Monica Lanfranco dal Cairo – seconda parte

Continua il reportage di Monica Lanfranco (la priuma parte è uscita il 19 dicembre).

Non ci posso credere, ma eccomi qui sulla Pharaon, una tra le più grandi Nile boat del Cairo; il kitch è assoluto, e talmente eccessivo da diventare straordinariamente bello.

Ci sono colonne, sfingi, obelischi, e pareti con immancabili antichi egizi dipinti in colori sgargianti. Assolutamente orribile, eppure magico. Fuori il Nilo scorre, nella notte illuminata dalle mille luci degli hotel eccessivi, i grattaceli svettanti e le enormi strutture che pubblicizzano grandi marche occidentali di abiti e di benzine. Anche nel buio sono visibili gli effetti dell’inquinamento, che qui si respira giorno e notte, impastato com’è  di sabbia e gas di scarico delle auto, e rende l’aria, le macchine e le costruzioni di un colore marrone chiaro costante.

Anche questa sera Nawaal stupisce e commuove: danza, prima solo con le mani da seduta al tavolo,  poi si alza e balla, con una grazia e un’ironia strepitose. Chissà come saremo noi a 83 anni, di certo così sembra non ne facciano più alla fabbrica.

Quasi tutte cantano e ballano, e all’improvviso, da una porta che sembrava solo un disegno nel muro dell’imbarcazione, esce una bellissima  giovane danzatrice del ventre in un abito rosso; si esibisce per noi, tutte battono le mani, qualcuna azzarda dei passi con lei sulla pedana, e le tensioni della giornata si stemperano, finalmente.

 

Dal primo giorno ci sono alcune questioni interessanti da riprendere.

Per esempio l’analisi della indiana Brinda Mehta , che nel suo intervento mette in connessione la malattia con la politica.

Non è una traccia nuova: già Susan Sontag, in Malattia come metafora, aveva indagato il cancro come la malattia simbolo dell’epoca contemporanea, capace di descrivere la disumanizzazione crescente nella società capitalistica. Metha parla della ricca e fiorente letteratura del dolore, the scripture of paine, e delle molte autrici arabe e indiane che hanno usato la loro personale malattia per rompere il silenzio che spesso si cela su chi è vittima del cancro o di altri mali che hanno forte connessione con il disumanizzante stile di vita imposto dalla globalizzazione neoliberista. In questa miscela tra testimonianza personale e messaggio politico si affaccia in modo chiaro la connessione tra pensiero femminista e ambientalista.

Ancora dal primo giorno Obioma N Nameka, accademica africana, suggerisce, dopo una carrellata sulle diverse anime del femminismo del suo contenente, una visione da adottare per, come lei dice “stare dentro il cambiamento.

Sceglie il camaleonte, perchè quando era piccola uno zio le aveva parlato delle curiose capacità di questo animale: ha gli occhi che ruotano e possono contemporaneamente guardare in direzioni opposte, ma soprattutto riesce a stare nelle situazioni nuove assumendo il colore dell’ambiente, confondendosi con l’esterno prima di tornare alla dimensione cromatica precedente.

Obioma sostiene che questa capacità fisica può rappresentare una risorsa simbolica interessante per il movimento delle donne, non perchè si debba essere trasformiste e quindi ambigue, ma piuttosto perchè l’abilità di adattamento costituisce una precondizione per resistere e sostenere il peso del’incertezza nelle situazioni potenzialmente pericolose. Una proposta politica di impatto che non tutte trovano calzante, ma suggestiva come ogni antropomorfizzazione, da Esopo in su nei secoli.

 

La seconda giornata si apre con l’intervento di Johan Galtung, uno dei più noti studiosi delle pratiche e teorie nonviolente. Galtung chiarisce che quelle che spesso chiamiamo democrazia e pace in realtà descrivono talvolta semplicemente la fotografia della democrazia parlamentare, il che non significa automaticamente che una società parlamentare sia pacifica e democratica.

Laddove il patriarcato è ancora forte e quindi detta le leggi visibili, (e soprattutto quelle invisibili), la politica e la convivenza non sono pacifiche è democratiche. Per dirsi davvero pacifiche le società, e quindi le donne e gli uomini, hanno da percorrere una strada che prevede l’uso e la pratica dell’empatia, della nonviolenza e della creatività, le tre precondizioni perchè nel conflitto il processo non si traduca in guerra e violenza. Galtung si avventura nel controverso territorio della differenza biologica tra donne e uomini, sostenendo che le donne sono comunque meglio disposte alla collaborazione e all’empatia. Se gli uomini di fronte al pericolo attaccano oppure fuggono, le donne  più spesso si fermano, e cercano di  affrontare la violenza con il confronto. Galtung chiama questa attitudine (suppostamente) femminile ‘costruttrice’.

Siete delle costruttrici, dice Galtung, ed è necessario che questa vostra capacità di usare il linguaggio e l’empatia al posto della predisposizione maschile verso le armi, la violenza e l’attacco venga estesa a tutti i livelli della società”.

Non tutte gradiscono questa analisi, trovando scivoloso (anche perchè già sperimentato nella sua forte caratteristica di negatività per le donne) il territorio del biologismo e dell’essenzialismo, e Galtung si riscatta agli occhi della platea femminista quando afferma che il nostro mondo ha urgente necessità di educare alla sessualità gli uomini, se ancora si sentono accumunare la sessualità e il piacere nel tristemente famoso adagio “meglio comandare che fottere”.

La presenza di Galtung, come delle altre femministe accademiche mischiate con le attiviste grassroute, segna un salto di qualità interessante nella offerta internazionale che questa tre giorni propone, specialmente per chi fa politica nei movimenti in Italia.

E’ segno che è possibile intrecciare linguaggi e pratiche potenzialmente molto lontane, nel caso dell’accademia guardata con giusto sospetto da parte delle attiviste: qui sembra non esserci quella pericolosa lontananza tra pratica e teoria, o almeno non così tanta come quella che in Italia si è andata solidificando dagli anni ’80.

Questo salto di qualità è il frutto dell’ottimo lavoro fatto dalle 7 associazioni organizzatrici nella scelta delle relatrici, considerando che la maggior parte di chi ha affrontato viaggi anche molto lunghi e faticosi lo ha fatto a sue spese o, come nel mio caso, grazie ad una colletta per non gravare in modo eccessivo su Marea.

La violenza della sharia e della politicizzazione della religione nel mondo islamico irrompe in maniera drammatica attraverso l’intervento dell’attivista sudanese Asha Elkarib.

Nel suo racconto c’è tutto il tragico precipitare della situazione in Sudan da quando, a partire dagli anni ’80, il problema economico del paese si è trasformato in una guerra religiosa che ha costretto le donne, con l’imposizione della sharia da  parte degli islamisti, a tornare ad un medioevo mortale.

La flagellazione pubblica di una donna per strada, rimbalzata pochi giorni fa nel mondo attraverso un video immesso su youtube, è solo uno dei casi della serie infinita e quotidiana di violenze perpetrate contro le donne nel paese africano in nome e per conto della religione.

Tutto il mondo ha riconosciuto il governo islamista, e questo perché la condizione delle donne non interessa a nessuno, nonostante la patente e continua violazione dei loro diritti umani” – rimarca Asha. E uno degli effetti collaterali più spaventosi è quello di creare un clima di autocolpevolizzazione  che limita ulteriormente l’agire femminile”.

La geografia del dolore e della violenza non ha confini, e lo stesso orribile quadro viene proposto dalle donne dei paesi Balcanici, da dove arriva la denuncia della kosovara Sevdije Ahmeti, che reclama maggiore attenzione e denuncia verso la micidiare arma dello stupro etnico. Certo, ci sono state numerose risoluzioni anche da parte do organismi autorevoli come le Nazioni Unite, ma la domanda è: quando si spengono i riflettori che accade alle donne costrette a vivere spesso a fianco dei loro violentatori?

E poi ancora la giordana Leyla Hamarneh che invita tutte a  iniziare una campagna di tolleranza zero nei confronti della applicazione della sharia, e a lottare in modo sempre più aperto per l’affermazione e la difesa della secolarizzazione. Un segnale lanciato anche e soprattutto verso le giovani generazioni di donne e uomini nei paesi arabi e mediorientali, un segnale particolarmente importante da dare anche alla sinistra occidentale affinchè sappia che i movimenti femministi di quei paesi non accettano ambigue e pericolose tentazioni e derive relativiste.

Molto, molto altro è stato questo incontro internazionale, e davvero troppo poco riesco a restituirvi ora. Vi rimando allo speciale sotto forma di audio e video al sito www.radiodelledonne.org e da fine febbraio al numero speciale sulla globalizzazione che Marea editerà in previsione dell’appuntamento Punto G del 24/26 giugno 2011 a Genova.

Ancora un grazie alle meravigliose 7 organizzazioni madri dell’evento: Antico, Ife, Heya, Owsa, Owfi, Act e Wilpf, e arrivederci a Genova.


www.monicalanfranco.it
www.altradimora.it
www.mareaonline.it
www.radiodelledonne.org

“Non si può smantellare la casa del padrone con gli attrezzi del padrone”
Audre Lorde

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