«Itineranza. Dal terzomondismo alla decrescita»

  recensione di Alberto Melandri a «L’economia è una menzogna» – edito da Bollati Boringhieri nel 2014 – di Serge Latouche (*)

AlbertoMelandri-LIBROLatouche

In questo libro l’economista e filosofo francese Serge Latouche, considerato uno dei padri della teoria della «decrescita», viene intervistato da tre studiosi: l’economista Didier Harpagès, il filosofo dell’urbano Thierry Paquot, e Daniele Pepino del Gruppo Abele.

Il titolo dell’edizione italiana è diverso da quello originario francese, molto distaccato («Itineranza. Dal terzomondismo alla decrescita») e legato al percorso intellettuale ed esistenziale dell’autore. Il titolo scelto dalla B&B è invece molto più provocatorio e forse va anche un po’ oltre le intenzioni di Latouche che nel testo parla di «invenzione dell’economia» più che di menzogna: «L’economia non ha niente di naturale, ma […] è stata inventata. Gli animali non hanno economia, e neppure gli uomini, almeno fino al neolitico». L’intento dell’autore è contribuire alla decolonizzazione del nostro immaginario e del nostro linguaggio, per «demercificare quantomeno una parte della realtà» liberandoci dalla condanna a cui il sistema ci ha costretti ad abituarci, quella di considerare l’inevitabilità di rapporti “mercificati” fra esseri umani.

Certo, afferma Latouche, «se un certo livello di sicurezza economica è essenziale, la felicità dipende molto di più dalla qualità delle relazioni sociali che si hanno». Quindi viene citato il cosiddetto “paradosso di Easterlin” così denominato dall’economista statunitense che ha dimostrato «come il livello di felicità delle persone non cresca in funzione del PIL».

Latouche racconta come le sue prime esperienze di studio fuori dalla Francia gli hanno fatto incontrare nel Laos «società che stavano al di fuori dallo sviluppo» ma i cui abitanti […] erano incredibilmente felici, o meglio relativamente felici […] erano festosi e lavoravano molto poco» e nel Senegal forme di “società informale” in cui gli esclusi «reinventano legami sociali» stando fuori dall’economia «con il riciclaggio e il recupero degli scarti».

A queste esperienze si sono aggiunti poi gli stimoli provenienti da Ivan Illich, da Cornelius Castoriadis e da Nicholas Georgescu- Roegen («Una crescita infinita è incompatibile con un pianeta finito») ma anche da tutte le forme di saggezza antiche «basate sulla capacità di autolimitarsi» come stoicismo ed epicureismo, buddismo o come le sapienze africana e amerindiana. Così si è delineato meglio, con il tempo, il progetto della società della decrescita, che si presenta come «un orizzonte di senso, un progetto che non sarà mai interamente realizzato», un “progetto sociale, o meglio di società” dice Latouche : «Si tratta di trasformare la società, non di prendere il potere».

«L’idea è piuttosto di creare un forte movimento di contropotere che non cerca di prendere il potere, ma vuole imporre al potere, quale che sia […] di andare nella direzione del rispetto degli ecosistemi, […] della volontà popolare, della democrazia, di una vera democrazia di base». Analogamente già il 1 gennaio 1994 aveva dichiarato nel Chiapas messicano il subcomandante Marcos, leader del movimento neozapatista : «Noi non vogliamo prendere il potere, perché sappiamo per esperienza che, se prendessimo il potere, saremmo catturati dal potere».

La Decrescita si contrappone decisamente sia al progetto dell’austerità, sostenuta dalla destra europea, sia alla scommessa della crescita, fatto proprio dalle sinistre. Dice Latouche : «Oggi la crescita non è più possibile, e neppure desiderabile. Il nostro pianeta non può sopportare altra crescita. Abbiamo inquinato tutto: l’aria, l’acqua, il suolo. Inoltre la crescita […] non crea neppure occupazione». I capisaldi della decrescita sono la rilocalizzazione, la ristrutturazione e la riconversione ecologica e la riduzione dell’orario di lavoro (“lavorare meno per lavorare tutti”). Gli «obiettori della crescita» non si oppongono a ogni tipo di crescita: vogliono la crescita della qualità dell’acqua, del cibo, dell’aria e delle relazioni umane, perché, come afferma un proverbio wolof «E’ povero chi non ha nessuno».

Ci sono nel mondo moltissime esperienze che dimostrano come si possano realizzare, già qui e ora, dei pezzi di società della decrescita, come le transition towns, diffuse dal movimento della transizione di Rob Hopkins; inoltre sia in Cina che in Giappone, soprattutto dopo Fukushima, si stanno studiando soluzioni che si ispirano ai princìpi della decrescita. Latouche è quindi, anche se cautamente, ottimista e verso la fine della seconda intervista cita uno dei temi su cui insiste di più: l’opposizione alla obsolescenza programmata dei beni di consumo tecnologici. E ricorda un esempio: il giorno di Natale del 1924, i rappresentanti dei maggiori produttori mondiali di lampadine decisero, incontrandosi a Ginevra, che la vita di una lampadina non poteva superare le mille ore di luce, introducendo nei loro prodotti un difetto che prima non esisteva, dato che praticamente le lampadine erano pressoché eterne; a testimoniare questo fatto Latouche ricorda che nella caserma dei pompieri di Livermore, in California, fa ancora luce a tutt’oggi una lampadina del 1912, fabbricata prima delle modifiche peggiorative del 1924. Livermore potrebbe diventare un simbolo internazionale della società della decrescita.

(*) Alberto Melandri è del Cies Ferrara e di Pontegradella in transizione

 

Redazione
La redazione della bottega è composta da Daniele Barbieri e da chi in via del tutto libera, gratuita e volontaria contribuisce con contenuti, informazioni e opinioni.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *