L’esistenza di donne in Iran

di Maria G. Di Rienzo

Fra l’inaugurazione di un impianto nucleare (Bushehr) e  l’esaltazione di un bombardiere come “messaggero di amicizia” (il  drone “Karrar”, che può colpire amichevolmente un bersaglio con  diversi tipi di ordigni a mille chilometri di distanza), il  presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad non cessa mai di adoperarsi per quella che è la sua principale preoccupazione ed invero il più grosso problema del suo Paese: l’esistenza delle donne.
A esempio ci sono nuove norme per le studentesse  universitarie a cui viene proibito di aver le unghie troppo lunghe  (mi vedo già la polizia armata di forbicine), di metter cappelli o  cappucci sopra l’hijab e di indossare indumenti di “colori  brillanti”. Sempre nei campus, l’ordine è di fare tutto il possibile perché gli studenti e le studentesse non si “mischino” neppure in cortile, non parliamo poi di frequentare le stesse lezioni: è 
incompatibile con i valori islamici sedere nella medesima classe o nel medesimo laboratorio, parola del ministro della Scienza Kamran Daneshjou, che evidentemente la parola “scienza” non sa cosa sia e  l’Islam se lo inventa a suo uso e consumo. D’altronde, nel libero e  rivoluzionario Iran le donne viaggiano sul retro degli autobus,  proprio come i neri a Montgomery durante gli anni ’50, se non  ricordo male. E se vogliono prender aria in un parco devono andare in quelli specifici per le donne.
Sono tutti sforzi necessari a “tenere a bada Satana”, assicura  Ahmadinejad, che per lo stesso motivo vuole che le ragazze si  sposino a 16 anni, quando “sono nella prima fioritura”. Qualcuno  dovrebbe spiegargli che le ragazze non sono piante di cipolla. Ma il  motivo per cui il presidente vuole tanti matrimoni è che vuole  aumentare la popolazione (attualmente 75 milioni di persone, di cui un terzo fra i 15 e i 30 anni d’età): allo stesso modo di Khomeini  negli anni ’80, quelli della guerra con l’Iraq, crede che tanti bambini significhino tanti soldati. Disoccupazione, inflazione e prezzi delle case non sono incoraggianti neppure per le coppie che i  bambini li desiderano – il tasso di nascite oggi in Iran è 1,2 – ma, dice sempre il presidente, la pianificazione familiare è certamente  “pericolosa” nonché una faccenda “contraria a dio e importata dall’Occidente.”
Mahmud Ahmadinejad si sbaglia. Forse ha la memoria corta, ma la pianificazione familiare in Iran l’ha programmata ed implementata proprio il governo a partire dal 1989, quando dopo il bagno di sangue della guerra l’economia era al collasso e avere tanti  bambini avrebbe significato solo farli morire di fame. I chierici  dell’epoca trovarono il limitare le nascite perfettamente  “islamico”. L’Ayatollah Ali Khamenei emanò una “fatwa” dopo l’altra  per permettere contraccezione e sterilizzazione. Squadre mobili  raggiunsero gli angoli più remoti del Paese offrendo gratuitamente  preservativi, legamenti delle tube per le donne e vasectomie per gli uomini. Non avere più di due bambini era definito un atto patriottico, religioso e gradito a dio.
Chissà perché, sono convinta che smettere di usare la fede per giustificare tutto e il contrario di tutto sarebbe un atto più gradito a dio. Ma se Ahmadinejad ha proprio tanto bisogno di  occuparsi delle donne, ho qualche suggerimento per lui. Per esempio, se per cortesia può ridarci le prigioniere politiche, fra cui:
Zahra Rahnavard, artista e scrittrice, docente, attivista politica.
Fatemeh Karroubi, attivista politica.
Fakhrossadat Mohtashamipour, attivista politica.
Fatemeh Khoramjoo, accusata di aver “insultato il supremo leader” mentre le devastavano la casa durante una perquisizione.
Leyla Tavassoli, imprigionata perché ha testimoniato su come un’auto della polizia ha deliberatamente investito una dimostrante.
Mina Farrokh-Rezaei, detenuta perché ha partecipato a manifestazioni.
Motahareh Bahrami Haghighi, 61enne, attivista politica, dapprima condannata a morte e con sentenza commutata in dieci anni di prigione.
Reyhaneh Haj Ebrahim Dabagh, attivista politica, dapprima condannata a morte e con sentenza commutata in 15 anni di prigione.
Nazila Dashti, attivista politica, accusata di “sostenere i Mujahedin”.
Zahra Jabari, la cui esistenza secondo i suoi giudici minaccia “la  sicurezza nazionale”, per cui non le permettono di ricevere cure  mediche anche se è in condizioni di salute critiche.
Zahra Hatami, insegnante, tenuta in isolamento, di cui la famiglia non sa più nulla dal gennaio 2011.

Se sempre per cortesia può aprire le gabbie dove ha rinchiuso  giornaliste e blogger, fra cui:
Jamileh Darolshafaie, giornalista del quotidiano Etemad.
Hengameh Shahidi, giornalista ed attivista per i diritti delle donne.
 Maryam Zolfeghar, reporter dell’agenzia di stampa IRNA, di cui non si sa più nulla dal giorno del suo arresto, il 22 giugno 2009.
Zeynab Kazemkhah, dell’agenzia di stampa ISNA.
Sousan Mohammadkhani Ghiasvand, blogger curda, attivista per i diritti umani.

 Nazanin Khosravani, giornalista.
 Mahsa Amrabadi, giornalista.
 Haniyeh Farshi-Shotorban, in galera perché si è permessa di aprire una propria pagina su Facebook.
Parvin Javadzadeh, blogger e “citizen journalist”, dapprima condannata a morte e con sentenza commutata a 26 mesi, in condizioni critiche di salute.

Visto che c’è, potrebbe lasciar andare le attiviste del movimento studentesco e per i diritti umani, fra cui:
 Nasrin Sotoudeh, avvocata, attivista per i diritti umani (in particolar modo per i diritti dei bambini) che perciò deve scontare 11 anni di carcere ed è stata bandita per 20 dalla sua professione.  Da tre mesi non si può farle visita ne’ telefonarle. E’ perché continua a protestare tramite sciopero della fame, o perché si  rifiuta di essere processata per “assenza di hijab”, l’altra terribile mancanza di cui si è resa responsabile?
Alieh Eghdam Doost, attivista per i diritti delle donne.
Bahareh Hedayat, attivista del movimento studentesco.
Ronak Safarzadeh, curda, attivista per i diritti delle donne.
Mahdieh Golroo, attivista del movimento studentesco.

 Hakimeh Shokri, attivista per i diritti umani (i suoi visitatori  riferiscono che è sempre piena di lividi: cade per le scale della  prigione? Lo fa apposta per denigrare il “supremo leader”?)
Neda Mostaghimi, delle “Madri in lutto”, attivista per i diritti umani.
Fatemeh Masjedi, attivista per i diritti delle donne.
 Zeynab Bayazidi, curda, membro della Campagna “Un milione di firme”.
 Marjan Alizadeh, studentessa, arrestata durante uno sciopero della fame collettivo alla Facoltà di Medicina dell’Università di Yasuj:  non se ne sa più nulla da quel giorno, il 6 gennaio 2011.
Maryam Baziah, studentessa, medesime circostanze.
 Pegah Zeidavani, studentessa, medesime circostanze.
 Sarah Rahimi, studentessa, medesime circostanze.
 Marjan Fayazi, studentessa universitaria.
Farzaneh Najjarnejad, studentessa universitaria.
 Shaghayegh Heirani, studentessa universitaria.
 Farzaneh Karami, studentessa universitaria.
 Shima Vozarai, studentessa universitaria.
 Delaram Ghahreman, studentessa universitaria, arrestata per aver  partecipato ad un funerale.
Fataneh Rahghi, studentessa universitaria, stesse circostanze.
 Sarah Bagheri, attivista del movimento studentesco.

 E per non tirarla tanto per le lunghe, per favore tolga le grinfie  anche dalle donne arrestate perché praticano una fede diversa dalla 
sua, fra cui:
 le baha’i Anisa Matahar, Fariba Kamalabadi (psicologa), Mahvash  Sabet (docente), Fataneh Nouri, Romina Ahrari, Homeyra Parvizi,  Mahin Taj Rouhani, Manijeh Manzavian, Nahid Ghadiri, Roya Ghanbari,  Rozita Vaseghi, Sahar Beyram-Abadi (attivista per i diritti dei  bambini), Sahba Khademi, Sahba Rezvani… e in special modo ci  faccia sapere dove sono finite, dopo l’arresto, Maria Ehsan Jafar,  Mona Hoveydaei Misaghi, Naghmeh Ghanouni, Romina Zabihian;
le cristiane Arezou Teimuri (accusata di “sionismo cristiano”,  irreperibile da dopo l’arresto), Leila Akhavan, Parya Razavi Derakhshi, Sonia Avanessian (irreperibile da dopo l’arresto) e le sufi come Yasmin Ghaderi, di cui pure non si sa nulla dal giorno  dell’arresto, il 3.12.2010.

Ci mandi questi “messaggi d’amicizia”, signor presidente. Vedrà,  faranno più strada dei suoi droni-bombardieri e forniranno energia  migliore di quella delle sue centrali nucleari.

Redazione
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