discorso pubblico quanto tutti preferiscono rimuovere: non solo la lotta tra le classi è il motore della storia, ma se si deve essere obiettivi la situazione è quella fotografata dalla battuta del plurimiliardario Warren Buffett «c’è una lotta di classe, è vero, ma è la mia classe, la classe ricca, che sta facendo la guerra, e stiamo vincendo».

Perché con la controffensiva liberista – contraddistinta da una marcata deindustrializzazione, delocalizzazioni selvagge, l’attacco ai sindacati, la riduzione dei salari e dei sistemi di protezione sociale, la precarizzazione della forza lavoro – abbiamo assistito effettivamente in questo trentennio a una lotta di classe condotta dall’alto, cioè da una classe capitalistica transnazionale che si è dimostrata «classe per sé a tutti gli effetti».

Una classe dominante che attraverso i cosiddetti «serbatoi di pensiero» neoliberali (i think tanks) ha promosso una campagna ideologica formidabile, tesa a subordinare la sfera politica e di conseguenza legislativa agli interessi del capitale, veicolando come neutri e naturali termini quali globalizzazione, competitività, concorrenza, libero mercato, governabilità, flessibilità, ecc.

Questo sfondamento ideologico è stato facilitato dall’introiezione dei princìpi del neoliberismo da parte delle sinistre europee, grazie al pragmatismo della “terza via” blairiana, in realtà una mera prosecuzione del thatcherismo, poiché si è verificata quella che Gallino definisce acutamente una «cattura cognitiva» delle formazioni che in teoria dovrebbero avere un’altra visione del mondo, della società e soprattutto dell’essere umano.

Pertanto, in questo contesto si è determinata una bancarotta senza precedenti per la classe dei perdenti, in quanto non solo l’indice di Gini a 71 punti segnala una diseguaglianza abissale fra la super-classe dei ricchi e il resto della popolazione mondiale, ma l’indice di protezione dell’occupazione è passato in base alle statistiche Ocse dal 3,51% del 1996 all’1,89% del 2008, nel mentre il rapporto fra il salario di un amministratore delegato e quello di un lavoratore è salito addirittura a 300/400 volte rispetto alle 40 degli anni ‘80.

Inoltre, il capitale dopo aver messo in concorrenza i lavoratori dell’Occidente con quelli sterminati delle periferie e delle semi-periferie del globo, punta a dividere la forza lavoro anche all’interno delle grandi unità produttive delle multinazionali, come nel caso del salvataggio dell’azienda Chrysler-Fiat, ove l’accordo prevede che i lavoratori neo-assunti vengono pagati la metà di quelli assunti in precedenza (14 dollari l’ora invece di 28). O degli stabilimenti Fiat nel nostro Paese, dove l’autoritarismo di Marchionne mira ad americanizzare le relazioni sindacali, attraverso il peggioramento delle condizioni di lavoro e salariali, contando sulla divisione delle organizzazioni sindacali.

Purtroppo, l’indebolimento generalizzato delle organizzazioni sindacali, per via della caduta del tasso di sindacalizzazione e una minor incidenza nel settore manifatturiero e in quello minerario, la mancanza di una sponda politica in grado di sostenere legislativamente l’azione sindacale, la fine del dibattito sulla qualità del lavoro e l’alienazione, sono i principali fattori che hanno reso impari i rapporti di forza tra le classi.

Al punto che Gallino deve amaramente constatare che l’indice «la classe per sé non esiste», ma soprattutto non si vede all’orizzonte chi intenda rappresentare gli interessi della classe sfruttata.

Per cui, paradossalmente, si vedono avanzare contro-movimenti di destra contro la globalizzazione e flebili contro-movimenti progressisti o di sinistra, poiché è venuta meno nell’immaginario collettivo l’idea emancipatrice di una società di eguali e l’interazione fra movimenti e partiti è da lungo tempo al suo grado zero.

 

Redazione
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Un commento

  • gian andrea franchi

    Il passaggio chiave è stato, secondo chi scrive, la rottura di un immaginario collettivo, che con molteplici varianti, ha attraversato l’Ottocento e il Novecento fino agli anni Ottanta e che rendeva immaginabile un’alternativa al capitalismo. Prima che politico-sociale, la crisi del movimento operaio è stata culturale.

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