Leggere distopia in Covidistan

di Giulia Abbate

Leggere distopia in Covidistan è un titolo che mi sono inventata questo agosto, assistendo con sempre maggiore preoccupazione e indignazione all’incremento della violenza della propaganda, legata alla (mala) gestione dell’emergenza pandemica da parte del governo italiano.

Molto è stato fatto per colpevolizzare, dividere, discriminare, terrorizzare, angosciare, confondere.
Molto meno è stato fatto per migliorare la situazione sanitaria, scolastica e infrastrutturale di questo paese, con interventi organici e di ampio respiro, anche in presenza di risorse finanziarie in più.
Trovo chiaro il fatto che la prima istanza è funzionale alla seconda: si strilla all’untore, innescando la solita guerra tra poveri ansiosi di cascarci, per nascondere che non si sta facendo né si vuole fare il dovuto per cambiare davvero.

di Yue Minjun

Siamo in Covidistan: in un regime emergenziale dove sotto la bandiera strumentale della “guerra al virus” le decisioni vengono prese in modo brutale e poco chiaro, si rivelano fallimentari e peggiorative, e il tutto è nascosto dietro un muro di propaganda assordante. Che bercia di “nemici interni”, ovvero i “renitenti al vaccino”, che, senza rispetto per i “caduti del covid”, “mettono in pericolo tutti” minacciando la “campagna sanitaria”… incantati da questa strombazzante retorica bellica, in molti credono ormai che la guerra da fare sia contro chi dissente.

Eh, bè, questo è un capolavoro della propaganda di potere!

Immagine pubblicitaria cinese:
“Se esci fuori oggi, il prossimo anno l’erba crescerà sulla tua tomba”

Il momento pericoloso nel quale ci troviamo, già oltre la soglia di allerta, è paragonabile a brutte pagine che possiamo leggere nei libri di storia. Anche di storia del futuro: infatti tale deriva è anche oggetto di tantissima letteratura distopica, che se letta in questi giorni può essere uno strumento di demistificazione e di libertà interiore (che secondo me sono indispensabili e precedenti a ogni azione).

Già, la distopia: questa parola fino a pochi anni fa non la conosceva nessuno, oggi invece è comune e mainstream (inteso nel senso più ampio e anche più scadente possibile). Ma siamo sicuri che anche questa fama non nasconda una bugia?

Sin dall’inizio della pandemia, ho sentito dire: “Ormai siamo in una distopia!” e non ho mai amato particolarmente questa espressione.

Intanto, per amore di filologia bisognerebbe dire “siamo in una società distopica”, visto che la distopia è una forma letteraria. Poi, ammalarsi di brutto e vedere morire le persone care è una condizione umana – comune, tra l’altro, in quelle parti del mondo depredate dalla nostra – che non ha necessariamente a che vedere con la distopia, perché quest’ultima non riguarda un futuro peggiorato di tipo generico.

Cos’è la distopia, davvero?

“Nasce in opposizione all’utopia, fin dal nome: consiste nell’immaginare un futuro peggiore del nostro, tramite il quale speculiamo su problematiche e tendenze che vogliamo criticare, o sulle quali vogliamo mettere in guardia i nostri contemporanei. “

dal “Manuale di scrittura di fantascienza” di Giulia Abbate e Franco Ricciardiello, Odoya

La distopia è una articolazione della fantascienza sociale. Non nasce per parlare di catastrofi tout court: si concentra piuttosto sulle reazioni alle catastrofi, sui modi in cui le società, le comunità, le persone si organizzano di conseguenza.

La catastrofe anzi non è strettamente necessaria: la distopia parla di totalitarismo, di autoritarismo, di degenerazioni sociali, di ingiustizie. Nella sua immagine di futuro c’è sempre un forte richiamo al presente, a qualcosa che già esiste, a tendenze sociali preoccupanti, a qualcosa che è sotto gli occhi di chi scrive.

L’autore e l’autrice di distopia sono attent* al mondo che li circonda e sono in grado di costruire, partendo dalla realtà, un ammonimento di valore generale su cosa può andare peggio, valido nell’hic et nunc.

Conoscere effettivamente la distopia significa farsi forti di strumenti per agire, per pensare, per restare in guardia e, quando ci dicono che tutto sta crollando e che bisogna seguire il capo, per non crederci!
Anzi, leggendo distopia possiamo coltivare un punto di vista altro, per agire in modo più libero in nome di ciò che crediamo giusto.

Da questo punto di vista, l’invasione sul mercato editoriale di “romanzi distopici” ha fatto una gran confusione, perché in essi la distopia è intesa in modo più superficiale, come una ambientazione, uno sfondo. In molto “distopico” c’è un mondaccio cattivo perché sì, “una cosa proprio malissimo!”, che serve a far risaltare la reazione del protagonista; ma nulla ci chiama a una riflessione sul nostro presente, né alla critica, tanto meno alla messa in discussione dello status quo del nostro reale. Anzi, l’intrattenimento “distopico” a volte si dimostra reazionario, perché insiste sui valori dominanti: l’indivualismo, il superomismo, la forza intesa come violenza e contrasto diretto/armato, e così via.

Trovo importante a questo punto rimarcare una cosa: la letteratura, e in generale l’attività culturale, che (usando il proprio arsenale di conoscenza, impegno, arte, mezzi intellettuali) diffonde la visione dominante, senza metterla minimamente in discussione, non adempie alla vera vocazione culturale; piuttosto prende parte alla propaganda, o contribuisce a un’egemonia, che è altra cosa.

Leggere distopia in Covidistan significa sottrarsi alla propaganda e controbattere: insomma possiamo usare i romanzi di fantascienza distopica come antidoto al veleno che ci propinano da marzo 2020. Per tornare a vedere e per sottrarci alla pesante adulterazione della realtà (che sta già generando torti, discriminazione, dolore) messa oggi in atto anche da parte di intellettuali di ogni livello e sfera, di figure che potrebbero invece aiutare a ragionare meglio.

E a questo punto ho una domanda, che è anche un appello: dove sta oggi la voce di chi ama, legge, studia, fa la fantascienza?

Esiste in Italia una comunità vivace e competente che ragiona sulla distopia da anni, che ha realizzato dibattiti, studi, conferenze, saggi, e che sempre ha sottolineato quanto la distopia sia un ammonimento, quanto ci richiami all’attenzione, quanto sia in grado di denunciare derive, difetti, ingiustizie, degenerazioni della società…

Ora dove siamo? C’è nessuno?

Forse il valore della distopia è che ha ammonito su qualcosa che è già successo, tutto al passato? Ne abbiamo parlato tanto per fare esercizio intellettuale? Magari per la stuzzicante individuazione di quale dittatura ormai crollata intendeva accusare il tale scrittore ormai morto?

La stessa distopia è quindi una lingua morta, anche se non ce lo eravamo detti? E va bene così, perché ora andrà tutto bene?

Immagine ispirata a “Il mondo nuovo” di Aldous Huxley

 

Andrà tutto bene? Va tutto bene? Se restiamo a casa la sconfiggeremo insieme? Comportiamoci come si deve e tutto tornerà alla normalità? Ne usciremo migliori? Il vaccino è l’unica strada per uscire dalla pandemia? Il Generale stanerà casa per casa i renitenti? Chi non si vaccina muore e fa morire? I giovani irresponsabili uccidono i loro nonni? Il Movimento No Vax prepara su Telegram atti di terrorismo e c’è quindi bisogno di una stretta di sicurezza e sorveglianza generalizzata? Obbedire è un atto d’amore? I vaccini sono sicuri e funzionano senza ombra di dubbio e se tutti gli italiani fossero vaccinati il virus non esisterebbe più? I novax sono nemici della società e ci faranno ammalare? Esprimersi contro questi vaccini e dichiarare illegittimo e infame il green pass significa rallentare la campagna vaccinale, ed essere dunque novax e dunque assassini perché veicolo di infezione certa? Il green pass è come la patente di guida, è una patente per la libertà, aiuta l’economia grazie alla ripresa dei consumi, ci fa stare in sicurezza, ci fa tornare al nostro stile di vita?

C’è nessuno?

E sì che c’è chi la distopia la sta sfruttando alla grande: politicanti vari usano Orwell a volte incidentalmente azzeccandoci, ma in sostanza appropriandosene per farne ennesimo strumento di propaganda.
Nulla da aggiungere in merito a questo?

Nella fantascienza e nel fantastico italiano, tra chi ama e studia la distopia, tra chi conosce e usa gli strumenti demistificatori del fantastico, c’è nessuno che ha qualcosa da dire in merito?

Se c’è, sarò felice di ascoltare, di confrontarmi e sperabilmente di prendere insieme posizione e fare qualcosa contro ciò che sta accadendo.

Non posso non pensare a come, in passato, la cultura di fantascienza ha svolto una vera, importante, seminale funzione di controcultura nei confronti di propagande varie: e non certo per caso, ma grazie a e mediante il suo specifico, particolare, insostituibile contributo culturale e artistico. Anche questo è un capitolo chiuso?

Chi, se non noi? E se non ora, quando?

Foto di Idhir Baha / Hans Lucas, da Rowaq Arabi – https://rowaq.cihrs.org

Nello scrivere queste parole, che ho impiegato settimane a comporre e che restano spaurenti a risuonare in me, ho capito che non voglio e non posso più partecipare a eventi culturali in cui l’accesso sia condizionato al possesso di green pass. Rispetterò gli impegni presi, naturalmente, quindi mi vedrete in giro ancora per un po’ con le “carte in regola”.
Ma non chiedetemi di impegnarmi a farlo in futuro.
Confido che potremo tornare a vederci liberamente ovunque. E non dimentichiamo che sin da subito c’è sempre aperto quel giardino, quello oltre il giusto e lo sbagliato: incontriamoci, aspettiamoci, coltiviamoci lì.

(*) ripreso da www.giulia-abbate.it

Giulia

24 commenti

  • Un pezzo che condivido totalmente. FINALMENTE UNA VOCE DISSONANTE!!!

  • Giuliano Spagnul

    La fantascienza è morta, la distopia è viva e lotta insieme a noi! Perché la distopia non è in opposizione all’utopia, piuttosto la sua realizzazione, la sua epifania. Non è una società peggiore, è il raggiungimento di una perfezione, è il sogno che realizzandosi diventa un incubo. In Covidistan noi ci troviamo nel sogno del Capitale, nella terra del lavoro morto abitata sempre più da non-morti o semi-vivi che dir si voglia. La fantascienza in quanto genere, quello che abbiamo conosciuto nel secolo scorso, può ben poco. La fantascienza, quel genere che ha accompagnato quel secolo “breve” di transizione che è stato il Novecento non può più sopravvivere in un mondo in cui il fantastico, l’immaginario è diventato parte integrante della realtà stessa. Quel genere/dispositivo ha svolto le sue funzioni e si è esaurito dissolvendosi nella realtà. Quella fantascienza, che non ha mai avuto una funzione controculturale, può essere usata oggi per comprendere quegli importanti processi che ci hanno permesso di sopportare la velocità dei cambiamenti operati dalla tecnoscienza trionfante del XX secolo. Altroché controcultura! Ma oggi fantascienza è anche una parola che si può risignificare in modo affatto diverso se non la si assoggetta al regime della nostalgia o della nuova ideologia di espansione cosmica. Fantascienza oggi vuol dire fare i conti col reale, è il nuovo realismo e tutti i vecchi steccati definitori, che demarcavano appartenenze o meno, sono divenuti obsoleti. Fantascienza deve diventare un nuovo modo di leggere la realtà, un protocollo di lettura diverso, non un contenitore di anticipazioni di un presunto futuro che non esiste più perché ci è caduto irrimediabilmente addosso. Sarebbe sicuramente importante guardare questo Covidistan con occhio fantascientifico, ma occorrerebbe prima chiarire bene il significato che vogliamo dare oggi alla parola fantascienza. Per chi ne ha voglia ne ho scritto qui: http://effimera.org/che-fare-della-fantascienza-di-giuliano-spagnul/?fbclid=IwAR1Ja5fcRJnHYlmRMT0APONmxRobmGAhKlQcRmEVXbCNo-YNAXv7XKpatFo

    • Buonasera, Giuliano, molto interessante, e grazie del link, leggerò con la dovuta lentezza e attenzione. Nel pezzo sopra ho cercato di definire la distopia proprio per questo, per chiarire le mie premesse e “di cosa parlo quando parlo” di un concetto che può certamente essere questionato. Grazie 🙂 un saluto.

  • Fa piacere anche a me leggere di una voce dissonante.
    Siamo dentro una cosa pericolosa, spaventosa, grottesca, odiosa, in cui nè la salute delle persone nè la sanità come funzione e come diritto hanno alcuna reale importanza: è tutta e solo politica, ed è una politica criminale. Il piano è globale, ma non sta riuscendo al 100%, se alla gente potesse essere mostrato un oo’ del resto del mondo, fuori dalla bolla italiota, forse qualcuno in più aprirebbe gli occhi -forse.

    Un anno e mezzo fa scrivevo questi versi:

    Vorrei fumare un’altra sigaretta
    (intermezzo marzo-aprile 2020)

    Vorrei fumare un’altra sigaretta
    (ne fumo dieci all’anno -forse nove!)
    Vorrei solo fumare senza fretta
    Sarà una notte lunga. Strade nuove
    ci sono, van trovate. E forse, è stretta
    la sola, quella giusta. Quante prove
    saranno necessarie? Non sappiamo.
    Sapremo dire ancora -sai, ti amo-?

    Da chi dipende? Solo da noi stessi,
    dall’essere puliti -dico, dentro
    ma fa spavento come siamo messi.
    Lavarsi assai le mani, sì, va bene
    ma senza pose isteriche (le scene
    di chi cerca l’untore, io non c’entro).
    Siamo alla maratona, ed è da fesso
    la gara a chi è più bravo (non adesso).

    Non voglio fare nulla, un po’, fumare
    Guardar dalla finestra ed aspettare
    Che regole avrà ‘sto nuovo gioco?
    (ne avrà, ma ne sappiamo ancora poco),
    che resti sol la cenere del fuoco:
    è questo che ci chiedono di fare.
    Possiamo ritrovare un ritmo umano
    nel tempo strano che condividiamo.

    Domani sarà bello o sarà brutto:
    non puoi saperne nulla e questo è tutto.

    Un anno e mezzo fa scrivevo queoi versi. Ero molto ottimista.

    • Buonasera, Gualtiero,
      grazie infinite per questa condivisione. Sarebbe bello che tu scrivessi nuovi versi sull’adesso. Non è obbligatorio essere sempre ottimisti… ma che non si può sapere con certezza del domani penso sia un concetto ancora valido (insieme a molti altri concetti da te messi in questi versi). Grazie, buona serata.

  • Immagino abbiate tutt* vaste e /approfondite/ conoscenze per sostenere e giustificare ciò che scrivete.

    Io mi dichiaro incompetente e rinuncio a fare dichiarazioni e a prendere posizioni che possano mettere a rischio la /vita/ di altre persone — data la mia dichiarata incompetenza.

    Suggerisco, da incompetente, la lettura di questi due articoli:

    https://www.nature.com/articles/s41591-021-01421-7

    https://www.nature.com/articles/s41591-021-01290-0

    Trovo inoltre rilevanti le informazioni disponibili presso questa fonte:

    https://twitter.com/EricTopol

    Alcune statistiche — sempre incomplete — sono disponibili qui:

    https://www.statista.com/statistics/1104709/coronavirus-deaths-worldwide-per-million-inhabitants/

    https://ourworldindata.org/covid-deaths

    Non ho le risorse, il tempo e le energie, per sostenere un dibattito.

    Osservo che nella regione in cui ho un domicilio saltuario da quasi 2 settimane non ci sono contagi. Non ci sono restrizioni. Di alcun tipo. La percentuale dei vaccinati, su tutta la popolazione, è il 79,2% (19.09.2021) … https://experience.arcgis.com/experience/1c7ff08f6cef4e2784df7532d16312f1

    Ripeto, il 79,2%. Sì, probabilmente si farà un richiamo. È stato così anche in altre campagne di vaccinazione nel passato più o meno prossimo.

    Vi suggerisco di vaccinarvi, se non lo avete già fatto.

    Vi auguro, sinceramente, buona salute.

    • Salve, Ago, non so bene a chi tu ti riferisca con quel plurale majestatis, rispondo per me stessa. Nel mio pezzo ci sono più che altro domande, ognuno avrà le sue risposte… Io non ho conoscenze, né pretese, né asserzioni, io non sono nulla e nessuno, e tuttavia, come nel detto medievale, “mi stupisco d’esser lieta”… anche e soprattutto nelle avversità.
      RIcambio l’augurio con la stessa disposizione. Buon proseguimento!

  • Ho letto l’accorato messaggio di Giulia (mi consentirà il “tu”, spero) nelle prime ore della notte. E da allora – trascurando la risibile pausa del sonno – non ho fatto altro che confrontarmi con i miei due personalissimi daimon. Ho a che fare con loro fin dai miei anni giovanili quando trionfava il primo, affamato di pane e di rose, capace di pensare un mondo nel quale l’immaginazione detenesse il potere. Era quello che mi conduceva in piazza, accanto a tutti gli altri che possedeva, per farci sentire fautori di un cambiamento epocale, sconsideratamente ottimisti sulla possibilità di vivere nel mondo che sarebbe venuto con noi e dopo di noi. Poco alla volta però a quella voce se ne è andata sovrapponendo un’altra, più cupa che, pian piano si è conquistata a colpi di ragione, di logica, il proprio spazio. E così mi sono trovato a convivere con due “anime” ugualmente forti e contrapposte con le quali dovevo quotidianamente fare i conti. La prima è quella che, leggendo lo scritto di Giulia, è tornata a sorridere. La seconda è, al contrario, quella che nel leggere quelle righe, ha assunto un cipiglio grave e severo. Ragionare sulle cose, esaminarle in controluce, cercare il loro senso nascosto è esercizio difficile. Ma è quello che in qualche modo la pandemia (ha colpito l’intero globo senza risparmiare nessuna casa, un po’ come il biblico angelo della morte di Mosé) ci ha costretto a fare. Era una buona, un’ottima occasione per vedere finalmente il mondo unito contro un unico avversario, temibile proprio perché non guidato da un’idea ma dal solo, insopprimibile istinto di sopravvivenza che unisce tutte le forme viventi. Questo non è avvenuto. Ed è questa, a mio avviso, la più terribile e distopica delle conseguenze. Abbiamo assistito – ciascuno nel proprio Paese – a un balletto di potere (di buoni, chiosava De André, non ne esistono) tragicomico con figure che, sfruttando la morte di tanti tentavano di rafforzare il proprio personale prestigio. Come non ricordare le esternazioni dei potenti? Trump in testa, miles gloriosus al quale l’esercito, all’indomani dei risultati dell’elezione ha tolto il controllo della famosa “valigetta del giudizio”. Con lui Bolsonaro, altra marionetta capace di cercare consenso mostrando i propri muscoli e non curandosi affatto della salute dei cittadini da lui governati. Ma questi sono solo due esempi, ce ne potrebbero essere molti altri. Resta il fatto che il Covid – un microscopico virus – ci ha mostrato quanto sia nudo il re, quanto sia fragile l’equilibrio tra esercizio e abuso del potere. Personalmente, spinto dal secondo daimon (quello che ha dominato i miei ultimi quarant’anni di vita) ho sposato la causa della scienza. Il primo motivo che mi ha indotto a farlo è stata la coscienza di come la pandemia fosse una catastrofe annunciata. Un Vajont di proporzioni mondiali che una vastissima platea di scienziati, ricercatori, immunologi pronosticava da almeno una quindicina di anni. Senza che nessuno abbia fatto nulla per prepararsi a un’eventualità che tale non era. Poi il virus compare e getta lo scompiglio perché è una realtà alla quale nessuno era preparato. Poco alla volta si tenta di recuperare il terreno perduto, si giunge alla predisposizione dei vaccini (grazie a una tecnologia che all’epoca della polio – ad esempio – sarebbe sembrata fantascienza nel più ampio senso del termine) e inizia il combattimento vero e proprio. Ma la complessità del distopismo (dispotismo?) in cui viviamo è tale da rendere impossibile una compiuta comprensione delle cose: se le si osserva con un’ottica ci si accorge che non è sufficiente a spiegare tutto. Scatta così la paura, il panico, la paranoia. Ci sono nemici ovunque, ogni fatto, ogni azione, possono indicare un’intenzione malevola, un tentativo di prendere il controllo del nostro pensiero, della nostra libertà, della nostra aspirazione a quella “felicità” che la stessa Costituzione americana indica come legittimo diritto degli uomini. Cosa dire a Giulia dopo tutto questo sproloquio? Non lo so. Perchè mi rendo conto in questo momento di aver messo sulla carta un’infinità di pensieri, di riflessioni, di questioni irrisolte, senza però giungere a una vera conclusione. L’unica cosa certa è che la società verso la quale stiamo andando appare già adesso peggiore di qualsiasi immaginazione distopica possa proporre. Non esiste già nel mondo una nazione nella quale le donne devono indossare determinati abiti? Nella quale non hanno alcun peso sulla vita civile se non quella di procreare figli? Nella quale è loro vietato esprimere qualsiasi forma di pensiero? Che differenza c’è tra l’attuale Afghanistan e la Repubblica di Gilead? Forse solo il simbolo al quale sono devoti? E non esistono forse nazioni dove bambini in giovanissima età vengono inviati in pozzi profondi alla ricerca di minerali preziosi? Paesi dove la fame la fa da padrona? E, altrettanto, non esistono forse Paesi dove a dominare le decisioni politiche sono aziende multinazionali con intrecci inestricabili tra governi e consigli di amministrazione? Ecco. Semmai il Covid può aver rappresentato un fattore dirimente è proprio nell’aver messo sotto gli occhi di tutti l’estrema fragilità del mondo in cui viviamo. Al di là della malattia, è stato l’elemento catalizzatore che il mio primo daimon – quello affamato di pane e rose – attendeva per rinascere prepotentemente. Perché se davvero è questa la società futura che ci attende, l’unica arma che ci resta per affrontarla non è la rivolta bensì l’elaborazione di un nuovo pensiero, di una nuova idea capace di accomunare tutti verso l’obiettivo comune di un cambiamento epocale. Giulia carissima, grazie quindi del tuo intervento. E spero che potrai perdonare il mio sfogo.

    • Grazie a te, Mariano, per riflessioni che in gran parte condivido e che sto rileggendo più volte. Non serve che io risponda, credo, le tue considerazioni suscitano il silenzio dell’elaborazione, della profondità. Ma ti ringrazio per le tue parole relative alla reazione che hai avuto alla lettura, pensare di aver fatto sorridere quel tuo daimon affamato di pane&rose è molto bello, e mi onora… Buona serata!

      • Torno a chiederti perdono per i refusi che costellano le mie modestissime considerazioni. Ma ho scritto di getto come non mi accadeva da un po’ di tempo. E di questo ti sarò sempre grato perché trovare pensieri che si possano condividere e, al tempo stesso generare dubbi e riflessioni, non è sempre facile di questi tempi dove è più frequente doversi schierare “l’un contro l’altro armato” per poter rompere l’assordante silenzio della ragione nel quale ci siamo trovati a vivere. Un carissimo saluto.

  • Spero di avere il permesso di aggiungere un pensiero. Ci ho pensato questa mattina. Cosa avrebbe detto Kurt Vonnegut, che, in Galápagos, immagina una possibile fine del mondo umano — e la pandemia tra l’altro mi ha permesso finalmente di completare, dopo anni, la lettura del bel libro di Alan Weisman, The World Without Us. Allora secondo me Kurt Vonnegut avrebbe commentato sulla grottesca assurdità di alcune scelte, che, per me, sono simili alla scelta di percorrere una corsia autostradale contromano, mettendo a repentaglio la vita propria e quella altrui, perché è importante essere /contro/ e dimostrarlo concretamente.

    Poi mi domando quant* tra gli scettici/tra le scettiche utilizzino telefoni cellulari, magari tenendoli in tasca, e reti senza filo, oppure consumino generi alimentari non di propria produzione, oppure consumino acqua di varia provenienza, oppure, e infine, consumino, volenti o nolenti, farmaci o integratori i cui effetti collaterali a lungo termine sono del tutto ignoti oppure difficilmente quantificabili.

    Essere scettici è salutare però percorrere un’autostrada contromano non è una buona scelta.

    • Salve, Ago,
      molto bella la menzione a Galapagos, un romanzo che ho apprezzato, forse non il più sofisticato di V. ma certamente emblematico. Detto questo, se bisogna essere perfetti per aprire bocca, rivendico la mia imperfezione! Non è questo il luogo in cui io racconti tutti i sacrifici e l’impegno della mia vita per ciò in cui credo, anzi, mi dichiaro colpevole, imperfetta, fallace e col cellulare in tasca. Ma intendo continuare a dissentire, e rifiuto l’equiparazione del dissenso al risalire contromano l’autostrada – tutt’al più, lo faccio con il gregge.
      Cari saluti e grazie, mi hai fatto venire voglia di rileggere Galapagos! 🙂

      • Giulia, anch’io sono imperfetto, ovviamente. Colgo l’occasione per ringraziarti con sincerità per le tue risposte moderate e gentili. A proposito di gentilezza, nessuno è eterno, ma Kurt Vonnegut proprio mi manca tantissimo. Chissà cosa avrebbe detto o scritto. /So it goes./

  • angelo maddalena

    grazie a Giulia Abbate, che adesso voglio conoscere meglio leggendo magari qualche suo libro, le domande e gli appelli di Giulia li condivido pienamente e aggiungo agli autori di letteratura distopica che lei chiama in causa, anche un appello a tutti gli intellettuali e agli artisti, quest’ultima categoria è quella che mi coinvolge per vocazione e mestiere, due giorni fa parlavo con una regista di teatro di Perugia, la quale si lamentava – e a ragione – del silenzio complice di molti artisti perugini e non solo, proni e complici alla politica dello “Stat pens a tutt”, per citare uno di quegli artisti non allineati, tale Antonio Carletti, autore di un testo satirico dal titolo La famiglia al ristorant, che sto leggendo ad alta voce in forma teatrale almeno una volta al giorno in strada e in luoghi pubblici, per una o due o dieci persone, a partire del festival di Todi (fine agosto/inizio settembre), come artista OFF of OFF! G. la regista perugina che si rifiuta di scrivere testi di teatro in questo periodo, per protesta, è rimasta delusa anche da Ascanio Celestini, che conosce personalmente, ma che: “visto i suoi trascorsi di artista impegnato o sedicente tale, avrebbe dovuto per lo meno alzare una voce, un dubbio, una perplessità”, grazie ancora Giulia, io dal mio canto sono entrato allo spettacolo di Valerio Aprea senza grinPAZ e senza ticket, questa è un’altra risposta possibile: in Francia i comitati sans ticket, anni fa, pubblicarono un libro dal titolo Zero euro zero fraude, cioè non paghiamo il biglietto e non frodiamo, ci riprendiamo solo quello che ci hanno tolto: la vitalità perduta, la vitalità popolare, l’arte di vivere la strada, l’incontro, l’incertezza, l’ansia, e spezziamo le catene di questo muro fatto di zone rosse, arancioni, terrorismo psicomediatico e… distopico!? (non so se ci appizza ma…ci sta…anche con la metrica): più aumenta la burocrazia più aumenta l’incartamento, ma noi abbiamo bisogno di strappare le carte che ci impediscono di muoverci e di respirare, di spaziare, di ampliare lo sguardo (per approfondimenti, in caso di impressione riduttiva, si veda il mio ultimo libro A piedi in un mondo sospeso, appunti e canzoni di un anno terapeutico)

    • Grazie, Angelo, cercherò certamente i tuoi scritti. Il silenzio di pensatori/trici e artiste/i di valore ferisce anche me. Ancor di più constatare come la paura renda molti di loro non solo inerti, ma anzi, volontari propugnatori della velenosa narrazione ufficiale. Anche per questo non ho tanta voglia di avallare e partecipare a manifestazioni culturali legate al lasciapassare, e mi piange il cuore. Ma per ora va così ed è un piccolo modo con il quale ribadisco la mia contrarietà alla situazione e la mia libertà interiore.
      Complimenti per la tua opera di lettura pubblica, ci vuole davvero tantissimo coraggio oltre che bravura… A presto 🙂

  • Un grande grazie per questo testo, soprattutto per le domande, e le esortazioni.
    Ad agosto mi sono riletta “Sul filo del tempo” trovandolo di strettissima attualità: continuo a pensare che a fine primavera 2020, quando il re si mostrava in tutta la sua nudità, si sia persa una grande occasione per tentare di dirottare gli eventi verso un futuro più utopico.
    Il potere invece ha colto l’attimo (a cui forse era già pronto, mentre tutti noi affamati di pane e di rose arrancavamo).

    • Vero, lassù c’è qualcuno sempre pronto. E io sento dire che la lotta di classe è morta, è roba vecchia, cosa dell’ottocento. E invece la guerra contro il mondo e contro i popoli il Potere la combatte eccome e con ferocia! Questo di Marge Piercy mi manca, so che è molto duro e ho sempre esitato, ma mi sa che è il momento. Grazie per averlo menzionato. Un saluto!

  • Nella cruenta battaglia fra vaccinisti sfegatati e no vax all’ultimo sangue, il terzo gode.
    Gode chi nel frattempo ha saputo sfruttare, alimentandola, la distrazione di massa, facendosi un bel po’ di affari (generalmente loschi e indicibili) suoi.
    Tra i tanti brutti spettacoli che questa pandemia ci ha proposto, spicca quello del sonno della ragione o almeno quello di un minimo buon senso e spirito critico.
    Siamo stati sommersi da una folla di portatori di verità assolute, quindi da imporre agli altri, e che, in quanto tali, non possono che essere di derivazione divina e si avvicinano al potere di vita o di morte, in una perenne ordalia.
    Provo sempre crescente irritazione per questo atteggiamento che non è nemmeno miope ma completamente cieco e impermeabile a spiegazioni in forma dubitativa e di ipotesi dei dati, alla facciaccia della falsificabilità come motore delle scienza…
    La cronologia degli eventi dovrebbe essere sufficiente a porre qualche interrogativo rispetto alle precedenti verità assolute (poi quasi verità, poi alta probabilità e via dicendo…) che invece continuano a essere tali, come in realtà parellele.
    Ai già più che sufficienti danni del mainstream sanitario e relativo sfacelo, si somma la sgradevolissima consapevolezza che per l’ennesima volta si usa il “nemico” per eroderci, con la scusa della continua emergenza, spazi di partecipazione, democrazia, legalità, diritti.
    Leggo nel calendario: “Quando non si ha nulla da perdere, si diventa coraggiosi”.
    Quanti mostri si dovranno ancora generare perchè riusciamo a riprenderci in mano le nostre vite?

    • Grazie, Nicoletta, sono d’accordo con te. Aggiungo che la cruenta guerra che citi pure non spontanea, ma eterodiretta e preparata già da un po’. Dal 2017, anno della legge Lorenzin, la costruzione del nemico novax è stata quasi scientifica.
      Un abbraccio!

  • Quando (?) uscirà (?) l’antologia su “covid, nuovi poteri e distopie” (così nel titolo o nel sottotitolo?) spero curata da Giulia Abbate e con la “mejo” fantascienza a stimolarci bisognerà aggiungere un chiarificante (?) sottotitolo (o titolo?): visto il bel dibattito ho due proposte che anticipo (in culo al copyright): “nè proni nè droni” e in alternativa “Le vie del s’ignora sono infinite”.
    Orsù, popoli delle galassie, uccidete le banalità e scatenate l’immaginario.

    • “Né proni, né droni” è bellissima XD Comunque a ottobre dovrebbe uscire, ho visto, un’antologia con voci di dissenso, quando ritrovo il titolo e i dettagli li posto qui!

  • Giuliano Spagnul

    In Covidistan io ho “il diritto di essere punito e a questo diritto non rinunzio. Nessuno di noi, numeri, deve o osa rinunziare a questo suo diritto, il solo che abbia e perciò tanto più prezioso.”

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