Mujeres: frammenti di vita dal cuore dei Caraibi

Raúl Zecca Castel raccoglie le testimonianze di sette donne haitiane e la loro lotta per la sopravvivenza nel batey Ciguapa. Nei bateys vivono perlopiù migranti haitiani giunti in Repubblica dominicana per lavorare nelle piantagioni di canna da zucchero senza alcun diritto, eppure queste donne non smettono di credere in un futuro migliore.

di David Lifodi

I Caraibi pulsano di vita, anche nei bateyes, gli insediamenti rurali nella Repubblica dominicana dove molti lavoratori, in gran parte haitiani, sono impiegati nelle piantagioni di canna da zucchero in condizioni disumane e molto simili alla schiavitù, non a caso le loro origini risalgono al regime coloniale presente sull’isola di Hispaniola a partire dal 1492.

Eppure, nonostante una situazione così difficile, le donne provano resistere, pur tra mille difficoltà e Raúl Zecca Castel racconta, nel suo libro Mujeres, le storie di sette di loro, Célestine, Flor, Yvette, Anabel, Nora, Ariel e Lilliane, attraverso una originale suddivisione che ne permette una lettura sequenziale, dalla prima all’ultima pagina, oppure tramite i racconti di una singola donna attraverso le varie tematiche in cui è strutturato il libro: infanzia, razzismo, figli, lavoro, debito, prostituzione, amore, bachata, stregoneria e futuro.

È il batey Ciguapa, quello analizzato da Raúl Zecca Castel attraverso un rigoroso lavoro di ricerca antropologico, a rappresentare lo spazio dove vivono, e in pratica sono prigioniere, le sette donne con le quali interloquisce l’autore, tutte provenienti da una bassa fascia sociale e impossibilitate a muoversi perché quel minimo salario che portano a casa gli uomini, nei casi in cui non le hanno abbandonate, servono a malapena a sopravvivere.

I racconti delle protagoniste sono tutti molto crudi. Già madri in età adolescenziale, abbandonate a se stesse dai propri compagni e costrette a spesso a prostituirsi per racimolare i soldi necessari ad assicurare una vita quantomeno decente ai loro figli, Célestine, Flor, Yvette, Anabel, Nora, Ariel e Lilliane provano comunque ad immaginare un futuro altro in un territorio, quello del batey, molto simile a un ghetto.

Come ha scritto Annalisa Melandri, infatti, «essere povero e di origine haitiana, qui, si traduce automaticamente in emarginazione ed esclusione sociale» e l’appartenenza al genere femminile provoca un’ulteriore forma di discriminazione. A questo proposito Raúl Zecca Castel, che con estrema delicatezza ha il merito di far aprire le intervistate, ricorda la sentenza del 2013 da parte del Tribunale costituzionale dominicano che aveva revocato la nazionalità dominicana a tutti coloro che erano nati nel paese da genitori stranieri.

Pur testimoniando in gran parte esistenze difficili e segnate da molteplici forme di esclusione sociale (sfruttamento, violenze dei loro compagni, disperazione per non poter garantire ai figli un futuro migliore del proprio), queste donne, per quanto disilluse, non perdono la tenerezza. Célestine rivendica orgogliosamente la propria identità haitiana e il colore della sua pelle, Nora si dice contenta di come ha allevato i suoi figli e lo stesso fa Yvette, felice di aver cresciuto i suoi senza che fossero coinvolti nel giro della prostituzione (l’autore ne sottolinea la grande diffusione nei bateys), Arielle sogna di organizzare uno sciopero per le disumane condizioni di lavoro nella semina della canna da zucchero e Flor auspica di superare le difficoltà quotidiane tramite l’aiuto di Dio. Sono infatti le avversità che le donne sono costrette ad affrontare tutti I giorni nel batey a rappresentare per loro il principale motivo di ansia, secondo solo alle preoccupazioni per il futuro dei figli.

Il microcosmo del batey da una parte protegge le donne, per quanto possa sembrare paradossale, dai pericoli delle città e dei grandi resort turistici, dove prostituzione, razzismo ed emarginazione sociale si amplificano, ma dall’altro rappresenta anche un luogo dove resta molto difficile trovare un’occupazione e finisce per costituire un ulteriore ostacolo per integrarsi davvero in una Repubblica dominicana che continua comunque a discriminarle.

Nella stessa Repubblica dominicana, ricorda l’autore, sono oltre 250mila le persone che vivono nei bateys, comunità sociali dove gran parte degli abitanti sono indocumentados, ma la polizia non entra, tanto che, paradossalmente, quando ad alcune donne è stato proposto di lavorare come domestiche nella capitale o nelle città circostanti, hanno preferito tornare proprio nel batey poiché le condizioni di schiavitù e sfruttamento non erano poi così diverse.

«Siamo nati qui e dobbiamo rimanere qui. Questa è la vita di noi poveri», conclude amaramente Anabel, che si rende conto dell’invisibilità sua e delle sue compagne, che pure hanno scelto di aprirsi di fronte all’autore: frammenti di vita dal cuore dei Caraibi.

Mujeres – Frammenti di vita dal cuore dei Caraibi

di Raúl Zecca Castel

Edizioni Arcoiris, 2020

Pagg. 210

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David Lifodi
Sono nato a Siena e la mia vera occupazione è presso l'Università di Siena. Nel mio lavoro "ufficioso" collaboro con il sito internet www.peacelink.it, con il blog La Bottega del Barbieri e ogni tanto pubblico articoli su altri siti e riviste riguardo a diritti umani, sindacalismo, politica e storia dell’America latina, questione indigena e agraria, ecologia.

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