Le sentinelle del pensiero unico – di Mark Adin

C’è sempre qualcuno che vuole insegnarti a vivere, e spesso anche a pensare.

Ci sono persone che esistono per correggere i tuoi difetti, la cui missione è condannare l’atteggiamento altrui, quello che svia dalla granitica ortodossia, magari “di sinistra”. Anche tu, che stai leggendo, li conosci bene.  Sono quelli che, mentre scansi il centoduesimo questuante quotidiano, ti gettan sguardi di rampogna e gli allungano platealmente un soldino, affinchè tu capisca e ti ravveda. Che al supermercato ti conducono al corner dei cibi integrali e ti consigliano una minestrina di miglio prodotto dalla cooperativa biologica, mentre sogni le lasagne di Bertino. Le Guardie Rosse che ti seguono come un’ombra, per rieducarti anche quando sei a casa, mentre lavi i peperoni: un attimo di distrazione e  ti han già chiuso il rubinetto, per non sprecare l’acqua. Che ti spengono la luce non appena lasci la tua stanza in ufficio, non sapendo che i neon consumano molto di più quando li si riaccende, tre minuti dopo. Che intervengono, quando i tuoi occhi si riempiono di ammirazione per le terga della figliola in transito sulla pubblica via, per rammentarti che c’è ben altro in una donna, oh porco fornicatore e stronzo maschilista. Che vestono con drammatica sciatteria equa e solidale e ti ammoniscono se ti metti una cravatta. Che lanciano sguardi di rimprovero perché non hai la Logan a gas, ma vengono a sedersi sulla tua Volvo perché si sta più comodi. Ti bacchettano per il tuo bene, per riallineare un vizio di pensiero – loro, i maestri di vita – per aver scalfito la perfezione adamantina di un concetto, per esserti smarcato troppo, per avere, col tuo pensiero spurio e impertinente, bestemmiato il dogma.

Grazie dunque, custodi e vestali del pensiero unico di sinistra, che mi indicate la strada – a senso unico, il vostro! – che condurrà al sol dell’avvenire: saprò fare autocritica, diventerò migliore.

Nel frattempo qualche aneddoto.

Anni fa ho avuto l’onore di conoscere un uomo. Dino Fontana era anarchico, “viveva” l’anarchismo. Aveva fatto la guerra di Spagna: dopo la vittoria del franchismo sostenuto dai fascisti e dagli stalinisti, riparò in Francia. Tornato in Italia, la sua casetta divenne luogo di transito e soggiorno per tutti coloro che necessitavano, compreso Amedeo Bertolo, docente universitario, anarchico, coautore nel 1962 del primo sequestro politico in Italia. Con altri aveva rapito il viceconsole spagnolo di Milano, allo scopo di esercitare pressione sul governo iberico nel tentativo di salvare dalla garrota tre giovani partigiani. Dino lo ospitò nella sua piccola dimora, tra i libri di Elisee Reclus e Malatesta, proteggendolo durante la pur breve latitanza. Era un uomo conseguente, cristallino, non temeva esposizioni. Conoscerlo, riceverne amicizia, è stato un dono. Testimoniava l’anarchismo non soltanto attraverso la partecipazione attiva alla lotta politica: era un naturista, esperantista, vegetariano. Un giorno invitò a pranzo me e altri due compagni. Come si usa, non volevamo presentarci “a mani lunghe”. Ero molto giovane, pensarono a tutto gli altri commensali che, conoscendolo da più tempo di me, certamente erano più in grado di indovinarne i gusti. Scoprii con sorpresa che avevano comprato grosse bistecche di manzo. Notai successivamente, quando le vidi portare in tavola cucinate a puntino, che anche il vegetariano Dino se le mangiava con buon appetito, sotto le occhiate divertite che gli altri due scambiavano fra loro e me, sorpreso più che mai. Il rigoroso vegetariano, semel in anno, non disdegnava affatto: lui era anarchico, mica  talebano.

Anni dopo mi trovai a una conferenza tenuta dal prof. Deepak Pant, che allora insegnava presso l’Università di Trieste e che avevo conosciuto in altra occasione. Personalità poliedrica, il Nepalese era un esperto di archeologia d’altura himalayana. Aveva prestato servizio tra i Gurka del regio esercito britannico e si era poi dedicato agli studi. Il tema della conferenza era la medicina naturale, e fu tutta un susseguirsi di elogi alle diete, allo yoga, ai rimedi fitoterapici e alle piante officinali. Un santo, un illuminato. In chiusura, ardite signore posero domande riguardo a rimedi per questo o quel malanno, all’esperto che educatamente rispose, colmandole di ieratica saggezza. Il nobile spirito del salutismo permeava i locali. Andammo successivamente alla cena prevista dall’organizzazione e mi trovai indegnamente al suo fianco. Deepack prese a ingurgitare ogni porcata che gli passò davanti, e a fine pasto si fece servire un paio di whisky e si fumò un toscano. A una allibita signora che gliene chiese conto, rispose che il mondo è fatto anche di piacere e che è importante, per la qualità della vita, praticare saltuariamente l’eccezione. Chiarì perfettamente, dando conferma della sua precisa cognizione di libertà.

Sono tuttora amico di M.G., icona femminista di una brumosa città dell’ex Padania. Ci conosciamo da molti anni, durante i quali l’ho sempre vista impegnata in tutte le lotte, nessuna esclusa, per la difesa delle donne. Sempre presente, fuori e dentro il Sindacato. La vita più recente con lei non è stata tenera, ma lei resiste – capa tosta – senza fare la vittima, e ha tutto il mio rispetto. Ne parlo perché, nella mia suprema ignoranza, non sapevo dell’esistenza del Sindacato delle Prostitute, di Pia Covre, della Corso. Me ne ha parlato lei, e gliene sono grato. Si tratta di un punto di vista eretico, perlomeno poco organico e forse problematico. Pur combattendo duramente la schiavitù delle disgraziate che in strada rischiano ogni sorta di violenza – e spesso la vita – il Sindacato delle Prostitute rivendica alla donna la libertà di trarre dal lavoro sessuale il proprio reddito, certo rifiutando ogni violenza e sfruttamento, preferendo affittare il proprio corpo a clienti paganti, in una scelta di grande indipendenza. Immagino che questo crei qualche corto circuito.

Mi par già di vedere qualcuno, o qualcuna, infervorarsi con la penna in mano e lanciare l’anatema.

A queste persone sussurro che nel cercare nuovi e diversi punti di vista risiede la fatica di andare avanti, spesso correndo il rischio di sbagliare, ma doverosamente avanti, permettendo al dubbio di scalfirci, perché nel ristagno delle idee, senza coraggio di metterle in discussione, si finisce per scivolare verso pericolose chine e, nel migliore dei casi, per annoiare gli altri.

Mark Adin

 

 

 

 

Redazione
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Un commento

  • riconosco i personaggi descritti in incipit.
    quelli dell’angolo delle ore, ogni tanto, li picchiavano.
    io – allora -,disapprovavo.
    come potrò espiare?

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