Le giovani talpe vedono benissimo…

mentre i grandi media hanno le gambe corte. Riflessioni intorno a «Irriverenti e libere: femminismi nel nuovo millennio» – Editori Internazionali Riuniti: 224 pagine per 16 euri – di Barbara Bonomi Romagnoli (*)

«Le persone istupidiscono all’ingrosso e rinsaviscono al dettaglio». La frase di Wislawa Szymborska serve a Barbara Romagnoli per

introdurre «Sì, siamo femministe», uno degli ultimi capitoli del suo libro. Quel dettaglio si chiamava – nel caso del femminismo anni ’70 – autocoscienza, partire da sé, capire la politicità del personale: «la presa di coscienza da parte delle donne di se stesse, del loro corpo, della loro esistenza». Ma da allora oggi molto è cambiato, quel “dettaglio” vale ancora? Sì, risponde l’autrice, con una lunga citazione del collettivo Femminile Plurale dove fra l’altro si legge: «non abbiamo più bisogno di odiare gli uomini ma altrettanto certamente abbiamo bisogno di diventare consapevoli del fatto che il nostro personale, ancora una volta, ha una forte e irrinunciabile valenza politica». Nei ringraziamenti finali Barbara Romagnoli (che era in culla mentre «le nuove streghe» invadevano le piazze e i guanciali) scrive: «attorno ai 20 anni ho incontrato il femminismo e ho cambiato decisamente strada». Due conti: i 20 anni di Barbara coincidono con la scesa in campo di Berlusconi che sarà seguita da una nuova, disgustosa esibizione di maschiocentrismo. Eppure sui media italiani dagli anni ’70 in poi le femministe non risultano quasi mai, tanto che si potrebbe credere si riuniscano nelle catacombe e lì Barbara Romagnoli le abbia scovate un giorno che cercava resti di brontosauri; ma ciò rende curiosissimo che poi d’improvviso quei “reperti archeologici” riempiano le piazze… per poi subito scomparire di nuovo. A spiegare questa illusione ottica in tre tappe mediatiche (le femministe sono roba da museo; anzi no rieccole, aiutoooooooooo; ops scusate sono di nuovo nel freezer della storia) è il primo capitolo del libro – «I femminismi non fanno notizia» – dove l’inganno mediatico viene ben raccontato. Ammettendo anche, per onestà (oltretutto Barbara è una brava giornalista) che «l’andamento carsico dei femminismi italiani con il loro continuo oscillare sopra e sotto la superficie, senza mai scomparire del tutto ma senza neanche essere costanti nella visibilità, non favorisce un impatto forte sul pensiero dominante». D’altronde il sistema dominante – con i suoi trombettieri detti giornaliste/i – è bravissimo a ignorare miliardi di persone o fatti scomodi, figuriamoci se non può nascondere (o travisare) i nuovi femminismi. E ci sono un paio di pagine in «Irriverenti e libere» che, se esistessero serie scuole di giornalismo, dovrebbero essere studiate: è dove si spiega l’inganno mediatico sul corteo del 24 novembre 2007 – oltre 200mila donne in corteo – che si apriva con l’inquietante (ma purtroppo verissimo) slogan «L’assassino ha le chiavi di casa». Bisognava neutralizzare quell’imprevisto e i media ci riescono con l’aiuto di 5 donne in carriera – Mara Carfagna, Stefania Prestigiacomo, Barbara Pollastrini, Livia Turco e Giovanna Melandri – che vengono chiamate a parlare da un palco… montato da La7. Lo ripeto perché nella fretta di leggere magari vi sfugge la gravità della cosa: al termine del corteo è una televisione a montare il palco e lo schermo contro la volontà di chi ha organizzato la manifestazione. Sorprende che ci siano stati fischi e proteste? E sorprende che i media abbiano definito «intolleranti» quelle che fischiavano?

Torniamo alle buone narrazioni, dunque a questo libro. Con un bel piglio narrativo, i 19 capitoli di «Irriverenti e libere» raccontano questo: «le lucciole» (cioè le prostitute organizzate); il «Punto G» di Genova 2001 e poi l’appuntamento del 2011; il «Sexishock» di Bologna; il gruppo che si forma attorno al documento «La disobbedienza ha le zinne»; «Le acrobate»; l’azione geniale delle Galline Ribelli contro i deliri dell’embrione tutelato dallo Stato; «Facciamo Breccia» ovvero No-Vat; le Cagne Sciolte (trovate su codesto blog stralci del capitolo 8 sotto il titolo 2006, alla conquista dello spazio e della Rete); la rete nazionale Sommosse; il gruppo romano delle Lady; le Giacche Lilla delle Sconfinate; la meteora di Ella de Riva, «pseudonimo poco importa se di una singola o di un soggetto collettivo»; di nuovo a Bologna per raccontare Antagonismogay e, più in generale, il movimento Lgbtq: nell’Aquila distrutta con le Terre Mutate; dalle parti dei convegni di Paestum (è il capitolo «Sì, siamo femministe», citato all’inizio); l’eco-femminismo con un percorso che oscilla tra Friuli e Catania; «L’erotismo dei desideri compiuti» (un tema spinosissimo visto che «dopo la prostituzione, la pornografia è l’altro tema scottante nei luoghi di politica delle donne»); si passa poi per «Lo sciopero delle donne» del 25 novembre 2013 e si chiude con «Tessere trame fra native e migranti» ovvero un reportage da Imola per raccontare uno dei pochissimi luoghi italiani dove i diritti delle donne “straniere” non vengono negati dal pregiudizio occidentalcentrico ma neanche mistificati all’interno di un antirazzismo “neutro” (e dunque maschile).

Un viaggio in città grandi e piccole. Dentro storie concluse e resistenti, brevissime o più lunghe. Che attraversano diverse generazioni. Esperimenti interessanti, non tutti riusciti o almeno non sempre esenti da critiche. Femminismi al plurale, perché non ce n’è soltanto uno. Con ironia ogni volta che sia possibile («si può negare la serietà ma non il gioco») ma anche scavo, analisi, solidissimi fatti quando serve. Il bello (e il brutto) della rete. «Affettuosa partecipazione e pochi giudizi» come scrive Lidia Campagnano nella prefazione. La rabbia dell’autrice ma soprattutto una «voce gentile». I dissidi generazionali ma anche di potere (le donne cooptate dai Palazzi per coprire le forme del nuovo patriarcato ma anche certe «accademiche», sempre lì a teorizzare sulle teste altrui). «Piccole isole di uomini che si sono lasciate contaminare dai femminismi» con cui è possibile confrontarsi (viene citata a esempio la rete di Maschile Plurale ma anche la ventennale ricerca del fotografo Ico Gasparri). La tragedia del femminicidio ma anche le subdole dittature dell’ignoranza per tutti e della bellezza «imposta». I tasti dolenti del «frammentarsi» ma anche l’entusiasmo nel «farsi stupire» da uno “spezzatino” così ricco. Tutto questo con grande capacità di farsi capire anche da chi quando legge o sente Lgbtq (o Lgbtqi), multiculturalisno, Pma, Pacs alza il sopracciglio. Per tutti questi motivi «Irriverenti e libere» è un libro importante. Non credo che nel dirlo mi faccia velo un’amicizia con Barbara che dura da 15 anni o la conoscenza di altre persone citate nel libro. Ma per le ragioni citate nel primo capitolo (lo ripeto? «i femminismi non fanno notizia») di «Irriverenti e libere» si parlerà meno possibile nei media supposti grandi. Se dopo averlo letto sarete d’accordo con me… fatelo girare. Perché, riadattando un poco i geniali versi della Szymborska, «Le persone istupidiscono all’ingrosso (grazie ai media asserviti ai potenti di turno) e rinsaviscono al dettaglio (grazie alle relazioni umane ma anche ai bei libri».

(*) La maggior parte delle persone si è stupita vedendo la firma Barbara Bonomi Romagnoli. In effetti all’anagrafe (e anche su «Carta» dove scriveva o su questo blog) risultava Barbara Romagnoli. Ma visto che in Italia persino il diritto a garantire il cognome della madre è messo in discussione… Barbara ha fatto da sé.

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