La classifica dei lettori: il rapporto di…

«Reporter Sans frontières» e la disinformazione diffusa nel Paese a forma di stivale.
di Gianluca Cicinelli


Dopo Gambia e Moldavia, di poco sopra la Nigeria. Ha destato “stupore” e costernazione lo scivolamento dell’Italia al cinquantottesimo posto nella classifica che
Reporters sans frontières dedica ogni anno alla libertà di stampa nel mondo. Diciassette posizioni al di sotto del già misero quarantunesimo posto rimediato lo scorso anno. Intendiamoci, i criteri per stilare la classifica (quadro normativo e contesti politico, economico, socioculturale, di sicurezza) possono essere discussi ma la tendenza non lascia spazio a dubbi sul declino dell’informazione italiana.
Va anche detto che se i lettori – un aspetto del problema per la stampa italiana di cui nessuno parla nella paura di perdere anche i pochi rimasti – leggessero anche l’articolo oltre al titolo, saprebbero che l’Italia con un punteggio medio di 68.16 si trova nella fascia «soddisfacente». Ma l’indice del declino è chiaro, perchè lo scorso anno la situazione era sì soddisfacente, ma con un punteggio medio di 76,61.
Versata la dose di cattiveria quotidiana sui giornalisti italiani (quasi tutti) e il loro servilismo verso il potere, siamo adesso con la coscienza tranquilla. Possiamo quindi cominciare a entrare nel merito del lettore italiano, perchè la categoria dei lettori, con la sua scarsa qualità culturale media, gioca un ruolo importante nel degrado del giornalismo.
I dati Istat sulla cultura ci dicono che fra il 2011 e il 2016 l’Italia ha perso tre milioni e trecentomila lettori di libri, soprattutto fra i giovani: insomma il 60% degli italiani non legge. Forse è per questo che al “lettore” italiano piacciono tanto quei programmi spacciati per giornalistici, in cui un intervistatore aspetta alle due di notte sotto casa un politico per chiedergli la capitale dell’Ossezia del sud e quando quello non risponde tu godi, perchè pensi che sei ignorante come lui ma ti assolvi perchè lui guadagna dieci volte il tuo stipendio. Il “lettore medio” preferisce i programmi finto giornalistici in cui i conduttori fanno le faccette buffe quando parlano gli ospiti, deridendoli e rendendo inutili le risposte.
Sul totale della popolazione, secondo una ricerca di Audipress del 2019, si interessano all’informazione da un massimo del 17,7% dei cittadini in Lombardia sino al minimo del 4,9% in Sicilia. Su 8,6 milioni di studenti soltanto 1 milione ha qualche interesse per l’informazione. Tra le persone classificate per titolo di studio come “intellettuali”, in quanto laureate – complessivamente circa 5 milioni – sono in 3 milioni a dichiarare di non avere alcun interesse verso l’informazione.
Siccome i dati Audipress sono del 2019, sarebbe lecito pensare che a causa delle lunghe quarantene imposte successivamente a quel periodo dal covid siano aumentati i lettori d’informazione, almeno quella online. Secondo una ricerca dell’Osservatorio News-Italia il 34% degli italiani apprende informazioni da Facebook e Twitter. Fra questi però, ci racconta un’altra ricerca di Inria, il 59% non clicca sul link che porta all’articolo, i lettori basano quindi le loro informazioni sui titoli e qualche volta sul sommario visibile sotto al link ma non sul testo. Dunque rilanciano e commentano l’articolo senza averlo letto, quindi non per quello che scrive ma per quello che credono dica. Il Censis-Ital Communications nel 2021 calcola in quattro milioni e mezzo gli italiani che si informano solo sui social network e che sono quindi più esposti alle fake news.
Il lettore è dunque come minimo corresponsabile della
mondezza che circola in Italia sotto il nome d’informazione. Se i lettori si sforzassero di accedere a più fonti, privilegiando e pretendendo più fatti e meno opinioni, formandosi quindi un’opinione e non rifugiandosi nelle opinioni altrui, uscendo dalla logica binaria di doversi schierare anzichè approfondire i fatti, avrebbero diritto di ritenersi migliori di chi produce l’informazione.
La realtà al contrario ci dice che ad avere un seguito importante in termini di numeri sono gossip e spettacolo oltrechè quei programmi spacciati per giornalismo di cui parlavamo sopra: gli intervistatori di citofoni, il trapezista della vita (soltanto i cazzotti che gli danno gli spacciatori lo trasformano in “giornalista d’inchiesta”) e quelle telerisse in cui è impossibile persino distinguere le parole ma si chiamano talk-show.
I pessimi lettori italiani hanno la pessima informazione che cercano. Il che non significa un’assoluzione dalle loro responsabilità per i giornalisti, piuttosto una chiamata di correo. Nel momento in cui lo strumento digitale ha offerto al lettore la possibilità di commentare direttamente gli articoli si è dimostrato come i commenti in calce agli stessi di tutto parlino meno che del contenuto dell’articolo, al punto che i giornali più presenti in rete – «Il Fatto Quotidiano» su tutti – sono stati costretti a limitare il numero di commenti settimanali per singolo lettore. Un report dell’American Press Institute dello scorso anno suggerisce a giornalisti e lettori la necessità di ricominciare da zero nell’alfabetizzazione dell’informazione.
Se è vero che un giornalismo migliore rende i lettori migliori è altrettanto realistico affermare che lettori più informati costringerebbero i giornalisti a un minimo di decenza.

L’IMMAGINE è stata scelta dalla “bottega” … senza avvisare Cicinelli che per qualche ora è stato “irraggiungibile” (speriamo gli piaccia nonostante la parzialità: l’informazione prodotta dall’impero Usa infatti è solo un aspetto del problema). Per noi è un modo di ricordare l’amico e compagno, Enzo Apicella – vignettista, designer, pittore e giornalista sempre controcorrente – che se n’è andato nel 2018.

 

ciuoti

3 commenti

  • Gian Marco Martignoni

    Per chi a suo tempo( 2004 ) aveva letto il libro ” La Cultura degli italiani ” del compianto Tullio De Mauro nulla di nuovo sotto il sole : la fotografia tracciata dal’insigne linguista era tragica, e a distanza di quasi un ventennio tende ulteriormente a peggiorare. Purtroppo i fattori sono molteplici, e per elencarli tutti ci vorrebbe uno sforzo corale.Sul fatto che molti laureati e laureate non leggano un libro è un dato indubitabile, che ho riscontrato anche personalmente. Nelle edicole il crollo della vendita dei quotidiani è brutale.Solo che ad esempio nel tradatese, ove abito, in edicola si trova al venerdì ” La Settimana ” che va letteralmente a ruba.Un settimanale in cui il mondo viene guardato dal buco della serratura, ancor peggio della storica e provinciale ” La Prealpina ” .Sono poi sorti tante testate on-line, come ad esempio Varesenews, utili per le informazioni locali, ma per forza di cose ristrette sul piano della visuale globale.Se poi consideriamo che nelle riunioni sindacali di giornali sfogliati se ne vedono ben pochi, non da oggi, poichè la stragrande maggioranza delle persone è catturata sul piano dell’attenzione dal suo smartphone, c’è da rabbrividire. In quanto ai libri, se si eccettua la platea dei lettori forti, la situazione è quella ben descritta da Cicinelli., che ringrazio per la stimolante riflessione.

    • Gianluca Cicinelli

      Grazie a te per l’interessante aggiunta. Pensa che paradossalmente le testate online di maggior successo in numeri di lettori, nell’era del villaggio globale, sono proprio quelle locali

  • Gian Marco Martignoni

    Infatti, Varesenews è stata una delle prime testate on-line con una platea di accessi più che sbalorditiva sul piano nazionale.Da qualche tempo le testate on-line hanno promosso una loro associazione, e Varesenews anche quest’anno organizzerà il Festival del giornalismo digitale ” Glocal ” il 10-12 novembre, con relatori di alto livello sulla tematica dei limiti. Ovviamente Varesenews ha scalzato alla grande La Prealpina, quotidiano cartaceo storico della provincia, proprio per un problema ben chiaro di differenze generazionali.Ma rimane nodale la questione dell’abbassamento della qualità del nostro giornalismo ( on-line e cartaceo ).

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