L’uomo riprogrammato

Un vecchio testo di Vittorio Catani che fa sempre bene rileggere al tempo del pensiero unico e della fantascienza disprezzata

[…] un discorso sulla fantascienza è, in definitiva, un discorso sulle numerose sfaccettature della realtà umana: beninteso, espresso non nelle forme consone ad una scienza ma a un genere letterario.

Riteniamo allora giusto iniziare la rassegna dei grandi temi della fantascienza, appuntando la nostra attenzione proprio su questa creatura, l’uomo; sulle possibilità di liberare le sue potenzialità mentali e fisiche; sui suoi sogni di perfezione, insomma, che nella fantascienza hanno trovato sin dall’inizio ampia rappresentazione.

D’altro canto, la storia stessa dell’evoluzione della nostra specie, a partire dall’antichità più remota, si basa su uno sforzo costante volto a modificare la natura per piegarla alle esigenze e alla volontà dell’uomo. Già l’invenzione del metodo per produrre il fuoco a volontà costituì una fondamentale vittoria sulle limitazioni imposte dal secondo principio della termodinamica, affrancando in parte l’essere umano dalla schiavitù del clima e delle intemperie. E la stessa remota invenzione della ruota consentì di contrastare efficacemente la forza di gravità. Infine, per citare un esempio più recente, l’uomo si è procurato col volo artificiale quelle ali di cui la natura non volle dotarlo.

L’ultima trincea

Ciò considerato, come non giudicare quanto meno superate in partenza le obiezioni di coloro i quali, per secoli, si sono ostinati ad affermare (e in certi casi sostengono tuttora) che l’uomo non deve oltrepassare i limiti imposti dalla natura? In realtà, cadute progressivamente tante barriere, anche i meno disponibili verso il nuovo si accontentano ormai di difendere quella che possiamo definire l’ultima trincea nel campo della sperimentazione scientifica: il soma e la psiche dell’uomo stesso. Basti pensare, per fare solo due esempi, alle remore di carattere morale che dovette superare la psicanalisi al suo apparire; o alla recisa condanna che, su base religiosa, viene ancora pronunciata contro certi metodi di controllo delle nascite.

La letteratura fantascientifica, come anticipavamo, ha ripreso sin dal suo apparire – reinterpretandola modernamente, e integrandola con le suggestioni rivenienti dalla scienza – l’idea prometeica di “riprogrammare” l’uomo per farne una creatura nuova: sia pure a costo di accelerare o forzare i “tempi naturali” della sua evoluzione.

Possiamo individuare le proposte degli scrittori di fantascienza sull’argomento, schematiz-zandole nelle seguenti idee fondamentali: la longevità, che in questo contesto riprende l’eterno sogno dell’immortalità, adeguandolo alle attuali conoscenze; la superintelligenza, versione modernizzata del perenne desiderio di sconfinata potenza che ciascun uomo si porta dietro sin dalla fanciullezza; l’ingegneria genetica, che in tempi più recenti ha aperto nuove e più concrete possibilità nel campo della manipolazione del patrimonio cromosomico; l’adattamento all’ambiente, anche il più ostile – quale quello di un altro pianeta -, che specie con l’ausilio della bionica potrebbe permettere all’uomo di sopravvivere in condizioni assolutamente proibitive.

Dopotutto, il romanzo che secondo il critico e scrittore inglese Brian W.Aldiss avrebbe dato origine alla letteratura di fantascienza, Frankenstein, ovvero il Prometeo Moderno – scritto da Mary Shelley nel 1818 – può essere considerato per l’appunto il riferimento obbligato delle numerose storie che introducono l’indagine scientifica nei segreti della “macchina umana”. Il lettore ci perdonerà se ci soffermiamo brevemente sui reali scopi del protagonista, il barone Victor Frankenstein: purtroppo questo personaggio è tra quelli che, nell’ambito della letteratura mondiale, maggiormente hanno subito travisamenti e metamorfosi per soddisfare esigenze di carattere commerciale. In realtà Frankenstein – che si può considerare il capostipite d’una schiera di sperimentatori che si cimentano con quell’ignoto “che non è lecito sondare” – è animato dagli scopi più nobili e filantropici. Ciò che lo guida, infatti, non è l’idea aberrante di costruire un fantoccio con pezzi anatomici ricavati da cadaveri, ma l’intento di strappare alla Natura il segreto della generazione della vita, ed infonderlo alla materia inanimata:

Stringevo ora in pugno quello che era stato il fine e il sogno degli uomini più saggi dall’epoca della creazione. Vita e morte mi apparivano legami ideali che io per primo avrei potuto spezzare, rovesciando sul nostro buio mondo un torrente di luce. Una nuova specie mi avrebbe benedetto come sua origine e suo creatore; molti esseri eccellenti e felici avrebbero dovuto a me la loro esistenza.

Ma Frankenstein non ha fatto i conti con l’animo umano: la sua creatura, che nasce buona, nobile, altruista, è pur sempre un mostro spaventoso agli occhi degli altri e persino del suo stesso creatore, che non osa nemmeno guardarla dopo averla animata. È questo unanime rifiuto, questa condanna che non gli concede speranza, che trasformerà l’animo gentile della creatura e la spingerà alla vendetta e all’omicidio.

Il ricercatore spregiudicato e i limiti della natura

Già quindi a partire dal capolavoro shelleyano appare quello schema fondamentale che ritroveremo in quasi tutte le opere che ad esso si ispireranno: al ricercatore spregiudicato e temerario, si contrappongono i presunti limiti impostici dalla natura, che non si devono infrangere pena la totale sconfitta. Questa concezione, tipicamente romantica (e pertanto giustificata in opere dell’Ottocento), seppure seducente, è purtroppo sostanzialmente fuorviante. Essa ci distrae, infatti, da quella che sappiamo essere invece la vera dicotomia intorno alla quale girano queste storie: da un lato, la parte aurea dell’intelletto proteso spregiudicatamente all’indagine del mondo; dall’altra la sua parte plumbea (paure, superstizioni, pregiudizi) dai quali non può completamente liberarsi neanche lo stesso scienziato-Prometeo. Frankenstein dopotutto non sa accettare che la sua mostruosa creatura lo fronteggi da pari a pari.

Ci si aspetterebbe che, a distanza di quasi due secoli, questo complesso dell’albero della conoscenza, di biblica memoria, fosse ormai accantonato in favore di posizioni morali più attuali. Purtroppo non sempre è così, e anche in lavori tematicamente e linguisticamente spregiudicati rispunta talora il vecchio complesso, magari a dispetto delle idee proclamate dallo stesso scrittore. Un caso per più versi rappresentativo è costituito dal romanzo Jack Barron e l’eternità (Bug Jack Barron, 1969), dello scrittore statunitense Norman Spinrad.

La storia si svolge in un futuro ormai “dietro l’angolo” e s’incentra sulla figura del protagonista. Jack Barron, conduttore di un fortunato programma televisivo di opinioni a confronto, nel quale intervengono spesso i nomi più noti della vita pubblica americana. Il programma, che registra un elevatissimo indice d’ascolto, conferisce a Barron un notevole potere di pilotaggio dell’opinione pubblica. Nel corso della sua carriera, al protagonista capita di occuparsi anche della Fondazione Howards, un’organizzazione che ha scoperto – ed applica – un metodo per conseguire l’immortalità. Il dialogo che segue si svolge, lontano dalle telecamere, tra Benedict Howards, cui fa capo l’omonima Fondazione, e Jack Barron:

“E adesso abbiamo il trattamento per l’immortalità”, disse Howards. “Per sempre, Barron, per sempre. Lei mi dà un paio di sporchi anni della sua trasmissione televisiva per spianarmi la strada, per eleggermi un Presidente e… per sistemare le cose; e io le dò il prossimo milioni d’anni. Io sono immortale, Barron, immortale! Sa cosa significa? Non invecchierò mai, non morirò mai. Ne sente l’odore, il sapore? Svegliarsi tutte le mattine e fiutare l’aria e sapere che la fiuterà ancora per un milione d’anni… Su, Barron… lo sappiamo tutti e due che lei accetterà. Firmi il contratto, sulla linea punteggiata”.

“Prima di firmare… le dispiacerebbe dirmi perché, con questa moneta in tasca, crede di aver bisogno di me?”.

“Ho bisogno dell’opinione pubblica. Vede, noi abbiamo il trattamento dell’immortalità ma… è molto costoso. Forse potremmo trattare mille persone l’anno. Ecco cosa dovrà aiutarmi a vendere: non l’immortalità per tutti, ma per pochi eletti… i pochi che scelgo io”.

“E questo trattamento… cos’è?”.

“Non è affar suo. E questa risposta è definitiva”.

La secca risposta di Howards conferma certi sospetti di Barron: i reali metodi adottati dalla Fondazione per ottenere l’immortalità devono essere ben diversi da quelli ufficialmente propagandati. Barron, per sapere la verità, decide di condurre sino in fondo il suo pericoloso doppio gioco. Riesce a farsi condurre in certi laboratori segreti della Fondazione:

“Cosa cavolo significa tutto questo?”, urlò Barron a un tratto. “Cosa c’è dietro questa porta?”.

“La smetta di dare i numeri, Barron, non l’ha indovinato?” disse Howards. “Con le radiazioni giuste, le ghiandole di quei bambini possono rimanere in Equilibrio Endocrino Omeostatico, tale da mantenere il corpo così com’è, senza mai invecchiare. Immortalità! Ma con due grossi svantaggi. Il primo, è che funziona solo con i bambini al di sotto dei dodici anni. Il secondo: la radiazione che bisogna usare è una dose fatale. Bello scherzo, eh? Abbiamo trovato il modo di rendere immortali questi bambini ma il trattamento li uccide. Ma le ghiandole non muoiono: vengono trapiantate in un nuovo corpo sano, che le tenga in vita; e loro terranno in vita quel corpo, sano e giovane, per sempre. Anche il suo, Barron! No… non vorrà guardare lì dentro… È la sala post-irradiazioni. Cancro… carne marcia, che va a pezzi… Mi dicono che è veramente brutto, io non ci sono mai entrato, non voglio vedere…”.

“Maledetto fottuto pazzo assassino!” urlò Barron. “Mostro! In un modo o nell’altro io la distruggerò!”.

Si palesa chiaramente qui come l’idea della vittoria sulla morte sia già di per se stessa trasgressiva. È il motivo per cui la maggioranza degli scrittori del genere ne hanno sempre demonizzato i protagonisti e i loro metodi. Come abbiamo visto neanche Spinrad, per altri versi anticonformista, sfugge a questa regola.

La superintelligenza data a uomini e topi

Se “vivere eternamente” è il presupposto indispensabile all’uomo per padroneggiare la natura, inseparabile complemento è il “potere infinitamente”: e quale delle facoltà umane può assicurare questa condizione se non un intelletto prodigiosamente sviluppato?

Charlie Gordon, protagonista del racconto di Daniel Keyes Fiori per Algernon (Flowers for Algernon, 1959), è un subnormale di 37 anni, caratterizzato da una particolare socievolezza nei confronti di coloro che gli stanno intorno; nonché da una disperata e commovente volontà di imparare, per rendersi più gradito. Ed è proprio per questa sua disposizione caratteriale che viene prescelto – tra altri come lui – da un’équipe di scienziati per un esperimento mai tentato sinora. Questo, immagina l’Autore, impiega essenzialmente tecniche neurochirurgiche, ormoni ed enzimi responsabili dell’accrescimento dell’intelligenza umana, nonché particolari sistemi d’apprendimento rapido. Il primo soggetto sperimentale è stato un topolino da laboratorio, Algernon: i risultati sembrano superare ogni aspettativa. Infatti in breve tempo Algernon diviene così intelligente da riuscire a battere in velocità, nei classici test di individuazione di percorso, addirittura persone di normale intelligenza.

Sarà appunto questa straordinaria abilità di Algernon a far desiderare a Charlie di poter un giorno superare il topolino, impresa che per lui ovviamente si presenta irrealizzabile. Per tale motivo, accetta d’essere la prima cavia umana per l’esperimento; e, su invito degli scienziati, egli inizia a tenere un diario, utile per seguirne i progressi:

resoconto 1 – 5 marzo

Il dottor Strauss dicie che devvo scrivere quelo che penso e tute le chose che mi suciedono dorinnanzi. Non so il motivo ma lui mi dicie che una chosa importante così vedono se devono usarmi. Spero mi usaranno. Miss Kinnian dicie cosi dopo mi fanno diventare inteliggente. Io c’io volonta afinche divento inteliggente. Mi chiamo Charli Gordon. C’io 37 anni e da due settimane era il mio compleanno. Adesso non c’io più niente da scrivere e cosi finisco peroggi.

……….

resoconto 4 – 8 marzo

Mi vogliono usare! Sono tutto agitato dalla commozione della testa che mi fa male scrivere perfino e per segno. Io voglio bene a Miss Kinnian perche e tanto una maestra inteliggente. E lei ma detto Charli ciai una bella fortuna sa la vuoi. Loro non sanno se e una chosa permanente ma chisa. Per questo vero motivo ò detto va bene cisto anche quando ciavevo paura perche lei diceva che cera un operazione.

Viene quindi tentato l’esperimento su Charlie Gordon. Il racconto, che sin qui potrebbe sembrare uno dei tanti su mirabolanti progressi della scienza, comincia ad evidenziare un altro tema significativo. Nel caso di Charlie non è stato tanto il suo handicap in sé a farne un escluso; anzi sinché egli è vissuto nella sua incoscienza, ha creduto che tutti gli fossero amici. Sarà invece il progressivo, rapido risveglio delle sue facoltà mentali a fargli conoscere tutto l’avvilimento della sua situazione precedente ed a farlo sentire, paradossal-mente, più isolato ora di quanto non lo fosse prima, esasperando il suo bisogno di farsi accettare dagli altri.

Resoconto 11 – 21 aprile

Penso che è una buona cosa che ho scoperto che tutti quanti ridono di me. Ho pensato e pensato questa cosa. Il motivo è che sono scemo e non so neppure allorquando faccio una cosa da scemo.

Però adesso lo so che divento ogni giorno più intelligente. So la punteggiatura e scrivo le parole giuste. Dopo la grammatica e la sintassi, storia, geografia e aritmetica, Miss Kinnian diche che bisogna che comincio un po’ delle lingue straniere. Quando divento intelligente come il dottor Strauss, con tre volte più del mio Q.I. di 68, possibilmente sarò lo stesso uguale degli altri e la gente avrà simpatia di me e saranno gentili.

I risultati dell’esperimento, in realtà, presto vanno ben oltre le speranze degli stessi scienziati e, ovviamente, del nostro Charlie, la cui mente continua a progredire giorno dopo giorno sino a raggiungere livelli assolutamente superiori. Ciò che purtroppo, a conti fatti, non migliora sono sempre le sue relazioni con il prossimo. E sono appunto i rapporti che legano tra loro i personaggi a creare il maggiore interesse del racconto di Keyes, che ci si presenta in definitiva come una esemplare parabola sulla diversità. Il diverso, o strano, l’ “alieno”, è una figura tra le più emblematiche nel mondo della fantascienza, sia che rivesta le forme spesso sgradevoli dell’extraterrestre, sia che – come nel nostro caso – ci appaia sotto il quotidiano aspetto d’un rappresentante della nostra specie; magari solo meno o più intelligente di noi.

E Charlie si sta lasciando rapidissimamente indietro i suoi ex istruttori, a cominciare dalla stessa Miss Kinnian.

18 maggio. Sono molto turbato. Ieri sera ho visto Miss Kinnian dopo oltre una settimana. Ho cercato di evitare ogni discussione di carattere intellettuale e di mantenere la conversazione su un livello semplice e quotidiano, ma lei m’ha guardato ad occhi sgranati e m’ha chiesto che cosa intendessi, parlando dell’equivalente di variazione matematica nel Quinto Concerto di Dobermann.

Quando ho tentato di spiegarle, lei m’ha interrotto ed è scoppiata a ridere. Sul momento mi sono offeso, ma evidentemente avevo commesso l’errore di cercare il contatto con lei a un livello sbagliato. Qualsiasi cosa tenti di discutere con lei, non riesco a comunicare. Dovrò rileggermi le equazioni di Vrostadt sui livelli di Progressione Semantica. Trovo sempre più difficile comunicare con gli altri. Ringrazio il cielo che ho i libri e la musica e tante cose da pensare. Sono quasi sempre solo nella mia stanza.

Comunque la situazione, già di per sé complessa, precipita rapidamente. Nel volgere di poche settimane Algernon, il topolino, regredisce ad un livello mentale inferiore a quello di partenza, mentre anche il suo corpo sembra seguire un rapido deterioramento: è giocoforza constatare che l’intelligenza artificialmente accresciuta si deteriora ad un ritmo direttamente proporzionale a quello dell’accrescimento. Anche se all’inizio non si poteva avere la certezza che i risultati del cosiddetto Effetto Algernon-Gordon sarebbero stati permanenti, ciò che accade al topolino è una doccia fredda per tutti: per gli scienziati e, soprattutto, per il povero Charlie, ben conscio che la sua sorte è legata a quella di Algernon, e che già avverte le prime avvisaglie della regressione.

10 giugno. Il deterioramento si aggrava nettamente. Comincio a essere distratto. Algernon è morto due giorni fa. Ho chiuso il corpo di Algernon in una scatola di formaggio e l’ho seppellito in cortile. Ho pianto.

15 giugno. È una strana sensazione prendere un libro che poche settimane fa si era letto e gustato, e scoprire che lo si è dimenticato completamente. Quando ho sfogliato il Paradiso Perduto, non ho capito nemmeno una parola. Dalla rabbia ho scaraventato il volume contro il muro.

Ancora una volta, Charlie dovrà percorrere questo cammino da solo. Come all’inizio nessuno aveva potuto realmente stargli a fianco nella sua difficile salita verso la luce, così ora nessuno, nemmeno chi gli vuole bene, può essergli davvero un sostegno in questa penosa ridiscesa verso le tenebre.

28 luglio. Oggi ò fatto una cosa da stupidi mi sono dimenticato che non ero nella classe di Miss Kinnian al centro di rieducazione per adulti come ci andavo una volta. Sono entrato e mi sono seduto nel mio vecchio banco e lei ma guardato e così io c’io detto buongiorno Miss Kinnian, sono pronto per la lezione solo che ò perso il libro. Lei sé messa a piangere e è andata via di corsa.

Questo è il sincero motivo che adesso vado via da New York definitivamente. Non voglio più fare cose come quella. Così vado in un posto che nessuno sa che Charlie Gordon una volta era un genio.

P.S. – Perfavore mettere gentilmente allorquando possibile dei fiori sulla tomba di Algernon dentro il cortiledi dietro.

È evidente, da parte di Keyes, un differente atteggiamento nel trattare il tema dei presunti limiti imposti all’essere umano. Pur portando ad un esito drammatico, il tentativo non assume mai qui l’aspetto d’una pratica innaturale e colpevolizzante. Se un prezzo c’è da pagare, esso è in fondo un prezzo equo, giacché riguarda solo il potenziale beneficiario dell’esperimento, che – se non altro – sia pure per breve tempo avrà avuto l’opportunità di guardare più consapevolmente la realtà. E ad ogni modo, il suo caso potrà forse essere utile al progresso della scienza.

L’astronave come laboratorio di psicologia

Nel romanzo di Frederik Pohl Alla fine dell’arcobaleno vengono ancor più mirabilmente accresciute le facoltà mentali di alcune persone psichicamente normali; e ciò non mediante procedimenti meccanici o chimici ma grazie ad un rivoluzionario esperimento di psicologia.

Un gruppo di otto persone viene inviato nello spazio a bordo dell’astronave Constitution. I soggetti sono cinque giovani e tre ragazze selezionati per la loro intelligenza, il fisico perfetto, il loro spirito avventuroso e la notevole creatività che li contraddistingue. La missione spaziale, statunitense, ha lo scopo ufficiale di raggiungere ed esplorare il pianeta Alpha-Aleph, che i responsabili del progetto affermano di avere individuato intorno alla stella più vicina al nostro sole, Alpha Centauri (distante da noi poco più di quattro anni-luce).

Poiché il viaggio di andata durerà circa dieci anni, per riempire i lunghissimi ozi agli otto astronauti vengono forniti numerosi programmi ricreativi, che applicano alcune tra le più recenti e sofisticate nozioni in vari campi della scienza: numeri, cioè grandezze e quantificazioni; grammatica, ovvero calcolo semantico e leggi fondamentali della comunicazione; eccetera.

Ma in realtà si tratta di una missione senza ritorno e gli otto sono stati cinicamente ingannati, perché il pianeta Alpha-Aleph non è che una invenzione: questo è ciò che, poco dopo la partenza dell’astronave, trapela sulla Terra oltre lo strettissimo riserbo che avvolge il progetto. Scopo del viaggio non è l’esplorazione di un lontanissimo (e inesistente) pianeta, ma proprio l’applicazione a lungo termine del particolare programma ricreativo, vero ed unico fine ignoto agli stessi otto astronauti.

L’astronave Constitution è, cioè, un laboratorio di psicologia, ispirato a teorie secondo le quali la capacità dell’uomo di ideare soluzioni originali ed impensate ai più disparati problemi, viene potentemente stimolata quanto più si riesce a liberare la nostra mente dai luoghi comuni e dai condizionamenti culturali che ci martellano ogni giorno sin dalla nascita. In effetti, gli otto si trovano in una condizione di partenza senza precedenti: posti in un ambiente pressoché ideale (in quanto privo di interferenze esterne), essi non avranno praticamente quasi niente altro da fare, per ben dieci anni, se non pensare in modo costruttivo con l’ausilio degli strumenti logici evolutissimi (il programma) di cui sono stati forniti. A cosa porterà tutto questo, non possono saperlo neanche gli ideatori del progetto, che dalla terra – in un infuriare di polemiche e di accuse – seguono via radio i progressi della piccola comunità.

Al di là delle diatribe, comunque, i messaggi che pervengono dalla Constitution iniziano presto a suscitare negli scienziati non solo interesse, ma anche stupefazione. Da essi traspare che l’equipaggio, nel giro di solo pochi mesi di viaggio, sta inattesamente balzando verso livelli intellettivi e culturali ignoti al resto dell’umanità:

Dalla Constitution. – Rapporto n.3

Diario di Shef Jackman. Giorno 130.

Ci siamo stancati delle teorie dei numeri, dopo aver concluso tutte le parti divertenti, e se c’è una cosa sulla quale stiamo lavorando tutti è il calcolo semantico. Siamo convinti che una grammatica universale sia realizzabile, Boole, Venn e tutti quegli altri vecchi studiosi erano sulla strada sbagliata. L’idea è quella di creare una lingua con doppio vocabolario. Un gruppo di significati è trasmesso da fonemi, un altro gruppo dalla tonalità. È un po’ come cantare un messaggio.

Purtroppo quasi tutti i sensi disponibili sono troppo limitati, nell’uomo, per trasmettere davvero qualcosa d’importante…

Essi si stanno avviando verso un punto di comprensione superiore dell’universo, verso una comprensione quasi semidivina dele leggi fisiche. In questa condizione, non saranno più obbligati a forzare la Natura per piegarla ai loro fini, ma riusciranno a “convincerla” ad agire in sintonia con le loro intenzioni.

Dalla Constitution. – Rapporto n.5

Parla Dot Letski. Non esistono leggi empiriche: quando abbiamo compreso questo, abbiamo potuto anche contenere il plasma nel nostro reattore, all’infinito, non spingendo le particelle con delle strette di forza bruta magnetica, ma incoraggiandole a provare il desiderio di restare insieme. Ci sono altri modi per dire questo (= “creare un ambiente ove la forza centripeta supera quella centrifuga”), ma la maniera in cui l’ho detto è migliore, perché dice anche qualcosa sul vostro carattere. Prepotenti, tutti. E violenti. Perché non potete essere gentili con le cose, se volete che esse siano gentili con voi?

Ehi, adesso parla Flo. Mia madre avrebbe trovato adorabile questo mio giardino. Narcisi e giunchi crescono fianco a fianco nella sabbia. Lo fanno per farci piacere, e noi cerchiamo di far piacere loro. Vi trasmetterò un intero libro di questa orticultura, ma nel frattempo è una vergogna mangiare un ravanello. Le carote, d’altra parte, lo adorano.

La realtà è che, tra l’altro, gli otto astronauti hanno già dedotto, da soli, l’inganno: cioè che Alpha-Aleph è per loro una favola senza lieto fine. Ma le loro reazioni a questa scoperta non sono quelle che si avrebbero da comuni mortali, giacché essi non possono più considerarsi creature ordinarie. Essi organizzano una risposta, ma a modo loro: non sarà una reazione bruta, avente per unico scopo la vendetta. Ci sarà una sanzione per i terrestri, ma finalizzata al fatto di poter operare in tempi brevi ciò che la Natura avrebbe probabilmente operato nel corso di migliaia di anni: modificare cioè le nostre strutture psichiche ed organiche per renderci loro simili. Ne discende che non sarà possibile far compiere questo balzo a tutta l’umanità, ma solo a quella piccola parte di individui potenzialmente già predisposti.

La Terra, allora, viene improvvisamente sommersa da una pioggia di particelle pesanti lanciatele contro dalla Constitution. A causa di ciò ogni fonte di energia del pianeta, incluse quelle nucleari, cessa lentamente di funzionare mettendo in crisi tutta la civiltà.

L’ultimo messaggio proveniente dalla Constitution preannuncerà, sia pure attraverso questa sorta d’apocalisse, l’inizio di una nuova era dell’Uomo.

PER FAVORE, ATTENZIONE. ABBIAMO CREATO IL PIANETA ALPHA-ALEPH. È SPLENDIDO E GRANDE. INVIEREMO I NOSTRI TRAGHETTI PER PORTARE PERSONE ADATTE ED ALTRI PER RIFORNIRLO E COMPLETARE UN CERTO ALTRO AFFARE. ASPETTATECI ENTRO TRE SETTIMANE DA QUESTO MESSAGGIO.

E, puntuali, “le grandi navi dorate di Alpha-Aleph atterrarono e riversarono il loro splendido, terribile equipaggio per ripulire la Terra”.

La pesante contropartita, in questa complessa storia di Frederik Pohl, sarà la distruzione della nostra civiltà, così come la conosciamo da secoli. Certo, è difficile condividere l’avvento di una nuova era che coincida con eventi così drammatici; eppure se ci sforziamo di adottare un punto di vista cosmologico – che prescinda cioè dalla durata brevissima della nostra esistenza – dovremo ammettere che da sempre ogni mutazione positiva, ogni progresso dell’uomo, ogni nuova acquisizione, sono stati accompagnati da un’inevitabile perdita.

L’affermazione dell’uomo di Cro-Magnon, migliaia e migliaia di anni fa, significò la scomparsa dell’uomo di Neanderthal; persone o intere generazioni devono loro malgrado, e spesso traumaticamente, cedere il passo ai nuovi eventi. In breve, è il prezzo dell’evoluzione, del progresso. Anche se, ovviamente, non ci sentiamo di fare generalizzazioni pericolose, altrimenti si rischierebbe di giustificare qualunque assurdità o inumanità nel nome di un presunto progresso, peraltro tutto da verificare. Sta di fatto che questo è uno di quei problemi praticamente insolubili a tavolino, coi quali deve spesso misurarsi la nostra coscienza (magari in circostanze spesso molto più quotidiane e banali). Preferiamo, allora, lasciare al lettore il giudizio sulle implicazioni morali contenute nel racconto Alla fine dell’arcobaleno.

La manipolazione psichica e somatica

Sin qui abbiamo passato in rassegna alcune idee che gli autori di science fiction hanno suggerito per “migliorare” capacità già intrinseche alla natura umana: si trattava, in sostanza, di estendere la vita media dell’uomo e di ampliare la sua intelligenza. Esamineremo brevemente, ora, storie nelle quali si prospetta la possibilità di modificare drasticamente la configurazione psichica e somatica dell’uomo, magari intervenendo sin dallo stadio prenatale. Esperimenti scientifici volti a manipolare l’embrione di specie vegetali e animali – non escluso a volte quello umano – sono ormai sempre più spesso alla ribalta della cronaca, anche per le non facili implicazioni etiche, morali, religiose, giuridiche che si presentano.

Lo scrittore inglese Aldous Huxley più di mezzo secolo fa, nel 1933, aveva già preso in considerazione le estreme conseguenze cui si potrebbe giungere muovendo da questi presupposti. Nel suo romanzo Il Mondo Nuovo – una delle più classiche utopie negative – Huxley ipotizza una società futura in cui già prima della nascita ciascun individuo venga assegnato ad un ben preciso e limitato compito sociale: e ciò è reso possibile grazie a sviluppatissime tecniche di ingegneria genetica che, agendo sugli embrioni umani, consentono di specializzare al massimo le attitudini e le capacità dei nascituri sino a creare classi di individui nettamente differenziate tra loro, anche nell’aspetto fisico. Tutto ciò si attua in uno dei luoghi più sacri di questa società futura – che l’Autore immagina distante da noi circa sei secoli – e cioè il “Centro di incubazione e di condizionamento di Londra Centrale”.

Entriamo anche noi e seguiamone il Direttore, Foster, mentre illustra le meraviglie del sistema ad un gruppo di futuri dirigenti: i giovani della classe Alfa (composta da individui programmati per svolgere mansioni tecnico-direttive):

“E questa”, disse il Direttore, “è la Sala di fecondazione. Questi sono gli incubatori”. E aprendo una porta isolante mostrò loro file su file di provette numerate: “La provvista settimanale d’ovuli mantenuti alla temperatura giusta”. Poi il Direttore fornì agli studenti una breve descrizione del processo moderno della fecondazione.

Se qualche ovulo non rimaneva fecondato, veniva immerso di nuovo nel liquido caldo contenente gli spermatozoi. Le uova fecondate tornavano agli incubatori, dove gli Alfa e i Beta rimanevano sino al momento d’essere definitivamente messi nei flaconi; mentre i Gamma, i Delta e gli Epsilon ne venivano tolti, dopo sole trentasei ore, per subire il processo Bokanovsky.

“Nella sua essenza”, concluse il Direttore, “il processo di bokanovskificazione consiste in una serie di arresti dello sviluppo. Noi arrestiamo lo sviluppo normale e, benché possa sembrare un paradosso, l’uovo reagisce germogliando. Dei gemelli identici, ma non in miseri gruppi di due o tre per volta come negli antichi tempi vivipari, quando talvolta un uovo poteva accidentalmente scindersi; ma proprio a dozzine, a ventine per volta….”.

Come è possibile notare già da questo estratto, la meticolosa esposizione delle tecniche impiegate per condizionare i futuri individui è già di per sé inquietante nella sua asettica disumanità. Ma ciò che interessa maggiormente evidenziare all’Autore sono i fini che il sistema descritto si propone, nel creare caste rigidamente chiuse e differenziate di individui ultraspecializzati. Si può dire anzi che tutto il romanzo di Huxley si svolga come un’unica requisitoria – sia pure sotto le spoglie della satira grottesca – contro la semplicistica concezione secondo la quale è valida l’equazione:

GERARCHIA/SPECIALIZZAZIONE

=ORDINE/FUNZIONALITA’

Ecco infatti le “evidenti” giustificazioni del processo di condizionamento, che il Direttore fornisce ai giovani Alfa:

“Non vedete?” La sua espressione era solenne. “Il processo Bokanovsky è uno dei maggiori strumenti della stabilità sociale! Uomini e donne tipificati: a infornate uniformi. Tutto il personale di un piccolo stabilimento costituito dal prodotto di un unico uovo bokanovskificato.

“Novantasei gemelli identici che lavorano a novantasei macchine identiche!” La voce era quasi vibrante d’entusiasmo. “Adesso si sa veramente dove si va. Per la prima volta nella storia”. Citò il motto planetario: “Comunità, identità, stabilità”. Grandi parole.

“Noi, inoltre, li predestiniamo e li condizioniamo. Travasiamo i nostri bambini sotto forma di esseri socializzati, come tipi Epsilon o Alfa, come futuri vuotatori di fogne o futuri governatori mondiali… Più bassa è la casta e meno ossigeno si dà. Il primo organo a risentirne è il cervello. Poi lo scheletro. Col 70% dell’ossigeno normale si hanno dei nani. A meno di settanta, si ottengono dei mostri privi di occhi”.

Non bisogna credere, tuttavia, che i componenti dei gradini più bassi di questa scala gerarchica del Mondo Nuovo vivano la loro condizione di vita come schiavi alla catena. Essi, al contrario, oltre che pienamente adatti ai compiti che devono svolgere, trovano in essi completa gratificazione. Non solo non sarebbero in grado di attendere al lavoro intellettuale di un Alfa o di un Beta, ma non lo desiderano neppure. Il sistema descritto nel romanzo, infatti, è completamente chiuso, senza agganci o riferimenti ad altre realtà umane: è, in pratica, l’efficiente mondo degli insetti sociali trasferito alla nostra natura. Forse che un’ape operaia svolge con minor efficienza e dedizione il suo compito rispetto all’ape regina? Forse che un umile Epsilon è meno felice di un intellettuale Alfa? È proprio questo, a nostro avviso, l’angoscioso dilemma che scaturisce dalle pagine di Huxley: se il fine supremo dell’uomo è il raggiungimento della felicità, chi può negare che la società del Mondo Nuovo sia una società di felici?

“Ma nel tipo Epsilon”, disse molto giustamente Foster, “non c’è nessun bisogno di umana intelligenza. Esso non è atto al lavoro sino ai diciotto anni. Se si potesse affrettare lo sviluppo fisico fino a renderlo rapido come quello di una vacca, per esempio, che enorme risparmio per la Comunità!

“Il segreto della felicità e della virtù è questo: amare ciò che si deve amare. Ogni condizionamento mira a ciò: far sì che la gente ami la sua inevitabile destinazione sociale”.

Il primo embrione di un gruppo di 250 futuri meccanici di aeroplani razzo stava passando il 1100° metro della Rastrelliera 3. Uno speciale meccanismo manteneva i loro recipienti in continua rotazione.

“Per migliorare il loro senso dell’equilibrio”, spiegò il Direttore. “È un lavoro delicato effettuare riparazioni a mezz’aria all’esterno d’un razzo. Noi rallentiamo la circolazione del sangue quando sono ritti, dimodoché siano affamati, e raddoppiamo l’afflusso quando stanno a testa in giù. Così imparano ad associare il rovesciamento col benessere; anzi, non si sentono veramente felici che quando stanno a testa in giù”.

L’agghiacciante parabola a rovescio proposta da Huxley non è poi tanto facile da smontare, come si vede. Tanto che lo stesso Selvaggio – personaggio che nel romanzo svolge il ruolo di antagonista nei confronti della società descritta – avrà il suo bel daffare per cercare di riaffermare la necessità di quelli che consideriamo imprescindibili valori umani.

In fondo questa antitesi apparentemente insolubile tra felicità e libertà è, a nostro avviso, un falso problema; né un sistema sociale come quello progettato nel Mondo Nuovo può essere considerato una prova sufficiente dell’inconciliabilità tra autodeterminazione e felicità. Dopotutto è proprio grazie al pensiero che noi siamo in grado di programmare il nostro destino, a lunga scadenza ed in modo flessibile; differenziandoci in questo sia dagli animali superiori (che non possono farlo a lunga scadenza) che dagli insetti sociali (che non possono operare in modo flessibile). Perché allora dovremmo rinunciare a priori alla possibilità di utilizzare la nostra peculiare caratteristica umana – il pensiero – per costruire con le scelte e il consenso responsabile di tutti il nostro destino?

Ecco perché l’ingegneria genetica – che non è se non uno dei prodotti del nostro pensiero – impiegata, s’intende, in maniera del tutto diversa da Huxley, dovrebbe essere in grado di renderci sempre più responsabili facitori del nostro destino, anche biologico. Ma “ripensare” l’uomo, vuol dire ripensare anzitutto in termini di rapporti interpersonali: ora, tra questi, quale può essere considerato più immutabile e intangibile se non il rapporto biologico della filiazione?

Nel racconto Tre per uno, di Vittorio Catani, si prospettano gli inusitati sviluppi di un particolare ménage: un bambino nato da tre genitori. Vincent Bloch e Gene Malinder sono amici. Gene compie ricerche molto avanzate presso un istituto di genetica, dove tra l’altro sono in corso esperimenti di clonazione su rane. È anche stata prodotta una “placenta artificiale” capace di contenere un embrione di rana clonato, consentendone il completo sviluppo al di fuori del ventre materno. Mentre Vincent è felicemente sposato con Kathy, Gene ha grossi problemi personali: è un omosessuale, per di più affetto da impotentia generandi; situazione che egli s’è rassegnato a mascherare. Solo pochi intimi – Vincent è tra costoro – sono al corrente della situazione di Gene. Un giorno, Vincent riceve dall’amico un invito a visionare ciò che emerge dagli esperimenti con le rane:

“Il risultato di questo processo congiunto di clonazione e di placenta artificiale”, mi disse Gene, “è qui, dinanzi ai tuoi occhi! Un nuovo nato, copia carbone del genitore”.

Per Gene pareva la cosa più ovvia del mondo, ma io ero perplesso: “Quindi tu, Gene, hai creato!”

Sorrise. “Creato? È un termine impegnativo… No, vedi, Vincent, tutto ciò prima o poi potrà applicarsi anche all’uomo. Sì, le implicazioni etico-religiose sembrano spaventosamente complesse, ma non bisogna esagerare. Parto da questo presupposto: sono mezzi offertici dalla natura e non vedo perché non dovremmo usarne… purché i risultati non creino dolore. Questo clone anzitutto è sanissimo, Vincent, e verosimilmente lo sarebbe un clone umano. La sua ascendenza genetica, nota a priori, starebbe a testimoniarlo! Eppure, le idee nascono, tutto dipende dall’uso che se ne fa. Io sostengo che queste sono realizzazioni benefiche: un giorno tutti potranno, volendolo, procreare. Anche coloro, come me, verso i quali la natura è stata ingiusta”.

Pochi giorni dopo, Vincent riceve una lettera da Gene. Questi gli confida che gli esperimenti all’istituto sono in realtà ben più avanzati: è possibile ormai anche la clonazione di un essere umano.

“… Caro Vincent, mi conforta enormemente il pensare che, per coloro che hanno i miei problemi, possa intravvedersi un migliore futuro. Perciò mi piace pensare di essere prossimo alla grande meta: qualcosa che nessuno, sinora, ha mai tentato. Immagina che la serie di 46 cromosomi umani da clonare derivi non da uno, ma da due individui diversi! Le attrezzature ci sono, c’è la placenta artificiale, in grado di funzionare anche per i nove mesi di una gestazione umana. Ascoltami, Vincent: io ho i mezzi per farlo. La mia proposta è: sei disposto a mescolare i tuoi con alcuni dei miei caratteri ereditari? Che ne pensi?

Nostro figlio attende.

Con amicizia,

Gene”

Dapprima combattuto tra molti dubbi, Vincent decide di parlarne con la moglie Kathy. Costei ha una reazione isterica, ma in seguito le cose cambiano aspetto allorché Vincent cerca di coinvolgere anche Kathy in prima persona. Le suggerisce che, al posto della placenta artificiale, potrebbe essere lei a condurre la gravidanza, mediante trapianto dell’ovulo, già fecondato “in vitro” congiuntamente da lui e dall’amico Gene. Ne nascerebbe un essere figlio di tre genitori.

Tra varie discussioni, Kathy – che ha sempre desiderato un figlio – accetta. Dopo una normale gravidanza, nasce Philo, un bimbetto in perfetta forma che somiglia parte a Vincent, parte a Gene. La vicenda si conclude quindi felicemente e la gioia di tutti e tre i protagonisti emerge dalle considerazioni di Vincent:

In Philo, io vedo l’amore di Kathy, che ha voluto credere in me; ma vedo anche l’opera del mio amico, le sue fattezze. È bello sapere di avere una persona davvero fidata: avere i suoi modi, i suoi tratti, immortalati nella prole, unitamente ai propri. È chiaro, è una sensazione che non pretende di soppiantare l’amore, ma che riempie molto. Io sono lieto che sentimenti quali l’amicizia, l’affetto, la comprensione reciproca, possano portare a risultati tangibili come questo.

E al di là anche di questo io vedo in Philo, semplicemente mio figlio. E si dica ciò che si vuole, è una realtà incontrovertibile che ci è stata concessa: una creaturina decisamente deliziosa.

Una rifondazione dell’istituto familiare su basi del genere ci lascia un tantino sconcertati. Eppure, se ne venissero accettate le implicazioni, non vi sarebbero, a ben guardare, motivi oggettivi di respingere aprioristicamente l’alternativa che si propone nel racconto. È quasi ovvia la domanda che sorge a questo punto: fin dove è lecito all’uomo intervenire sulla propria natura? Il fatto è che l’uomo non ha ancora imparato ad accettarsi per quello che realmente è, e continua ad avere di sé un’immagine convenzionale e immutabile, spesso senza riflettere che il suo soma e la sua psiche sono notevolmente mutati nel corso dell’evoluzione: tanto che può apparire perfino arbitrario accomunare sotto la definizione di “uomo” il Pithecanthropus erectus e l’Homo Sapiens Sapiens; e certo non appare scandaloso che quest’ultimo consideri come veramente umano solo se stesso, in un certo senso rinnegando la “umanità” degli ominidi che l’hanno preceduto.

Terrestre, marziano o cyborg?

E tuttavia ben dificilmente non verrebbe incolpato di aver rinnegato la propria specie, per così dire, colui che liberamente scegliesse una forma di esistenza diversa da quella considerata naturale, dopo averla sperimentata di persona… Ma sarebbe giusto? O dovremo rivedere radicalmente, e prima di quanto non si pensi, le nostre convinzioni etiche sull’argomento?

È quanto ci indurrebbe a pensare Frederik Pohl in un’altra sua opera, il romanzo Uomo più. Il protagonista, Roger Torraway, è un uomo il cui corpo è per metà una macchina. In pratica, egli è stato trasformato in ciò che oggi si definisce cyborg. I suoi organi di senso e quelli di locomozione sono stati in buona parte sostituiti con sofisticate apparecchiature, fabbricate per consentirgli una perfetta ambientazione sul pianeta Marte (che l’Autore immagina ormai raggiunto dalle missioni spaziali americane e sovietiche). L’idea, a ben guardare, non è che una estensione delle applicazioni cui oggi sono destinate le protesi, sempre più sofisticate e affidabili, che la scienza sta mettendo a punto con innegabili benefici per pazienti un tempo condannati a menomazioni gravi, se non alla morte.

In seguito ad una serie di elaborati e non sempre indolori interventi chirurgici, Torraway viene trasformato, nel giro di alcuni mesi, in una creatura dalle fattezze grottescamente mostruose; ma ogni cambiamento apportato ha una sua precisa motivazione.

Su Marte non c’è aria da respirare. Togliamo i polmoni, e sostituiamoli con apparecchi microminiaturizzati per la rigenerazione dell’ossigeno.

Su Marte, in un organismo terrestre normale il sangue bollirebbe: allora, eliminiamo il sangue, dalle estremità e dalle aree superficiali – costruendo braccia e gambe azionate da motori anziché da muscoli – e riserviamo l’afflusso del sangue esclusivamente al cervello, protetto e ben caldo.

Un corpo umano normale ha bisogno di nutrirsi, ma se i muscoli principali vengono sostituiti da macchine il fabbisogno alimentare scende.

L’acqua? Non è più necessaria, se non per le perdite meccaniche: quando il corpo è diventato un sistema chiuso, non è necessario immettere acqua nel ciclo ingestione-circolazione-escrezione o respirazione.

Il sole, più lontano che dalla Terra, non è sufficiente per mantenere il calore e per consentire una buona visibilità. Perciò è necessaria una superficie più ampia per raccogliere energia; ecco spiegati i grandi ricettori ad ali di pipistrello del cyborg. E per migliorare la visibilità, gli occhi vengono sostituiti da strutture meccaniche.

Com’era prevedibile, le persone umane normali – a cominciare da sua moglie – si rifiutano di accettare Torraway come uno di loro. Ma una volta che il cyborg e il gruppetto di tecnici che lo accompagnano sono giunti su Marte, è più che evidente che i parametri estetici e funzionali in base ai quali Torraway appariva sulla Terra una penosa caricatura di un essere umano, sul pianeta rosso sono completamente sovvertiti. La conseguenza è che i normali terrestri sopravvivono, impacciati e a disagio, tra difficoltà d’ogni genere; mentre Roger Torraway si trova a suo agio e può finalmente utilizzare tutte le straordinarie risorse del suo nuovo corpo semi-artificiale, che anzi gli consentono di apprezzare quelle caratteristiche del pianeta che solo lui è in grado di percepire come belle e rassicuranti.

Per Roger, che guardava i fulgidi colori gemmei del pianeta su cui doveva vivere, Marte era una terra bellissima e invitante. Il modulo aveva abbassato la scaletta fino a sfiorare la superficie marziana, ma Roger non ne aveva bisogno. Balzò giù, con le ali svolazzanti – per tenersi in equilibrio, non per sollevarsi – e si posò con leggerezza sulla gassosa superficie arancione. Rimase lì per un momento, scrutando il suo regno con i suoi nuovi occhi sfaccettati.

“Roger”, disse Brad in tono petulante, “vorrei che andassi con calma sino a quando avremo pronta la jeep”.

“Non mi capiterà niente”, disse Roger. Non poteva aspettare. Adoperava il proprio corpo per lo scopo per cui l’avevano costruito, e la pazienza era svanita. Il suo apparato d’ossigenazione elevò il ritmo del pompaggio per compensare le maggiori esigenze; i muscoli risposero perfettamente. Non erano muscoli suoi, quelli che lo facevano muovere, bensì i servosistemi che li avevano sostituiti. Non gli era affatto faticoso raggiungere i duecento chilometri orari, scavalcare a balzi piccoli crepacci e crateri, saltare se e giù lungo i pendii di quelli più grandi.

Sì, Roger è finalmente a casa. Ed è superfluo chiedersi se sia ancora un terrestre; anche se non può essere considerato un autentico marziano. È un uomo, che conserva le fondamentali prerogative umane ma che si è (è stato) mirabilmente adattato. Che egli sia ancora essenzialmente un uomo lo testimoniano anzitutto i suoi sentimenti, poi le strutture logiche del suo pensiero, rimasti inalterati. Ciò che è realmente mutato in lui è la percezione e valutazione della realtà, al punto da fargli prendere gradualmente le distanze dalla sua vita precedente.

Ogni giorno, l’abisso tra lui ed i suoi compagni si allargava. Brad e Kayman sarebbero ritornati al loro pianeta: Roger sarebbe rimasto sul suo. Questo non l’aveva ancora annunciato, ma ormai era deciso. La Terra cominciava a sembrargli un posto simpatico, bizzarro ed estraneo, che un tempo aveva visitato ma che non gli era piaciuto molto. Le sofferenze e i pericoli dell’umanità terrestre non lo riguardavano più. Neppure quando erano state le sue sofferenze e le sue paure.

Lo sviluppo più conseguente dell’idea espressa da Pohl in Uomo più ci porta ad immaginare un futuro in cui l’uomo arriverà a considerare una conquista il potersi finalmente liberare da quelle pesanti limitazioni, impostegli dalla sua struttura psicofisica, delle quali parlavamo in apertura del capitolo. Egli potrà così comprendere ed apprezzare appieno segreti e bellezze del creato: sentirsi davvero cittadino dell’universo.

Ad aprirci uno spiraglio su questa ardita ipotesi è lo scrittore americano Clifford D.Simak in uno dei più affascinanti capitoli del suo romanzo City (conosciuto anche col titolo Anni senza fine). Simak ipotizza che in un lontano futuro gli uomini siano ormai in grado di adattare il proprio corpo e la propria mente anche ad un ambiente tra i più inospitali – secondo i parametri terrestri – che esistano in tutto l’universo: il pianeta Giove.

Dopo aver richiesto ed ottenuto di poter trasformare radicalmente la sua struttura psicofisica, Kent Fowler esplora con il suo nuovo corpo e la sua nuova sensibilità il mastodontico e alieno Giove. Ed ecco alcuni momenti della sua pressoché incomunicabile esperienza:

Laggiù, sulla Terra, c’erano uomini che credevano il pianeta Giove oscurato da nubi grevi di tempesta e flagellato da un diluvio di pioggia battente e mortale, da incessanti uragani di metano liquido e ammoniaca. Laggiù c’erano degli occhi umani, occhi ciechi, perché non potevano vedere.

La creatura che era stata Kent Fowler sollevò la testa massiccia e guardò quel mondo di pura bellezza che in realtà era Giove. Gli alti picchi montani erano avvolti dal manto di nebbia rosa e purpurea. Un lampo veloce tracciò la sua linea serpentina attraverso il cielo: un palpito d’estasi sublime che sbocciò tutt’intorno e cambiò i colori sempre mutevoli di Giove, scemando poi in un fuoco d’artificio di indescrivibili meraviglie.

Un fiore di profumo sbocciò nel prato fertile del vento, tra le colline di porpora e d’oro. Eppure ciò che sentiva non era profumo… Negli anni futuri, il genere umano avrebbe dovuto inventare nuovi termini per esprimere ciò che Giove offriva. E mentre correva, gli giunse il sentore della musica che pulsava nel suo corpo, che lo portava leggero su veloci ali d’argento; e s’accorse che la musica veniva dalla cascata altissima che si tuffava lungo il fianco della roccia splendente.

“Sono i nostri cervelli”, si disse Fowler, “li stiamo usando per intero, fino all’angolo più riposto e dimenticato. Li stiamo usando per scoprire cose che avremmo dovuto sapere da sempre. Forse i cervelli delle creature della Terra sono per natura lenti e nebulosi. Forse noi siamo gli idioti dell’universo, siamo i più stupidi, i più tardivi”.

 

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