Trump lo chiama “piano di pace”

articoli di B’Tselem, Paola Caridi, Ugo Tramballi, Fulvio Scaglione, Alberto Negri, Gideon Levy, Christian Rocca, Husam Zomlot, Akiva Eldar,  Daniel Levy, Muhammad Shehada, Juan Cole e Jonathan Cook (articoli ripresi da )

B’Tselem sul piano di “pace”di Trump: nessuna pace, apartheid

Il piano dell’amministrazione americana, definito “l’accordo del secolo” è più simile al formaggio svizzero:il formaggio offerto agli israeliani e i buchi ai palestinesi.Esistono molti modi per porre fine all’occupazione, ma le uniche opzioni legittime sono quelle basate sull’uguaglianza e sui diritti umani per tutti. Questo è il motivo per cui l’attuale piano che legittima, consolida e addirittura amplia la portata delle violazioni dei diritti umani di Israele, perpetuate ormai da oltre 52 anni, è assolutamente inaccettabile.

Il piano di Trump svuota di qualsiasi significato i principi del diritto internazionale e ignora del tutto il concetto di responsabilità a causa delle loro violazioni. Trump propone di premiare Israele per le pratiche illegali e immorali in cui [Israele] si è impegnato sin da quando ha conquistato i Territori. Israele sarà in grado di continuare a saccheggiare terra e risorse palestinesi; riuscirà anche a mantenere le sue colonie e persino ad annettere più territorio, il tutto in totale spregio del diritto internazionale. I cittadini israeliani che vivono nei Territori continueranno a godere di tutti i diritti concessi ad altri cittadini israeliani, compresi i diritti politici e la libertà di movimento, come se non vivessero affatto all’interno di un’area occupata.

I palestinesi, d’altra parte, saranno relegati in piccole enclave chiuse, isolate, senza alcun controllo sulla loro vita poiché il piano rende eterna la frammentazione dell’area palestinese in porzioni di territorio non connesse tra loro e circondate dal controllo israeliano, non diversamente dai bantustan del regime di apartheid sudafricano. Senza contiguità territoriale, i palestinesi non saranno in grado di esercitare il loro diritto all’autodeterminazione e continueranno a dipendere completamente dalla buona volontà di Israele riguardo alla loro vita quotidiana, senza diritti politici e senza alcun modo di gestire il loro futuro.

Continueranno a essere alla mercé del rigido regime israeliano di permessi e avranno bisogno della sua approvazione per qualsiasi attività produttiva o sviluppo. In questo senso, non solo il piano non riesce a migliorare in alcun modo la situazione dei palestinesi, ma di fatto aggrava ancora la loro condizione perché la perpetua e la legittima. Questo piano rivela una visione del mondo che concepisce i palestinesi come eternamente sottomessi piuttosto che come esseri umani liberi e autonomi. Una “soluzione” di questo tipo, che non garantisce i diritti umani, la libertà e l’uguaglianza di tutte le persone che vivono tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo e perpetua invece l’oppressione e l’espropriazione di una parte – non è una soluzione valida. Di fatto, non è per niente una soluzione, ma solo una ricetta per ulteriore oppressione, ingiustizia e violenza.

(Traduzione dall’inglese di Carlo Tagliacozzo)

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181 pagine glamour – Paola Caridi

 

Visione per la pace. 181 pagine studiate ben bene. Colori azzeccati e decisamente contemporanei, font molto elegante, la bella brochure di un ufficio di comunicazione. Quella macchia azzurro petrolio dalla singolare forma di un rene è la Palestina. Attenzione! Non c’è alcuna indicazione. Non c’è scritto “Palestina”. Lo si evince perché quella macchia azzurro petrolio è proprio dov’è un pezzo di Cisgiordania. A cui, peraltro, manca tutta la Valle del Giordano. Una vera e propria enclave. Una macchia dentro Israele. Che, al contrario, viene indicata in questa mappa. C’è scritto Israele per ben due volte, sulla mappa.

E c’è scritto Gerusalemme, un nome stampato sul color crema che indica Israele. L’azzurro petrolio scompare. Scompare la città, che diventa semplicemente una scritta in un mare color crema. Il corpus separatum, la città di tutti, degli uni e degli altri, non c’è più. E’ annessa, è solo parte di Israele.

Una proposta-capestro, prendere o lasciare. La rende pubblica Trump, l’alleato perfetto di Bibi Netanyahu, che tra un mese si ripresenta candidato alle urne israeliane. Non è un piano di pace, perché non è un piano negoziato tra due contendenti. E’ la visione di una parte sola. Non certo una visione di pace. E’ quello che una parte degli israeliani, forse la maggioranza, vuole: l’annessione della Palestina (la Cisgiordania) senza la concessione ai palestinesi dei diritti civili, elettorali, sociali. Senza diritti di cittadinanza. L’obiettivo della Visione Trump-Netanyahu è “la soluzione di Uno Stato”, ma senza i cittadini palestinesi.

Prendere o lasciare. La pace giusta può attendere. Ai palestinesi toccherà dire “no”, perché è impossibile accettare una proposta che li tratta non solo come una riserva indiana, ma come individui che non sono portatori di diritti. Da lì, dal rifiuto, all’annessione della Cisgiordania il passo è breve e scontato.

Benvenuti nel nuovo capitolo di una farsa.

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PERCHE’ GLI USA NON SONO MAI STATI MEDIATORI EQUIDISTANTI – Ugo Tramballi

La pace fa israeliani e palestinesi – un accordo che ai primi riconoscesse il diritto alla sicurezza e ai secondi l’indipendenza nazionale – è sempre stato il Santo Graal di ogni presidente americano. Almeno a cominciare da Richard Nixon. Anche se indebolito dallo scandalo del Watergate, era stato lui con il segretario di Stato Henry Kissinger, a costruire le condizioni per la pace di Camp David che Jimmy Carter avrebbe fatto firmare a Egitto e Israele.
Quell’accordo del 1979, come la pace del 1994 fra Israele e Giordania, erano i passaggi essenziali per arrivare al vero obiettivo della politica estera americana in Medio Oriente: la soluzione del conflitto fra lo stato ebraico e i palestinesi. Raggiunto quello, l’intero Medio Oriente si sarebbe pacificato. In un certo senso Egitto e Giordania erano stati i passaggi diplomatici più semplici per poi arrivare all’ostacolo che sembrava insormontabile. Ci provò senza crederci Ronald Reagan e con più entusiasmo e opportunità il suo successore George Bush. Finiva la Guerra fredda e dunque non avrebbero avuto ragione di continuare i suoi sottoprodotti regionali, fra i quali il conflitto arabo-israeliano. Nel tentativo di arrivare a un compromesso, Bush e il suo segretario di Stato James Baker furono gli unici americani a sottoporre gli israeliani alla stessa pressione diplomatica, a volte brutale, che subivano i palestinesi.
Perché i tentativi dei presidenti, per quanto pieni di volontà e buone intenzioni, hanno sempre avuto un difetto di fabbricazione: le richieste e le necessità degli israeliani hanno sempre contato più di quelle palestinesi. La definizione di honest broker, di mediatore equidistante, non ha mai corrisposto alla realtà. La coppia Bush-Baker che ci provò, durò un solo mandato. Poi arrivò Bill Clinton che senza fare molto si trovò sulla scrivania un accordo fra israeliani e palestinesi promosso e costruito dalla diplomazia di un paese inusitato per la grandiosità di un conflitto che preoccupava il mondo intero: la Norvegia. Gli accordi di Oslo del 1993 firmati nel giardino delle Rose della Casa Bianca, furono un miracolo del quale gli Stati Uniti s’impossessarono senza meriti.
Oslo creò la realtà sul terreno che conosciamo oggi: Gaza e Cisgiordania come territori dove i palestinesi avrebbero esercitato un’autonomia che un giorno sarebbe diventata indipendenza. Non andò così: terrorismo ed estremismo hanno impedito di raggiungere l’obiettivo finale. Anche il presidente George W. Bush, il figlio del Bush migliore, provò a ridare vita alla trattativa per uno stato palestinese. Ma la cosa più importante che fece, invadendo l’Iraq nel 2003, fu d’iniziare quel caos mediorientale che avrebbe ancor più allontanato la soluzione del conflitto israelo-palestinese. Gli arabi e le potenze avrebbero avuto problemi e minacce più impellenti da affrontare nella regione. La pace fra Israele e palestinesi smise anche di essere il Santo Graal dei presidenti degli Stati Uniti.
Per Barack Obama che dal Medio Oriente voleva uscire, il conflitto fra i due popoli diventò solo uno dei problemi della regione. Capito dall’esperienza dei predecessori che non era vantaggioso esercitare pressioni su Israele e che i palestinesi erano incapaci di uscire dalla loro sindrome massimalista, Obama affidò il dossier a John Kerry. Ma senza l’appoggio del suo presidente un segretario di Stato non fa molta strada in un negoziato.
Ed eccoci all’ “accordo del secolo” come lo descrive Donald Trump nel suo tronfio egocentrismo. Più che un piano di pace, sembra un comizio per due elezioni: quelle del 2 marzo che Bibi Netanyahu deve affrontare in Israele (le terze in meno di un anno) e le presidenziali del 3 novembre negli Stati Uniti. E sembra anche un diversivo per due problemi fra il giudiziario e il costituzionale: l’impeachment per Trump e l’accusa in tre casi di corruzione per Netanyahu. Giusto ieri i giudici di Gerusalemme hanno formalizzato l’incriminazione per il premier israeliano. Per questo è possibile che la pace del secolo passi direttamente nell’archivio della diplomazia circense dell’incredibile ma vero di Donald Trump: come l’accordo scomparso con la Corea del Nord, la pace o la guerra (dipende dai giorni) con l’Iran, il ritiro dei Marines e poi l’invio dei parà in Medio Oriente

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IL “PIANO DI PACE” DI TRUMP, UNA PRESA IN GIRO PER I PALESTINESI – Fulvio Scaglione

Il cosiddetto “piano di pace” approntato da Donald Trump per il Medio Oriente è una porcheria. C’era da aspettarselo, anche perché il lungo percorso di stesura aveva lasciato filtrare parecchie indiscrezioni. Ma è una porcheria più interessante di quel che sembra. Il “piano”, infatti, si basa sulla smentita totale, quasi filosofica, dell’assunto che ha ispirato la politica di Benjamin Netahyahu in tutti questi anni, e cioè che la “soluzione a due Stati” (Israele e uno Stato palestinese, l’uno accanto all’altro) fosse non solo impossibile ma da respingere in ogni modo. Il “piano” presentato ieri dice l’esatto contrario: i due Stati sono non solo possibili ma addirittura necessari. Il che implica un’ulteriore considerazione: se uno Stato è necessario, i palestinesi sono un popolo. Insediato su una terra precisa con confini precisi. Difficile peraltro sostenere che i palestinesi siano meno popolo dei kosovari o, per restare in zona, dei giordani. Addio, quindi, ai caposaldi del sionismo più duro e radicale.

Per far digerire il boccone all’Israele di Netanyahu, ovviamente, Trump ha ipotizzato, per i palestinesi, uno Stato che sarebbe un simulacro di Stato. Disarmato, spezzettato, cacciato da Gerusalemme (la cui parte Est è tuttora, secondo il diritto internazionale, territorio occupato), privato delle terre fertili (perché gli insediamenti israeliani illegali diventerebbero parte integrante, quindi legale, di Israele; e perché la valle del Giordano ricadrebbe sotto la sovranità israeliana), confinato in quelle più aride, dipendente in tutto e per tutto dal volere del più forte vicino. Nessun diritto al ritorno per i profughi della diaspora palestinese.

Alla voce avere, per i palestinesi, la promessa di Netanyahu di una moratoria di quattro anni nella costruzione di nuovi insediamenti e la promessa di Trump di 50 miliardi di dollari di investimenti. Ovvero, la resa totale per mettersi nelle mani del Netanyahu o del Trump di turno. Il “piano”, quindi, tratta la pace come una colpa, un onere che ricade interamente sulle spalle dei palestinesi. Come se il diritto a esistere di Israele implicasse anche che Israele non abbia mai avuto alcun ruolo o responsabilità nel delinearsi della situazione attuale.

Mentre svelava i propri progetti, alla Casa Bianca, Donald Trump aveva accanto un Benjamin Netanyahu più che soddisfatto, quasi trionfante. E si capisce bene perché. Ma le presenze più interessanti erano tra il pubblico, in particolare nella persona degli ambasciatori di Oman, Emirati Arabi Uniti e Bahrein. Siamo nella galassia dell’islam petrolifero e sunnita che ruota intorno alla politica dell’Arabia Saudita, a sua volta da lungo tempo e saldamente alleata di Israele nella politica anti-Iran e non solo in quella. Una presenza significativa, quella degli ambasciatori. Fa capire che il mondo arabo più ricco ha ormai mollato la causa palestinese al suo destino. Continueranno le donazioni, se non altro per tenere in piedi il sistema di potere di Al Fatah e di Abu Mazen e impedire che Hamas prenda il controllo dell’intera comunità palestinese, come avverrebbe se in Péalestina si votasse, cosa che non accade da tredici anni. Ma il sostegno politico è finito.

Nello stesso tempo gli Usa e Israele continueranno a lavorare per indurre i palestinesi alla resa. Nel marzo del 2018 Trump ha firmato una legge (Taylor Force Act) che tagliava di un terzo gli aiuti americani all’Autorità palestinese finché questa non avesse smesso di pagare un salario alle famiglie dei palestinesi uccisi, feriti o detenuti da Israele, tutti equiparati a terroristi. Nello stesso 2018 la Casa Bianca ha tagliato altri 200 milioni di dollari di aiuti diretti e 300 milioni in finanziamenti alle agenzie Onu che si occupano della Palestina. Al seguito degli Usa sono andati anche l’Australia e i Paesi Bassi. All’inizio del 2019 la Casa Bianca ha bloccato tutte le attività di Usaid (l’agenzia del governo Usa per la cooperazione allo sviluppo) in Cisgiordania e a Gaza e poco dopo ha bloccato altri 60 milioni di dollari di aiuti destinati alla polizia palestinese. La ragione? Una legge del 2018 (Anti-Terrorism Clarification Act) tesa a evitare che i recettori di aiuti americani si rendano responsabili di “atti di guerra”. Una condizione che, di nuovo, vale solo per i palestinesi, visto che Israele riceve ingenti aiuti dagli Usa ma, a quanto pare, non compie mai “atti di guerra”.

La presentazione di questo piano, insomma, somiglia molto all’uccisione del generale iraniano Qasem Soleimani. E’ un’operazione di propaganda a basso rischio. La vittima è debole e la sua reazione non potrà far molto male. Al contrario, il ricavo in termini di consenso e popolarità è alto. E se qualcuno si domanda perché, si chieda anche: quanti voti per Trump presidente possono spostare le organizzazioni filo-palestinesi negli Usa? Qualche decina? E quanti voti, e supporti politici e finanziari, possono invece spostare le organizzazioni pro Israele?

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Donald Trump, il biscazziere della «pace» – Alberto Negri

Scampato – e meno male – il pericolo in Emilia-Romagna, se si suona al citofono dell’indirizzo «Politica Estera del governo» (alla Farnesina, mica un’abitazione privata) non risponde nessuno. Silenzio. Eppure ci sono messaggi urgenti da recapitare, dal Piano Truffa di Trump annunciato ieri «per la pace in Medio Oriente», alla Libia, all’Iraq, all’Iran.

In Libia – proprio mentre dai «porti sicuri» libici c’è il boom di partenze dei migranti e solo le navi di soccorso umanitario, Open Arms, Ocean Viking e Alan Kurdi hanno tratto in salvo in queste ore circa 700 persone – c’è ben altro che la tregua sbandierata alla conferenza di Berlino, un’operazione mediatica e cosmetica per far apparire l’Europa ancora importante di fronte a Russia e Turchia. Dopo Tripoli è sotto assedio anche Misurata dove ci sono oltre 300 soldati italiani di guardia a un ospedale da campo ma in realtà non si sa davvero che fanno. Potrebbero diventare bersagli del generale Khalifa Haftar che non ci tiene proprio in gran simpatia mentre l’alleato di Tripoli al Sarraj ci ha sostituiti con i mercenari jihadisti della Turchia ma incassa ancora i soldi per la guardia costiera che lascia morire in mare centinaia di profughi nella sua area Sar di competenza. L’insuccesso libico è politico ed economico (l’export petrolifero è quasi bloccato) ma soprattutto umanitario.

Per un Paese come il nostro che si dibatte ancora con i decreti sicurezza del governo Conte I: lì al citofono risponde ancora Salvini. Il vicepresidente degli Stati uniti Mike Pence è venuto a Roma nel week end scorso a darci un buffetto sulla guancia, minacciando dazi sulle auto europee (l’Italia produce anche il 50% delle componenti dell’automotive tedesco), sanzioni sui commerci e le tecnologie con la Cina; e poi, non contento dei venti di guerra alimentati da Trump con l’uccisione del n. 2 di Teheran, Qasem Soleimani, chiede silenzio-assenso sulle nuove sanzioni che pesano come un macigno sull’economia e sulla società iraniana, perché fra l’altro colpiscono anche gli interessi dell’Europa e dell’Italia – il fronte che dovrebbe difendere almeno gli accordi sul nucleare civile di Teheran voluti da Obama.

Ma soprattutto Pence ci ha lanciato un avvertimento: armatevi e partite. Gli Usa stanno allargando a Livorno Camp Darby (40 milioni di dollari di investimento), la più grande base degli americani fuori dagli Stati Uniti, ma ci chiedono anche di tenerci pronti per l’Iraq. Qui se gli Stati uniti si ritirano o riducono le truppe andremo a prendere, con l’elmetto della Nato, il posto dei marines nella basi per fare da bersaglio quando gli americani decideranno di colpire con i droni le milizie sciite locali o persino l’Iran. E a sorpresa, mentre i razzi hanno colpito di nuovo l’ambasciata americana a Baghdad, Trump ieri ancora aspettava a reagire: in queste ore ha sospeso le operazioni belliche perché doveva vendere al mondo, con fare ammorbidente e suadente, il Piano Truffa del secolo «per la pace in Medio Oriente».

Inutile girarci intorno: il Piano Truffa presentato ieri a Washington è fatto apposta per essere respinto e mettere in un angolo i palestinesi. E se ci sarà il «gran rifiuto», spiegava Michele Giorgio sul manifesto, si andrà avanti lo stesso in modo che il premier Netanyahu e il suo «rivale» Ganz possano presentare le loro osservazioni prima delle elezioni israeliane del 2 marzo: poi gli Usa daranno il via libera all’annessione unilaterale allo Stato ebraico della Valle del Giordano e di vaste parti della Cisgiordania con 150 insediamenti coloniali israeliani.

Di fatto, con Gerusalemme capitale di Israele, questo Piano Truffa è la pietra tombale sulla formula «due popoli e due stati», avremo un solo Stato con un bantustan palestinese, una sorta di soluzione alla sudafricana, come scriveva Zvi Schuldiner nell’edizione speciale di lunedì, «preludio a più guerra e ancora più sangue». Mentre i palestinesi sono divisi e così la già scarsa autorità dell’Autorità nazionale palestinese viene definitivamente cancellata. Quanto ai miliardi promessi ai palestinesi, chi ci crede è bravo: figuriamoci se dopo averli lasciati marcire nella miseria in una prigione a cielo aperto come Gaza e dopo aver bloccato per anni gli aiuti dell’Unrwa, mollano davvero dei soldi agli arabi.

Altro che la giusta «collera» palestinese: qui è in corso una violazione palese di ogni diritto internazionale, delle risoluzioni Onu ed europee, lo sfregio a qualunque principio di giustizia e del buon senso. Ma se schiacciamo il pulsante al citofono «Politica Estera» siamo sicuri che il nostro governo risponda per darci la sua opinione al riguardo? Salvini, il tappetino della destra al governo d’Israele, è stato temporaneamente battuto, ma Conte, Di Maio e Zingaretti sulla truffa di Trump e Netanyahu che dicono?

Il tutto ricorda un po’ l’atmosfera malata che un secolo fa, nell’aprile del 1920, circondava la Conferenza di Sanremo che a Castello Devachan definì i mandati delle grandi potenze nella spartizione dell’impero ottomano: il 24 aprile 1920 la Palestina fu così messa sotto mandato britannico.

Il vate D’Annunzio, sovranista ante-litteram e specialista in slogan pubblicitari e manifestini – poi imitato dal ministro della difesa La Russa sui cieli afghani – patriotticamente preoccupato dei destini nazionalisti e anti-slavi dell’impresa fiumana, ne lanciò centinaia sulla città famosa per il casinò in cui si definivano i partecipanti «i biscazzieri della pace». Ma in questi giorni il vero contrabbandiere di una falsa pace che è invece preludio di altra violenza e guerra, è Donald Trump, gestore di casinò, presidente sotto impeachment in casa e biscazziere del Piano Truffa.

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La terza Nakba – Gideon Levy

Con un fragile camice da ospedale, ferito, scalzo e confuso, senza cibo o acqua, con un catetere attaccato e con indosso un pannolino, il residente di Gaza Omar Abu Jeriban  fu  gettato sul ciglio della strada il 13 giugno 2008 e lasciato morire. Chaim Levinson riferì la storia di Haaretz a quel tempo, David Grossman ne fu sconvolto.
L’altro giorno l’intero popolo palestinese è diventato Abu Jeriban. Il ruolo della polizia che ha espulso un ferito nel cuore della notte è stato assunto dal presidente americano, Donald Trump, e dal primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu. Il ruolo dell’ospedale  è stato assunto dal mondo.
Nel 2008 è stata una tragedia umana; due giorni fa è stata una tragedia nazionale: la Casa Bianca ha dichiarato l’inizio della terza Nakba. I palestinesi sono stati lasciati sul ciglio della strada e abbandonati al loro destino.La destra israeliana è felice, la sinistra israeliana è persa come al solito e il mondo è silenzioso. È la fine del mondo.
L’altro giorno la Casa Bianca sembrava Habayit Hayehudi, piena di kippot e Yiddishkeit. Bisogna essere un antisemita per chiedersi questo? Con operatori di pace  come Friedmans, Adelson, Greenblatts, Kushners e Berkowitzes,  è impossibile persino pensare all’inizio di un accordo equo.
Non è difficile indovinare cosa passa per la mente di ogni palestinese e di ogni cercatore di giustizia alla vista di questa immagine di potere tutto ebraico e di destra. I  palestinesi non mancavano solo  alla cerimonia  , non si trovavano in nessuna parte del piano che potesse preannunciare   un po ‘di decenza tardiva,  un po’ di giustizia, una  goccia di compassione. Sono stati lasciati sanguinanti sul  ciglio della strada.

Questa è la loro terza Nakba

Dopo aver perso gran parte della loro terra, proprietà e dignità nella prima e la loro libertà nella  seconda, ora arriva la terza  a schiacciare tutto ciò che resta della loro speranza. Hanno provato di tutto. Lotta diplomatica e lotta armata, protesta nonviolenta e boicottaggio economico. Niente li ha aiutati. L’affare del secolo non fa che riconfermare ciò che era noto: il male prospera, questa volta in un’edizione particolarmente estrema di razzismo e di  arroganza. I potenti prendono tutto. I palestinesi ottengono una caricatura di uno stato indipendente dopo molti anni,  e forse  mai, e solo se  concordano una serie di condizioni di resa degradante che nemmeno il collaboratore più in basso potrebbe accettare . Israele, d’altra parte, ottiene quasi tutto e subito.
Perché solo i palestinesi devono mettersi alla prova prima di ottenere qualcosa? Israele nel mezzo secolo di occupazione,ha  obbedito al diritto internazionale? Ha ascoltato la comunità internazionale? Ci deve essere  un premio per l’occupante brutale? Per i coloni? Per cosa e perché ?
Israele ottiene tutto e senza condizioni, mentre i palestinesi, un popolo abbastanza moderato rispetto al terribile abuso che subisce, devono ancora dimostrare qualcosa  per ricevere le piccole briciole di giustizia che il presidente americano lancia loro. Perché la sicurezza di Israele deve essere garantita più e più volte, nel corso delle generazioni e contro tutti i rischi, senza che nessuno alzi un dito per garantire la sicurezza dei palestinesi, il cui sangue viene versato così a buon mercato da Israele? Anche una bambina di Gaza merita un sonno sicuro, ma a chi importa di lei in Habayit Hayehudi al 1600 di Pennsylvania Avenue?
Se questo piano sarà realizzato, Dio non voglia, sarà la fine del popolo palestinese. Non la fine fisica, la fine nazionale. Chiunque pensi che questa sia un motivo per  festeggiare è invitato a unirsi alla celebrazione in Rabin Square per il rilascio di Naama Issachar e a votare Likud o Kahol Lavan: qual è la differenza? Ma chiunque abbia ancora una goccia di impegno morale dovrebbe essere sbalordito per questa terribile pace dei vincitori che può finire bene per Israele ma non finirà mai bene per gli israeliani. Israele non si è mai assunto la responsabilità della prima e della seconda  Nakba, forse evaderà la responsabilità per la terza, ma  non sarà mai in grado di sfuggire alla colpa e alla vergogna per aver sradicato un altro popolo.

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Il generoso piano di pace di Trump, nel senso che è stato scritto dal genero, non è un piano di pace – Christian Rocca

Il commento esatto è quello Richard Haas, un veterano dell’establishment di politica estera americana, merce ormai fuori moda con il Cialtrone in Chief alla Casa Bianca, il quale ha notato l’improbabile piano di Donald Trump e di Bibi Netanyahu per la pace in Medio Oriente, presentato ieri a Washington, ricordando che la pace si fa tra due popoli, israeliani e palestinesi, non tra due persone, Trump e Netanyahu.
Il cosiddetto “affare del secolo”, con tanto di hashtag #dealofthecentury, non è un piano, tantomeno un accordo, ma un manifesto politico, non necessariamente campato in aria, che nonostante i tweet presidenziali, le parole pronunciate a fatica con il gobbo elettronico e il consenso bipartisan degli israeliani, non va da nessuna parte, e per la prima volta non per il rifiuto dei palestinesi ma per manifesta aderenza del testo con le richieste della destra religiosa israeliana. Il cosiddetto “deal of the century”, quindi, è carta straccia rilegata in 181 pagine che secondo Trump, il quale ovviamente non le ha lette, però sono 80.

Non ha alcuna pretesa di tradursi in una reale ipotesi di negoziazione tra arabi e israeliani, anzi secondo il quotidiano Haaretz è stato scritto esattamente per essere bocciato dagli arabi e per offrire un gentile omaggio all’amico Netanyahu impegnato in difficili elezioni il 2 marzo, oltre ovviamente a essere l’ennesimo diversivo per distogliere la già scarsa attenzione popolare dal processo di impeachment che l’altro ieri si è leggermente complicato a causa delle rivelazioni di John Bolton, ex consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, il quale in un libro di prossima uscita inchioda Trump alle sue manovre illegali sull’Ucraina per danneggiare il possibile avversario di novembre Joe Biden. Trump si è innervosito così tanto da aver dedicato due tweet di fuoco addirittura alla Fox News, trattando il canale all news di Murdoch con lo stesso disprezzo che mostra da anni per la Cnn.

A leggerlo, il piano Trump per il Medio Oriente prevede che i palestinesi si prendano il settanta per cento dei territori della Cisgiordania e che gli israeliani annettano il resto, ovvero gli esistenti insediamenti abitativi ebraici che gli anti israeliani chiamano volgarmente colonie.
I palestinesi potranno fondare la capitale del nuovo stato nei sobborghi di Gerusalemme e dovranno rinunciare al diritto di ritorno e al controllo dei luoghi sacri. A quel punto Israele consentirebbe la nascita di uno stato palestinese e fermerebbe la costruzione di ulteriori insediamenti in Cisgiordania, a patto che Hamas dica basta alla violenza, smilitarizzi Gaza e riconosca finalmente Israele.

Accettando il piano inaccettabile, i palestinesi riceverebbero 50 miliardi di dollari di investimenti internazionali, principalmente americani, per migliorare infrastrutture, istruzione, welfare e sanità e costruire un tunnel di collegamento tra Gaza e la Cisgiordania in modo da collegare i due territori arabi divisi geograficamente dallo stato ebraico. I leader dell’Autorità Nazionale a Ramallah non hanno nemmeno risposto al telefono a Trump, nonostante ciò domenica Netanyahu farà votare il progetto alla Knesset, dopo aver ribadito con disprezzo che lo stato palestinese sarà una specie mezzo staterello, smilitarizzato.

La parabola si è dunque completata: adesso Trump non è più soltanto il primo presidente americano che realizza gli incubi degli antiamericani di tutto il mondo che da sempre denunciano la cultura corrotta e predatoria degli Stati Uniti, e che ora nessuno può smentire, ma è anche il primo presidente americano che invece di aiutare lo Stato ebraico si limita a essere generoso con Israele, nel senso del genero Jared Kushner, il regista di questo affare del secolo ma che in passato non è riuscito a salvare il New York Observer, figuriamoci il Medio Oriente.

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Il piano di pace di Donald Trump dà il via libera a Israele per stabilire uno stato di apartheid – Husam Zomlot

Il piano di pace in Medio Oriente del presidente degli Stati Uniti Donald Trump dà effettivamente il via libera a Israele per stabilire uno stato di apartheid  : “Questo è un circo politico, è un triste pezzo di teatro politico”, ha detto  Husam Zomlot  che in precedenza era stato capo della missione palestinese a Washington e consigliere strategico del presidente  Mahmoud Abbas .
Mentre la proposta di pace ,che sarà annunciata da Trump a mezzogiorno a Washington, potrebbe far riferimento alla creazione di uno   stato palestinese , Zomlot ha affermato che non avrebbe nessuna delle caratteristiche di un vero stato e lascerebbe gli israeliani in grado di trasformare  il territorio palestinese in “bantustan “.
È uno stato di Topolino”, ha dichiarato  a Reuters.
“Il 28 gennaio 2020, verrà dato il timbro legale ufficiale di approvazione degli Stati Uniti  per i creare  un  sistema apartheid a tutti gli effetti  .La storia definirà  Trump come colui  che ha spinto Israele nella direzione sbagliata”.
I dettagli  del piano  ,elaborato dal genero di Trump, Jared Kushner e da altri consiglieri negli ultimi due anni, sono stati tenuti strettamente nascosti. Il primo ministro  israeliano Benjamin Netanyahu è  stato invitato a Washington per la presentazione del piano, ma non sono presenti palestinesi.
Zomlot ha sottolineato  che, in base a quanto si sa,  non sarà mai accettabile per i palestinesi e per il mondo arabo.
Non c’è nulla su  Gerusalemme, non c’è nulla sui confini del ’67”,  riferendosi all’obiettivo  dei palestinesi di avere la loro capitale a  Gerusalemme est  e i confini del loro stato lungo le linee di demarcazione che esistevano prima del 1967, quando Israele conquistò la Cisgiordania, Gerusalemme est e la Striscia di Gaza.
Si prevede invece che  il piano  lascerà a Israele un gran numero di insediamenti ebraici  in Cisgiordania, così come una grande porzione di territorio lungo il fiume Giordano e le  aree critiche di Gerusalemme est.
È la Bantustan del popolo della Palestina e della terra della Palestina”, ha detto Zomlot  riferendosi alla creazione di terre quasi indipendenti per i neri in Sudafrica ,ma che permettevano ai  bianchi di rafforzare uno stato di apartheid.
Oggi a mezzogiorno Trump spingerà Israele e Netanyahu  nell’apartheid”, ha rimarcato.
Sono state sollevate molte domande sul perché Trump abbia scelto questo momento per presentare il suo piano,  più volte ritardato dall’incertezza  elettorale  in Israele.
Zomlot ha spiegato che il piano è un modo per Trump per distogliere l’attenzione sia  dal suo processo di impeachment  sia  dalle indagini sulla corruzione di  Netanyahu, in modo  da rafforzare  le loro prospettive elettorali.
“Probabilmente tutti trovano difficile non ridere di questo circo, ma noi palestinesi non stiamo ridendo”.

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Perché Putin deve far parte del piano di pace di Trump-Netanyahu – Akiva Eldar

Oltre  all’assenza del presidente palestinese Mahmoud Abbas, tutti gli sponsor del processo di pace del ultimi decenni sono rimasti lontani dall’evento “storico”. L’assenza del presidente russo Vladimir Putin – il più importante giocatore straniero nell’arena del Medio Oriente – è stata  particolarmente evidente. L’ambasciatore delle Nazioni Unite, il russo Vasily Nebenzya, ha riferito ai giornalisti diverse ore prima dell’evento che gli Stati Uniti non avevano consultato la Russia in merito al piano e non lo avevano neppure informato sul suo contenuto.

Il primo ministro,  Benjamin Netanyahu,  ha prolungato il suo viaggio all’estero volando da Washington a Mosca, prima di tornare in Israele. Non è volato a Mosca per cercare la benedizione del presidente Vladimir Putin per il piano americano,ma  per offrire un passaggio, a spese del contribuente ,a una giovane donna israeliana, Naama Issachar , condannata in Russia per traffico di droga. Putin l’aveva perdonata  poche ore prima dell’arrivo di Netanyahu.

L’atteggiamento negativo della Russia nei confronti dell’affare del secolo del presidente USA Donald Trump è noto da tempo. Netanyahu sta utilizzando Putin nella speranza di raccogliere  qualche  voto dagli immigrati dall’ex Unione Sovietica alle elezioni del 2 marzo,  sottraendo voti  a Yisrael Beitenu, Allo stesso tempo il capo del governo provvisorio israeliano (Netanyahu) sta dando una mano alla politica arrogante di Trump ,mettendo da parte  Putin.

Mosca è stato un partner del processo diplomatico arabo-israeliano ai tempi dell’Impero sovietico. Il presidente sovietico Mikhail Gorbachev ha firmato l’invito alla conferenza di Madrid del 1991 in Medio Oriente insieme al presidente George HW Bush. Alla cerimonia della firma dell’Accordo di Oslo del 1993, il Vice Ministro degli Esteri russo Andrei Kozyrev si è unito al Primo Ministro israeliano Yitzhak Rabin. Il presidente russo Boris Eltsin è stato invitato a partecipare alla firma dell’accordo di pace Israele-Giordania del 1994, insieme al presidente americano Bill Clinton. Il presidente degli Stati Uniti George W. Bush ha invitato la Russia a unirsi al Quartetto internazionale  che ha firmato la Road Map for Peace del 2003 e nel  2007 il processo di pace di Annapolis. La Russia è stata tra i 40 rappresentanti di alto livello  che hanno accettato l’invito. In una visita di marzo 2019 a Riyad, il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha affermato che Mosca e Riyad avevano concordato che la soluzione al conflitto israelo-palestinese doveva essere basata sulle risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’ONU e sull’iniziativa di pace araba del 2002. In altre parole la soluzione non può essere basata su un piano americano che ignori il diritto internazionale e il consenso arabo-musulmano ancorato all’iniziativa araba. Lavrov ha accusato Trump di aver abbandonato il  Quartetto – composto da Stati Uniti, Russia, Nazioni Unite e Unione Europea – a favore di un piano unilaterale mediato da un solo mediatore. Il  piano ha osservato Lavrov, contraddice i parametri internazionali per un accordo israelo-palestinese ed era evidente che i palestinesi avrebbero rifiutato il piano Ha criticato le  misure unilaterali adottate dagli Stati Uniti e messo in guardia contro i loro effetti negativi sul processo di pace.

L’identità della persona dietro queste mosse unilaterali americane non è un segreto.Lo stesso Netanyahu si vanta di essere stato lui a convincere Trump a ritirare gli Stati Uniti dall’accordo nucleare con l’Iran, del quale  la Russia è uno degli sponsor.

Mentre Trump ammette che non gli importa molto di quello che succede in Medio Oriente, a 7000 miglia di distanza, a Mosca importa e parecchio. A differenza di Trump, Putin ha canali di comunicazione con l’Iran e con i palestinesi. Durante un viaggio a Mosca, settembre 2019, Netanyahu ha affermato che il coordinamento tra Israele e Russia in Siria è  stato particolarmente importante per Israele, date le tensioni sul suo confine settentrionale   e il dispiegamento di missili precisi  diretti nel cuore di Israele.
Secondo i rapporti dell’intelligence pubblicati sui media, il leader russo ha ignorato la richiesta di Netanyahu sulle  batterie missilistiche S-300 che aveva fornito all’esercito siriano, anzi  i soldati russi stanno addestrando i soldati siriani  all’ uso dei missili di precisione.
Inoltre potrebbe essere rilevante l’intervento russo quando il presidente della Casa Bianca è  coinvolto nell’ ‘impeachment, e quando l’alleato di Gerusalemme degli Stati Uniti (Netanyahu) è accusato di corruzione, frode e violazione della fiducia

https://frammentivocalimo.blogspot.com/2020/02/akiva-eldar-perche-putin-deve-far-parte.html

 

Non chiamate ciò un piano di pace.”Peace Vision” del presidente Trump – Daniel Levy

 

(Daniel Levy è il presidente del progetto USA / Medio Oriente, con sede a New York e Londra, ed è un ex negoziatore israeliano)

Dalla metà degli anni Novanta ai primi anni ’40, gran parte della mia vita professionale è stata spesa in una ricerca ,piuttosto di nicchia ,che mi è tornata in mente con la pubblicazione  di ieri di “Peace Vision” del presidente Trump.

La stesura di accordi di pace israelo-palestinesi è diventata la mia professione. A volte in servizio nelle forze di difesa israeliane (IDF), a volte come cittadino interessato nei colloqui informali e spesso clandestini, talvolta come consigliere negli uffici del primo ministro israeliano e poi ministro della giustizia durante i negoziati ufficiali.

Ero un negoziatore degli accordi di Oslo B sotto Yitzhak Rabin; ho inviato testi al Summit di Camp David a Clinton con Yasser Arafat e con  Ehud Barak; e poi mi sono unito ai colloqui tra israeliani e palestinesi, a Taba nel gennaio 2001. Ho partecipato a numerosi colloqui -israeliani-palestinesi prima di diventare uno dei redattori principali del piano non autorizzato dell’Accordo di Ginevra nel dicembre 2003. La  cerimonia della firma di israeliani e palestinesi che cercano un nuovo modo di procedere è ancora sospesa nel mio studio.

Alcuni di questi testi hanno visto la luce del giorno e alcuni sono stati persino firmati con grande sfarzo e cerimonia alla presenza dei leader mondiali. Nessuno, ovviamente, ha portato a qualcosa che si avvicini alla pace.

Negli anni intermedi e spesso cupi del conflitto e dell’occupazione , ho spesso messo in dubbio la saggezza di ciò che avevamo tentato. Quei ricordi e quelle incertezze mi hanno colpito come un pugno allo stomaco quando ho letto il lungo piano della Casa Bianca pubblicato martedì: “Pace nella prosperità: una visione per migliorare la vita del popolo palestinese e israeliano”.
Il linguaggio della pace era stato tagliato e sostituito  da  un atto di aggressione grondante della ruvida sintassi del razzismo. Un piano di odio, non un piano di pace.

Ecco dieci modi in cui il documento pubblicato martedì è un implacabile assalto all’idea stessa della pace israelo-palestinese:

1. Bravi ragazzi, cattivi ragazzi e piani di pace
Anche  i termini della resa hanno più possibilità di essere durevoli se sono costruiti in modo tale da mantenere una parvenza di dignità nella parte sconfitta.
Un piano di pace deve essere basato sul salvare la faccia di entrambe le parti , entrambe le parti devono essere in grado di dichiarare una sorta di vittoria. Il piano annunciato è un piano  di odio di 180 pagine  scritto dagli americani (e per estensione degli israeliani). e diretto ai Palestinesi. Fino a quando non si legge l’intero documento (e se non si conosce la storia del conflitto), è difficile trasmettere la profondità del disprezzo  mostrato nei confronti dei  palestinesi. Trasuda il suprematismo colonialista.
Solo la parte israeliana è considerata degna dal piano americano  ad aver diritto all’ empatia, ad abbracciarne le  rivendicazioni e le giustificazioni storiche sulla terra e sulla nazionalità. Secondo il piano i palestinesi esistono per essere schiaffeggiati e respinti. Sono interlocutori solo nella misura in cui possono offrire contrizione e penitenza.

Secondo il testo, le azioni militari di Israele sono sempre difensive. La sua rinuncia a qualsiasi territorio occupato è una generosa concessione, poiché questo è “territorio dove  Israele ha valide rivendicazioni legali e storiche e fa parte della patria ancestrale del popolo ebraico“. Israele è raffigurato come un amministratore esemplare di una Gerusalemme unita , ela sua popolazione è affollata in una stretta fascia costiera (qualcuno dovrebbe davvero dire alla Casa Bianca che Israele ha i militari più potenti della regione e ha  armi nucleari).

I palestinesi, al contrario, sono una banda di miscredenti, incitatori, ingrati e corrotti. È difficile non leggere in questo testo una mentalità suprematista bianca. Il razzismo viene alla ribalta nell’idea di trasferire i diritti politici dei residenti nell’Israele Centrale, dove vivono comunità di cittadini palestinesi di Israele. Queste terre potrebbero essere trasferito allo stato palestinese, minando in tal modo lo status di cittadinanza dell’intera comunità palestinese-israeliana. Il piano approva la logica dell’etnocrazia-sopra la democrazia sancita dalla recente legge dello Stato nazionale di Israele.

2. Uno stato palestinese? Questa è una creazione di Bantustan.
Gli elementi visivi della mappa proposta sono  un patchwork di isole palestinesi simili  alla mappa dei Bantustan dell’era dell’apartheid in Sudafrica. Uno stato palestinese è presumibilmente offerto, ma tale nozione è priva di ogni possibile significato. Il documento prosegue persino con una deviazione filosofica : “La sovranità è un concetto amorfo che si è evoluto nel tempo”. Israele controllerà tutta la sicurezza, le acque territoriali, lo spazio aereo e le traversate internazionali di questo non-stato e può persino mantenere una blocco permanente navale.

Dopotutto, la mancanza di contiguità di questo non-stato non dovrebbe preoccupare, poiché il piano “massimizza la facilità di viaggio nello stato della Palestina attraverso soluzioni infrastrutturali all’avanguardia :  ponti, strade e tunnel”. I palestinesi avranno accesso  a strade in modo da poter attraversare la Valle del Giordano, “soggetta ai requisiti  israeliani di sicurezza “. Le  enclavi dei palestinesi nei territori israeliani, avranno anche accesso al resto della “Palestina , soggetta alla  “responsabilità della  sicurezza israeliana“. In  alcune aree Israele può anche decidere regole di suddivisione in zone e permessi di costruzione per i palestinesi. I palestinesi hanno fin troppo familiarità con il vero significato che questa matrice  di controllo comporta  nella pratica.

Il non-stato palestinese non avrà Gerusalemme come sua capitale, poiché ciò rimarrà la “capitale sovrana indivisa dello Stato di Israele”. I palestinesi possono avere quartieri esterni a Gerusalemme dall’altra parte di dove Israele ha eretto la sua barriera di sicurezza  e i palestinesi possono chiamare questo non-capitale con qualsiasi nome a loro piaccia.
Infine  il glorioso non-stato della Palestina si realizzerà solo se vengono soddisfatte una serie di precondizioni, che ” verificate  dallo Stato di Israele”.

3. Richieste  a Israele? Non ce ne sono.
Nonostante alcuni tentativi tattici in Israele, sia da parte della  sinistra che della destra, di rappresentare il documento statunitense come esigente concessioni israeliane indesiderate,  a Israele viene solo chiesto di non fare o di  rinunciare a cose per le quali  ha già dichiarato  di non aver alcun interesse. Se  Israele dovesse cambiare idea o se ciò non bastasse, allora c’è un fallback; Israele può interrompere qualsiasi attuazione con  veto unilaterale .

Il confine di Gerusalemme sarà stabilito in base alla barriera che Israele ha già costruito unilateralmente. Non c’è fine alla crescita degli insediamenti. Israele ha definito tutta la terra che vuole; può continuare a costruire lì senza turbamenti ed estendere la sovranità israeliana in tutte queste aree con l’approvazione americana.

La clausola che presumibilmente impone una moratoria sulla demolizione di case e strutture palestinesi ha la seguente clausola di esclusione: “Questa moratoria non si applica alla demolizione di  strutture  che rappresentano  un rischio per la sicurezza, come stabilito dallo Stato di Israele o   alle demolizioni punitive a seguito di atti di terrorismo. ”

Israele arriva persino a scavalcare unilateralmente le risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’ONU. La mappa concettuale americana è progettata “nello spirito dell’UNSCR 242”  per una soluzione a due stati  approvato  all’unanimità dopo la guerra del 1967 ,Punta a soddisfare  i requisiti di sicurezza dello Stato di Israele e. tiene conto delle valide rivendicazioni storiche legali dello Stato di Israele ”.

4. Umiliazione, prima parte: rifugiati e prigionieri
Chiunque abbia familiarità con l’esperienza palestinese conoscerà la centralità storica per i palestinesi dell’esperienza dei rifugiati e l’enorme ombra proiettata nella vita palestinese contemporanea dai così tanti palestinesi nelle prigioni israeliane. Quest’ultima è la conseguenza di un’occupazione umiliante che genera inevitabilmente resistenza, sia violenta che pacifica, e che nel corso degli anni ha criminalizzato qualsiasi atto di lotta politica palestinese.
In quanto ai rifugiati non  viene nemmeno accordato l’usuale empatia retorica.. La dura linea di Israele sul diritto al ritorno dei  rifugiati è una questione storica, ma nei colloqui di pace ci sono stati almeno tentativi di attenuare il colpo. Qui non è così.

Il testo afferma che “non ci sarà alcun diritto al ritorno o all’assorbimento di qualsiasi rifugiato palestinese nello Stato di Israele”. Non solo. Israele può decidere quanti e quali rifugiati palestinesi potrebbero prendere residenza nel nuovo non  stato della Palestina. “I diritti dei rifugiati palestinesi ad emigrare nello Stato di Palestina devono essere limitati in conformità con gli accordi di sicurezza concordati … e regolati da vari fattori,in modo da non minare i la sicurezza dello Stato di Israele”.

L’insulto finale è riservato al fascicolo di compensazione. Ci viene detto che i fondi sarebbero molto meglio “utilizzarli   per attuare il piano economico di Trump”. Tutto ciò che manca è che includa un nuovo hotel Trump luccicante!

Quando si tratta di prigionieri, la pratica standard quando si passa dalla guerra alla pace, consiste nel liberare le persone imprigionate nel contesto delle lotte di liberazione. Non in questo piano di odio. I prigionieri coinvolti in omicidi, tentati omicidi o cospirazioni per omicidio sono esclusi, rendendo l’intera clausola un esercizio di umiliazione piuttosto che di riconciliazione.

5. Sicurezza e controllo
Solo  gli israeliani sono degni di sicurezza, quindi solo Israele deve avere il controllo della sicurezza.:  “La parte riguardante la sicurezza  è stata sviluppata sulla base della nostra migliore comprensione dei requisiti di sicurezza dello Stato di Israele”, definita in modo tale che “tutte le attività dell’Iran devono essere considerate  nel determinare le esigenze di sicurezza dello Stato di Israele. ”In breve, l’esercito israeliano può continuare a operare ovunque con impunità e il non-stato palestinese non solo sarà smilitarizzato, ma servirà anche come subappaltatore dell’esercito israeliano in perpetuo.

Israele ha il controllo della terra, del mare, dell’aria e dei valichi di frontiera, non dovrebbe essere necessario altro,ma  nel caso che al  Grande Fratello potesse mancare qualcosa, il testo stabilisce che “esclusivamente come determinato dallo Stato di Israele, lo Stato di Israele potrà  fare affidamento su  droni e  apparecchiature aeree per scopi di sicurezza”. Occupazione militare, ovunque, per sempre.

Il documento continua dicendo che i palestinesi dovrebbero essere grati perché “lo Stato di Palestina non sarà gravato da tali costi (difesa), perché  sostenuti  dallo Stato di Israele”. La generosità americana apparentemente non conosce limiti, perché il piano di sicurezza delineato “si traduce in miliardi di dollari di risparmio  per i donatori internazionali visto che non è necessaria una nuova forza di sicurezza multinazionale”. Grazie, America.

6. Gaza: hai indovinato, tutta colpa dei palestinesi

È uno degli spazi più sovraffollati del mondo e la maggior parte dei suoi abitanti sono stati espulsi dalle loro case originali durante la Nakba. Diversi anni fa un rapporto delle Nazioni Unite ha suggerito che entro il 2020 Gaza potrebbe diventare inabitabile per la  sicurezza umana.

Quando Israele si ritirò da Gaza nel 2005 impose una chiusura permanente e dichiarò che il ritiro sarebbe stato condotto in condizioni punitive. Da allora, in vari cicli di scontri con Israele, almeno 5.514 palestinesi,sono stati uccisi, di questi  2.667 erano civili, secondo l’ONG israeliana B’Tselem per i diritti umani. Negli ultimi due anni Israele ha respinto le marce di ritorno. Si contano 250 vittime tra i civili palestinesi, inclusi molti bambini ,e oltre 30.000 feriti. Sicuramente anche l’amministrazione Trump potrebbe provare un po’di empatia per Gaza? No.

Tutta colpa dei palestinesi. Ci viene detto che gli abitanti di Gaza e la leadership di Gaza sono gli unici responsabili della situazione. Israele è incontaminato, impeccabile. Nessuna situazione di conflitto nel mondo funziona in questo modo e nessun tentativo di risolvere un conflitto può fare una simile affermazione. Il testo americano afferma inoltre che “non si verificheranno significativi miglioramenti per il popolo di Gaza fino alla completa smilitarizzazione di Gaza”. Ciò non accadrà così viene offerta più sofferenza agli abitanti di Gaza.

7. Homo economicus palestinese
Significativamente oltre la metà del documento pubblicato martedì, 124 su 181 pagine, è dedicata a quello che viene chiamato un “Quadro economico”, pieno di presentazioni in stile McKinsey .

Ci sono due problemi minori in questo glorioso futuro annunciato per i palestinesi. Prima di tutto, non accadrà. Un’economia palestinese che rimane sotto l’occupazione non può prosperare e il piano non riesce a riconoscere questo semplice dato . Il piano garantisce un’occupazione permanente. Ipso di fatto il piano economico è morto prima ancora di iniziare.

Il secondo problema è che questo progetto   tratta i palestinesi non come una nazione con aspirazioni nazionali collettive ma come Homo economicus, un insieme  di individui che fanno scelte economiche perfettamente razionali  e i loro  orizzonti non si estendono oltre le opportunità economiche.

8. L’umiliazione è ovunque
Questo testo odioso non perde occasione per degradare i palestinesi. È difficile non giungere alla conclusione che ciò è intenzionale.

In diversi punti  il piano suggerisce la sua generosità  verso i palestinesi, consentendo loro accordi speciali e un accesso speciale alle aree che fanno comunque parte del territorio palestinese occupato. Ad esempio, mentre la Valle del Giordano sarà soggetta alla sovranità israeliana, “nonostante tale sovranità, Israele dovrebbe collaborare con il governo palestinese per negoziare un accordo dove  le aziende agricole esistenti possedute o controllate dai palestinesi  non sono  soggette discriminazione ai sensi delle licenze o dei  contratti di locazione concessi dallo Stato di Israele. ”Che tristezza.

Accordi simili vengono proposti nell’area del Mar Morto  dove  ai palestinesi sarà permesso di “sviluppare un’area di villeggiatura nel nord del Mar Morto, fatta salva la sovranità dello Stato di Israele in tale località“. Allo stesso modo, una zona turistica speciale è designata nel quartiere nord di Atarot a Gerusalemme ancora una volta non parte di Israele.

Ai palestinesi è vietato il ricorso a organizzazioni internazionali o al Tribunale penale internazionale. E solo i palestinesi devono porre fine all’incitamento verso i loro vicini; non viene fatta una simile richiesta agli israeliani. E l’elenco delle umiliazioni continua.

9. Israele come giudice e giuria
I seri tentativi di risolvere conflitti di vecchia data richiedono un meccanismo di attuazione che sia resiliente di fronte alla reciproca sfiducia,nel  documento  di Trump, tale nozione viene evitata. Israele decide tutto, a volte con gli americani. Quando si tratta di avanzare verso la formazione del non-stato palestinese offerto, le condizioni preliminari “devono essere  verificate dallo Stato di Israele e dagli Stati Uniti congiuntamente, agendo in buona fede, dopo aver consultato l’Autorità Palestinese”. Israele ha un veto. Se ci fosse mai qualcosa di sgradevole per Israele in questo piano,  ciò non sarebbe mai attuato.

10. La Giordania e lo scopo finale di questo piano
Uno deve presumere che gli autori del piano abbiano in mente uno dei due scenari, Nel primo il piano è attuato secondo l’interpretazione di Israele e riesce a legalizzare la Grande Israele insieme ai Bantustan palestinesi. Questo è presumibilmente ciò che Trump prevede:

Lo scenario più probabile (si immagina inteso da almeno alcuni degli architetti del piano) è che i palestinesi , accusati di aver rifiutato il piano ,permettono a  Israele e agli Stati Uniti  di attuare tale progetto , forse oltre ciò che è previsto in questo documento.

Un’opzione , a lungo coltivata   dalla destra israeliana, sarebbe quella di coinvolgere la Giordania nella realizzazione della rappresentanza politica palestinese. Ciò è più che accennato nel documento dove vi è un riferimento alla Giordania “in virtù della vicinanza territoriale, dell’affinità culturale e dei legami familiari che svolgono un “ruolo distintivo nell’assistere i palestinesi in una serie di questioni come: istituzioni, servizi di costruzione e municipali. ”Questo, oltre a una menzione separata di un ruolo giordano sulla sicurezza, dovrebbe  costituire un campanello d’allarme per il Regno hashemita .

L’unica grazia salvifica in questo  scenario spaventoso, è dato dall ‘ impeachment  di Trump .  dalla denuncia del procuratore generale israeliano contro il Primo Ministro Netanyahu al tribunale distrettuale di Gerusalemme .Ciò suggerisce che il piano potrebbe andare in fumo con i suoi co-presentatori.

Diciannove anni fa, a Taba, mi sono seduto al tavolo delle trattative  sentendo che  avremmo potuto essere veramente vicini a un accordo. Ho avuto il privilegio di lavorare con una squadra di israeliani patriottici, molti dei quali hanno cercato sinceramente un accordo con i palestinesi, sia per un senso di umanità condivisa, sia perché ciò era nell’ interesse israeliano. Una strada reciprocamente dignitosa è ancora possibile.
Il piano di odio ,emesso il 28 gennaio alla Casa Bianca, non va nella direzione degli interessi israeliani. Dopo la sua pubblicazione i palestinesi e gli israeliani potrebbero cercare un approccio molto diverso se si vuole affrontare un’umanità condivisa, la dignità reciproca e la necessità di reciproca uguaglianza.

da qui

 

Gaza, dove il piano di pace del Medio Oriente di Trump sta per morire – Muhammad Shehada

 

Per Hamas la “generosa offerta” di Trump ha un prezzo impensabile. E se Israele inizia ad attuare il piano, la scintilla più inaspettata potrebbe innescare una massiccia risposta palestinese

“L’accordo del secolo è nato morto. Porta semi inutili e non ha futuro, specialmente alla luce di quanto sia unificata la posizione palestinese … “. Hamas Ismail Haniyeh , 29 gennaio 2020
Il modo più conciso di descrivere il “piano di pace” di Trump / la dichiarazione di vittoria di Netanyahu viene da Tucidide: “I forti fanno ciò che possono e i deboli soffrono ciò che devono”.
L’accordo non solo inverte la politica americana di vecchia data, ma gratifica i sogni più selvaggi della destra israeliana, mentre Netanyahu  mina  coscienziosamente anche la minima possibilità di raggiungere una seria soluzione al conflitto.

Forse è per questo che l’ex negoziatore israeliano Daniel Levy l’ha definito “un  documento di odio di 180 pagine “. Persino il segretario di Stato di Trump ha definito privatamente il piano ” non eseguibile “. Il ministro degli Esteri di Gibuti ha dichiarato alla sessione di emergenza della Lega araba, quasi malinconicamente: “Se non fosse stato per la debolezza e la divisione araba , non avremmo sentito parlare dell ‘” affare del secolo “.”
Le proposte di Trump ai palestinesi sono presentate in termini di ” offerta generosa ” e per Gaza  ha un prezzo  impossibile .Il piano di Trump prevede di ripristinare a Gaza alcune delle stesse libertà che Israele ha negato collettivamente alla sua popolazione per più di un decennio, rendendo la Striscia funzionalmente inabitabile .

Include  una zona industriale nel Negev ,al posto della zona industriale di Gaza che il blocco e le operazioni militari di Israele hanno compromesso , un corridoio  verso la Cisgiordania,  che Israele rifiuta costantemente  per impedire agli abitanti di Gaza di trasferirsi in Cisgiordania,  per dare impulso ai settori dell’industria primaria come l’agricoltura e l’artigianato, oltre ad altre promesse relative all’elettricità, all’acqua e all’occupazione.
Tuttavia, il realizzare questo “miglioramento” ” di Gaza, nel linguaggio del piano di Trump,   vuol dire firmare un assegno in bianco di capitolazione.
La sezione “Criteri di Gaza” del piano prevede due condizioni come prerequisito per i negoziati verso lo stato palestinese: disarmare Hamas e smilitarizzare Gaza . Queste due condizioni significano che i negoziati sullo stato palestinese non inizieranno mai, anche se l’Autorità palestinese  accettasse. Hamas non è  così  stupido da rinunciare a ciò che ritiene il suo unico strumento di difesa e deterrenza verso  Israele senza avere ,in cambio,  alcuna garanzia .Queste condizioni sono la prova evidente che il piano di Trump è disconnesso dalla realtà sul campo. Nel negoziare con Hamas nemmeno Israele ha posto tali condizioni radicali. Le attuali  comprensioni ” tra Israele e Hamas – come quelle del passato – sono invece una via di mezzo: Hamas impedisce attivamente ad altri gruppi armati di attaccare Israele in  cambio di una modifica del  blocco israeliano.
Hamas ha indicato che è disposto a raggiungere un armistizio più sostanziale con Israele, o ” hudna “: sospenderebbe la sua produzione di armi e la costruzione di tunnel in cambio della completa rimozione del blocco. Un armistizio di questo tipo potrebbe creare fiducia e fornire la tranquillità necessaria per individuare meglio soluzioni più costruttive alla questione israelo-palestinese.

Disarmare Hamas non è una panacea. Le sue armi primitive  sono l’unico mezzo   per ottenere il cessate il fuoco con Israele e  intimidire altri gruppi armati a Gaza . Se Hamas dovesse accettare di disarmarsi prima dello stato palestinese ( siamo già in un territorio fantastico) il caos che ne deriverebbe sarebbe inarrestabile; non solo altri gruppi armati di Gaza  cercherebbero  di prendere il posto di Hamas, ma i membri del movimento  entrerebbero in  in massa all’opposizione .Chi farà il disarmo? Dopotutto, Israele impedisce già all’Autorità Palestinese, il cui mandato è limitato a parti della Cisgiordania, di avere il potere necessario per riguadagnare il controllo su Gaza. In ogni caso nessun governo israeliano di destra vorrebbe mai che le infrastrutture di Hamas fossero completamente degradate perché ciò significherebbe che Abbas riguadagnerebbe il controllo di Gaza.  Netanyahu, come  gli altri, preferisce interrompere definitivamente il collegamento tra Gaza e la Cisgiordania.
L’ insistenza del team Trump su un elenco irrealistico di richieste   ,invece di rafforzare  ciò che sta funzionando, dimostra che il piano non è  finalizzato alla  pace e ai  negoziati, ma serve da alibi per l’annessione di Israele dando convenientemente la colpa al “rifiuto” palestinese.
Ecco perché l’ambasciatore di Trump, David Friedman, ha dichiarato con vanto che uno stato palestinese non ci sarà nel prossimo futuro.
E non c’è conforto per Gaza dal mondo arabo. Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Oman hanno inviato rappresentanti alla presentazione  del piano. L’Arabia Saudita ha dato un appoggio cauto, mentre i troll sauditi promuovono con entusiasmo il piano. Al-Jazeera ha intervistato  acriticamente Jared Kushner mentre minaccia che il piano Trump è l’ ultima possibilità per uno stato palestinese.

Sotto i riflettori la Lega araba ha firmato una dichiarazione che rifiuta il piano di Trump ma senza alcuna promessa di azione. Ciò evidenzia che, nel disperato tentativo di aggrapparsi al potere, i regimi arabi metteranno prontamente i palestinesi sotto il bulldozer di Trump.
Perfino l’Iran , che recentemente ha mobilitato centinaia di migliaia di persone per marciare per il ” Martire di Gerusalemme “, Qassem Soleimani , non si è mobilitata  in maniera schiacciante contro un piano che consegnerà  Gerusalemme a Israele, in modo permanente. Un comandante iraniano ha fatto notare che  l’accordo di Trump ” unificherà i palestinesi nella loro lotta per la liberazione di al-Quds”.
Il  presidente Abbas ha promesso  di ” rivedere il ruolo funzionale ” dell’Autorità palestinese , di non sentirsi  vincolato agli accordi bilaterali  e  di inviare una delegazione ufficiale a Gaza per esibire l’unità nazionale.
Hamas  si è così consumato nella lotta  per la sua sopravvivenza e per quella  di Gaza che non può permettersi di mettere in pericolo “il dialogo”  con Israele.Ha chiesto all’AP di fermare il coordinamento della sicurezza e ha invitato Abbas al Cairo per  incontrare Ismail Haniyeh, capo di Hamas.
Sulle strade di Gaza anche la protesta è stata disattivata. Nonostante scioperi generali, richieste ufficiali di proteste e persino la ripresa della Grande Marcia di ritorno di Gaza, solo poche centinaia di abitanti di Gaza sono scesi in piazza. Ci sono dinamiche complesse e contraddittorie in gioco.
I residenti di Gaza sono stanchi  e non stanno prendendo sul serio il piano di Trump. Sanno che le proteste non violente sono state applaudite in teoria dalla comunità internazionale,  ma che a malapena si è verificata una protesta quando Israele ha causato centinaia di morti e migliaia di feriti durante le  stessa Marcia  del Ritorno . Gli abitanti di Gaza  sanno che occasionali ondate di violenza attirano l’attenzione e le proteste non violente non riescono ad attirare la solidarietà.SONO   profondamente delusi dalla leadership palestinese e non sono disposti a rischiare   quando i loro leader non agiscono.

A brevissimo termine questa stanca disperazione scatenerà attacchi di persone i  non  autorizzate che agiscono in modo solitario  , come i proiettili lanciati su Israele negli ultimi giorni.
Tuttavia quella  disperazione non è ancora stata prosciugata . Se l’accordo di Trump viene implementato  e Netanyahu inizia ad annettere, la scintilla più inaspettata potrebbe innescare una risposta massiccia, non diversamente dalla visita di Ariel Sharon alla moschea di al-Aqsa nel 2000 .
Lo status quo , il controllo israeliano sulla terra e sulle persone palestinesi   supportato dalla Casa Bianca, è  così familiare che offre l’illusione della normalità. Credere nella sostenibilità di una realtà intrinsecamente instabile è altrettanto illusorio quanto credere che i piani di Trump per i palestinesi siano  fatti in buona fede. Come per tutte le illusioni, più  queste illusioni durano  più disastroso  risulta il finale.

(Muhammad Shehada è uno scrittore e attivista della società civile della Striscia di Gaza)

da qui

 

Cinque modi principali in cui il piano di Trump per i palestinesi è un crimine contro l’umanità – Juan Cole

Martedì un presidente statunitense in messa in stato d’accusa per abuso di potere ha annunciato uno storico piano per Israele-Palestina al fianco di un primo ministro israeliano appena incriminato per abuso d’ufficio e corruzione. (Il parlamento israeliano ha rifiutato di concedere l’immunità a Netanyahu e lui ha ritirato la richiesta, consentendo l’avvio formale della procedura).
Il piano è stato redatto da una squadra apparentemente diretta da Jared Kushner, genero di Trump, che non ha alcuna posizione governativa reale ed è un nazionalista dell’estrema destra israeliana, in consultazione con il governo israeliano dell’ala di estrema destra del Likud, guidato dal primo ministro Benjamin Netanyahu. Il palestinesi si sono rifiutati di essere coinvolti in quello che è stato evidentemente un processo corrotto e truccato che regala a Netanyahu la loro Gerusalemme Est ancor prima di entrare in vigore.
Proprio come i palestinesi non furono consultati nel 1917 quando il governo britannico adottò la Dichiarazione Balfour, che designava la Palestina geografica quale luogo di una “patria” del popolo ebreo, così anche il piano destinato a fallire di Trump non li ha consultati circa il loro destino. Non è più l’era degli imperi occidentali quando dei tracagnotti in abiti gessati tracciavano nei salotti di Londra i confini dei paesi di altri popoli e dettavano le forme delle loro vite politiche.
Se si vuol sapere che cosa è realmente l’Iran, è prevalentemente una protesta contro queste ingiustizie imperiali. Per tale motivo il piano di Trump è una grande pacchia per l’Iran, poiché rende trasparente precisamente l’”arroganza globale” di Washington su cui l’Iran si dilunga sempre.
A loro volta, le pratiche imperiali furono e sono sostenute da un latente nazionalismo bianco, tale da tentare di mantenere subordinati i neri e quelli dalla pelle scura e riservare la ricchezza e i privilegi del potere globale alle nazioni “bianche” europee e di ascendenza europea. Anche se gli ebrei nell’Europa e negli Stati Uniti del ventesimo secolo erano spesso considerati “non ariani” e “non bianchi”, oggigiorno l’utilità di Israele per i disegni imperiali sulla regione ha fatto sì che gli israeliani siano considerati “bianchi” e i palestinesi “gente dalla pelle scura”. Se si vuole comprendere come milioni di persone possano essere quotidianamente defraudate, come lo sono i palestinesi, la cosa non è molto più complicata di così.
Circa 5 milioni di palestinesi senza patria vivono sotto occupazione militare israeliana (la West Bank palestinese) o sotto assedio militare israeliano (la Striscia di Gaza). Circa 400.000 palestinesi senza patria profughi in Libano provengono da famiglie espulse dal Mandato Britannico in Palestina da milizie sioniste militanti. Altri 400.000 palestinesi privi di patria in Siria, provengono da famiglie espulse dal Mandato Britannico in Palestina da milizie sioniste. Circa 40.000 palestinesi senza patri in Giordania provengono da famiglie… beh, avete capito. Cioè circa sei milioni di palestinesi senza patria sono mantenuti privi di diritti umani elementari dal rifiuto di Israele di consentire loro di tornare nelle loro case e dal rifiuto di Israele di consentire ai palestinesi di creare uno stato vero cui i profughi possano tornare.
Anche se il piano di Trump usa la formula di consentire uno “stato” palestinese, l’entità proposta non ha il controllo dei suoi confini o del suo spazio aereo o delle sue acque costiere e non può concludere trattati con altri stati o rivolgersi alle Nazioni Unite per le continue violazioni israeliane della legge internazionale. In altri termini, non è per nulla uno stato. E’ un Bantustan del genere del governo sudafricano dell’apartheid, creato come modo per scaricare la sua popolazione africana in modo che potesse essere spogliata della sua cittadinanza sudafricana.
Si dice che il presidente palestinese Mahmoud Abbas abbia reagito al piano definendo Trump un “cane, figlio di un cane”.
Il piano di Trump è pieno di misure che costituiscono crimini di guerra in base alla legge internazionale, e una sequenza sistematica di crimini di guerra è qualificata crimine contro l’umanità. Quest’ultima espressione è quella appropriata per il piano di Trump. Ecco i crimini di guerra che il piano propone.

  1. Israele ha riversato 400.000 dei suoi cittadini nei Territori Occupati della West Bank, dove hanno rubato terre palestinesi e vi hanno costruito insediamenti per i soli abusivi, dove ai palestinesi non è consentito di risiedere. Questi abusivi israeliani sono spesso armati e alcuni di loro inscenano regolarmente attacchi con paesi palestinesi e commettono sabotaggi contro orti e campi palestinesi.

Questa occupazione abusiva di terre palestinesi viola la Quarta Convenzione di Ginevra del 1949 sui Territori Occupati, che vieta di trasferire popolazioni dalla Potenza Occupante nelle terre occupate.
“La Potenza Occupante non deporterà o trasferirà parte della sua popolazione civile nel territorio che occupa”.
Tale norma era mirata a impedire la ripetizione dei crimini di guerra commessi dalla Germania nazista, che occupò altre terre e inviò tedesco a insediarvisi.
Il piano di Trump prema attività illegali di Israele affermando: “Circa il 97 per cento degli israeliani della West Bank saranno incorporati nel territorio israeliano contiguo”.

  1. Il piano di Trump consente a Israele di annettere circa un terzo della West Bank occupata, su cui si sono insediati gli occupanti abusivi israeliani. L’annessione è un atto di aggressione, vietato dalla legge internazionale. In base alla Quarta Convenzione di Ginevra, Israele non può di fatto privare i palestinesi occupati dei loro diritti alla terra semplicemente dichiarando quelle terre “annesse”.

 

  1. Il piano prevede di privare molti cittadini israeliani di ascendenza palestinese della loro cittadinanza israeliana, il che corrisponde a una snaturalizzazione. Poiché a loro sarebbe invece concessa una “cittadinanza” in uno “stato” che nessuno riconoscerà e che è un Bantustan piuttosto che uno stato, in cui non godranno di diritti reali sulla loro proprietà perché Israele non permetterà che il Bantustan le conceda loro, ciò corrisponderebbe di fatto a costringere quei cittadini israeliani in una condizione di senza patria, il che contravviene alla Convenzione dell’ONU sulla Riduzione in uno Stato di Apolidi, firmata da 75 stati membri.
  2. Il piano prevede che il Bantustan palestinese sarà disarmato, il che significa che i palestinesi saranno privati del diritto all’autodifesa. Il diritto all’autodifesa è riconosciuto nella Sezione 7 della Carta delle Nazioni Unite:

Articolo 51. “Nulla nella presente Carta comprometterà il diritto intrinseco all’autodifesa individuale o collettiva ove si verifichi un attacco armato contro un Membro delle Nazioni Unite, fino a quando il Consiglio di Sicurezza non avrà assunto misure necessarie per mantenere la pace e la sicurezza internazionale”.
Nel 2012 alla Palestina è stato riconosciuto dall’Assemblea Generale dell’ONU lo status di membro osservatore, come al Vaticano, il che la pone sotto l’autorità della Carta.

  1. Le enclave cui i palestinesi sarebbero consegnati non dà loro alcun controllo sulle loro vite, come ha indicato B’Tselem. L’organizzazione israeliana per i diritti umani ha indicato:

“Senza alcuna contiguità territoriale, i palestinesi non saranno in grado di esercitare il loro diritto all’autodeterminazione e continueranno a essere completamente dipendenti dalla buona volontà di Israele per la loro vita quotidiana, senza diritti politici e senza alcun modo per influenzare il loro futuro. Continueranno a essere alla mercé del regime draconiano dei permessi di Israele e avranno bisogno del suo consenso per qualsiasi costruzione o sviluppo. In questo senso, non solo il piano non migliora in nessun modo il loro calvario ma, in realtà, li lascia in condizioni peggiori perpetuando la situazione e dandole riconoscimento”.  
L’articolo 12 della Convenzione Internazionale sui Diritti Civili e Politici inserisce il diritto alla libertà di movimento nella legge del trattato: “(1) Chiunque si trovi legalmente in seno al territorio di uno stato avrà, in seno a tale territorio, il diritto alla libertà di movimento e alla libertà di scegliere la propria residenza”.
In realtà si potrebbe scrivere un libro intero riguardo ai modi in cui il piano Trump per gli sfortunati palestinesi contravviene alla legge internazionale. Poiché la categoria generale è l’apartheid, e l’apartheid è un crimine di guerra secondo la Statuto di Roma  che è alla base della Corte Penale Internazionale, l’intero piano è una serie di crimini di guerra che nel complesso costituisce un crimine contro l’umanità.  

(da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/top-5-ways-trump-plan-for-palestinians-is-a-crime-against-humanity/Originale: Informed CommentTraduzione di Giuseppe Volpe)

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L’”accordo del secolo” di Trump non porterà pace; questo era il piano – Jonathan Cook

Gran parte del molto anticipato “accordo del secolo” di Donald Trump non ha costituito una sorpresa. Negli ultimi diciotto mesi dirigenti israeliani ne avevano fatto trapelare molti dettaglia.
La cosiddetta “Visione per la pace” svelata martedì ha semplicemente confermato che il governo statunitense ha pubblicamente adottato il consenso di lungo corso in Israele: che il paese ha titolo tenersi permanentemente larghi strati del territorio che ha illegalmente sequestrato nell’ultimo mezzo secolo e che negano ai palestinesi qualsiasi speranza di uno stato.
La Casa Bianca ha abbandonato la tradizionale posa statunitense di “mediatore onesto” tra Israele e i palestinesi. I leader palestinesi non sono stati invitati alla cerimonia e non ci si sarebbero recati se lo fossero stati. Questo è stato un accordo ideato più a Tel Aviv che a Washington, e il suo punto consisteva nell’assicurare che non ci fosse alcun partner palestinese.
Cosa importante per Israele, otterrà il permesso di Washington di annettere tutti i suoi insediamenti illegali, ora sparpagliati in tutta la West Bank, nonché il vasto bacino agricolo della Valle del Giordano. Israele continuerà ad avere il controllo militare sull’intera West Bank.
Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha annunciato la sua intenzione di portare proprio tale piano di annessione davanti al suo gabinetto al più presto possibile. Indubbiamente sarà il punto centrale dei suoi sforzi per vincere l’elezione generale fortemente contrastata prevista il 2 marzo.
Il piano di Trump approva anche l’esistente annessione israeliana di Gerusalemme Est. Ci si aspetta che i palestinesi fingano che un paese della West Bank fuori dalla città sia la loro capitale di “Al Quds”. Ci sono indicazioni incendiarie che a Israele sarà consentito di dividere con la forza il complesso della moschea Al Aqsa per creare uno spazio di preghiera per ebrei estremisti, come è successo a Hebron.
Inoltre risulta che l’amministrazione Trump starebbe valutando di dare semaforo verde alle speranze a lungo coltivate dalla destra israeliana di ridisegnare gli attuali confini in modo da trasferire potenzialmente centinaia di migliaia di palestinesi che attualmente vivono in Israele quali cittadini nella West Bank. Ciò costituirebbe quasi certamente un crimine di guerra.
Il piano non prevede alcun diritto al ritorno, e pare che dal mondo arabo ci si aspetti che paghi il conto di risarcire milioni di profughi palestinesi.
Una mappa statunitense distribuita martedì mostrava enclave palestinesi collegate da un dedalo di ponti e tunnel, tra cui uno tra la West Bank e Gaza. I soli alleggerimenti concessi ai palestinesi sono promesse statunitensi di rafforzare la loro economia. Considerate le precarie finanze dei palestinesi dopo decenni di furti di risorse da parte di Israele, non sono poi queste grandi promesse.
Tutto questo è stato travestito da “soluzione realistica a due stati”, offrendo ai palestinesi quasi il 70 per cento dei territori occupati, che a loro volta comprendono il 22 per cento della loro patria originale. In altri termini ai palestinesi è richiesto di accettare uno stato sul 15 per cento della Palestina storica dopo che Israele si è impossessato di tutta la terra agricola migliore e delle migliori risorse idriche.
Come tutti gli accordi irripetibili, questo “stato” a mosaico – privo di un esercito e in cui Israele ne controlla sicurezza, confini, acque costiere e spazio aereo – ha una data di scadenza. Deve essere accettato entro quattro anni. Diversamente Israele avrà mano libera nel cominciare a saccheggiare ancora altro territorio palestinese. Ma la verità è che né Israele né gli Stati Uniti si aspettano o vogliono che i palestinesi collaborino.
E’ per questo che il piano include – oltre all’annessione degli insediamenti – una serie di precondizioni irrealizzabili prima che possa essere riconosciuto quel che resta della Palestina: le fazioni palestinesi devono disarmarsi, con Hamas smantellato; l’Autorità Palestinese guidata da Mahmoud Abbas deve privare le famiglie dei detenuti politici dei loro stipendi; e i territori palestinesi devo essere reinventati come una Svizzera mediorientale, una democrazia fiorente e una società aperta, il tutto sotto lo stivale di Israele.
Il piano di Trump uccide invece la farsa che il processo di Oslo, vecchio di 26 anni, mirasse a qualcosa di diverso dalla capitolazione palestinese. Esso allinea interamente gli Stati Uniti con gli sforzi israeliani – perseguiti da tutti i partiti politici del paese nel corso di molti decenni – di preparare il terreno per un apartheid permanente nei territori occupati.
Trump ha invitato al lancio sia Netanyahu, il primo ministro provvisorio di Israele, e il suo principale rivale politico, l’ex generale Benny Gantz. Entrambi sono stati ansiosi di esprimere il loro sostegno sfrenato.
Tra loro, rappresentano quattro quinti del parlamento israeliano. Il principale campo di battaglia nelle elezioni di marzo sarà quale dei due potrà affermare di essere posizionato meglio per attuare il piano e in tal modo sferrare un colpo mortale ai sogni palestinesi di essere uno stato.
Nella destra israeliana ci sono state voci di dissenso. Gruppi di coloni hanno descritto il piano come “lungi dall’essere perfetto”, un punto di vista quasi certamente condiviso privatamente da Netanyahu. L’estrema destra di Israele si oppone a qualsiasi discorso di uno stato palestinese, per quanto illusorio.
Ciò nonostante Netanyahu e la sua coalizione di destra accoglieranno con gioia i regali offerti dall’amministrazione Trump. Contemporaneamente l’inevitabile rifiuto del piano da parte della dirigenza palestinese servirà, lungo il percorso, da giustificazione per arraffare ancora altra terra.
Ci sono altri, più immediati omaggi offerti dall’”accordo del secolo”.
Consentendo a Israele di tenersi il maltolto dalla sua conquista di territori palestinesi nel 1967, Washington ha avallato ufficialmente una delle maggiori aggressioni coloniali dell’era moderna. L’amministrazione statunitense ha in tal modo dichiarato guerra aperta ai già deboli limiti imposti dalla legge internazionale.
Anche Trump ne beneficia personalmente. Questo offrirà una distrazione dalle audizioni per la sua messa in stato d’accusa e offrirà anche una potente tangente alla sua base evangelica ossessionata da Israele e a grandi finanziatori quali il magnate statunitense dei casinò Sheldon Adelson nell’approssimarsi delle elezioni presidenziali.
E il presidente statunitense sta accorrendo in aiuto di un utile alleato politico. Netanyahu spera che questa spinta dalla Casa Bianca catapulterà al potere a marzo la sua coalizione ultranazionalista e intimidirà i tribunali israeliani nel soppesare le accuse penali contro di lui.
Come egli programma di ricavare utili personali dal piano di Trump è stato evidente martedì. Ha strigliato il procuratore generale di Israele per aver accolto le accuse di corruzione affermando che era stato messo in pericolo un “momento storico” per lo stato d’Israele.
Nel frattempo Abbas ha accolto il piano con “un migliaio di no”. Trump lo ha lasciato completamente esposto. O l’Autorità Palestinese abbandona il suo ruolo di appaltatore della sicurezza per conto di Israele e si scioglie, oppure continua come prima ma ora esplicitamente privato dell’illusione che sia perseguito uno stato.
Abbas cercherà di indugiare, sperando che Trump sia cacciato nell’elezione di quest’anno e che una nuova amministrazione statunitense ritorni alla finzione di far avanzare il piano di pace di Oslo da tempo scaduto. Ma se Trump vincerà, le difficoltà dell’Autorità Palestinese di aggraveranno rapidamente.
Nessuno, meno di tutti l’amministrazione Trump, crede che questo piano condurrà alla pace. Una preoccupazione più realistica è quanto rapidamente esso aprirà la strada a un maggiore bagno di sangue.

(da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/trumps-deal-of-the-century-wont-bring-peace-that-was-the-plan/Traduzione di Giuseppe Volpe)

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Una persona, un voto per Israele-Palestina – Gideon Levy

 

Il piano di pace dell’amministrazione Trump reca sia buone che cattive notizie. Metterà l’ultimo chiodo nella bara di quel cadavere ambulante noto come la soluzione dei due Stati – questa è la buona notizia. Ma creerà anche una nuova realtà in cui il diritto internazionale, le risoluzioni della comunità internazionale e soprattutto le istituzioni internazionali saranno del tutto irrilevanti.

Colmi della speranza che il Presidente USA instilla in noi, nella sua grande misericordia, iniziamo con la buona notizia. Una volta resa pubblica la sua proposta, nessuno potrà più parlare seriamente della soluzione dei due Stati. Probabilmente mai nata, ma ora chiaramente morta. Non c’è uno Stato palestinese e non ci sarà mai.
La faccia tosta dell’America nel sostenere l’annessione israeliana subito e la creazione di uno Stato palestinese solo “in futuro” – come se l’argomento urgente fosse l’annessione e non l’occupazione – è solo un fiocco per la bara. L’Autorità Palestinese, l’Unione Europea, le Nazioni Unite, la classe dirigente ebraica e la sinistra sionista non potranno più menzionare questa opzione senza fare una figura di merda.
Come potrebbero i paesi europei avere il coraggio di menzionare la soluzione dei due Stati senza perdere la faccia? Come oserebbe la sinistra sionista parlare della creazione di uno Stato palestinese? Dove esattamente? Tra Betlemme e Beit Ummar, con il mostruoso blocco delle colonie ebraiche di Gush Etzion nel mezzo? Tra Gerusalemme Est e Gerico, con Ma’aleh Adumim in mezzo? Un Lilliput palestinese, una Mini Palestina, un parco in miniatura con modelli in scala ridotta di edifici e persone nella grottesca messa in scena di una soluzione giusta.
Con la Valle del Giordano e la maggior parte delle colonie della Cisgiordania sotto la sovranità israeliana, i Palestinesi hanno la garanzia che non avranno mai né uno Stato, né un mezzo Stato, né un un municipo e nemmeno un quartiere da governare. Null’altro che una colonia penale. Con l’annessione della Valle del Giordano e della maggior parte delle colonie, Donald Trump rende ufficiale la creazione di uno Stato d’apartheid che sarà conosciuto come lo Stato di Israele. Ciò che Herzl iniziò a Basilea, Trump lo ha completato a Washington.
D’ora in poi sarà impossibile lasciare che la comunità internazionale, soprattutto quel prepotente che si autodefinisce cercatore del bene, continui a ciarlare della soluzione dei due Stati. Non esiste una cosa del genere. Non c’è mai stata. Non ci sarà mai. Se la comunità internazionale, e con essa l’Autorità Palestinese, sperano di risolvere il problema palestinese, hanno una sola strada da percorrere: l’instaurazione di una democrazia dal Mar Mediterraneo al fiume Giordano. Non resta nient’altro.
L’Europa, che impone il silenzio a chi critica l’occupazione, deve adottare un nuovo linguaggio, il linguaggio dei pari diritti. Il mondo ha due scelte: o riconosce l’apartheid o sostiene la soluzione di un unico Stato democratico. L’Europa non può continuare ad abbracciare Israele e parlare di “valori condivisi” con lo Stato ufficiale dell’apartheid. Dovrà, infine, ricordare come si comportò con il predecessore di quello Stato, il Sudafrica, e come l’Europa, insieme a una versione analoga al BDS (movimento di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni), portò alla caduta di quel regime.
Il Presidente palestinese Mahmoud Abbas e l’AP dovranno dire addio a quel sogno. È stato archiviato. È stato rimpiazzato da un sogno differente, e lo dovranno affrontare, parlare il suo linguaggio e lavorare affinché esso divenga reale – oppure cedere all’apartheid per un pugno di dollari promessi dagli Americani. Lo stesso vale per Israele, naturalmente. Anche il loro sogno, uno Stato ebraico, è stato archiviato. Il sionismo è finito. Siete rimasti in silenzio, avete supportato, ignorato. Ora fatevene una ragione.
Ma le notizie che vengono da Trump e la capitolazione del mondo di fronte ad esse sono ancor più funeste. Trump sta creando non solo un nuovo Israele, ma un nuovo mondo. Un mondo senza diritto internazionale, senza rispetto per le risoluzioni internazionali, senza neanche una parvenza di giustizia. Un mondo in cui il genero del Presidente degli Stati Uniti è più potente dell’Assemblea Generale dell’ONU. Se le colonie sono permesse, qualsiasi cosa è permessa.
Quel che è stato conquistato con la forza militare bruta potrà essere liberato solo con la forza. Nel mondo di Trump e della destra israeliana, non c’è posto per i deboli. Essi non hanno diritti.
Da ora in poi, o ci sarà una persona, un voto – il singolo voto di Trump (e di Benjamin Netanyahu) o il voto uguale di ogni persona che vive in Israele-Palestina. Europei, palestinesi e israeliani: è arrivato il momento di scegliere tra i due scenari.

(Per concessione di Assopace  Fonte: https://cutt.ly/3rE9UCJ

URL dell’articolo: http://www.tlaxcala-int.org/article.asp?reference=27961)

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tutti gli articoli – tranne gli ultimi 3 – sono stati ripresi da frammentivocalimo.blogspot.com

Redazione
La redazione della bottega è composta da Daniele Barbieri e da chi in via del tutto libera, gratuita e volontaria contribuisce con contenuti, informazioni e opinioni.

2 commenti

  • E se domani… ovvero della truffa del secolo
    di: NINO LISI

    E se domani qualcuno, al di là dell’Atlantico, senza nemmeno interpellarci, decidesse e proclamasse che il Trentino dovesse passare all’ Austria, o, se lo preferisse, che La Val D’Aosta spettasse alla Francia, oppure la Sardegna alla Spagna e la Sicilia al Marocco, noi non avremo il diritto di lamentarci o protestare o ribellarci, se ora, in questi giorni non scendessimo in piazza a lamentarci, protestare e ribellarci contro ll’incredibile decisione di un immobiliarista catapultato alla Casa Bianca dall’ondata populista che sta squassando il mondo. Senza nemmeno sentire i Palestinesi, né l’ONU ha sentenziato che Gerusalemme EST vada definitivamente ad Israele, insieme alla Valle del Giordano e gran parte della restante Cisgiordania.
    Ma può il presidente degli Stati Uniti disporre di terre altrui e del Popolo che le abita e farne dono a suo piacimento? Certo che no! Quanti secoli son passati da quando Marche, Contee e Ducati venivano dati in dono a giudizio del Principe, Re o Imperatore che fosse? Molti, tanti! Ora il novello imperatore Trump lo rifà senza che, almeno sinora, un’ondata di indignazione lo travolga e lo detronizzi. Ma perché nessuno insorge? Come mai? Dobbiamo rassegnarci al ?
    No! Dobbiamo opporci fermamente perché ne va anche del nostro futuro. Non possiamo tollerare che del Diritto Internazionale si faccia carta straccia; non possiamo continuare ad accettare che le relazioni tra gli Stati vengano affidati alle ragioni della forza
    Ricordiamoci quali sono le conseguenze possibili di questo regime: per scatenare guerre a seconda della propria volontà e convenienza si sono inscenati falsi incidenti navali come nel Golfo del Tonchino (per la guerra in Vietnam), o si sono prodotte prove false dell’esistenza di armi proibite (guerra contro l’Iraq); un ex amico divenuto nemico, che per l’accusa di terrorismo si sarebbe dovuto portare innanzi ad un tribunale internazionale è stato invece proditoriamente ucciso a casa sua senza processo, per mano di un addestratissimo commando; il numero due di un Paese sovrano è stato ucciso di recente per mezzo di un drone mentre era in visita all’estero (Solimeni), solo per l’inappellabile ordine dell’Imperatore attualmente in carica. Quante migliaia di morti, quante devastazioni sono costate quelle guerre? Qualunque giudizio si potesse dare dei due “giustiziati” si può forse sostenere che le loro esecuzioni costituiscano alte prove di civiltà? Di rispetto della Carta dell’ONU?
    A proposito che fine ha mai fatto l’ONU?
    Vogliamo adattarci a vivere in questo contesto di inciviltà e di arbitrio?
    E’ giunto il momento di opporci.
    Presidente degli USA davvero ti ritieni unico padrone del mondo da quando è scomparso l’altro Impero che con te si spartì a Yalta il dominio del mondo? Il tuo omologo dell’Est, per aver stravolto e negato nei fatti un ideale di Giustizia nel quale milioni di esseri umani avevano sperato e per il quale tante generazioni avevano lottato e tante ancora sperano e lottano, è stato condannato dalla Storia. Tu non crederti esente dallo stesso giudizio. Verrà il tempo in cui anche tu sarai giudicato per aver stravolto e negato nei fatti l’ideale di Libertà nella quale hanno sperato e per cui hanno lottato ed ancora sperano e lottano Popoli interi.
    Quando si riuscirà a coniugare insieme Giustizia e Libertà la condanna di tutti gli Imperatori e fac-simili sarà inesorabile.
    Allora i Popoli potranno avere finalmente le loro “primavere” senza il rischio che l’imperatore di turno o qualche suo surrogato le inquini e le strumentalizzi, come è avvenuto nei Paesi Arabi e in Siria; In America Latina non si dovranno più fare i conti con la “dottrina del cortile di casa” e vedersela di continuo con generali e colonnelli, allevati o assoldati per custodirlo; all’Est non ci saranno più vassalli, valvassori e valvassini a presidiare zone di influenze.
    Noi però non possiamo, non dobbiamo attendere inerti che la Storia faccia il suo corso e pavidi sperare nei suoi futuri verdetti.
    Oggi la Libertà e la Giustizia vengono negate al Popolo Palestinese gabellando per Accordo di Pace e per Affare del Secolo ciò che in realtà è la Truffa del Secolo, è la rapina del futuro di un Popolo che una sua storia di oltre 2000 anni.
    Dobbiamo scendere in piazza e riempirle, come facemmo non molti anni fa di milioni di persone, per imporre al nostro Governo di liberarsi del complesso di sovranità limitata da provincia e reagire: condannare apertamente il misfatto dell’Imperatore, denunziandolo ai Tribunali Internazionali ed in primo luogo all’ONU; concertare con gli altri Paesi Europei un’azione efficace per ripristinare il ruolo di questo organismo che tante speranze e fiducia aveva suscitato. .
    Ne va non solo della nostra dignità di Paese che vogliamo Libero ed Indipendente, ma anche della nostra stessa sicurezza, perché se non è il Diritto a prevalere ma la forza può accadere di tutto a qualsiasi Paese, anche al nostro. Capitò alla Grecia, per far un esempio a noi vicino. Non svegliamoci troppo tardi.
    .

    Tratto da Articolo 21

  • Daniele Barbieri

    Il comunicato di Pax Christi Italia

    Accordo del secolo? Trump e Netanyahu calpestano il diritto internazionale

    Oggi di fronte al contesto destabilizzato dell’intero Medio Oriente Pax Christi – da anni impegnata con iniziative di solidarietà e denuncia nell’ambito della Campagna Ponti e non Muri – stigmatizza con forza il fatto che sulle popolazioni della Palestina storica piuttosto che il presunto “accordo del secolo” fra israeliani e palestinesi cada la “bomba del secolo”.
    Lo sgancio dell’ordigno, come usa oggi, viene pilotato da remoto, dalla Casa Bianca e sono seduti ai comandi due capi di stato e di governo: Trump e Netanyahu, entrambi trincerati in difesa da imputazioni che li vedono rinviati a giudizio per corruzione ed abuso di potere. Nonostante questo, ad essi viene concesso, di fronte all’audience mondiale, di fare strame del Diritto Internazionale, sia di quello sancito dopo i due terribili conflitti mondiali, sia di quello faticosamente costruito dall’ONU nei suoi 75 anni di storia attraverso le Risoluzioni dell’Assemblea e del suo Consiglio di Sicurezza.
    Vengono infatti cancellati d’un colpo: il diritto all’autodeterminazione del popolo alestinese sulla propria terra; il divieto assoluto di procedere a conquiste territoriali con mezzi militari; l’obbligo della Potenza occupante, in questo caso Israele, di garantire alla popolazione sotto occupazione i diritti umani fondamentali dal diritto alla vita, all’acqua, al cibo, al lavoro, alla salute,alla libertà di movimento e perfino al diritto di resistere con ogni mezzo legittimo alla prevaricazione e all’abuso che accompagnano ogni occupazione.
    Viene negato il diritto a tornare alle proprie case dopo esserne stati espulsi con le armi e le azioni intimidatorie e terroristiche.
    Viene negato il diritto al risarcimento per le espropriazioni subite.
    Viene legittimato il fatto che un muro lungo 700 km rinchiuda 5 milioni di persone private di diritti e di possibilità di vita dignitosa in una condizione di “apartheid” peggiore del modello sudafricano del XX secolo.
    Viene sequestrata, a puro beneficio di uno stato che definisce se stesso con la denominazione religiosa di “ebraico”, la città di Gerusalemme, patrimonio comune alle tre religioni monoteiste.
    La questione riguardante il riconoscimento di questi diritti e la cessazione di ogni violazione in atto viene ridotta a mercimonio: si propone ad un popolo intero la rinuncia a tutto questo in cambio di denaro o beni materiali concessi oggi ad arbitrio dell’occupante.
    Viene in tal modo alimentato un malcontento dovuto alla perdurante e confermata offesa alla dignità delle persone foriero di tumulti che saranno come al solito repressi dalla Potenza occupante con la consueta sproporzionata violenza, sempre utilizzata, nonostante le denunce ed i moniti dell’ONU.
    Pax Christi pone quindi all’attenzione di chi ha a cuore la pace fondata sulla giustizia ed il rispetto del Diritto, l’esistenza di una “questione israeliana”, che determina conseguenze destabilizzanti ben oltre lo scenario geopolitico mediorientale.
    Una questione che ci riguarda perché non può essere consentito che vi sia al mondo una “zona franca” dove il diritto viene impunemente e gravemente violato e quindi delegittimato di fronte al mondo intero
    Deve essere chiaro che chi si pone fuori dal concerto delle Nazioni che si sono date un Diritto Internazionale da rispettare, costituisce per la pace nel mondo un fattore di rischio globale.

    Tavarnuzze, 30 Gennaio 2020 Pax Christi Italia

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