Il fuoco sulla terra

Apocalissi annunciate e cicli storici nella fantascienza post-apocalittica di Walter M. Miller Jr.

di Fabrizio (Astrofilosofo) Melodia

Un bimotore, un bombardiere americano durante la Seconda guerra mondiale sorvola indefesso la città eterna di Roma: il suo pilota ha un obiettivo ben preciso da raggiungere. Vicino a lui, nervoso e schizzato, armeggia un giovanotto, laureato in ingegneria proveniente dalla Florida, un tipo taciturno. E’ l’addetto alla radio e al cannone di coda, tra poco si darà una svegliata: il bersaglio è poco sotto di loro, deve immediatamente sganciare il suo esplosivo carico. Ha delle esitazioni il ragazzo, ma le caramelle sono spedite al mittente, senza possibilità di resa. L’abbazia benedettina di Montecassino viene rasa al suolo dal sapiente e preciso bombardamento alleato, infliggendo un duro colpo alle forze dell’Asse.

Walter Michael Miller Jr – New Smyrna Beach (Florida), 23 gennaio 1923 – Daytona Beach (Florida), 9 gennaio 1996 – è il radio operatore e addetto al cannone di coda di quel letale bombardiere alleato: porterà indelebile la cicatrice di quella missione traumatica, arrivando a suicidarsi dopo aver vissuto gli ultimi anni della vita in solitudine volontaria, persino dalla moglie e dai quattro figli. Un trauma tremendo, che lo porterà, subito dopo la guerra, a trovare una spiegazione e un lenimento alla sofferenza interiore, a giustificare la sua condizione di reietto da se stesso, anche dopo aver abbracciato la religione cattolica nel 1947.

Una ricerca che iniziò nel 1951 con il primo racconto (tuttora non tradotto in Italia) “Secret of the Death Dome” per poi pubblicarne fino a quaratuno, fra racconti lunghi e brevi, vincendo un premio Hugo nel 1955 con il racconto “The darfsteller”. Nel 1957 unificò tre racconti lunghi che avrebbero composto ciò che viene considerato il suo capolavoro in assoluto, non solo in ambito fantascientifico ma anche letterario tout court: “Un cantico per Leibovitz” (“A canticle for Leibovitz”, pubblicato per la prima volta nel 1959) vincitore anch’esso del Premio Hugo nel 1961.

Tutte le tematiche squisitamente milleriane sono racchiuse in questo trittico che tratteggia un futuro decisamente agghiacciante. La vicenda si apre con la prima parte che porta l’esemplificativo titolo di “FIAT HOMO”. Si svolge nei secoli bui circa 600 anni dopo il Diluvio di Fiamma, ovvero il bombardamento nucleare che ridusse gli Stati Uniti d’America in un bel deserto, dove la conoscenza è sopravvissuta mescolata alla mitologia, dove i monasteri dei benedettini, memorizzatori di libri, fondati da Isaac Edward Leibovitz conservano i resti incomprensibili della civiltà precedente, soprattutto della Magna Civitas, ciò che doveva essere il gruppo europeo-asiatico.

In un mondo dove imperversano mutanti, strane creature e assassini spietati mossi solo dal bisogno di sopravvivenza, i monasteri sono isole di parziale felicità al centro di un mare caotico, dove l’antica civiltà è solo uno sbiadito e semi incomprensibile ricordo, a causa della Grande Semplificazione operata ai danni dei sapienti e dei dotti, rei di aver condotto il mondo all’Olocausto Nucleare. I monaci tentano di recuperare ciò che chiamano i memorabilia, i resti dell’antica sapienza salvatasi dal disastro: diagrammi, schemi elettrici, formule matematiche vengono ricopiate con precisione certosina, ma rimangono incomprensibili. Frate Francis Gerard dello Utah, giovane ed entusiasta novizio, ritrova grazie all’intervento di colui che gli dice di chiamarsi Eleazar (Lazzaro, personificazione dell’ Ebreo Errante), una scatola di ferro che contiene i testi autografi del fondatore del suo ordine, il beato Leibovitz. Il testo ritrovato parrebbe provare che Leibovitz fosse direttamente invischiato nel programma statunitense di armamenti atomici, essendo il documento un disegno tecnico, liste della spesa e una tessera delle biblioteca. Frate Francis nella sua ingenuità non si renderà conto dei guai ai quali andrà incontro, infatti la beatificazione del fondatore è discussa, e l’abate non è per nulla felice del ritrovamento.

Balzo in avanti di alcuni anni: Frate Francis viene incaricato di portare al Vaticano, che ora ha sede a New Rome nel Missouri, essendo l’antica città eterna un immenso cratere radioattivo, i suoi documenti ricopiati con diligenza, alla ricerca di una prova che Leibovitz avesse preso i voti e si fosse dedicato all’ordine solo dopo essersi accertato della morte della moglie. In questo modo potrà essere canonizzato senza indugi. Frate Francis finirà purtroppo ucciso, nel tentativo di recuperare una copia alluminata del documento cui aveva lavorato per tre lustri.

Nella parte “FIAT LUX”, entriamo davvero nel nuovo Secolo dei Lumi, anche se il 3174 ha tutta l’aria di un nuovo Rinascimento, esattamente 600 anni dopo (cifra ricorrente) le vicende narrate precedentemente. Il Beato Leibovitz è ormai Santo da quasi sei secoli e il suo fautore involontario, Frate Francis Gerard dello Utah viene ricordato con il titolo di Venerabile. La scienza si libera con forti strattoni dal cappello soffocante della Religione, viene perfino reinventata l’elettricità. L’araldo di questa nuova era è lo scienziato “illuminista” Thon Taddeo, il quale entra in diretto anche se corretto contrasto con l’abate anziano e gentile dell’ordine, Jerome Dom Paulo del Pecos, il quale vorrebbe riportare la scienza dentro i monasteri, pur sapendo perfettamente che i nuovi scienziati laici e secolarizzati ormai non sono più arginabili dal loro controllo, e presto l’Ordine dei Memorizzatori perderà la sua ragione di esistere, soprattutto quando il Thon Taddeo otterrà la totale e libera fruizione dei Memorabilia. Nel frattempo Hannegan II, signore del Texark (nazione nata letteralmente dalle ceneri del precedente Stato americano del Texas) vuole dichiarare guerra ai popoli nomadi dei confini e alle nuove piccole nazioni limitrofe, unificando tutto quello che fu in passato il Nord America. Lo scontro fra Hannegan II e Papa Benedetto XXII, il quale vede senza dubbio minacciata l’indipendenza di Nuova Roma e degli Ordini, è alle porte. Dom Paulo, prostrato da un male terminale, sa che è la fine di un’epoca e l’inizio di una nuova.

Nell’ultima parte “FIAT VOLUNTAS TUA”, il destino apocalittico perpetrato dall’essenza umana è alle porte. Nel 3781, sempre 600 anni dopo il Secolo dei Lumi (666, il numero della bestia dell’ Apocalisse) la tecnologia è a un livello persino superiore a quella dei tempi del beato Leibovitz, il mondo comunque sta entrando nuovamente in crisi e minaccia nuovamente la guerra atomica globale, questa volta parrebbe davvero definitiva per la sopravvivenza dalla specie umana. Ormai privati della loro antica importanza, il destino sembra segnato anche per gli Ordini dei Memorizzatori, che ancora comunque possiedono i Memorabilia che Thon Taddeo ebbe modo di studiare e portarono la civiltà a un significativo passo in avanti verso l’autodistruzione. L’abate Jethrah Zerchi ha un piano estremamente audace, studiato nei minimi dettagli insieme al papa Celestino VIII: costruire una nave spaziale che possa portare un consistente numero di monaci e bambini su Alpha Centauri, dove avrebbero conservato ancora il sapere della Magna Civitas e permesso alla razza umana di sopravvivere al Diluvio di Fiamma. Dopo mille difficoltà, tragedie personali e momenti di vero panico globale, la navicella si stacca dal suolo con il suo carico umano e sapienziale, poco prima che l’arsenale atomico venga attivato, dando cosi inizio al nuovo Diluvio di Fiamma, mille volte più distruttivo del precedente avvenuto ormai milleduecento anni prima.

Non ci è dato sapere cosa accade dopo, non sappiamo se l’umanità è arrivata a cancellare la propria esistenza dalla superficie del pianeta oppure quel che succede alla spedizione spaziale su Alpha Centauri, nemmeno se ci è mai arrivata.

Gli elementi di riflessione sono innumerevoli, sicuramente troppi per rimanere segregati in questo breve scritto. Alcune considerazioni personali vorrei comunque segnalarle, una chiosa a questo capolavoro, esattamente con lo spirito che animò Frate Francis Gerard dello Utah, nel ricopiare in alluminato d’oro i disegni tecnici di Isacc Edward Leibovitz. Sembra un circolo vizioso, quello in cui ci porta Walter Miller Jr, una spirale di morte perpetrata dalla natura umana, la cui sola vocazione è l’autodistruzione, causata dal sapere e dal potere che la tecnologia garantisce all’arroganza umana. Il sapere tecnologico non accostato indissolubilmente con la saggezza che solo la filosofia (in questo caso la Religione) può garantire, è votato alla distruzione totale, armando la natura umana alla guerra e alla sopraffazione. La tecnologia fornisce il potere, quest’ultimo garantisce l’aumento dell’arroganza e della sete di potere, in una parola dei bisogni “primari” dell’essere umano, che ancora una volta si dimostra nella sua natura di bestia tra le belve più feroci. Naturalmente gli uomini giustificano ampiamente questo modo di fare, anzi, ritengono se stessi come la migliore espressione di obbedienza alla natura, all’essenza, che è stata data loro dai fatti; chiunque si frapponga con qualche limite, disperdendo le forze del Sapere nello studio e nell’applicazione dell’etica e della morale si arresta miseramente su scogli appuntiti, condannando la filosofia naturale a rimanere obliata nel più oscuro degli abissi.

Nè si deve trascurare il fatto che in tutte le età la filosofia naturale ha trovato un avversario molesto e difficile nella superstizione e nello zelo religioso cieco e smodato. Prendiamo ad esempio coloro che, presso i Greci, per primi resero note le cause naturali del fulmine e dei temporali agli uomini che ne erano ancora del tutto ignari; costoro furono a tal titolo condannati per empietà verso gli dèi, Nè un’accoglienza molto migliore ebbero da alcuni degli antichi padri della religione cristiana coloro che sostenevano la prova della rotondità della Terra con argomenti cosi evidenti, che nessun uomo assennato al giorno d’oggi oserebbe contraddire, asserendo come conseguenza l’esistenza degli antipodi […] Alcuni, con la massima buona fede, temono che una più approfondita ricerca naturale vada più in là del termine concesso alla sua sobrietà; costoro riferiscono, torcendone completamente il senso, quei passi della Sacra Scrittura, che toccano dei divini misteri e della necessità di non cercare di scrutarli, ai misteri della natura che non sono affatto intederdetti” (Francesco Bacone, “Novum Organum” a cura di E. De Mas, Laterza, Bari 1968, libro I, aforisma 89, pagg 65-66).

Sembrano proprio le parole, assolutamente in buona fede del Thon Taddeo, il quale non vuole assolutamente lasciare ancora a marcire nei monasteri tutto il sapere antico che potrebbe tornargli utile per le sue ricerche. Thon Taddeo non si pone il problema della fondatezza etica del suo agire, non si pone nemmeno d’indagare la plausibile motivazione che avrebbe portato al disastro atomico all’epoca di Liebovitz, scienziato che avrebbe collaborato al progetto di una possibile guerra globale. Non s’interroga sull’etica del suo agire, non si interroga sulle cause del tutto, non si pone problemi ad ampio raggio: è totalmente devoto alla sua missione di allargare la conoscenza umana indagando le cause dei fenomeni, cercando d’imbrigliarli in senso pratico. L’essere umano è destinato a ritornare a non essere più schiavo degli eventi, ma a controllarli: politicamente parlando tornerà utile al nuovo monarca, per stabilire il dominio unitario sulle altri popoli nomadi che popolano il Nord America del futuro. Il Thon Taddeo, lungi da un’eroica volontà di potenza, è desideroso solo di togliere le bende della superstizione e del falso ossequio religioso, stanco di essere un soggetto passivo della conoscenza, un mero memorizzatore e conservatore di memorie incomprensibili, desiderando dunque riaffermare la parte attiva dell’indagine filosofica, per riportare la buona scienza nei suoi giusti ranghi, che le spettano di diritto.

La filosofia naturale non si trova attualmente allo stato puro, ma infetta e corrotta: nella scuola di Aristotele, dalla logica; nella scuola di Platone, dalla teologia naturale, nella seconda scuola di Platone, di Proclo e di altri, dalla matematica […] . Ma alla filosofia naturale pura e scevra di mescolanza c’è molto da sperare. Ma se uno si sforza d’instaurare la potenza e il dominio di tutto il genere umano nell’universo, la sua ambizione (seppure la si deve chiamare così) è senza dubbio la più augusta […]. Ora, l’impero dell’uomo è riposto solo nelle arti e nelle scienze, ed alla natura non si comanda che ubbidendole. […] In ultima, vogliamo rassicurare chi si preoccupa della depravazione delle arti e delle scienze, che si fanno strumento di malvagità e lussuria. Chè la medesima cosa si può dire di tutti i beni del mondo, dell’ingegno, del coraggio, della forza, della bellezza, della ricchezza, della luce stessa e cosi via. […] Si renda insomma all’uomo la sua potenza; e allora la retta ragione e alla sana religione gli insegneranno a far uso di quella potenza” (“Novum Organum”, aforismi 96 e 129, alle pagg 73 e 102).

Ecco dunque il nocciolo della grande allegoria filosofica descritta da Walter Miller in questo terribile e logorante affresco di una storia futura. La buona scienza e la sana religione non potranno mai avvenire, in quanto le prime rinnegano agli scienziati il movimento alla conoscenza, i secondi sono totalmente presi dalla volontà di non essere controllati da nessuno, da accantonare i filosofi e i religiosi nella sfera di coloro che vogliono tenere imbrigliati i popoli alla condizione misera e semi animalesca in cui versano. I politici sembrano essere gli unici a comprendere la potenza e il dominio che potrebbero derivare dalle scoperte scientifiche, liberate dalla castrazione religiosa e dal timore panico del Diluvio di Fiamma, mostrando in questo caso come prevalga la forza suprema del dominio sull’altro per ristabilire un ordine arbitrario, non ricercato con i princìpi del dialogo e della cooperazione. La scienza mira esclusivamente alla liberazione della potenza dell’uomo, mira a non prolungare ulteriormente la castrazione cui viene sottoposto, quasi fosse un animale pericoloso. Come potrebbe un animale dotato di raziocinio, usare male la potenza che la Natura stessa sembra concedergli, aprendosi al suo indagare visivo? Eppure la scienza, sembra dirci Miller, priva di ricerca delle cause etiche e di una vera scienza dell’etica, sembra essere solo fine a se stessa, mirando a godere del proprio appagamento nel raggiungere scoperte sempre maggiori, a legare a sè le cause fisiche del reale, a dominare il reale secondo quel principio di potenza che tanto cita il buon Francesco Bacone e che tanto riecheggia nelle argomentazoni del Thon Taddeo.

Non vi è dunque la possibilità di una scienza scevra da tutto, dalla filosofia e dalla logica. Se essa si separa, ecco che, invece che essere sposa, la scienza diventa una insaziabile amante che lentamente e inesorabilmente conduce l’umanità all’autodistruzione organizzata. La saggezza deve essere una sposa paritaria per la scienza tecnica. Diversamente, la scienza sfoga la volontà al proprio egoistico appagamento. Un diluvio di fiamma sulla Terra: l’unico modo per sopravvivere è la fuga. Una fuga che non garantisce alcuna garanzia di sopravvivenza, se anche su altri mondi l’uomo non indagherà, sulla base delle precedenti esperienze, una scienza etica che gli permetta un giorno di essere un prometeico fattore di pace e non un egoistico distruttore di se stesso e del suo simile.

Riecheggiano qui le parole di un grande e inascoltato rivoluzionario, il quale voleva la liberazione dell’uomo dalla condizione di schiavitù e sfruttamento dei potenti, ma che voleva libero, saggio e responsabile fautore di pace e amore verso il prossimo.Veni ignem mittere in terram, et quid volo nisi ut accendatur?” (Vangelo di Luca, traduzione dell’autore): “Sono venuto a portare il fuoco sulla terra, e cosa voglio se non che divampi?”.

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