La bellezza imposta alle donne

Riprendo da “lunanuvola“, il blog di Maria G. Di Rienzo, l’estratto di un’intervista a Jessica Lagunas (da “The Daily Femme”, del 21.3.2011) nella traduzione di Maria G. Di Rienzo.

Jessica Lagunas è nata in Nicaragua ed è cresciuta in Guatemala, dove ha studiato grafica e design. Attraverso una varietà di media – installazioni, video, dipinti, scrittura – esplora la condizione delle donne nella società odierna, soprattutto l’ossessione per l’immagine corporea e per la bellezza.Le tue “video performance” e le installazioni artistiche mandano un messaggio femminista molto forte. Cosa ti ha condotta a queste particolari forme d’arte e al femminismo?

Crescere in Guatemala mi ha esposto alle diseguaglianze di genere ed all’ingiustizia verso le donne, ma all’inizio non sapevo molto del femminismo. Quando mi trasferii a New York con mio marito divenni più cosciente rispetto ad esso; la mia conoscenza del femminismo era empirica, da autodidatta. In quel periodo lessi un gran numero di libri, tutto quel che trovavo, in modo disorganizzato, ed ebbi l’opportunità di assistere a conferenze di Gloria Steinem e di Naomi Wolf, il cui libro “Il mito della bellezza” ebbe un’enorme influenza sui miei primi lavori. Nelle mie opere sono interessata a guardare all’interno, per scoprire parti di me stessa in modo onesto e rispettoso, e diventare una persona migliore. Uso mezzi differenti, come le installazioni, i video, i ricami, i collage, cerco il media con cui l’idea verrà rappresentata meglio.

Ispirandoti alla favola di “Cappuccetto Rosso” hai prodotto una serie di quattro video in cui continuamente ed in modo esagerato ti metti il mascara, e lo smalto per le unghie, e il rossetto, e ti depili il pube. Cosa puoi dirci al proposito?

Voglio indagare l’ossessione delle donne per la loro immagine e i loro corpi. Uso l’esagerazione in modo molto consapevole, per mostrare l’assurdità della pressione che la società esercita su di noi affinché si appaia in un certo modo. Non sarebbe stato lo stesso, nei video, se avessi usato una quantità “normale” di trucco. Attraverso la ripetizione dei gesti volevo mettere in questione il potere della seduzione che si suppone sia dato dal truccarsi. Quando vedi l’enorme ammontare di immagini di donne dovunque, dai cartelloni alle facciate degli edifici, in ogni tipo di pubblicità, capisci che la pressione sulle donne perché siano desiderabili e si curino della loro apparenza arriva ad ossessionarle. E la pressione non viene solo da quel che si vede nelle riviste, in televisione e online, ma anche dalle famiglie, dagli amici e, ironicamente, dalle donne stesse. L’immagine ipersessualizzata della donna proiettata dai media è del tutto irreale, pure è diventata lo “standard” della bellezza. Mi sono chiesta quante donne sono cresciute considerando questo un ideale e credendo che si tratti del solo aspetto accettabile.

Ho usato il mio corpo perché sentivo che era il media migliore per esprimere l’idea dell’ossessione. Mi piace fare da me le performance perché attraverso queste esperienze imparo molte cose su me stessa, e perché mi aiutano a maneggiare e risolvere cose di cui sono curiosa. La maggior parte delle volte – in modo inaspettato – la mia attitudine o la mia visione dell’istanza di cui mi occupo nelle performance cambia. Per quanto riguarda questi video, il risultato è che ho smesso completamente di usare cosmetici. Ne sono disgustata.

C’è movimento femminista nell’arte e nella società guatemalteche, e come si manifesta?

Mi è difficile dirlo, perché manco dal paese da nove anni. Resto in contatto tramite le amiche, internet. Non penso tuttavia vi sia un movimento femminista nell’arte in Guatemala, piuttosto ci sono gruppi come “Lesbiradas”, un collettivo di donne lesbiche che però sono più attiviste sociali, e c’è “La Cuerda”, un quotidiano femminista che ha circa 12/13 anni e vende 20.000 copie. Ci sono alcune femministe che hanno spazi nei giornali locali e il cui focus sono i diritti umani delle donne. La violenza e l’oppressione, anche se non le soffri personalmente, sono cose che in Guatemala vedi e senti tutti i giorni, sempre attorno a te; non vedi e senti solo amiche o conoscenti, proprio le donne in generale. Accade a tutti i livelli della società.

Il tuo ultimo lavoro, “Storie intime”, è un libro che raccoglie i 25 racconti scritti da donne delle tua famiglia sulle loro prime esperienze relative alle mestruazioni. Perché questo particolare argomento era importante per te e cosa vuoi mostrare con questi racconti?

Principalmente, volevo onorare le donne della mia famiglia che hanno condiviso le loro storie sulle prime mestruazioni, in special modo entrambe le mie nonne che sono state molto generose nell’aprirsi. Con questo progetto volevo anche dar voce alle storie dimenticate, o “vergognose”, che ci viene richiesto di tacere. Mentre facevo ricerche sulle mestruazioni, parlandone con una delle mie nonne notai immediatamente che discuterne la metteva a disagio, perciò le chiesi di scrivere. La sua lettera fu così rivelatrice, e la sua esperienza era stata così diversa dalla mia, che chiesi a mia madre e all’altra nonna di fare lo stesso. Ciò che scrissero era talmente sorprendente, soprattutto l’ignoranza altrui che circondava alcuni aspetti di ciò che stava accadendo loro, che fui spinta a fare la stessa richiesta alle mie zie, e alle cugine, e alle nipoti, per scoprire come gli assetti culturali e geografici avevano influenzato le loro esperienze. E per quanto l’argomento sia tabù, tutte si prestarono in modo volonteroso.

Dopo aver letto le loro lettere, ho capito che i loro ricordi e sentimenti non erano mai stati menzionati, e che tutte ci siamo sentite parecchio sole in questo viaggio. Desidero che la prossima generazione della nostra famiglia non si senta così: il progetto è dedicato a loro, di modo che possano avere le nostre voci ed il nostro sostegno, e sapere che le mestruazioni sono un’esperienza naturale della vita di una donna. Ricordo ancora un paio di lettere le cui autrici pensavano che avrebbero sanguinato a morte… Attraverso il progetto sono anche interessata a che uomini e donne comincino a dialogare sull’argomento, di modo che il tabù si rompa.

Tu hai detto: L’intento della mia arte è che le donne, guardandola, diventino più consapevoli. Per me, è la cosa più importante. In che modo il tuo lavoro raggiunge questo scopo?

Mi piacerebbe che le donne pensassero criticamente a perché fanno quel che fanno. Spero che il mio lavoro, a qualche livello, le renda più consce di se stesse. Voglio che la mia arte sia uno specchio per le donne, in cui possano guardarsi onestamente. Forse vedranno qualcosa di diverso da quel che era stato insegnato loro, forse rideranno o piangeranno guardando l’immagine riflessa, forse si sentiranno più forti e agiranno. Questo momento di autocoscienza, l’essere consapevoli rispetto ad un’istanza o una situazione, o vedere le cose in modo diverso: questo è quel che mi interessa, perché dopo si ha il potere di scegliere. Vorrei sottolineare che io non sono contraria all’essere “femminili” o al vestirsi bene per qualche occasione speciale: sono contraria all’ossessione per l’immagine ed alle insicurezze che essa causa, al metterci due ore per riuscire ad uscire di casa, al non andare alla festa dell’amica perché non abbiamo un vestito abbastanza bello, al rimuginare costantemente su come “mettere a posto” il nostro corpo. Ho perso il conto delle donne che mi hanno detto: “Mi ricordo dei tuoi video ogni volta che uso del trucco.” E’ il miglior complimento che potessero farmi.

Redazione
La redazione della bottega è composta da Daniele Barbieri e da chi in via del tutto libera, gratuita e volontaria contribuisce con contenuti, informazioni e opinioni.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.