Migranti in galera: futuro prossimo

Oggi mi sono svegliato proprio cattivo: mi capita 2-3 giorni l’anno. Ma intendo davvero stronzo, disumano: un leghista o un nazista insomma. In questo stato d’animo ho letto sui giornali di navi-Cie (cioè prigioni) dove parcheggiare gli immigrati. Da merda, quale oggi mi sento, ho detto: «no, troppo poco».

Da tempo anche in democrazia si fa uso di celle sempre illuminate, senza colori o suoni, nessuna presenza umana (persino i pasti vengono serviti attraverso congegni automatici) e con le telecamere che controllano costantemente i detenuti… anche le guardie e i carcerieri all’esterno. Si accampano ragioni di sicurezza ma è evidente che l’isolamento è considerato una condanna accessoria.

Dal 1989 robot-secondini sono in funzione nella prigione di Alameda in California: portano pranzi, ritirano biancheria, consegnano posta. Sono incorruttibili; non chiedono aumenti salariali: niente cuore né portafoglio ma soprattutto l’affidarsi alle macchine evita ogni contatto detenuti-guardie. Perfino il più odioso fra i carcerieri è meglio che nessuno; o almeno così sostengono i teorici delle prigioni “modello”. Come nei penitenziari statunitensi di Westville o Pelican Baby: qui grazie ai secondini elettronici si possono punire i detenuti pigri – «che non rifanno il letto entro le 7» – secondo quanto si leggeva già nel 1994.In che modo punire? «A esempio abbassando la temperatura» nelle celle dove si possono indossare solo calzoncini corti. Che aspetta l’Italia ad adeguarsi alla civile Amerika? A proposito di “condanne accessorie” è bene ricordare (ai disinformati e/o agli ipocriti che magari si stupiscono di quanto accade ai detenuti iracheni) che «lo stupro fa parte delle pene previste dal codice; andare in prigione e scontare la pena come schiavo sessuale di un Hell’s Angel è considerato parte della condanna» per dirla con Gore Vidal in uno dei saggi tradotti in La fine della libertà? Verso un nuovo totalitarismo? (Fazi editore).

Poi ci sono i braccialetti elettronici…. sì ma quelli veri. Per ora solo nella fantascienza ma io – che oggi sono una merda umana e odio tutte/i – mi auguro presto nella realtà.

Se sei qualificato come “rischio” ti viene regalata una collanina. Non puoi toglierla. Contiene pochi grammi d’un potente esplosivo: se muovi un passo nelle zone vietate, un bip e…boom. Così, nel 1963, Frederik Pohl e Jack Williamson immaginano nel romanzo Le scogliere dello spazio che il detenuto porti con sé il suo carceriere, anzi il suo boia.

Meno splatter ma più crudemente realista, un racconto del 1970, Il vincitore di Donald Westlake. Esiste un progetto-pilota – noto come Guardian – che prevede una minuscola radio ricevente inserita per via chirurgica nel corpo di ogni prigioniero. «Finché il detenuto resta nel raggio di 150 metri, tutto bene. Se oltrepassa quella distanza la scatoletta sotto-pelle invia messaggi dolorifici: il dolore cresce man mano che si allontana». Nel carcere preconizzato da Westlake ci sono i peggiori delinquenti, ovvero i rappresentanti della “Opposizione sleale”… è vietato chiamarli detenuti politici perciò, con ogni evidenza, lo sono.

L’idea di deportare preventivamente tutti gli anarchici era già venuta a quel sant’uomo di Emilio Salgari che in Le meraviglie del duemila auspicava per loro la fredda prigione del Polo.

I detenuti – come le prostitute da strada, eccetera – specie se stranieri, dunque di razza inferiore, da sempre sono cavie: non solo per gli scienziati tedeschi e giapponesi negli anni ’30-40 del ‘900 ma anche per quelli democratici. Fino allo sperimentare nelle galere le radiazioni sui genitali all’epoca degli esperimenti nucleari statunitensi e sovietici (dunque anni ’50 e ’60; ma venne ammesso solo pochi anni fa) ma anche ai recenti esperimenti di ortopedia e traumatologia nel penitenziario portoghese di Caxias, condotti dall’ex medico della nazionale di calcio.

Il peggior carcere-laboratorio, dunque il migliore per questi sporchi migranti, è Un pianeta chiamato Shayol descritto in un romanzo di Cordwainer Smith. Qui finiscono i peggiori criminali. Girano liberi… sul pianeta però abita il dromozoa, una forma speciale di vita che penetra negli esseri umani e cresce in loro, imitando parti del corpo: finiscono così per essere un perenne magazzino di mani, gambe, teste. «Le giornate si susseguono, le vittime mutano di forma e nuovi condannati giungono a ingrossare le file del branco». Magari questi pezzi in più tornano utili per i trapianti, no? Non per caso Shayol – o Sceol – è il nome ebraico dell’inferno.

Fine pena mai? Troppo poco.

Cosa si può immaginare di peggiore dell’ergastolo?  Solo che la pena non cessi neppure dopo la morte. Un inferno laico nel quale il cervello viene “slacciato” dal corpo mortale e collegato a un computer che lo mantiene vivo, per farlo soffrire all’infinito.

BREVE NOTA

Daniele Barbieri (che poi sarei io, db) nella realtà non è così cattivo neppure 2-3 giorni l’anno ma ha scritto di galere e fantascienze, con Riccardo Mancini, in «Di futuri ce n’è tanti»: db ha qui ripreso una parte di quel testo incattivendolo e soprattutto eliminando tutte le idee libertarie (o di rivolta, come in un celebre racconto di Valerio Evangelisti) che la fantascienza ci ha regalato. E’ uscito ieri su «Il dirigibile» in questa versione.

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