I robot in «Star Trek – destinazione cosmica»

Una pillola di Fabrizio (Astrofilosofo) Melodia

Nel 2005 mi laureai in filosofia con una tesi su «Star Trek: The Next Generation» in cui

trattavo approfonditamente gli aspetti del dialogo e della pace nella seconda generazione della nota serie televisiva statunitense.

A parte il mio “nom de guerre”, a questa tesi devo tutto, anche se molti mi hanno sempre fatto una domanda alquanto imbarazzante, ovvero «Perché non hai trattato del capitano Kirk e del vulcaniano Spock?», segno che purtroppo “la seconda generazione”, pur avendo ampliato e trattato molto meglio i temi della serie originale, non era riuscita a trovare un posto nel cuore dei non appassionati della serie.

All’inizio della stesura della tesi, in verità, avevo dato un taglio diverso, molto più classico, centrando l’analisi sulla figura dell’uomo androide, con un excursus completo che partiva dalla serie originale (quella con Kirk e Spock, per intenderci), passando per l’equipaggio del capitano Picard, fino ad arrivare alle recenti incarnazioni quali l’astronave Voyager al comando del capitano Katryn Janeway e della stazione spaziale Deep Space 9, al comando del capitano Benjamin Sisko.

Evitavo accuratamente la serie prequel «Enterprise», che narrava la vicende dell’esplorazione spaziale ottant’anni prima delle vicende del capitano Kirk, nonostante l’ottima interpretazione di Scott Bakula (che avevo avuto modo di apprezzare in tantissimi film e nella gustosa serie di fantascienza «Quantum Leap – A spasso nel tempo», di cui mi riservo di parlare in una successiva pillola) nei panni del riflessivo capitano Archer, in quanto essa aveva completamente tradito la filosofia stessa della serie, sposando in pieno l’americanismo ultranazionalista di George W. Bush e della sua politica nettamente guerresca, dopo secoli di dialogo e comunicazioni pacifiche nella galassia fino al quadrante Delta.

Purtroppo quella parte di tesi andò perduta per una mia nefanda distrazione, cosa per cui noi filosofi siamo particolarmente famosi.

Cerco qui di tracciarne il cammino, anche se sarà ben lungi dall’essere come era.

I robot nella serie televisiva originale «Star Trek – Destinazione Cosmo» (1966-1969) apparvero per la prima volta nell’episodio «Gli Androidi del dottor Korby» (“What Are Little Girls Made Of?” di Robert Bloch e diretto da James Goldstone) che tratta un tema abbastanza classico della fantascienza del periodo: lo scienziato Korby ha scoperto una tecnologia grazie alla quale è in grado di costruire androidi assolutamente indistinguibili dagli umani e vuole popolare la galassia con le sue creature.

Alla fine si scopre che lo stesso Korby è un androide: il dottore, durante l’esplorazione del pianeta, era rimasto vittima dell’assideramento e ha pensato di salvare il suo cervello con le proprie emozioni dentro un corpo indistruttibile.

Inutile dire che le macchine avranno la peggio, con il capitano Kirk che distrugge i robot con molta determinazione: famosa la scena del bacio con la bella donna robot, che manderà il suo cervello artificiale decisamente fuori di testa.

Metafora molto chiara della supremazia dell’uomo sulla macchina, in quanto la carne riesce molto meglio ad affrontare gli imprevisti non inclusi nella programmazione dell’androide, quindi tutt’altro che perfetto e non in grado di sostituire il fattore umano nella galassia.

La fredda logica non può assolutamente prendere il posto delle emozioni, che rendono la vita degna di essere vissuta, oltre a fornire forza e invincibilità agli esseri umani, pur con tutti i limiti e le meschinità di cui essi danno spesso prova.

In «Io, Mudd» (“I, Mudd” di Stephen Kandel e David Gerrold, regia di Marc Daniels) il registro è quasi opposto a quello di «Gli Androidi del dottor Korby»; infatti qui al posto di una storia molto cupa ci troviamo davanti quasi una commedia, in cui la tensione del pericolo che incombe sull’umanità è stemperata da una nota comica e leggera. In questo episodio sale a bordo un nuovo membro dell’equipaggio, Norman, che rifiuta stranamente di sottoporsi alle visite mediche di routine; il motivo verrà presto chiarito: Norman è un androide, che prende il controllo della nave per portarla sul suo pianeta di origine. Qui i nostri eroi incontrano una vecchia conoscenza, Mudd: lo scopo delle macchine è popolare la galassia e porsi come guide e protettrici della razza umana. Nel finale, in un crescendo di comicità, i nostri eroi riescono a confondere gli androidi con frasi e comportamenti illogici provocando un vero e proprio esaurimento nervoso nelle macchine e riuscendo a guadagnare la libertà.

Anche qui la centralità dell’uomo prevale proprio nel suo essere in grado di sopportare positivamente la contraddizione, che nell’essere umano si traduce nel motto di spirito e nell’umorismo, mentre diventa devastante per la mente delle macchine, che si ritengono con molta presunzione (ma anche la presunzione non è forse un’emozione?) capaci di guidare l’universo e determinare scelte e modi di vivere per le forme di vita biologica.

E’ sempre lo scontro fra biologico e meccanico a dominare la scienza, fra natura e scienza, quest’ultima rappresentata sempre perdente con le armi corrosive dell’umorismo e del buon senso, opposto a rigorosi metodi di valutazione e calcolo, oltre all’automazione totale, colpevole di annullare il senso stesso del viaggio, del movimento, del divenire, ovvero la vita.

La scienza sarebbe quindi contro natura, poiché è fredda, immobile e autoreferenziale, incapace sicuramente di offrire una risposta all’uomo. Affermazioni molto forti per una serie televisiva di quegli anni, in cui la contestazione cominciava a farsi sentire sempre più forte.

L’episodio «Requiem per Matusalemme» (“Requiem for Methuselh” di Jerome Bixby per la regia di Murray Golden) è rimasto da sempre nel cuore di tutti i trekker, me compreso, in quanto direttamente ispirato al film capolavoro «Il pianeta proibito» di Fred McCleod Wilcox.

Troviamo una casa in un mondo perduto, un robot tuttofare, una bella ragazza e un guardiano molto possessivo. L’androide, lo scopriremo alla fine dell’episodio è la ragazza, Rayna Kapec, ultimo di una lunga serie di androidi dal medesimo aspetto, costruiti da Flint, il guardiano possessivo, per cercare di alleviare il tedio della noia della sua vita quasi immortale. In questo episodio vediamo come le emozioni siano un dominio esclusivo degli esseri biologici; è ancora una volta un sovraccarico emozionale (di tipo diverso dal precedente) a essere fatale per Rayna, la quale, innamoratasi di Kirk, non comprende la gelosia di Flint. Il dolore di Kirk per la scoperta della vera origine di Rayna, alleviato con un raro gesto di compassione di Spock, mette anche qui in luce il tratto negativo degli androidi, i quali causano più dolori e patimenti che altro e non riescono a equiparare la grandezza della mente umana.

I robot sono rappresentati in maniera ben poco edificante, ma con chiarissimi rimandi fin dai nomi dei personaggi: il cognome di Rayna è Kapec, come appunto il drammaturgo Karel Kapec, autore di «R.U.R», la prima opera in cui compare il termine “robot”, con le macchine che si ribellano all’uomo.

In sostanza, la scienza robotica viene vista in chiave totalmente negativa nella prima serie di viaggi della nave stellare Enterprise e dell’equipaggio guidato dal capitano Kirk.

Si mette in luce la filosofia essenzialmente illuminista della serie, dove la ragione umana sorretta dalle emozioni positive e dello slancio del viaggio ben si accorda alle nuove frontiere del buio cosmico, rischiarato dalla luce della pace e della fratellanza universale.

 

Redazione
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