La città dolente e il ritorno degli antichi dèi

Nei larghi spazi fra vita e morte, negli stretti vicoli fra pioggia e Genova: recensione a «Dolce autunno a Morutri» (editore Tabula Fati: 72 pagine per 7 euri) di Claudio Asciuti  

Due storie che con sapienza si mescolano. In entrambe è la confusione fra vita e morte a dominare. C’è naturalmente un nesso fra le vicende che però si intuisce solo in parte e alla fine arriva la sorpresa nonché… la presa d’atto che no-no-no, non siamo dalle parti della fantascienza. Del resto Claudio Asciuti da sempre si muove aggrappandosi ai tanti rami del fantastico, là dove intravede frutti più ghiotti.

«Dolce autunno a Morutri» scorre benissimo nonostante lo sconcerto iniziale di chi legge se è abituato alle maiuscole dopo il punto e a un uso del trattino come inciso anziché come sospensione del passaggio narrativo.

La piccola Livia sta guardando le foto dell’alluvione a Genova del 2011 in compagnia di Stellaria, il suo «meccano». Dopo oltre 100 anni quella città è finita chissà dove. Molte le domande di Livia e Stellaria non può, anzi non deve, rispondere; spetta ai genitori della bimba. E’ il momento che Livia acceda alla «Città Dolente».

Dopo che la Morpol, cioè la Polizia Mortuaria, ha controllato che nulla disturbi la visita, Livia e suo padre Julius entrano, alla ricerca dell’avo Quirino, figlio del Grande Antico che fu libraio, donnaiolo e ozioso di professione. Per arrivare a lui bisognerà immergersi nell’Area Intermedia dell’Esperienza incontrando Viventi, Pa (persone artificiali) e Pnu (persone non umane, come gli animali). «L’emivita non riconcilia al passato». L’avo è fra quelli che restano in «uno stato di non esistenza, in una specie di continuo girovagare per le città dell’universo senza mai decidere dove stare, fino a quando non ci richiamate in vita». Avete notato quel «le città dell’universo»? Anche Livia, che infatti chiede ma io non posso mica raccontarvi tutto: sono un recensore non una spia.

La seconda storia è pioggia, pioggia, pioggia, pioggia, pioggia dentro la Genova che i suoi abitanti non amavano: «il loro sogno è la cementificazione, estirpazione dell’ultimo filo d’erba… a filo del mondo sub-lunare». Dentro l’alluvione ma più non si può dire. «La città a leccarsi le ferite…vicoli, piazzette, creuze e i caruggi». Per me meglio i «Carmina Burana» che D’annunzio; bene ovviamente Euridice (come non amarla sempre in terra o nell’Ade?); benissimo l’accenno ai «soldati di catrame» (almeno per chi ha letto l’omonimo romanzo di Serge Brussolo); male «la bandiera italiana con un’aquila nera al centro» che da noi ricorda troppo quella della Rsi (a me prende un colpo persino quando vedo quelle albanesi).

Un viaggio necessario quello nella «Città dei morti, l’Hades, la città dolente, il Paese dell’ombra, l’Oltremondo, il Mondo immaginario, il Mondo altro, l’altro regno, puoi chiamarlo con tutti i nomi che vuoi ma sempre di morte si tratta». E’ solo il quartiere accanto scherzano in America latina. Oppure no, dietro l’angolo si incontra «l’Area intermedia della vita, è un luogo che trapassa dalla vita alla morte ma comunque l’emivita non è vivere». Ma forse Asciuti vi sta ingannando e io con lui.

 

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