La donna della profezia Wampanoag

di Maria G. Di Rienzo

Cinquecento anni or sono, gli indiani americani Wampanoag ricevettero una profezia: la loro lingua sarebbe scomparsa, ma un loro gruppo avrebbe lasciato le zone del New England e avrebbe portato a est una pipa contenente lo spirito della lingua Wampanoag. Infine, diceva ancora la profezia, una donna nell’est avrebbe dato il benvenuto allo spirito di quel linguaggio.

Nella seconda metà del 1600 la popolazione Wampanoag nel sudest del New England si era ridotta del 90%, a circa 12.000 individui, come risultato delle malattie diffusesi tramite il contatto con i primi mercanti inglesi. Alla fine del secolo, grazie alla guerra, erano ulteriormente diminuiti, ma i sopravvissuti erano assai resistenti e nonostante fossero cristianizzati a forza e costretti a vivere nelle cosiddette «città da preghiera», privatamente continuarono a praticare le proprie usanze e non dimenticarono ne’ la loro identità ne’ la profezia. La lingua però svanì gradatamente e la prima parte della profezia si realizzò a metà del 19° secolo: non esistevano più persone che parlavano il Wampanoag. La seconda parte dovette aspettare il secolo successivo.

Jessie Piccola Cerva (lei scrive il suo nome senza maiuscole, ma di sicuro mi perdonerà se per questa volta mi attengo alle regole della mia lingua) sposata con Jason Baird, era una giovane madre di poco più di venticinque anni quando cominciò a fare strani sogni. Vedeva persone sconosciute che le sembravano familiari e anche persone che conosceva, ma tutte le parlavano dicendo cose incomprensibili. Un giorno, mentre guidava l’auto sulla strada principale di Cape Cod, la sua attenzione si concentro sui nomi delle vie laterali che vedeva scorrere. Qualcosa scattò: Jessie sapeva già che molti di quei nomi erano parole Wampanoag, ma ora capiva che le parole udite nei suoi sogni avevano lo stesso suono. «I sogni infine avevano significato» ricorda Jessie: «Li interpretai come una chiamata da parte degli antenati, che chiedevano se le comunità Wampanoag contemporanee fossero pronte a riavere la propria lingua». L’entusiasmo di due comunità da lei contattate e degli studiosi di linguistica del Massachusetts Institute of Technology (Mit) – che le offrirono una borsa di studio come ricercatrice – fornirono a Jessie l’energia necessaria: per i successivi quattro anni, continuando a crescere quattro figli piccoli, seguì corsi universitari e collaborò con il linguista del Mit Kenneth Hale.

L’obiettivo di rivitalizzare la lingua Wampanoag fu facilitato dal fatto che di essa esistevano testi scritti, fra cui una Bibbia, lettere, documenti pubblici: fu infatti il primo linguaggio nativo a usare un sistema di scrittura alfabetico. Jessie era affascinata da tutta la conoscenza che giaceva sepolta nella lingua. «Per esempio, nel periodo in cui la nave Mayflower (quella dei Padri Pellegrini) arrivò alla Baia di Plymouth, Galileo se la vedeva con l’Inquisizione per aver detto che la Terra gira intorno al Sole. Se qualcuno lo avesse chiesto ai Wampanoag dell’epoca, essi avrebbero risposto che l’atteggiamento dell’Inquisizione era assurdo: la scoperta di Galileo era da lungo tempo un’ovvietà, per loro. La risposta era proprio nella lingua Wampanoag, i cui sostantivi sono divisi in animati e inanimati. Un oggetto animato è definito da molte diverse caratteristiche, inclusa quella di muoversi indipendentemente. In Wampanoag, il Sole è inanimato e la Terra animata». Tutto quel che Jessie imparava lo condivideva con le comunità Wampanoag, allo scopo di riportare la lingua nella vita di ogni giorno. Gli ostacoli che incontrava, nonostante la buona volontà dei suoi “studenti” sembravano infiniti: dalla povertà all’analfabetismo alla dislessia, Jessie li ha abbattuti tutti. Ha riformulato costantemente i moduli d’insegnamento adattandoli alle varie situazioni; ha fatto in modo che ogni persona, salito un gradino nella conoscenza della lingua, diventasse insegnante per un gruppo di altri; è stata la scintilla e l’ispiratrice per l’attivismo sociale rinato nei Wampanoag. Jessie e suo marito Jason stanno crescendo l’ultima figlia (che oggi ha otto anni) con il Wampanoag come lingua madre. Mae Alice, questo è il suo nome, è la prima parlante nativa della lingua Wampanoag da sette generazioni.

Qualche anno fa, un gruppo di indiani Delaware fece visita alla comunità Wampanoag di Mashpee dove Jessie e la sua famiglia vivono. La loro lingua fa parte della stessa famiglia algonchina del Wampanoag. Quando il Capo Delaware cominciò a parlarle nella propria lingua, Jessie fu deliziata dallo scoprire che lo capiva. Il Capo l’aiutò a ordinare le complesse strutture grammaticali che i due idiomi hanno in comune. Poi le disse il vero scopo della loro visita: volevano discutere con lei secoli di storia condivisa e portare a casa una pipa.

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