Vi faccio più paura così… oppure così?

Dal libro «Voci dalla paura» (vedi in coda) recupero questo mio intervento a un convegno del 2010.

Alla parola «futuro«» molte persone, qui in sala, stanno scappando. Vediamo se, a quelle rimaste, riesco a far paura, con una piccolissima trasformazione. (Indosso una maschera).

Non basta a spaventarvi, vero? Siete grandi …Ci riprovo. (Mi tolgo la giacca; sotto ho una felpa con scritto “clandestino”).

Sono un clandestino … parola nuova anzi vecchia che però ha un nuovo significato, sancito da una legge dell’anno scorso che è stata costruita anche sulla paura.

Vi faccio paura come clandestino?

Come si sente, io sono di Bolzano (è una battuta, visto il marcato accento romano) però abito a Imola da una quindicina d’anni. In questa città, molto tranquilla, osservo mutare l’idea di paura. Mesi fa, in un parco giochi imolese, ho visto da lontano Anna, una bimba che conosco. Con lei sono abituato a recitare uno dei giochi più vecchi del mondo: fare paura. Pieno giorno, tanta gente, mi ero fatto la barba, vestito in modo normale: insomma non ero particolarmente brutto: Sapete come si gioca a spaventare, per scherzo, i bimbi, no? (Mi metto il cappuccio sulla testa e cammino un po’ barcollando.)

Un giochino che faccio spesso. Però non mi era mai capitato di sentire un urlo. Mi sono tolto la felpa di testa e ho visto alcune mamme che scappavano, una urlando, portando al sicuro i bambini. Mi sono “riassettato” e sono andato lì a scusarmi. Una mamma mi ha detto: «No, scusi lei». L’altra arrabbiata: «Lei non deve fare così, con tutte le cose brutte che succedono». Io sarei un giornalista di mestiere, poi sono un curioso, e dunque ho chiesto: «Cosa succede?». Lei ha risposto durissima: «Lo sa bene». Siamo andati avanti così, piccolo dialogo fra sordi. Non voglio costruire teorie su un piccolo episodio però mi è sembrata significativa del clima attuale la paura (ingiustificata e soprattutto infantile) di quelle mamme e il vaghissimo «tutte le cose brutte che succedono».

La chiave che userò oggi pomeriggio è raccontarvi delle storie, soprattutto di fantascienza. Perché è una continuazione, per grandi, delle favole di cui prima si è parlato. Ma è particolarmente importante la fantascienza (con le sue visioni sul futuro) perché noi esseri umani siamo sempre divisi fra desideri, curiosità di conoscere da una parte e dall’altra parte paure, timori del nuovo e dello sconosciuto. In una certa misura il desiderio è necessario ma anche un po’ di paura ci serve. Come è stato detto benissimo questa mattina, una percentuale troppo elevata di paura blocca l’apprendimento.

Perché oscilliamo più verso i timori o verso le curiosità? Dipende da tanti fattori: la società in cui viviamo e il momento storico, l’informazione… Poi dipende dalle persone. Se in questo momento sul Duomo atterrasse un disco volante, io andrei immediatamente a vedere perché non aspetto altro. Molte/i di voi correrebbero forse dalla parte opposta perché pensano che lì c’è un pericolo. Coraggio? Paura? Magari è solo adrenalina. Forse io non ho timori… più che ottimista sugli alieni sono così sfiduciato sui terrestri da escludere che qualcuno nell’universo sia peggiore di noi. Sto scherzando, forse.

Dentro questo oscillare fra desideri e paure che ci attraversa sempre tutte e tutti, nel secolo che si è concluso 10 anni fa, c’è stata una grande novità: la scienza è entrata massicciamente nelle nostre vite e con lei la sua “cuginetta” povera e brutta che si chiama tecnologia.

Siccome – per ragioni che non voglio qui ridurre a slogan – non viviamo in una società che ci educa alle scienze e alle tecnologie, succede che la stragrande maggioranza di noi ne è sommersa, non le capisce e dunque le teme. Abitiamo in una società scientifica e tecnologica eppure la viviamo come un tecno–vudù, una tecno–magia; quasi tutto quello che ci accade intorno, anche se altamente tecnologico, ci è incomprensibile dunque appare magico.

Questa premessa per dire che la migliore fantascienza si muove all’incrocio di questo tecno–vudù ed è quindi molto interessante anche da un punto di vista sociale.

Le scienze, come sapete, sono tante: alcune dure e altre più morbide. Esiste una fantascienza psicologica (possiamo considerare la psicologia “una scienza morbida”?) e una fanta-sociologia (ancor più morbida, elastica forse direbbero i detrattori): da questo vasto magazzino estraggo un paio di storie.

Nelle prime righe del racconto un bambino si nasconde, ha paura; chi legge ignora cosa lo terrorizzi. Dopo un po’ lo scopriremo: il ragazzino è convinto che i suoi genitori questa volta gliela faranno pagare. Lo ammazzeranno. Perché… non ha superato un esame. Cosa può esserci di tanto terribile in quell’esame?

Il protagonista non ha saputo risolvere un’equazione di secondo grado. E’ tanto grave? Quante persone qui dentro sanno risolvere equazioni di secondo grado? Nel racconto che ha scritto Philip Dick (forse lo avete sentito nominare) una certa società, un certo potere ha deciso che la misura dell’umanità, la stessa definizione giuridica di «essere umano» completo – quindi che può godere i diritti – è assegnata a chi è in grado di risolvere equazioni complesse. E’ una definizione possibile, certo ce ne sono molte altre. Ma questa società immaginata nel racconto ha codici rigidi: quindi se non sei un essere umano completo, puoi essere ucciso, o meglio… abortito. Se non sei un essere umano completo non hai diritti perché neppure esisti. Il racconto s’intitola «Le pre-persone», prima d’essere persone.

Un altro racconto. Sempre di Philip Dick. Un’altra paura che incrocia una concezione completamente diversa di umanità.

La protagonista di questo racconto si chiama Gil. Sta aspettando il marito, Lester che torna da molto lontano: è ingegnere spaziale in un pianetino intorno a Giove. Gil non è felice, anzi ha paura perchè il marito è uno stronzo, arrogante e violento che la tratta male, l’ umilia. Perciò Gil teme questo ritorno. Il racconto è breve, non sappiamo perchè questa donna non lascia il marito, non si ribella. Ma è una condizione purtroppo che incontriamo spesso nel mondo reale: donne che hanno paura a vivere con uomini violenti eppure hanno il terrore di ribellarsi … oppure sono cresciute, sono state educate nella convinzione che non sarebbero capaci di affrontare il mondo senza un uomo accanto. Ma questo è un altro discorso, torniamo al racconto.

Arriva Lester ed è dolce, tenero, affettuoso, una persona completamente diversa. Gil è sorpresa, soprattutto felice. Però un giorno, mentre Lester non c’è, bussano alla porta. Sono due poliziotti. Dicono a Gil che quel tipo così dolce non è suo marito, ma un parassita che si è impadronito del corpo di Lester.

Faccio un inciso per precisare che questi “parassiti”possono entrare in un altro corpo solo se la creatura che lo abita è morente; insomma non sono invasori semmai utilizzatori di protesi abbandonate. Però la protagonista non lo sa, quando parla con i poliziotti. Le dicono soltanto che quello non è suo marito. E chiedono l’aiuto di Gil contro l’alieno. Voi capite che un extra terrestre è peggio di un extracomunitario; teoricamente un parassita che arriva dallo spazio è più estraneo di un rumeno che in fondo ha due gambe come noi. Ha quasi sempre due gambe un rumeno, qualche volta una o nessuna se fa il muratore in qualche cantiere italiano, dove non si osservano le norme di sicurezza, ma pure questo è un altro discorso.

Torniamo a Gil. Lei dovrebbe aiutare i poliziotti non solo per il senso del dovere o per le leggi, ma per solidarietà con la razza umana. Gil ci pensa e dice no.

No, perchè quell’essere non umano è infinitamente migliore, più dolce del maschio arrogante che prima abitava quel corpo. Il racconto finisce così.

«“Stavo pensando”, disse la donna all’essere non terrestre, che forse continuerò a chiamarti Lester, se non ti dispiace”.

Tutto quello che vuoi purchè possa farti felice” le rispose lui».

Al di là della dolcezza, c’è nel racconto qualcosa di importante sulle nostre paure e sull’idea di umanità. Philip Dick in una antologia con i suoi migliori racconti così lo commentava:. «Per me questa storia simboleggia ciò che l’essere umano è. Non si tratta di avere un certo aspetto o di provenire da un certo pianeta, ma di vedere sino a che punto si è gentili. La gentilezza ci differenzia dai sassi, dai pezzi di legno, dal metallo e così sarà sempre qualsiasi forma assumiamo, dovunque andiamo o qualunque cosa diventiamo».

Il titolo è appunto «Umano è». E Dick aggiunge: “Umano è è il mio credo e mi auguro che possa essere anche il vostro”. Altre volte Philip Dick è tornato su questo concetto, per esempio scrivendo: «La misura di un essere umano non è la sua intelligenza, non consiste nell’altezza che può raggiungere in un sistema sbagliato. La misura di un essere umano è questa: con quale rapidità sa reagire ai bisogni di un altra persona e quanto può dare di sé?».

Una definizione di essere umano completamente opposta a quella del primo racconto; ne derivano paure differenti, vi pare?

Saltiamo dalla fantascienza a uno scrittore e filosofo francese, o meglio franco-algerino, oggi un po’ dimenticato pur se fu premio Nobel della letteratura: Albert Camus. Parlando del ‘900, il secolo dei sogni più grandi ma anche degli incubi più spaventosi, scriveva così: «Sta finendo il secolo della scienza liberatrice. Il nostro ventesimo secolo è il secolo della paura.(…) Il diciassettesimo è stato quello delle matematiche, il diciottesimo delle scienze fisiche, il diciannovesimo della biologia, il nostro è il secolo della paura. “Ma voi direte – scrive Camus – la paura non è una scienza. Ma in primo luogo la scienza c’entra qualcosa perchè i suoi ultimi progressi tecnici l’hanno portata a negare se stessa e perchè le sue conseguenze pratiche minacciano la Terra intera di distruzione. Inoltre se la paura in se stessa non può essere considerata una scienza non vi è dubbio che essa sia perlomeno una tecnica».

Su questa tecnica della paura, se avessi un’altra ora di tempo, vorrei fare qualche ragionamento con voi: da giornalista, che è il mio mestiere, come da appassionato di futuro, da sognatore, da persona che immaginare esistano molti domani possibili. Più sogni abbiamo, più ne concretizzeremo qualcuno. Se qualcun altro sogna per noi siamo fregati.

Un altro salto per ricordare uno dei più grandi poeti del ‘900 italiano: Fabrizio De Andrè. Forse ricordate quei versi oltraggiosi «chi non terrorizza si ammala di terrore» e magari avete dimenticato quell’altro suo suggerimento: «senza la mia paura mi fido poco».

Proviamo a confrontarle con le parole di un altro grande poeta del nostro Novecento, Umberto Saba. «In una casa dove uno s’impicca, altri si ammazzano fra di loro, altri si danno alla prostituzione o muoiono faticosamente di fame, altri ancora vengono avviati al carcere o al manicomio… si apre una porta e si vede una vecchia signora che suona molto bene la spinetta». La immagine di questa casa tremenda con la vecchina che suona tranquilla mi è rimasta in mente da quando la lessi 30, 40 anni fa e spesso mi chiedo: in quella casa – che immagino essere il mondo non un semplice condominio – dove mi colloco io? E voi chi siete in quella casa? Potreste essere la vecchina che suona tranquilla magari mentre intorno scoppiano le bombe come a New York, a Londra (nella metropolitana ricordate?), a Madrid o magari a Gaza, in Afghanistan, in Irak.

Se le bombe scoppiano in posti lontani la paura forse si allontana ma se scoppiano vicino… ci assale il panico. Egoismo forse ma giustificato. Oltretutto in Occidente pensiamo sempre di essere innocenti.

Si può avere paure che altri non comprendono Ho un fratello, brava persona. Ero con lui in macchina, in vacanza: mi ripeteva che ogni tanto qualcuno gli portava via il posto macchina.

Quasi una ossessione, sembrava la sua paura più grande. Un giorno che ero con lui è successo: ha trovato il posto occupato e lui – di solito tranquillo – ha fatto una scenata violentissima. Vi faccio notare che, accanto al suo posto temporaneamente occupato, c’erano molti spazi liberi. Per uno scherzo crudele del Fato, la persona che gli stava “rubando” il posto riservato era senza gambe: per scendere dalla macchina nelle condizioni a lui più favorevoli aveva approfittato di quel posto. Una necessità superiore mi sento di dire rispetto alla “piccola” paura di mio fratello.

Ognuno ha i suoi timori e fatica a entrare in quelli altrui. Cito ancora Philip Dick: la paura dei nobili alla vigilia della rivoluzione francese era che il popolo sarebbe entrato nelle loro case, avrebbe sporcato il tappeto e rovinato il giardino… Non immaginavano che sarebbero finiti sulla ghigliottina. Certe paure non riuscivano a concepirle come qui in Occidente fatichiamo a capire che in un’altra parte del mondo le bombe o la morte per fame sono una possibilità purtroppo molto concreta.

Sulle paure, vere o magari inventate, è stato ricordato stamattina, vengono costruiti progetti politici. Se abbiamo poca paura qualcuno prova a ingrandirle.

Due ultime considerazioni. E poi vi leggo una paginetta.

La prima. Come giornalista mi sono occupato molto di migrazioni, spesso lavorando con persone definite “straniere” o “extra comunitarie”. Con alcune ho un’amicizia tale che mi permetto di entrare nelle cose private, paure comprese. Per esempio potrei dire ad Hamid, immaginiamolo seduto vicino a lui (indico un ragazzo in prima fila con le gambe molto lunghe): guarda che se ti ha dato un calcetto non lo ha fatto perchè razzista ma probabilmente perchè con gambe così gli capita spesso. Hamid, Sokna o Moustapha non dovrebbero avere paura che dovunque si siedono ci sia qualcuno ostile. Dico bene? In teoria forse. Nella pratica, sto dicendo una stupidaggine. Perché è Daniele Barbieri, pelle bianca, che fa questo ragionamento. Chi oggi la la pelle nera, anche se con passaporto italiano, non la vive così. E se ci ripenso molte volte che ero con Kossi o Ribka ho assistito anch’io a piccoli gesti offensivi che alimentano paure, paranoie. Chi è bersaglio di gesti ostili finisce con il credere che li perseguitino tutti.

Questo veloce ragionamento per arrivare alla seconda considerazione, una piccola critica che faccio a questo convegno molto bello. Abbiamo parlato delle paure che ci attraversano in questi tempi però mancava, secondo me, una domanda importante. Noi italiane/i a chi facciamo paura? Dico noi gente per bene, voi che siete qua per aggiornarvi, per ragionare. Non siamo cattivi, disperati, ostili eppure facciamo paura. Le mie amiche e i miei amici cosiddetti “extra comunitari” hanno sempre più paura di noi: di tutti, anche di lei o di lui (indico due persone fra il pubblico).

La loro paura si intreccia con le nostre. Molte, quasi tutte forse, nascono da un difetto di comunicazione, di conoscenza che però si trasforma in chiusura totale, pregiudiziale.

Se davanti al supermercato io tiro fuori la monetina per farmi dare il carrello da chi sta scaricando, sapete come si fa no?, di solito mi sorridono e dicono: «Se aspetta un attimo le do il carrello”. Tutto normale, penso anche a voi capiti così. Però vado spesso a fare la spesa con qualche amica o amico visibilmente straniero. E vedo che se lo stesso gesto della monetina lo fa chi ha la “pelle scura” suscita reazioni diverse. «Non compro nulla, vada via». Paura anche. Eppure quella sventolata in aria è una moneta, non un coltello, una cintura esplosiva , un burka.

Molti italiani provano timore o terrore verso chiunque è (o sembra) straniero e fra i miei amici e le mie amiche “extra” vedo crescere la paura verso noi italiane/i.

Sembriamo nemici. Ma chi è il nemico? Sarebbe importante capire da cosa riconosciamo il nemico. Tenterò di rispondere – e di concludere l’intervento – con il racconto (una paginetta abbastanza famosa) intitolato «La sentinella» di Fredric Brown.

«Era bagnato fradicio, e coperto di fango, aveva fame e freddo ed era lontano cinquantamila anni luce da casa. Un sole straniero gettava una gelida luce azzurra e la gravità doppia di quella cui era abituato faceva di ogni movimento un’agonia di fatica.

Dopo decine di migliaia di anni quell’angolo di guerra non era cambiato. Era comodo per quelli dell’aviazione con le loro astronavi tirate a lucido e le loro super armi, ma quando si arrivava al dunque toccava ancora al soldato di terra, alla fanteria prendere la posizione e tenerla con il sangue, palmo a palmo. Come questo maledetto pianeta di una stella mai sentita nominare, finchè non ci eravamo arrivati. E adesso era suolo sacro. Perchè c’era arrivato anche il nemico.

Il nemico l’unica altra razza intelligente della galassia: crudeli, schifosi, ripugnanti mostri. Il primo contatto era avvenuto vicino al centro della galassia, dopo la lenta e difficile colonizzazione di qualche migliaio di pianeti. Ed era stata la guerra subito. Quelli avevano cominciato a sparare senza neppure tentare un accordo, una soluzione pacifica. E adesso pianeta per pianeta bisognava combattere coi denti e con le unghie.

Era bagnato fradicio e coperto di fango, aveva fame e freddo ed il giorno era livido. spazzato da un vento violento che faceva male agli occhi, ma i nemici tentavano di infiltrarsi e ogni posizione era vitale. Stava all’erta, il fucile pronto. Era lontano cinquantamila anni luce dalla patria a combattere su un mondo straniero e a chiedersi se ce l’avrebbe mai fatta a riportare a casa la pelle.

Allora vide uno di loro strisciare verso di lui, prese la mira e fece fuoco. Il nemico emise quel verso strano e agghiacciante che tutti loro facevano, poi non si mosse più. Il verso e la vista del cadavere lo fecero rabbrividire».

Il racconto non è finito, mancano tre righe e sono queste. «Molti con il passare del tempo si erano abituati, non ci facevano più caso, ma lui no: erano creature troppo schifose con solo due braccia e due gambe e quella pelle di un bianco nauseante e senza squame».

Brown dice: il nemico siamo noi, nello sguardo degli altri. E ci ricorda che potremmo essere l’unica altra razza intelligente della galassia, crudeli, schifosi, ripugnanti mostri.

Vogliamo pensarci un attimo? Fra tanti timori di ciò che non conosciamo, forse ogni tanto dovremmo aver paura anche di noi stessi.

BIBLIOGRAFIA MINIMA

Questo modo particolare di usare la fantascienza, la teoria del tecno–vudù, il domani immobilizzato sono ripresi dal libro «Di futuri ce n’è tanti» (ovvero «Istruzioni per uscire da un presente senza sogni») che ho scritto con Riccardo Mancini e pubblicato con Avverbi nel 2006.

I due racconti di Philiph Dick («Le pre-persone» e «Umano è») sono in molte antologie: l’edizione più recente è quella nelle edizioni Fanucci.

Le citazioni di Albert Camus e di Umberto Saba appartengono, da molti anni, al mio taccuino degli appunti: i libri originali forse sono stati letti in biblioteca oppure persi in qualche trasloco.

Il racconto «La sentinella» di Fredric Brown si trova in moltissime antologie. Ormai è così famoso da essere anche in alcuni libri scolastici. C’è qualcosa di vivo… nonostante la Gelmini.

Sulle paure degli italiani verso i migranti la bibliografia è molto grande; più piccola (ma per me di maggiore interesse) quella del timore o terrore che noi incutiamo a molte persone immigrate. Invece di indicare una ventina di titoli, mi limito a suggerire solo il geniale metodo di Geneviève Makaping «io guardo come voi mi guardate» che mi ha aiutato a immedesimarmi nelle paure dell’altro: l’ho scoperto nel suo «Traiettorie di sguardi», con il sotto-titolo, «E se gli altri foste voi?» (Rubettino 2001).

UNA BREVE NOTA

Ero stato invitato al convegno “Voci dalla paura” (a Modena il 9 aprile 2010) per ragionare su “La paura del futuro”. Mi sono ritrovato in ottima e affollata compagnia e ora gli atti di quel convegno vengono pubblicati dall’editore Franco Angeli in un volume omonimo, dunque “Voci dalla paura” (168 pagine per 19 euri) con il sottotitolo “Riflessioni e analisi di un’emozione complessa” curato da Adriana Querzè e Luigi Alberto Pini. Il volume comprende 15 interventi di 19 fra autori e autrici. Come spiega la quarta di copertina, si rivolge soprattutto a insegnanti, medici e operatori-operatrici dei servizi sociali muovendosi sui 4 diverse aree: biologia, neurofisiologia e psicologia della paura; comunicare la paura fra politica, criminologia e geostoria; la paura narrata; le paure dei bambini e degli adolescenti.


Redazione
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