Messico: il furto dell’energia elettrica

di David Lifodi

Il sistema di produzione, trasmissione e distribuzione di energia elettrica in Messico è caratterizzato da numerose contraddizioni. Ad esempio, la Comisión Federal de Electricidad (Cfe) giura che, dai dati in suo possesso, la domanda energetica del paese è coperta almeno fino al 2017. Tuttavia, la stessa Cfe non spiega come mai ha in serbo una nuova serie di progetti per la generazione di energia elettrica, e non dà informazioni nemmeno sui motivi che l’hanno spinta ad innalzare progressivamente le già astronomiche tariffe elettriche.

I municipi chiapanechi sono tra quelli che si oppongono all’aumento delle bollette, ma soprattutto hanno capito cosa si nasconde dietro ai giochetti della Cfe, ovvero il tentativo di privatizzare il sistema elettrico del paese. È a questo scopo che la stessa Cfe ha programmato la costruzione di almeno venticinque nuove centrali idroelettriche, l‘edificazione del Corredor Eólico del Istmo de Tehuantepec (che si estende dalla baia di Campeche a nord al golfo di Tehuantepec a sud, nello stato di Oaxaca) ed ha aperto la porta alle imprese transnazionali, tra cui la spagnola Abengoa, holding dell’energia e delle telecomunicazioni. La Costituzione messicana stabilisce che l’erogazione dell’energia elettrica sia un servizio pubblico, ma la maggior parte dei nuovi progetti per la sua generazione si trova nelle mani dei privati. Tutto questo è possibile e legale tramite dei cavilli contenuti all’interno della Ley del Servicio Público de Energía Eléctrica, promulgata nel 1992 e inserita successivamente nel Nafta (l’accordo di libero commercio tra Stati Uniti, Messico e Canada), che prevede la concessione di permessi alle imprese private per la generazione e l’erogazione dell’energia elettrica, un aspetto che in precedenza era vietato dalla Costituzione. Alcuni anni fa, ben il 35% del totale dell’energia elettrica messicana era controllato dalle multinazionali, soprattutto di origine spagnola, e il governo federale aveva concesso quasi 700 autorizzazioni alle imprese private per la generazione di energia elettrica. Questi dati saranno certamente cresciuti negli ultimi anni, ma quello che colpisce è la volontà di utilizzare l’energia elettrica per tenere sotto scacco intere comunità. Il caso più evidente, avvenuto alcuni anni fa, riguarda il conflitto tra gli indigeni maya del Guatemala e Unión Fenosa: più volte la multinazionale spagnola si è resa responsabile di improvvisi tagli della luce, spesso durante le feste, e ha inviato le proprie guardie private, in compagnia dell’esercito, a reprimere quelle comunità che avevano dato vita ad esperienze di autoriduzione delle bollette, spinte a questo non solo per motivi ideologici, ma perché non erano in grado di pagare tariffe così alte. In un contesto di crisi economica, anche le comunità rurali  e urbane del Messico si sono autoorganizzate, ad esempio aggiungendo un cavo nel quadro elettrico affinché la corrente giungesse direttamente al fusibile senza passare per il contatore. Ogni anno, informa la Procuradoría Federal del Consumidor (Profeco), nella sola Città del Messico, sono migliaia i reclami contro la municipalizzata dell’energia che adesso è la Cfe, ma prima rispondeva al nome di Luz y Fuerza del Centro (LyFC). Quest’ultima fu liquidata tramite un decreto dell’allora presidente Felipe Calderón nell’ottobre 2009: quasi cinquantamila dipendenti rimasero improvvisamente senza lavoro e ne scaturì un conflitto sociale, politico e giuridico ancora ben lontano dall’essersi concluso. Risultò falsa anche la principale promessa del governo, quella che intendeva dimostrare come la sostituzione di Lyfc con la Cfe rappresentasse l’avvento di una compagnia efficiente e trasparente. Al contrario, la Cfe si è caratterizzata per opacità, corruzione e abusi di ogni tipo, con buona pace dell’empresa de clase mundial promessa da Calderón. Lo scorso 7 febbraio, la Red Nacional de Resistencia Civil en contra las altas tarifas de energía electrica aveva organizzato manifestazioni su tutto il territorio nazionale con uno slogan assai significativo, O comemos o pagamos la luz. Lo scopo era quello di denunciare la politica energetica neoliberale dello stato, contestare i megaprogetti imposti dalla Cfe, sollecitare un’applicazione delle tariffe che tenesse conto del livello socio-economico degli utenti, e difendere l’autonomia dei territorio dall’imposizione delle centrali idroelettriche. La giornata è stata caratterizzata da blocchi stradali, chiusura di uffici pubblici e marce di protesta, che hanno riscosso un certo successo negli stati di Oaxaca, Morelos, Chiapas, Guerrero, Puebla, Tlaxcala e nel Distrito Federal. Alla Red Nacional de Resistencia Civil hanno aderito, tra gli altri, l’Unión de Comunidades Indígenas de la Zona Norte del Istmo (Ucizoni), la Asamblea de Pueblos Indígenas del Istmo de Tehuantepec en Defensa de la Tierra y del Territorio (Oaxaca), la Resistencia Civil de Candelaria (Campeche), Luz y Fuerza del Pueblo (Chiapas). Molte di queste organizzazioni sociali, tra cui Luz y Fuerza del Pueblo, hanno aderito all’Altra Campagna zapatista portando al centro dell’attenzione la lotta contro le alte tariffe elettriche ed hanno deciso di non credere, come gli zapatisti, nel cambiamento del paese per via elettorale: “Tutti i partiti hanno scelto di non modificare il progetto economico imperante, che è funzionale al neoliberismo”. Per questo, alla battaglia per una tariffa giusta nella fornitura dell’energia elettrica, Luz y Fuerza del Pueblo ha unito quella per la fine dei rincari di tutti i prodotti di prima necessità e l’impegno a fermare la criminalizzazione contro i militanti di sinistra. Purtroppo, la repressione dello stato ha accompagnato buona parte delle manifestazioni organizzate dalla Red Nacional de Resistencia Civil. Alcuni dei portavoce più in vista della protesta sono tuttora in carcere, mentre la  Cfe ha intensificato le sospensioni nell’erogazione dell’energia elettrica ai danni di numerosi militanti, come è accaduto ai componenti del Movimiento Amplio de Resistencia Civil nello stato di Chihuahua. In più di una circostanza i movimenti hanno cercato di far presente alla Cfe che le autoriduzioni e il rifiuto di pagare le bollette dell’energia avvengono perché le condizioni economiche e sociali sono tali da non permettere alla popolazione di poter cifre così alte per il consumo dell’energia elettrica. Durante tutto il 2012 e l’inizio del 2013 non si contano più minacce di morte, denunce e aggressioni ad opera di esercito e paramilitari ai danni dei componenti della Red Nacional de Resistencia Civil: sulla testa di alcuni militanti pende anche una taglia di due milioni di pesos. Una lettera di allarme consegnata alcuni mesi fa dai movimenti sociali alla Commissione Energia del Congresso è rimasta senza risposta.

L’accesso all’energia elettrica come diritto umano fondamentale è la richiesta principale che proviene dalle comunità in lotta, ma per ora le tariffe restano alte e,soprattutto, il processo di privatizzazione dell’energia prosegue.

Redazione
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