Il tranquillo calduccio della paura

Stasera un gruppo di pazze/i mette in scena ad Atlantide di Bologna un testo (una lettura per due voci) che ho scritto nel 2005 e poi più volte aggiornato. Chissà se chi passa da questo blog ha voglia di leggerne una parte. In caso, ecco il canovaccio, cioè il testo con alcune indicazioni sceniche; dove trovate parole o frasi in nero significa che la voce… va su.

Prima voce – Qualche giorno fa, in treno ho incontrato una ragazza, parlava con due amiche. Rivedo la sua faccia seria dire: «Sapete ho scoperto una cosa. In sanscrito il contrario di pace non è guerra, ma paura». pausa Paura. pausa Ho sentito dire che Obama ha studiato il sanscrito. Chissà se è vero… Bush no, escluderei che abbia studiato qualcosa di utile. Voi che dite?

Seconda Voce – C’è un tizio, si chiama Paul Watzlawick, che ci ha messo in guardia: «Fra tutte le illusioni, la più pericolosa è credere che esista una sola realtà».

PV – Mmm… Paul Watzlawick, difficile a scrivere e a pronunciare, sì è lui quello che ha scritto: «Fra tutte le illusioni, la più pericolosa è credere che esista una sola realtà».

SV – «Fra tutte le illusioni, la più pericolosa è credere che esista una sola realtà».

PV – «Avanti sempre adagio», il filosofo tedesco Theodor Adorno intitolava così un suo appunto del 1946. «Correre per le strade esprime il terrore. Nel tentativo della vittima di sfuggire alla caduta è già imitato il suo stramazzare. Il portamento della testa che vorrebbe restar su, a galla, è quello di chi sta annegando, il viso teso somiglia alla smorfia del supplizio. pausa La dignità umana insisteva sul diritto al camminare, a un ritmo che non è estorto al corpo dal comando o dal terrore. Forse nel culto delle velocità tecniche così come nello sport si cela l’impulso a dominare il terrore della corsa allontanandolo dal proprio corpo e insieme superandolo…».

SV – Un ragazzo corre, si nasconde, ha paura. Sa che sta rischiando la vita. Noi lettori non sappiamo perché. Il racconto si intitola Le pre-persone cioè prima di essere persone, l’autore è Philip Dick: solo dopo qualche riga ci farà capire che il bimbo è terrorizzato perché il giorno dopo avrà un esame e dovrà risolvere un’equazione di secondo grado. Se non ce la farà i suoi genitori si arrabbieranno moltissimo. Cosa può esserci, si chiedono i lettori, di così spaventoso in un esame? Le ultime righe svelano il mistero: il ragazzo vive in una società dove si è deciso che la misura dell’umanità la stessa definizione legislativa di «un essere umano» è sapere risolvere equazioni di secondo grado. Chi non sa farlo, va eliminato. O meglio abortito perché, nel futuro possibile che Dick ha immaginato, è concesso abortire finché un essere umano non è “completo”, dunque sino a quando non risolve una equazione di secondo grado.

PV (attacca subito)Quanti di voi qui sotto sanno risolvere equazioni di secondo grado?

PV – Paura e desiderio sono da sempre i poli intorno ai quali noi esseri umani oscilliamo. Perché prevale l’una o l’altro? Dipende da culture e momenti storici, dalle esperienze personali, dalle scelte, dal carattere ma anche dall’immaginario individuale e collettivo. Dipende se qualcuno o qualcosa ci minaccia o se noi pensiamo che lo stia facendo. Dipende dalle vie che sappiamo costruire per uscire dal terrore.

SV – Di tutte le paure forse la più terribile è quella che non ci sia domani, nessun futuro.  (pausa) «E’ meglio una fine spaventosa o uno spavento senza fine?» si leggeva su un muro dell’università molti anni fa, credo fosse una frase di Jim Morrison…

PV (attacca subito) – Ma che cazzo di domanda, che alternativa sarebbe? Non ho altre scelte?

SV – Lo scrittore James Ballard ci spiega che in passato il mondo esterno era per noi la realtà mentre quello interno era il regno della fantasia, dell’immaginazione; ma oggi – dice Ballard – i ruoli si sono invertiti: il reale diventa show… soprattutto tv: Guerra del Golfo come videogames, marines che in Somalia ripetono lo sbarco perché le telecamere non erano ancora pronte a riprendere… (pausa) Il reale diventa show mentre l’immaginario – ciò che è interno a noi stessi – sempre più occupa il posto della realtà. Ballard ci sfida a capire che ormai sogni e incubi ci sembrano veri mentre la realtà sembra fiction.

PV – Alcaida esiste davvero? O è fiction come le armi inventate da Bush, Blair e soci per giustificare l’attacco all’Irak?

SV –  Ma le bombe sono scoppiate davvero in Irak come a Londra o a Madrid. Io ho paura. Voi avete paura?  (pausa) Il futuro è una paura permanente, globale, infinita?

PV – Chi non terrorizza si ammala di terrore, così cantava un ironico Fabrizio De Andrè. E’ solo questa la scelta che ci resta?  pausa Da 10 anni ci siamo lasciati alle spalle il  ‘900, il secolo dei grandi sogni (scv) e degli incubi più spaventosi. pausa «La cosa più inquietante» scriveva quell’Adorno che abbiamo incontrato prima, «è scoprire quanto i mostri ci assomigliano». E’ finito il breve secolo della scienza liberatrice mutatosi in gas, in armi, in fungo, in un tecno-vudù … tecnologia ovunque e per tutti ma incomprensibile, magica, vudù. Tecno-vudù. pausa Nel 1948 il francese Albert Camus ha scritto: «Il diciassettesimo secolo è stato il secolo delle matematiche, il diciottesimo quello delle scienze fisiche e il diciannovesimo secolo quello della biologia. Il nostro ventesimo secolo è il secolo della paura. Voi direte – è ancora Camus – questa non è una scienza. Ma, in primo luogo, la scienza c’entra qualcosa, perché i suoi ultimi progressi tecnici l’hanno portata a negare se stessa e perché le sue conseguenze pratiche minacciano la Terra intera della distruzione. Inoltre, se la paura in se stessa non può essere considerata una scienza, non vi è dubbio che essa sia perlomeno una tecnica».

SV – Paura che un futuro per l’umanità e per il pianeta Terra non siano più possibili: il tecno-vudù che uccide e che inquina ha reso pensabile il genocidio totale della razza umana, e il terra-cidio.

PV – Il genocidio, lo sterminio di tutta l’umanità. O forse solo – solo? – lo xenocidio, il genocidio dei diversi? pausa Ma diversi da chi? Lì sotto in seconda fila guardate il vostro vicino: è uguale, è simile o è comunque un po’ diverso… Hitler diceva: «Decido io chi è ebreo». pausa In futuro chi deciderà?

SV – Il futuro… (pausa) Può essere utile scrutare dentro quel magazzino di storie che nel ‘900 di solito fu definito fantascienza. (pausa) Se rendiamo visibili gli incubi che ci aspettano dietro l’angolo, forse troveremo il modo di affrontarli e vincerli. E se guardiamo da vicino i desideri forse costruiremo il sentiero per raggiungerli. In questo tentativo ci guiderà Philip Dick con l’aiuto di James Ballard e di Fredric Brown. I loro timori e le loro curiosità si incrociano con l’oggi e col più recente passato. Voci dal presente forse. (pausa) Voci dal futuro forse.

PV Ha scritto Umberto Saba. «In una casa dove uno si impicca, altri si ammazzano fra loro, altri si danno alla prostituzione o muoiono faticosamente di fame, altri ancora vengono avviati al carcere o al manicomio, si apre una porta e si vede una vecchia signora che suona – molto bene – il piano». Pausa Voi qui sotto abitate nella casa-mondo di cui ci parla Umberto Saba? Chi di noi, chi di voi è la vecchia signora che suona e chi invece gli altri del palazzo? Ha paura lei, la signora? E voi che siete ancora qui sotto quanta paura avete?

SV – Le bombe scoppiano in Irak come in Afghanistan. E poi?

PV – Io ho paura. E voi? (pausa) Il terrore è entrato anche nella stanza dove la vecchia signora suona – molto bene – il piano, la spinetta o quel che è. (pausa) Il futuro è paura permanente, globale, infinita? (pausa) Niente più piano. (pausa) Silenzio. (pausa)

SV – Ma il nostro terrore è reale o immaginario? Quanti sono gli 11 settembre che abbiamo conosciuto? Quanti sono quelli che esistono solamente nella nostra testa e invece quanti quelli che ignoriamo perché sono stati oscurati dalla memoria o ancor prima cancellati dalle notizie che non ci arrivano?

SV – Il futuro è già nel presente. E’ ancora lui, Philip Dick, a inquietarci: «I nostri ricordi sono spuri, come i ricordi dei sogni. Gli spazi vuoti vengono riempiti in retrospettiva. E falsificati».  Lo scriveva in un piccolo saggio, serio e ironico, intitolato Come costruire un universo che non cada a pezzi in due giorni. Leggiamo: «Se puoi controllare il significato delle parole, puoi controllare le persone che devono usare le parole»…

PV (attacca subito) – Parole come «guerra umanitaria»  Parole come «gli inglesi non hanno paura», una famosa baggianata di Tony Blair. Invece sì, gli inglesi hanno paura di morire. Come gli iracheni. (pausa) o gli italiani. Sapete perché in tutti gli accordi internazionali non si è mai riusciti a scrivere una definizione condivisa di “terrorismo”? Perché somiglia troppo alla guerra. E quelli che fanno le guerre non gradiscono. Così gli Stati Uniti hanno messo il veto. Controllate, se non mi credete: oggi non esiste alcuna definizione ufficiale di cos’è il terrorismo. Loro chiamano terrorismo volta per volta quello che fa comodo. Loro sono i potenti, e loro decidono il significato delle parole. Dei ricordi.

SV – «Non sono il solo ad avere falsi ricordi» dice il protagonista d’un racconto di Philip Dick.  Impiantare falsi ricordi… (pausa) E’ possibile? Dick: «Sono tecniche già sperimentate dall’istituto Pavlov di Mosca nel 1940»… (pausa) «A un uomo si può far credere qualsiasi cosa».

PV – Oppure i ricordi si possono selezionare. Voi avete sentito nominare Chechaouene? Ecco cosa scrive Sven Lindqvist nel Secolo delle bombe, un libro che è un labirinto di paura con 22 ingressi e, almeno in apparenza, nessuna uscita. (pausa) «A Chechaouene tutti conoscono Guernica. (pausa) A Guernica nessuno ha mai sentito parlare di Chechaouene. Eppure sono due città gemelle. Due piccole città arrampicate sui monti. L’una a pochi chilometri dalla costa settentrionale della Spagna, l’altra del Marocco. Sono entrambe molto antiche. Ed entrambe luoghi santi: Guernica ospita la quercia sacra del popolo basco, Chechaouene ospita la tomba sacra di Abdessalam Ben Mcich. Entrambe capitali: Guernica per i baschi, Chechaouene per il popolo jibala. Entrambe contavano circa seimila abitanti quando furono bombardate. (pausa) Guernica fu bombardata nel 1937 e Chechaouene nel 1925». (pausa) Furono entrambi attacchi crudeli, racconta Lindqvist, ma Guernica ebbe il suo Picasso e per questo ne ricordiamo l’orrore; invece Chechaouene non trovò il suo Picasso (pausa) o forse sì, e noi non lo sappiamo. Oppure – insinua Lindqvist – la ragione di questa dimenticanza è un’altra: a Guernica c’erano europei (pausa) e in Marocco no. (pausa) In Africa abitano bestie selvagge. Non hanno storia, non hanno Picasso, non hanno paura o coraggio. (pausa) O almeno molti la pensano così, qui in Occidente, a due passi da dove siete seduti ora. Voi no, non la pensate così, vero? O sì?

SV (attacca subito) –  No, no, forse un tempo era così. Ma non lo è più. Ora le guerre fanno orrore a tutti e ovunque. (pausa) Ma allora perché qualche guerra rimane? (pausa) Vediamo se ci aiuta a capirlo un racconto di James Ballard. Si intitola Febbre di guerra. (pausa) Siamo in un futuro vicinissimo, quasi un presente. (pausa) A Beirut. (pausa) Parlano solo le armi, di tutti contro tutti. C’è chi sogna un “cessate il fuoco”. Anzi sembra che molti lo vogliano. Se il mondo è in pace, perché solo a Beirut si spara? (pausa) Ma finalmente ecco la tregua. (pausa) Qualcuno però rompe la tregua. Al protagonista del racconto, Ryan, tocca scoprire la verità.

SV – La verità è che sono le Nazioni Unite a rompere la tregua. Perché? (pausa) Ascoltate. Lo spiega il dottor Edwards delle Nazioni Unite. (pausa) «Ti dirò tutto Ryan. Hai sentito parlare d’una terribile malattia chiamata vaiolo? Cinquant’anni fa l’Organizzazione mondiale della sanità lanciò una grande campagna per eliminare il vaiolo. (pausa) Alla fine lo fecero scomparire dalla Terra. (pausa) Ma il virus del vaiolo muta costantemente. E noi dobbiamo aggiornare i nostri vaccini. Così l’Organizzazione mondiale della sanità ebbe cura di non eliminare del tutto la malattia. (pausa) Ha permesso deliberatamente che il vaiolo attecchisse in un remoto angolo del terzo mondo, in modo da tenere d’occhio l’evolversi della malattia pausa Qui a Beirut si sta facendo lo stesso (scv): si studia il virus della guerra. (pausa) Sino in fondo».

PV (attacca subito)Non può essere, è solo una fantasia di Ballard e poi…

SV (attacca subito)Aspetta, ascolta come finisce il racconto. Dopo aver sentito la rivelazione, Ryan, l’uomo che aveva lavorato per la tregua, dice: «Non sino in fondo, dottor Edwards» e alza la canna del fucile contro di lui. Perché – pensa Ryan – «c’è un mondo fuori di Beirut, un laboratorio ben più grande».

PV – Ma quando ha scritto questo racconto Ballard? E cosa vuol dire? Che le guerre limitate ci sono sfuggite di mano? Che quel Bin Laden creato, finanziato e armato dagli Usa per combattere i russi in Afghanistan è..

SV (attacca subito) – Il racconto è stato scritto nel 1989. Cosa vuol dire? (pausa) Non lo so. (pausa) Decidilo tu (pausa) Decidetelo voi.  Io non lo so, forse è solo fantascienza…

Qui si chiude la prima parte; beh se volete sapere come va a finire… vi tocca invitarmi (eh-eh). Il testo è stato scritto nel 2005, messo in scena una dozzina di volte e più volte aggiornato. Strada facendo, ho pensato che queste due voci ragionavano solo sulle paure degli uomini, così con l’aiuto di un’amica – che vuol restare anonima- ne ho scritto una versione dove i timori maschili si incontrano/scontrano con quelli femminili. Mi piacerebbe farne una terza variante con le paure di chi è esule, migrante … magari in un Paese – come l’Italia di oggi – dove il sospetto e l’ostilità grondano da ogni sguardo o quasi.

Se per caso volete aiutarmi a portarlo da qualche parte… grazie: aggiungo che dura circa 40 minuti (oppure 60 se è possibile avere la musica dal vivo o utilizzare un nastro, previo accordo con i vampiri della Siae; ho detto vampiri e lo ribadisco). Tecnicamente servono solo due voci, le luci  e un minimo di spazio sul palcoscenico.

Redazione
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Un commento

  • Poco fa, dopo aver ricevuto, attraverso Alessandro Taddei, notizie dal Libano, rileggevo qui la mia (parzialissima) rielaborazione di FEBBRE DI GUERRA, il racconto di James Ballard. Ricordo che in un dibattito anni fa qualcuno “svillaneggiò” al solito la fantascienza “catastrofista” dicendo che l’idea di “conservare il virus” poteva venire solo a un demente, bla-bla. Naturalmente invece sia i laboratori degli Usa che quelli dell’allora Urss hanno conservato alcuni ceppi del vaiolo; ed è ben noto a chiunque segua, con un minimo di attenzione, le riviste scientifiche… o le analisi militari. Perchè militari? Se volete credere che il vaiolo sia conservato per gkli scopi più nobili… siete liberissime/i di farlo ma l’esperienza ci insegna che le super-potenze sono assai più interessate alle armi che al bene dell’umanità. Ho visto per caso su “Repubblica” (che di solito evito) del 20 gennaio una pagina che titolava appunto: “Vaiolo, conserviamo il virus: ci salverà dal bioterrorismo” dove si spiegava: l’Oms, ciolè l’Organizzazione mondiale della sanità, vorrebbe distruggere i ceppi consevati ma alcuni (“Repubblica” cita Kenneth Bernard, un consulente alla Casa Bianca di Clinton e poi di Bush dunque sss, super-santo-saggio) dicono che possono “ancora essere utili all’umanitrà”. Come sempre il problema è chi controlla i controllori. (db, 28-01-2011)

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